La crociera e la fine della corazzata «Bismarck» (18 – 27 maggio 1941)

Corazzata Bismarck
La corazzata Bismarck.

La breve, gloriosa e tragica crociera della corazzata tedesca Bismarck, una delle più belle e potenti navi da guerra che avessero mai solcato i mari fino ad allora, costituisce un capitolo estremamente interessante della seconda guerra mondiale sui mari.

Il grande ammiraglio Raeder, capo supremo della Marina del Terzo Reich, si proponeva di infliggere gravi danni al traffico mercantile britannico nel Nord Atlantico mediante l’impiego delle sue maggiori navi di superficie, lanciandole all’attacco dei convogli alleati, in supporto alle operazioni degli U-Boote, i famosi «branchi di lupi» sottomarini.

Hitler, invece, che non possedeva una mentalità marittima e non aveva molta fiducia nel ruolo della sua Marina durante la guerra in corso, e specialmente nel ruolo delle grandi unità di superficie, era perplesso all’idea di mettere in gioco le grandi corazzate, contro un nemico che avrebbe potuto sorvegliarle e attaccarle dal cielo, grazie alla supremazia area sull’Atlantico, nonché concentrare contro di esse, all’occorrenza, una forza navale dalla superiorità schiacciante.

Ancora il 5 maggio 1941, Hitler si era recato personalmente a Gotenhafen (Gdynia) e aveva ispezionato le due unità più potenti della Kriegsmarine, la Bismarck e la sua gemella Tirpitz, intrattenendosi a colloquio con l’ammiraglio Günther Lütjens, comandante in capo della flotta. Non ne era uscito rassicurato, perché, sebbene questi gli avesse garantito che nessuna nave da guerra di Sua Maestà britannica avrebbe potuto reggere il confronto con i grossi calibri della Bismarck, restava pur sempre vero che la Marina inglese avrebbe potuto riunire una squadra da combattimento forte di parecchie corazzate e portaerei; e, appunto contro gli attacchi aerei o il lancio di siluri, anche il gigante tedesco appariva quanto mai vulnerabile.

Si è voluto dipingere Hitler, nella sua qualità di comandante supremo delle forze armate germaniche, come un dilettante presuntuoso e un po’ ridicolo, ostinato nel disprezzare il parere dei suoi esperti e, pertanto, responsabile dei più gravi errori e dei peggiori rovesci subiti sia dell’Esercito, che della Marina. Non è vero; al contrario, sono parecchi i casi in cui egli – checché se ne pensi come capo politico – dimostrò di possedere una capacità d’intuizione di gran lunga superiore a quella dei suoi generali e dei suoi ammiragli.

La vicenda della Bismarck è un esempio emblematico di questa verità; e, sebbene a denti stretti, anche gli storici inglesi e americani devono riconoscere che, riguardo alla Rheinübung, ossia alla crociera della Bismarck e del Prinz Eugen in Atlantico nel maggio del 1941, Hitler aveva visto giusto e, perciò, aveva ragione; mentre Raeder, l’esperto di problemi navali, si faceva delle grosse illusioni e aveva torto.

Il momento per sferrare il colpo in Atlantico, da parte dell’Ammiragliato tedesco, era – in teoria – ben scelto.

Dopo la caduta della Jugoslavia e della Grecia sotto i colpi delle divisioni italo-tedesche e dopo la conquista di Creta da parte dei paracadutisti germanici e la ritirata del generale Wavell dalla Cirenaica sotto i colpi dell’Afrika Korps di Rommel, sembrava inevitabile, per la Marina britannica, ritirare una parte delle unità di stanza nel Mare del Nord per tentar di conservare almeno gli accessi al Mediterraneo, Suez e Gibilterra. Senza contare che c’era anche l’Estremo Oriente da tener d’occhio, con un Giappone sempre più dinamico e aggressivo, sicché non si poteva pensare di sguarnire completamente neppure quel lontano scacchiere.

Tutto, insomma, lasciava supporre che entro breve tempo l’Ammiragliato di Londra avrebbe trasferito le sue migliori unità dalla base nelle Isole Orcadi, a nord della Scozia, nelle acque del Mediterraneo; e che, di conseguenza, Lütjens avrebbe potuto piombare inaspettato come un lupo in mezzo al classico gregge di pecore, ossia ai mercantili inglesi che facevano la spola con gli Stati Uniti d’America attraverso l’Oceano Atlantico, carichi di merci e materiale da guerra destinato al Nord Africa e al Vicino Oriente.

Quale momento più indicato di quello, per uscire silenziosamente dal Mar Baltico e guadagnare le acque aperte dell’Oceano, in cerca di prede?

Eppure, anche se non si era apertamente opposto all’operazione, Hitler non era convinto della sua opportunità, ed era rientrato dalla vista a Gotenhafen ancor più ansioso e preoccupato di prima. Il grande ammiraglio Raeder, da parte sua, preferì aspettare un paio di giorni dopo la partenza della squadra di Lütjens, prima di informarlo che l’operazione era già in corso. Così, mettendolo davanti al fatto compiuto, si era premunito contro la possibilità di un ripensamento del dittatore e di un brusco dietro-front che avrebbe segnato la fine della Rheinübung.

Lo storico navale americano Thaddeus V. Tuleja, nel suo bel libro Gli dei del mare (titolo originale: Twilight of the Sea Gods, 1958; traduzione italiana di Sem Schlumper, Longanesi & C. Editori, Milano, 1966, pp. 134-38), ha così rievocato le vicende che portarono il grande ammiraglio Raeder a decidere d’inviare la corazzata Bismarck in crociera nell’Atlantico settentrionale, alla caccia del traffico mercantile britannico:

Si era alla vigilia del varo di quella operazione Rheinübung, che avrebbe visto la marina tedesca impegnarsi nella caccia su vasta scala al traffico mercantile, con l’uscita in Atlantico della corazzata Bismarck e dell’incrociatore pesante Prinz Eugen. Per la Rheinübung, meticolosamente preparata, si erano mobilitate petroliere e navi rifornimento in grande numero, per disporle strategicamente nei punti nevralgici del mare di Norvegia e dell’Atlantico settentrionale e si era inaugurato un sistema di radiocomunicazioni che doveva segnalare la presenza dei convogli alleati con la prontezza dei lupi in agguato. Se la Seekriegsleitung aveva riposto molte speranze in questa iniziativa era anche perché operando in coppia agli inizi del 1941, la Scharnhorst e la Gneisenau erano riuscite ad affondare 115.622 tonnellate di naviglio nemico, adottando una tattica di aggressioni e fughe così fulminee da lasciare l’ammiragliato britannico nell’assoluta impossibilità di agire. Pensando che mettesse conto di ripetere un’esperienza che aveva dato già così cospicui frutti, Raeder aveva deciso di far prendere il mare alla Bismarck.

La Bismarck di prua.
La Bismarck di prua.

Era una magnifica unità. Messa in cantiere nel 1936 e terminata di costruita di costruire nel 1940, era la quarta nave da guerra cui i Tedeschi davano il nome del loro celebre Cancelliere di Ferro, e vantava per antenate, nell’ordine, una corvetta varata nel 1877, un incrociatore uscito dai cantieri di Kiel nel 1897 e infine uno scafo che la fine della prima guerra mondiale aveva sorpreso ancora in costruzione a Wilhelmshaven. La quarta Bismarck, sorella della Tirpitz, dislocava 41.700 tonnellate (e ben 50.900 a pieno carico), misurava 250 metri di lunghezza e 36 metri di larghezza, era munita di una cintura di acciaio temprato dello spessore di trentadue centimetri, e la corazza delle sue quattro torri binate arrivava a 340 mm. di spessore. Il suo armamento comprendeva otto cannoni da 380 mm., capaci di scaraventare alla distanza di venti miglia fiancate del peso di circa sette tonnellate ciascuna; dodici pezzi da 150, sedici da 105, ed era forte di quaranta mitragliere antiaeree. La corazzata disponeva anche di sei tubi lanciasiluri da 533, quattro idrovolanti e due catapulte e in tempo di guerra imbarcava un equipaggio di 2.000 uomini, tra ufficiali e marinai. Era fornita di un motore a caldaie a tubi d’acqua ad alta pressione e turbine a ingranaggi, e le tre eliche le fornivano una velocità massima di quasi 31 nodi.

Il compagno della Bismarck, il Prinz Eugen, era un incrociatore pesante, che doveva il nome al condottiero asburgico del diciottesimo secolo, il principe Eugenio di Savoia. Alla unità si attribuivano erroneamente 10.000 tonnellate di dislocamento e si scoperse soltanto alla fine della guerra che ne dislocava invece 19.800 a pieno carico. Armato nel 1940 con otto pezzi da 203, distribuiti in quattro torri , dodici da 105, dodici antiaerei, dodici lanciasiluri da 533, portava anche quattro idro e una catapulta e filava i 32 nodi sotto la spinta delle tre eliche.

Per la Rheinübung si era pensato al Prinz Eugen soltanto all’ultimo momento, perché la Scharnhorst e la Gneisenau non avevano potuto salpare, come aveva invece stabilito Raeder, in aprile: mentre la Scharnhorst aveva lamentato noie alle motrici, la Gneisenau aveva dovuto riparare in cantiere in seguito ai reiterati bombardamenti sofferti alla fonda nel porto di Brest. Al Prinz Eugen si era quindi deciso di affiancare la Bismarck e dopo averla rimandata per due volte a causa di avarie verificatesi all’ultimo momento, la data della partenza si era potuta fissare improrogabilmente per il 19 maggio.

Non si sarebbe potuto scegliere un momento più propizio per la spedizione nell’Atlantico del nord. Crollata la Jugoslavia, il 17 aprile i tedeschi varcano il Vardar a fanno piazza pulita degli inglesi alle Termopili che avevano reso celebre Leonida. Incalzati dai mezzi corazzati germanici che divorano la desolata pianura bruna, gli inglesi si ritirano in gran disordine e, valicati i monti della Grecia, giungono decimati al mare. Mentre uno dei cunei d’avanzata tedeschi varca l’istmo di Corinto, l’altro irrompe in Atene.

Al di là dell’azzurro Mediterraneo, intanto, al di là delle coste desertiche e arroventate dal sole dell’Africa, i britannici braccati non possono sperare aiuto: è di scena un abilissimo condottiero tedesco, che si chiama Erwin Rommel, la famosa «volpe del deserto», nel quale persino Winston Churchill ha dovuto riconoscere, «al di sopra del tumulto della guerra», un grande generale. Rommel ha avuto l’accortezza di lanciare in direzione da nord a est la sua offensiva e facendo cadere l’una dopo l’altra le difese inglesi da Agheila a Tobruck, il suo Afrikakorps avanza tagliando di sbieco la sporgenza della Cirenaica. A Creta, ultimo bastione tenuto dai greci nel Mediterraneo, si combatte, a nord e a sud, una sanguinosa battaglia le cui sorti già volgono a favore dei tedeschi, mentre la marina britannica , già impegnata a salvare il salvabile nel Mediterraneo, dovendo anche difendere gli accessi all’Artico dalla minaccia delle navi da guerra germaniche, ha dovuto disseminare le sue unità , già provatissime, lungo uno scacchiere immenso.

Günther Lütjens
Amm. Günther Lütjens

La Rheinübung fu affidata all’ammiraglio Günther Lütjens, comandante in capo della flotta tedesca ed enigmatica personalità rimasta incomprensibile sino all’ultimo, persino ai suoi uomini. Si era sposato in età matura e attendeva per la terza volta la gioia di esser padre quando la morte lo colse in mare, ma la sua esperienza coniugale, senz’altro felice, non era valsa a guarirlo totalmente dalla pignoleria e dal riserbo, talora caratteristici degli scapoli. Se a un certo momento l’alto grado di Flottenchef era venuto a premiare la bravura ch’egli aveva dimostrato sia in terra che in mare, era perché Lütjens non aveva altra ragione di vita che la marina. Ma avendo la marina esigenze che non ammettono il compromesso, egli era divenuto così austero, da sembrare addirittura incapace di sorridere. Benché dietro la burbera facciata non avesse mai fatto capolino il comandante brutale o sordo al buon senso, i suoi uomini lo credettero sempre un uomo che fosse capace di apprezzare soltanto la prontezza, la decisione e lo stoicismo. Marinaio inflessibile e stimato dai superiori per il suo attaccamento al dovere, la sua manifestazione emotiva più intensa fu sempre soltanto uno strano sorrisetto, da persona che la sa lunga e rimasto così isolato da tutti, visse in termini amichevoli soltanto con il mare.

Studiati i particolari della Rheinübung sulle carte dell’Atlantico del Nord, Lütjens, il quale sapeva che la gravissima situazione creatasi nel Mediterraneo per loro non era sembrata sufficiente agli inglesi per indurli a sgomberare Scapa Flow di tutte le unità, si rese conto che partire con due navi soltanto sarebbe stato troppo rischioso: se la marina britannica riusciva a concentrare il suo potenziale atlantico, la Bismarck si sarebbe trovata addosso cinque o sei corazzate, oltre a un numero imprecisato di portaerei, incrociatori e cacciatorpediniere, e non sembrandogli il Prinz Eugen il compagno d’avventura più adatto da opporre ai cannoni di due o tre corazzate inglesi, non esitò a confidare a Raeder le sue preoccupazioni.

«Sono dell’avviso, signor grande ammiraglio, che le nostre possibilità di vincere sarebbero assai maggiori se rimandassimo la Rheinübung al giorno in cui la Scharnhorst e la Gneisenau saranno in grado di prendere il mare con noi».

Raeder si mise a camminare in su e in giù per la stanza, lisciandosi il mento, pensieroso. «Mi rendo perfettamente conto che le chiedo un grande sacrificio, caro Lütjens», disse. «D’altra parte, se lei pensa che il nostro nemico peggiore in questo momento è il tempo e che lei mi chiede di aspettare ancora un mese per cominciare a bloccare le fonti di rifornimento degli inglesi, in questo momento invece impegnatissimi nel Mediterraneo, lei converrà che dobbiamo agire subito».

Lütjens, cedendo al suo immenso attaccamento al dovere, rispose subito: «Quand’è così, signor grande ammiraglio, sono pronto a partire all’istante!».

Così avviene che la sera del 18 maggio 1941 le due grosse navi escono dal porto di Gotenhafen. Per le 400 reclute imbarcate sulla Bismarck è questa la loro prima crociera di guerra, e sarà anche l’ultima: nessuno di loro immagina che essa durerà appena dieci giorni e che, allo spirare di quel breve lasso di tempo, saranno quasi tutte morte.

Anche lo storico stenta a credere che avvenimenti così notevoli si siano concentrati in una manciata di giorni così breve, e dubita quasi di essere incorso in una specie di inganno ottico. Eppure è proprio così: al mattino del 19 maggio le due navi tedesche, scortate da cacciatorpediniere e dragamine, sono ancora in vista delle coste germaniche; il giorno 27 successivo, la Bismarck incomincerà ad arrugginirsi sui remoti fondali dell’Atlantico settentrionale, trasformata nella bara perpetua della maggior parte dei suoi ufficiali e marinai.

La Bismarck al comando del capitano Lindemann, e la Prinz Eugen al comando del capitano Brinkmann, scivolano lungo il Kattegat e lo Skagerrak e, il giorno 20, vengono avvistate dall’incrociatore svedese Gotland che sta compiendo delle esercitazioni.

La sera stessa la notizia che le due navi tedesche hanno lasciato il Baltico, dirette verso l’Oceano Atlantico, è già arrivata a Londra, tramite l’addetto navale inglese a Stoccolma; la ricognizione aerea britannica conferma che la tana del leone – il fiordo di Grimstad, presso Bergen – è rimasta vuota. È stato un colpo di autentica fortuna per gli Inglesi, poiché le nuvole basse presenti sulle coste della Norvegia erano sembrate vanificare ogni loro sforzo; ma poi un bimotore Maryland, approfittando di uno squarcio di cielo limpido, aveva notato l’assenza delle due navi che, il giorno prima, l’ufficiale pilota Sucking aveva visto e fotografato col suo Spitfire.

Così, la missione di Lütjens in Atlantico, che dovrebbe rimanere segretissima il più a lungo possibile, pare proprio essere nata sotto una cattiva stella, perché meno di due giorni dopo la partenza, l’Ammiragliato britannico ne è già perfettamente informato. Adesso che la Home Fleet ha localizzato l’avversario, il suo comandante in capo, l’ammiraglio John Towey, può prendere le necessarie contromisure.

Senza perdere tempo, le maggiori unità britanniche salpano da Scapa Flow e si dirigono in modo da sorvegliare gli accessi all’Oceano aperto. In quel momento l’Oceano Atlantico è solcato da ben undici convogli, dei quali sei diretti verso le Isole Britanniche e gli altri cinque, che ne erano da poco partiti. Il più importante di essi è un convoglio di truppe scortato dalle navi Repulse e Victorious. Bisogna assolutamente evitare che la Bismarck e il Prinz Eugen possano sorprenderli e affondarli: il contraccolpo di una simile impresa sarebbe devastante, sia sul piano strettamente miliare, sia su quello psicologico.

Intanto, però, Lütjens ha già guadagnato le acque libere del Nord Atlantico. Filando alla massima velocità e sfruttando la nebbia e il mare grosso, si è presentato all’imboccatura del Canale di Danimarca, fra la Groenlandia e l’Islanda, a mezzogiorno del 23 maggio. Gli sono bastati meno di cinque giorni per forzare il blocco e per aprirsi la via verso la rotta New York-Liverpool, letteralmente ingombra – come si è visto – di decine e decine di navi da trasporto britanniche, che costituiscono le arterie vitali dell’Impero. Se riuscirà a recidere, anche solo temporaneamente, quelle arterie, Lütjens avrà inflitto al nemico un colpo di gravità incalcolabile.

Intanto, però, l’ammiraglio tedesco è incorso in un grave equivoco. Male informato dalla ricognizione aerea tedesca, crede che la flotta inglese sia ancora concentrata a Scapa Flow e, pertanto, ritiene che le sue mosse non siano state osservate dal nemico. Ignora che la forza destinata a distruggerlo si sta, invece, raccogliendo da tutte le direzioni.

Nello Stretto di Danimarca vi è l’incrociatore Norfolk, al quale si ricongiungerà l’incrociatore Suffolk; l’incrociatore Hood e la corazzata Prince of Wales con ben sei cacciatorpediniere (Electra, Anthony, Echo, Icarus, Acathes e Antelope, al comando del vice ammiraglio L. E. Holland, dirige a tutta forza verso la Danimarca, pronta a intervenire, a seconda delle necessità, sia nello Stretto di Danimarca, sia nel passaggio tra l’Islanda e le Färöer; tre incrociatori, Arethusa, Manchester e Birmingham, sorvegliano direttamente il tratto Islanda-Färöer; nel tratto a sud delle Isole Färöer è pattugliato dal grosso della Home Fleet, formato dalla corazzata King George V (l’ammiraglia), dalla portaerei Victorious, dall’incrociatore da battaglia Repulse (ancora in avvicinamento) e da unità minori.

Come se questo imponente spiegamento di forze non bastasse, altre formidabili forze avanzano dal mezzogiorno: la corazzata Ramillies e gli incrociatori Revenge e Dorshetshire da sud e sud-ovest; e la portarei Ark Royal, insieme agli incrociatori Renown e Sheffield, da Gibilterra (nonostante la critica situazione nel Mediterraneo).

Quello che Lütjens maggiormente temeva, si è già avverato: una forza navale senza precedenti si sta concentrando intorno a lui per distruggerlo, con l’immenso vantaggio – oltre che del numero – dell’assoluto dominio dello spazio aereo. Ma l’ammiraglio tedesco, tutto questo, non lo sa; egli crede di aver fatto perdere le proprie tracce ancora nel Mar di Norvegia, e di poter scendere verso il medio Atlantico con il vantaggio della sorpresa.

Solo la sera del 23 maggio la formazione germanica viene avvistata, prima dal Suffolk, poi anche dal Norfolk, che si sottraggono senza danni al fuoco nemico, e lanciano immediatamente l’allarme all’ammiraglio Tovey. Per la prima volta, Lütjens si rende conto di essere stato individuato e comprende che l’effetto sorpresa – fattore di decisiva importanza per la riuscita della sua missione – deve considerarsi ormai completamente sfumato.

Tuttavia egli non si perde d’animo e ritiene di potersi sottrarre ai suoi inseguitori, sfruttando le cattive condizioni atmosferiche e la superiore potenza delle sue macchine. Anche in questo caso, le valutazioni dell’ammiraglio tedesco sono viziate da una errata informazione circa le condizioni dell’avversario: egli crede, come tutto l’Ammiragliato di Berlino, che le navi britanniche non siano dotate di un efficiente dispositivo radar a lungo raggio.

È solo quando si accorge che il Suffolk continua seguirlo, nonostante le sue brusche accostate e i densi banchi di nebbia, che comincia a rendersi conto che le cose stanno altrimenti; e che il radar di cui disponevano gli Inglesi è, al contrario, di un tipo estremamente efficiente.

Il mattino del 24 maggio avviene lo scontro: oltre ai due incrociatori Norfolk e Suffolk, muovono contro la squadra tedesca la corazzata Prince of Wales e il possente incrociatore da battaglia Hood. Il combattimento viene iniziato, alle 5,49, dall’Hood, che apre il fuoco sul Prinz Eugen, scambiandolo per la Bismarck; alle 5,52, compreso l’errore, l’Hood sposta il tiro sulla Bismarck, l’avversario principale. La distanza fra le due formazioni è di sole 24 miglia.

Le due navi tedesche fanno fuoco a loro volta sull’Hood, e il Prinz Eugen centra il bersaglio; poi quest’ultimo sposta il tiro sulla Prince of Wales che, colpita più volte, decide di sottrarsi, allontanandosi a tutta forza.

La Bismarck durante lo scontro con le unità inglesi.
La Bismarck durante lo scontro con le unità inglesi.

Il dramma dell’Hood si consuma in soli venti minuti. La nave britannica trasportava un quantitativo di nuove munizioni contraeree appena collaudate dalla Marina; e, non essendovi spazio sufficiente nelle stive, questo pericoloso materiale era stato imballato in cassoni che, in caso di combattimento, si sarebbero trovati esposti al fuoco nemico. Ora, da una distanza di 17.500 metri, la quinta salva sparata dalla Bismarck colpisce il bersaglio, con un forte angolo di caduta. Un proiettile sfonda il ponte, privo di una corazzatura adeguata, penetra nella santabarbara e per l’incrociatore britannico è la fine: spezzandosi in due tronconi, affonda in pochissimi minuti. Su un equipaggio di 95 ufficiali e 1.324 marinai, solo un guardiamarina e due marinai vengono tratti in salvo. Sono esattamente le 5,58 minuti.

Così ha rievocato questo drammatico episodio Cajus Bekker nella sua Storia della Marina del Terzo Reich, 1939-45 (titolo originale: Verdammte See. Ein Kriegstagebuchder deutschen Marine, 1971; traduzione italiana di Giorgio Cuzzelli, Longanesi & C. Editori, Milano, 1977, vol. 1, pp. 212-15):

Le navi tedesche vengono avvistate alle 05,35 del mattino del 24 maggio. La formazione inglese punta su di esse ad angolo acuto, evidentemente nell’intento di ridurre rapidamente la distanza. Ciò comporta per la Hood, che si trova in testa e per la Prince of Wales lo svantaggio di poter far entrare in azione solo le torri A e B di prua quando queste alle 0.53 aprono il fuoco.

Ma gli inglesi commettono un altro errore che avrà conseguenze ancora più gravi. Alle o,59 l’ammiraglio Holland alza il segnale: «Concentrate il fuoco sulla nave di testa!». Sulla plancia della Prince of Wales, tuttavia, l’ordine provoca una certa confusione. Gli ufficiali si accorgono che in testa alla colonna tedesca non marcia già la Bismarck bensì il meno importante incrociatore. Effettivamente, l’ammiraglio Lütjens ha dato ordine la sera prima di «cambiare i numeri», perché il radar di prua della Bismarck, collegato alla telemetria è andato in avaria in seguito agli scossoni delle bordate sparate dai grossi calibri sulla sagoma del Norfolk intravista nella nebbia. Da allora, la Bismarck segue il Prinz Eugen, un fatto che sfugge in un primo tempo alla plancia della Hood.

Sulla Prince of Wales, i cannoni sono già puntati sulla nave giusta, cioè sulla Bismarck. Il comandante, capitano di vascello Johan Catteral Leach, ordina che i pezzi rimangano puntati su quella unità nonostante il segnale sbagliato della Hood.

Ore 0,52. Un minuto prima di aprire il fuoco, l’ammiraglio Holland si accorge dell’errore commesso ed ordina: «Cambio bersaglio a dritta!».

Ma le artiglierie di grosso calibro dell’ammiraglia, della sua nave, aprono ugualmente il fuoco sul Prinz Eugen!

Nel tempo di pochi minuti, gli inglesi commettono il secondo grave errore. Non solo non possono sparare bordate perché si stanno avvicinando ai tedeschi di prua, ma il fuoco dei pezzi viene disperso invece di essere concentrato sull’avversario più importante.

Le vampate dei grossi calibri inglesi e le altissime colonne d’acqua prodotte dall’impatto dei proiettili fanno capire ai tedeschi al di là di ogni dubbio che si trovano alle prese con due grandi navi da battaglia. Finalmente, alle 0,55, l’ammiraglio Lütjens consente di aprire il fuoco. La Bismarck e il Prinz Eugen concentrano il fuoco sulla Hood.

Ore 0,56. I primi proiettili da 203 millimetri colpiscono la nave inglese. Dal centro della Hood si alzano fiamme rosso-arancione.

Ore 0,59. L’ammiraglio Holland accosta per fare entrare in azione tutti i pezzi. I due colossi d’acciaio vomitanti ferro e fuoco distano ormai solo quindici chilometri l’uno dall’altro.

L'incrociatore da battaglia HMS Hood fotografato dalla corazzata HMS Prince of Wales.
L’incrociatore da battaglia HMS Hood fotografato dalla corazzata HMS Prince of Wales.

La Hood ha appena ultimato l’accostata quando un’intera salva della Bismarck copre l’incrociatore da battaglia inglese. Tutti coloro che assistono allo spettacolo trattengono il fiato. Tra il fumaiolo posteriore e l’albero della Hood erompe una ripida colonna di fuoco rovente. La fiammeggiante nube provocata dall’esplosione raggiunge varie centinaia di metri di altezza. Dopo pochi secondi, tutta la parte poppiera della nave è un blocco incandescente. Una grande massa oscura, probabilmente una delle torri di poppa, viene scagliata in aria dove descrive un grande semicerchio per cadere poi in mare.

Dal suo posto di comando sul Prinz Eugen, il capitano di vascello Helmuth Brinkmann esclama:

«A tutti: l’avversario di testa sta saltando in aria!».

Il capitano d vascello Leach, comandante della Prince of Wales, si accorge con raccapriccio che la poppa della Hood giace sul mare con le ordinate aperte come uno scheletro incandescente. Dopo essere stata colpita in pieno da un proiettile da 380 millimetri, la santabarbara di poppa, che conteneva centododici tonnellate di esplosivo, è saltata in aria!

La Prince of Wales corre il pericolo di una collisione con il relitto della nave ammiraglia. Le prime parole che Leach riesce a spiccicare ordinano alla nave di allontanarsi…

Ore 6,01. La Hood affonda. Con il comandante in capo, ammiraglio Holland. Con il suo comandante, capitano di vascello R. Kerr. E con millequattrocentosedici tra ufficiali, sottufficiali e comuni. Solo tre uomini sopravvivono alla catastrofe.

Nello stesso momento, le navi tedesche prendono di mira la seconda nave da battaglia inglese che credono la King George V perché la Prince of Wales, similmente alla tedesca Tirpitz, a detta di tutti non dovrebbe essere ancora operativa. Eppure, gli inglesi l’hanno mandata a combattere… con molti meccanici civili ancora a bordo. Le pesanti torri di prua e di poppa, provviste ognuna di quattro pezzi, danno grattacapi. In ogni torre, solo due delle quattro bocche da fuoco da 356 millimetri possono sparare contemporaneamente. E già dopo il primo colpo sparato contro la Bismarck, una delle bocche da fuoco di prua è in avaria.

Ore 6,02. La Prince of Wales è esposta al fuoco concentrtato ed accelerato delle artiglierie tedesche che sparano bene… la distanza è di quattordici chilometri. Il primo proiettile da 380 millimetri colpisce la nave da battaglia inglese all’altezza della gru usata per sollevare l’aereo di bordo. Le schegge della granata sforacchiano l’aereo che con il serbatoio di benzina ricolmo si trova sulla catapulta, pronto al lancio. Dato il pericolo di un incendio, l’apparecchio dev’essere catapultato immediatamente. Pochi secondi più tardi, l’aereo, un Walrus, si schianta nel mare.

Ore 6,03. Un proiettile colpisce in pieno la plancia della Prince of Wales. La granata perfora la corazza di protezione ed esplode all’interno. Gli ufficiali e i marinai, l’intero stato maggiore della nave, vengono scaraventati a terra e per la maggior parte uccisi dalle schegge. Quando il capitano di vascello Leach, dopo aver perso per un attimo i sensi, si rialza tutto frastornato, l’unico uomo rimasto vivo in plancia oltre a lui è il suo capo segnalatore. Tutt’intorno regnano la morte e la distruzione. La nave è stata colpita da altri proiettili di grosso calibro. Solo qualche pezzo isolato della Prince of Wales continua ancora a sparare…

Impressionato da ciò che è accaduto, il comandante Leach dà l’ordine di accostare in fuori e di sganciarsi. Spera di sottrarre la nave alla vista dell’avversario strapotente con una fumata artificiale. Solo due bocche da fuoco delle quattro della torre di poppa sono ancora in grado di sparare. Tutte le altre sono in avaria. Per fortuna, la distanza aumenta. Poi, gli inglesi si guardano in faccia. Non credono ai loro occhi…

I tedeschi rinunciano all’inseguimento! Continuano a procedere sulla rotta di prima alla stessa velocità invece di tentare di distruggere anche la seconda nave da battaglia veramente mal ridotta.

«Potrebbero liquidarci – dice il direttore di tiro al capitano di vascello Leach – invece se la squagliano…».

Vacci a capire qualcosa.

In base alle deposizioni rese dai superstiti della Bismarck, il comandante, capitano di vascello Ernest Lindemann, avrebbe chiesto insistentemente al comandante in capo della flotta di inseguire l’avversario e di continuare il combattimento. Lindemann è un artigliere. L’incredibile successo riportato con l’affondamento dello Hood lo entusiasma. Oggi, la sua nave è capace di tutto.

Ma l’ammiraglio Lütjens respinge la proposta. Il perché non lo sa dire nessuno, ormai, con certezza. Tre giorni più tardi, tutti gli ufficiali che possono aver partecipato a questa discussione colano a picco con la Bismarck. Nel frattempo, Lütjens non ha comunicato nulla sui motivi che lo hanno indotto a prendere questa decisione in alcuno dei numerosi e lunghi marconigrammi da lui spediti. Anche il tentativo di far salvare da un sommergibile il suo diario di guerra, suggerito dal comandante in capo della flotta, fallisce.

Resta così solo la supposizione che Lütjens abbia deciso di non inseguire la malconcia Prince of Wales, che stava rompendo il contatto, solo per seguire alla lettera le direttive di Raeder.

Il compito principale della flotta è la lotta contro le vie di rifornimento sugli oceani, non l’affondamento di navi da battaglia!

La situazione ha subito un radicale cambiamento da un giorno all’altro. La penetrazione alla chetichella nell’Atlantico non è riuscita. Il combattimento imposto ai tedeschi dagli inglesi all’attacco si è concluso in breve tempo e con punte altamente drammatiche con un successo per la marina del Reich. Non solo: esiste la possibilità di coronarlo con un’altra vittoria.

Ma tutto ciò non è sufficiente per scardinare l’ordine d’operazione emanato dal comando operazioni navali. Lütjens, «questa roccia di bronzo», soggiace all’incantesimo dell’ordine. Il comandante in capo della flotta è talmente ossessionato dal sogno strategico del Comando operazioni navali da non essere più capace di rendersi conto del vero compito, quello di sfruttare con acume tattico la situazione in atto per trarne i maggiori vantaggi possibili. La tragedia di Lütjens consiste nell’insanabile contraddizione tra la sua personale valutazione della situazione e l’obbedienza all’ordine ricevuto. L’ammiraglio è fermamente convinto che dovrà sacrificarsi «prima o poi». E quando ciò dovrà accadere, lo farà ubbidendo agli ordini ricevuti, senza sgarrare di un niente.

Ci sono, tuttavia, due altri importante elementi che vanno tenuti presenti per spiegarsi il contegno del comandante tedesco subito dopo l’affondamento dello Hood e il mancato inseguimento della Prince of Wales.

Il primo è che la Bismarck, nel corso del combattimento, aveva incassato tre colpi, uno dei quali aveva perforato due serbatoi di nafta a prua. La perdita di nafta, in sé, non era grave; ma dietro i serbatoi colpiti ve n’erano altri, con ben 1.000 tonnellate di combustibile, i quali – ora – non erano più accessibili. Ciò significava che la corazzata tedesca si trovava già a dover fare i conti con una preoccupante scarsità di combustibile.

Il secondo elemento da tener presente è che Lütjens, la sera del 24 maggio, aveva deciso di proseguire da solo, ordinando al Prinz Eugen di allontanarsi e di proseguire in modo autonomo la sua crociera, sempre puntando ad attaccare il traffico mercantile alleato. Quanto alla Bismarck, egli in un primo tempo aveva pensato di trascinare i propri inseguitori verso una formazione di U-Boot verso le coste francesi; poi, avendo subito, verso la mezzanotte, l’attacco di nove aerosiluranti Swordfish decollati dalla Victorious, uno dei quali riuscì a piazzare un siluro al centro della corazzata nemica. Pur non avendo provocato danni apprezzabili, sembra che questo episodio abbia turbato non poco Lütjens, inducendolo a modificare di nuovo i suoi piani. Riununciando alla trappola con i sommergibili, egli volse decisamente la prua a sud-est, facendo rotta verso St. Nazaire. Non sperava più, ormai, di scrollarsi di dosso i suoi inseguitori (che, invece, avevano lasciato filar via il Prinz Eugen) ed era in ansia per la scarsità di nafta. Non sapeva che, l’indomani, gli Inglesi avrebbero perso il contatto radar.

Un errore forse decisivo, tuttavia, viene commesso da Lütjens allorché questi invia a Berlino, ripetutamente, un lungo marconigramma, che permette alla muta degli inseguitori di localizzarne di nuovo la posizione e di apprendere che la Bismarck ha cambiato rotta, dirigendosi verso il Golfo di Biscaglia.

I tre giorni successivi alla battaglia in cui lo Hood, una delle navi da guerra più potenti della Royal Navy, è stato letteralmente polverizzato in soli venti minuti, sono fra i più drammatici dell’intera storia del secondo conflitto mondiale sui mari.

L’opinione pubblica inglese è rimasta scioccata dalla notizia; l’ammiraglio Tovey si affretta a serrare le distanze con tutte le navi disponibili; Churchill, da parte sua, flemmatico e cinico come sempre, commenta lapidariamente: «Abbiamo perduto lo Hood, ma ormai teniamo in pugno la Bismarck: è soltanto questione di ore».

Ciononostante, per un momento, l’Ammiragliato britannico cade in preda al panico quando sembra che tutte le sue unità abbiano perso il contatto con la squadra di Lütjens. Fin dalle tre del mattino del 25 maggio – il giorno dopo, infatti, il Suffolk non «vede» più la sagoma delle navi nemiche sul proprio schermo radar.

Soltanto il mattino successivo, alle 10,30 del 26 maggio, il sottotenente pilota inglese Briggs, a bordo del suo idrovolante Catalina del comando costiero dell’Irlanda settentrionale, avvista la Bismarck e ne dà comunicazione ai suoi superiori.

Dalla portaerei Ark Royal, che si sta avvicinando a tutto vapore da sud-est, decollano, alle 14,50, quindici aerosiluranti che avvistano, invece della Bismarck, l’incrociatore Sheffield, scambiandolo per la corazzata tedesca e attaccandolo. Per fortuna degli Inglesi, nessuno dei siluri sganciati dallo stormo va a segno.

In serata, alle 19,00, armati di nuovi siluri, gli apparecchi britannici si levano in volo per la seconda volta e, finalmente, inquadrano l’obiettivi giusto. Un solo siluro colpisce la Bismarck al centro e il timone ne risulta danneggiato. A partire da quel momento il destino del gigante del mare, impossibilitato a tenere la rotta, è irrimediabilmente segnato.

Alle 23,42 i cacciatorpediniere Sikh, Zulu, Maori, Coossak e Piorun hanno già circondato la Bismarck e iniziano il lancio di siluri. Ha così inizio l’ultima battaglia della corazzata tedesca, che si concluderà, alle 10,40 del mattino successivo, 27 maggio, compreso l’ammiraglio Lütjens; i superstiti saranno appena 115.

Ma, per finire il colosso, la Marina britannica ha dovuto mobilitare circa metà della sua forza complessiva e ha fatto in modo di intercettare tutte le possibili vie di fuga del nemico. In Gran Bretagna, per opera di Churchill, questa fase finale delle operazioni contro la Bismarck è stata vissuta, e presentata al pubblico, come una sorta di «punizione» o di «vendetta» per l’affondamento della Hood.

Per la prima volta dai tempi di Coronel e della tragica fine dell’ammiraglio Cradock ad opera della squadra di von Spee, nel novembre del 1914, l’indiscussa supremazia britannica sugli oceani era stata messa in discussione. La reazione della Home Fleet, pertanto, va interpretata non solo come una risposta militare alla distruzione di un potente incrociatore da battaglia, ma anche come una risposta politica e propagandistica al guanto di sfida che la corazzata tedesca aveva osato lanciare alla assoluta supremazia britannica sui mari del mondo. La distruzione dello Hood, infatti, era stata vissuta come una specie di assassinio e la Bismarck, da quel momento, era stata descritta come uno spietato killer dei mari, non come un avversario audace e valoroso.

Le ultime fasi della crociera e della drammatica fine della nave germanica sono state così raccontate da Ludovic Kennedy nel suo celebre libro Caccia alla «Bismarck» (titolo originale: Pursuit, 1974; traduzione italiana di Franco Lenzi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1977, 1978, pp. 226-31):

La Bismarck costituiva una minaccia che doveva essere eliminata, [gli Inglesi] lo sapevano, una creatura che avrebbe tagliato le arterie che tenevano in vita il loro paese. E perfino vederla adesso,circondata da nemici da ogni parte, soverchiata dal numero e dalla potenza di fuoco, non era un bello spettacolo. Dopotutto era una nave, forse la più elegante che avessero mai visto, e le navi erano il loro mezzo di sussistenza e la ragione della loro vita. Mentre osservavano i proiettili delle corazzate e degli incrociatori che la devastavano, pensavano al suo equipaggio, marinai come loro. «Non riuscivamo a capire cosa potesse accadere all’interno di quella nave,» disse George Whalley,«i suoi cannoni fracassati, la nave piena di fiamme, la sua gente colpita; certamente tutti gli uomini si comportano allo stesso modo quando sono feriti». I due cacciatorpediniere rimasero sul posto fin quasi alla fine, nella speranza che Tovey ordinasse loro di andare all’attacco e lanciare i siluri, tremendamente delusi quando questi non lo fece (un ufficiale del Tartar che possedeva forse l’unica macchina da presa di tutta la flotta covava la speranza di filmare la Bismarck da vicino). Ma la situazione della nafta era grave, erano già rimasti in zona più a lungo di quello che pensavano. Le bandiere salirono sul pennone del Tartar ed entrambe le navi virarono di bordo e si misero in rotta a 15 nodi per Londonderry.

Ora la Rodney si trovava a sole 4 miglia dal nemico e in avvicinamento, e così la Bismarck diresse nuovamente il fuoco su di lei. In un locale prodiero della Rodney, molto in basso, più di 6 metri sotto la linea di galleggiamento, il capo Pollard e i suoi uomini stavano ricaricando i tubi lanciasiluri della nave. Avevano lanciato sei siluri durante la corsa verso sud, tutti senza successo, e ora si stavano preparando a lanciarne ancora. Come nelle altre parti della nave, anche questo locale aveva subito molti danni per lo spostamento d’aria provocato dai suoi stessi cannoni, il sistema di illuminazione principale era andato fuori uso e l’acqua fluiva da una tubatura spaccata; stavano lavorando con tre fioche luci d’emergenza e con un paio di torce elettriche. Sotto alla linea di galleggiamento l’esplosione dei proiettili della Bismarck veniva enormemente accresciuta ed essi sapevano che, se il ponte sopra le loro teste fosse stato colpito e il portello di accesso al locale deformato, ci sarebbero state poche probabilità di riuscire a mettersi in salvo. Improvvisamente le loro orecchie furono assordate da un rumore simile al rombo di un tuono: sembrò che la camera di lancio si sollevasse e ricadesse. Un proiettile della Bismarck era caduto nelle immediate vicinanze del mascone di dritta, aveva bloccato il cappello del tubo lanciasiluri di dritta, rendendolo inservibile. Questo fu il colpo più vicino messo a segno dalla Bismarck, poi il suo tiro cominciò a diminuire rapidamente. Non più disturbate dai gas o dal fumo della cordite, le corazzate britanniche accorciavano le distanze e le rovesciarono addosso salva su salva: anche il Norfolk stava mantenendo un fuoco regolare da levante, mentre a sud-ovest il Dorsetshire, che in precedenza aveva cessato il fuoco per la confusione provocata dalle innumerevoli colonne d’acqua sollevate dai colpi in arrivo, lo riprese anch’esso.

Osservando il nemico da vicino, era ora possibile vedere qualcosa dei danni provocati. L’impianto idraulico che serviva la torre A doveva essere stato distrutto, i suoi due pezzi da 380 erano rimasti alla massima depressione, «piegati – disse qualcuno – come fiori appassiti». La parte posteriore della torre B era stata scaraventata fori bordo e uno dei suoi cannoni, simile a un dito gigantesco, era puntato scompostamente come quello di un ubriaco verso il cielo. Nella torre poppiera una canna era esplosa, lasciando un troncone che ricordava una canna sbucciata. La centrale di tiro principale era in pezzi e metà dell’albero prodiero era caduta fuori bordo.

La Bismarck colpita.
La Bismarck colpita.

All’interno dello scafo le fiamme guizzavano in una mezza dozzina di posti, il tiro dei pochi pezzi in azione era sempre più impreciso e intermittente. Ora riusciva a malapena a spostarsi lentamente sull’acqua per evitare i sommergibili che, come l’Ammiragliato aveva garantito, si stavano radunando. Dalrymple-Hamilton si trovò costretto a zigzagare davanti alla prua, sparando bordate alternativamente da sinistra e da dritta. La distanza era inferiore alle 4 miglia e in ulteriore diminuzione, così che il capitano Teek, capo della torre X equipaggiata dai Royal Marines, vide che la culatta del suo cannone, che aveva cominciato l’azione molto bassa, quasi vicina alla coperta, era ora salita fino al cielo della torre. A un certo punto i cannoni più prodieri erano così brandeggiati verso poppa che lo spostamento d’aria portòvia l’elmetto dalla testa del capitano Coppinger scagliandolo addosso a un segnalatore e fece volar via il suo taccuino (che in seguito fu ritrovato in coperta a poppa). Alla distanza di 3 miglia e mezzo la Rodney lanciò altri due siluri con il tubo di sinistra intatto, ma nessuno andò a segno. E ancora, poiché sulla Bismarck c’era vita e la bandiera sventolava, i grossi proiettili continuarono a venire scagliati dentro di lei.

«Non posso dire che questa parte della faccenda mi abbia fatto molto piacere – disse Dalrympole-Hamilton – ma non vedo cosa altro avrei potuto fare». Intanto la King George V stava subendo gli stessi «disturbi della dentizione» che avevano così colpito la Prince of Wales nel canale di Danimarca. Uno dopo l’altro i pezzi del suo calibro principale rivelarono difetti, finché a un certo punto la loro efficienza scese al 20%. Sul momento la gente era troppo impegnata a ripararli per pensarci, ma in seguito provarono un brivido di paura pensando a cosa sarebbe potuto accadere se avessero incontrato la Bismarck da soli.

Fortunatamente ora poteva entrare in azione anche l’armamento secondario e ben presto piazzò salve a cavallo. A Tovey sembrava incredibile che una nave potesse subire una punizione del genere ed essere ancora a galla. Era anche preoccupato per la mancanza di nafta e calcolava quanto a lungo sarebbe ancora potuto rimanere sul posto. «Qualcuno mi porti le mie freccette!» disse esasperato. «Vediamo un po’ se riusciamo ad affondarla con quelle!».

Alle 10 la Bismarck non era che un relitto ridotto a mal partito e in fiamme, le artiglierie contorte o ridotte al silenzio, piena di enormi squarci nelle fiancate e sulle sovrastrutture attraverso i quali ardevano e guizzavano le fiamme, fumo grigio che scaturiva da un centinaio di spaccature e fessure e che veniva portato via dal vento, molto sbandata a sinistra; ma al trinchetto l’insegna del suo ammiraglio e all’albero maestro la bandiera navale germanica sventolavano ancora orgogliosamente. Dalle navi britanniche la guardavano con sgomento e ammirazione, sgomento perché una nave così bella era stata ridotta in quelle condizioni, ammirazione per il suo equipaggio che aveva combattuto così valorosamente fino alla fine.

«Prego Iddio di non dover mai sapere» disse Guernsey, facendo eco a George Whaley «cosa facevano quei proiettili quando esplodevano all’interno dello scafo». Era un pensiero condiviso quel giorno da molti marinai, un pensiero manifestato raramente dagli aviatori che riducono in cenere le città o dai soldati a proposito di quelli che uccidono dentro i carri armati. Mentre guardavano, la nave inanimata prese vita – il nemico nel suo aspetto umano, un piccolo rivoletto di figure che correva verso poppa lungo la coperta della Bismarck , scavalcava la battagliola e si gettava in mare, incapace di resistere più a lungo nell’inferno di bordo, preferendo, come le talpe artiche, la morte nel mare freddo e benevolo. E subito dopo le navi britanniche cessarono il fuoco, perché la Bismarck non minacciava più nessuno e la sua esistenza era quasi alla fine.

L’ammiraglio Somerville, appena oltre l’orizzonte meridionale, con Ark Royal, Sheffield e Renown (i cui equipaggi erano desolati per non aver potuto partecipare alla battaglia), era stato in ascolto del rombo delle artiglierie durante l’ultima ora. Alle 9,30 l’Ark Royal aveva fatto decollare dodici Swordfish per lanciare un ultimo attacco silurante contro il nemico, ma gli aerei arrivarono quando la battaglia era al culmine e se ne tennero bene alla larga.

Ora il cannoneggiamento era finito. Somerville era ansioso di avere notizie, inviò un messaggio a Tovey per chiedere se aveva spacciato il nemico. La risposta fu sorprendente: la Bismarck era ancora a galla. Tovey non era riuscito ad affondarla con il fuoco dell’artiglieria, anzi era in procinto di interrompere l’azione per la scarsità di nafta e rientrare in patria. In realtà, per Tovey non c’era nient’altro da fare. Che la Bismarck affondasse subito o più tardi eraindifferente: ormai era certo che non sarebbe più rientrata in porto. Si era già trattenuto dieci ore in più di quello che, secondo i suoi calcoli, gli sarebbe stato permesso dalla nafta che aveva e gli U-Boote sarebbero presto arrivati sulla scena, se non c’erano già. Segnalò alla Rodney di prendere posizione di poppa e diede ordine a Patterson di condurre in patria la nave ammiraglia. Mentre si allontanava fece un segnale a tutte le navi riunite: «Tutte le navi in possesso di siluri si avvicinino alla Bismarck e la silurino».

Il Tartar e il Mashona erano già in rotta verso casa, le navi di Vian avevano già lanciato tutti i loro siluri, come avevano fatto il Norfolk e la Rodney (lanciando i suoi ultimi due al termine dell’azione aveva rivendicato un colpo a segno, cosa che, se vera, sarebbe stato l’unico caso nella storia di una corazzata che ne silura un’altra). Solo una nave, il Dorsetshire , aveva ancora siluri e quando il messaggio di Tovey la raggiunse il comandante Martin lo aveva già prevenuto. Avvicinatosi fino a un miglio e mezzo dal traverso di dritta della Bismarck, lanciò due siluri che colpirono entrambi. Quindi le girò intorno portandosi dall’altra parte e, a poco più di un miglio, ne lanciò un altro che andò a segno. E ora, lontano, sulla King George V a mezza strada verso l’orizzonte, Tovey vide attraverso il binocolo la grande nave abbattersi lentamente a sinistra, fino a che il suo fumaiolo si trovò al livello dell’acqua, e continuare ad abbattersi finché non fu completamente capovolta. Ricordandosid dello Jutland e del Wiesbaden in affondamento, stava già formulando mentalmente le parole del suo dispaccio ufficiale: «La nave ha condotto uno dei più coraggiosi combattimenti contro una schiacciante superiorità di forze, degna dei vecchi tempi della marina imperiale germanica». La poppa si immerse sotto la superficie dell’acqua, poi fu la volta della chiglia: la grande prua svasata fu l’ultima a scomparire. Tutto quello che rimase da vedere dove era stata la Bismarck furono centinaia di uomini nel salvagente che nuotavano nella nafta e nell’acqua.

Per finire il colosso tedesco, è stato necessario metterlo sotto il tiro incrociato di tre grandi unità: Rodney, King George V e Norfolk, e bersagliarlo con una quantità di siluri. Resta da dire che il comandate del Prinz Eugen, Brinkmann (anche a causa di una errata informazione trasmessagli da un sommergibile italiano, secondo cui ben cinque grosse unità da guerra inglesi si troverebbero nella zona), decide di disobbedire agli ordini di Lütjens e dell’Ammiragliato di Berlino e interrompe la sua crociera nel nord Atlantico, rientrando a Brest il 1°giugno.

L’operazione Rheinübung è, così, terminata.

* * *

Tratto, con il gentile consenso dell’Autore, dal sito Arianna Editrice.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

5 Risposte

  1. raffaele perini
    | Rispondi

    articolo e recensione molto belli e oieni di qualità narrative. Posso soko aggiungere
    che con la marina Britannica, in altre occasioni ed altri teatri bellici, e quella
    statunitense cìera poco da fare. Non per nulla per circa tre secoli hanno dominato
    il mondo.

  2. alfredo
    | Rispondi

    Relazione informatissima,da esperto navale, con una prosa avvincente ed emozionante.Bravo, Signor Francesco Lamendola, glielo dice uno che è appassioonato alle vicende della Seconda Guerra Mondiale.
    Alfredo Casalgrandi-Insegnante in pensione.(Disegno e Storia dell’Arte)

  3. Pier Giorgio
    | Rispondi

    Conoscevo già la storia della Bismarck e con questa relazione ho ampliato la mia conoscenza: un reverente pensiero a tutti marinai caduti in quello scontro fra giganti.

  4. Kishore Candio
    | Rispondi

    Splendida e documentatissima narrazione! Complimenti. Solo un piccolo lapsus o refuso di stampa: la foto 2 mostra la poppa e non la prua.

  5. Pier Giorgio
    | Rispondi

    Grazie per le altre notizie molto interessanti sulla distruzione della Bismarck

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