Il fascismo internazionale

A distanza di tanti decenni dalla sua fine storica, il Fascismo è ancora al centro di studi. Nella sua vicenda si analizza la convulsione dell’epoca moderna. In generale, esso viene visto come una tipica espressione della cultura europea. Lo studioso berlinese Arnd Bauerkämper, esperto nella destra britannica, nel suo recente libro Il fascismo in Europa 1918-1945 pubblicato dalla casa editrice Ombre Corte di Verona, ricorda che il Fascismo è stato per lo più studiato come categoria generale europea. Si può parlare del Fascismo non come di un caso nazionale specificatamente italiano, ma come di un caso transnazionale, che ha più o meno interessato tutte le aree del nostro continente.

Avendo alcuni elementi di base ricorrenti in tutti i casi, il Fascismo fu all’epoca percepito e viene oggi studiato come un insieme organico e omogeneo. Fondato sulla modernità. Indipendentemente dalle sue opzioni ideologiche, che in alcuni casi – pensiamo ai movimenti nazionalpopolari dell’Est europeo – erano fortemente conservatrici e anti-industrialiste, il Fascismo veicolò innovazione. «Nella storiografia moderna – afferma l’autore – il fascismo non viene più interpretato come una regressione o una deviazione dalla modernità, ma come espressione della sua ambivalenza e contraddittorietà». Questo spiega che, ormai, gli storici di tutte le tendenze sono concordi nell’assegnare al Fascismo un ruolo attivo nell’interpretazione dell’epoca moderna, creando una sua formula originale e alternativa a quelle esistenti, e che più nessuno si avventura a scrivere che il Fascismo fu anti-moderno perché reazionario, oscurantista o altre amenità di antico conio marxisteggiante.

Difatti, sin dalle prime pagine, in cui Bauerkämper ripercorre le varie scuole che hanno cercato di dare una formula unitaria al fenomeno storico più dirompente del XX secolo, si legge la ormai classica lettura che George L. Mosse dette del Fascismo: «una rivoluzione culturale nella tradizione del giacobinismo francese». È noto che il Fascismo, in quanto moderno interprete del ruolo e delle aspettative delle masse, in quanto organizzatore di un nuovo modello di Stato totale e di mobilitazione del popolo, viene giudicato un prodotto delle tecniche di potere e di militanza che l’Europa ha per la prima volta conosciuto proprio in occasione della Rivoluzione francese. La stessa composizione sociale dei membri dei vari movimenti fascisti europei, un tempo assegnata per forza ai ceti possidenti o a quelli medi o al sottoproletariato, oggi viene meglio precisata e, senza concedere più nulla alla propaganda ideologica dei tempi andati, è riconosciuta per quello che realmente è stata. La base sociale del Fascismo fu in tutta Europa interclassista. Tutti i ranghi sociali erano rappresentati e non ci fu un capolavoro di manipolazione del consenso, ma un’attiva e cosciente partecipazione: «Nei loro lavori ampiamente documentati, gli storici hanno mostrato come gli aderenti ai movimenti fascisti non fossero affatto manipolati e come anche tra gli elettori l’influsso della propaganda fosse limitato. Inoltre le organizzazioni fasciste riuscirono ad attrarre non solo gli esponenti dei ceti medi declassati, ma conquistarono sostenitori tra tutti i gruppi sociali…».

Se pensiamo alla grande varietà di situazioni storiche, geografiche e sociali in cui i movimenti fascisti si trovarono ad agire, appare abbastanza sorprendente che si riesca a individuare un comune denominatore. Come affermò qualche anno fa lo storico Stanley G. Payne, il Fascismo fu il risultato di storie nazionali particolari combinate con un’ideologia accomunante: «Il fascismo fu, come hanno spiegato Nolte, Mosse, Weber e Griffin, un nuovo fenomeno epocale rivoluzionario, con un’ideologia e un particolare assemblaggio di rivendicazioni proprie». Utilizzo di moderne tecniche comunicative, chiamata alla collaborazione attiva del popolo, integrazione delle masse nello Stato… questo si sposava a un nazionalismo radicale, al culto della Patria e delle radici etniche. Inoltre, come sostanza del pensiero sociale, troviamo l’idea corporativa. A Nord come a Sud, nelle aree sviluppate come in quelle arretrate, l’ideale della promozione sociale e della nobiltà del lavoro sembra essere stata una costante del Fascismo europeo in tutte le sue manifestazioni, dalle più dinamiche (il nazionalsocialismo tedesco, il Fascismo inglese e francese) a quelle più conservatrici (i casi portoghese, spagnolo, rumeno).

Bauerkämper fa esplicito riferimento a questo dato: la socializzazione del popolo è la costante fascista. Il metodo corporativo la sua connotazione. Ad esempio, la British Union of Fascists di Oswald Mosley aveva tra i suoi cardini «l’ideale dell’integrazione sociale» non meno del Parti Populaire Français di Jacques Doriot, del Rassemblement National Populaire di Marcel Déat, del Nationaal-Socialistische Beweging dell’olandese Anton Mussert, oppure del movimento finlandese Lapua, di quello norvegese di Quisling, etc. L’ungarismo espresso dalle Croci Frecciate di Ferenc Szàlasi era corporativista, il suo “socialismo nazionale” era anticapitalistico, difensore della proprietà privata, ma statalista in economia, e questa traccia la si ritrova nella Falange di José Antonio de Rivera, incentrata sulla concezione sindacalista e sulla limitazione dei poteri dei datori di lavoro… così come il volontariato sociale non era solo appannaggio del Servizio del Lavoro tedesco: basta pensare alla Guardia di Ferro di Corneliu Zelea Codreanu, i cui membri aiutavano i contadini nei campi, costruivano case, prestavano il loro lavoro nei cantieri, secondo quella concezione “lavorista” e di “progetto sociale” che caratterizzò, chi più chi meno, tutti i movimenti fascisti europei.

E, del resto, se la Croix de Feu del colonnello La Rocque aveva una base operaia, la Legione dell’Arcangelo Michele era per lo più contadina: e il Fascismo italiano e quello tedesco, lungi dall’essere una “dittatura del ceto medio”, mietevano consensi in alto e in basso, tra i conservatori così come tra i più radicali rivoluzionari. Grande segreto del Fascismo, questo, di saper catalizzare le posizioni più diverse. Un segreto attorno al quale si sono arrovellati a lungo gli storici. Nulla di più semplice, in realtà: un’ideologia dell’integrazione e della promozione totalitaria del popolo non lascia indietro nessuno, non ha una classe di riferimento, il suo bacino essendo per definizione tutto il popolo e non solo alcuni suoi gruppi di interesse. Tutti questi movimenti avevano in mente la promozione di avanguardie uscite dal merito, e non dalla classe sociale di provenienza: ciò che – da Bottai ai teorici tedeschi di uno “Stato dei tecnici” – era l’idea di «una nuova gerarchia sociale fondata sulla funzione piuttosto che sulla condizione sociale». E questo è, in buona sostanza, il nocciolo del “socialismo” fascista: promozione di una socialità avanzata, politiche anticipatrici in materia di assistenza e sicurezza del lavoro, e poi larga possibilità di avanzamento sociale per i migliori. Questi basamenti sono osservabili ovunque nei programmi, e spesso nelle realizzazioni, dei fascismi europei. Certo, l’anticapitalismo dei nazionalsocialisti e il loro Stato sociale furono la punta di diamante di questo processo. Come ha scritto Payne, «il capitalismo tedesco godette di più autonomia durante la democrazia liberale sia prima che dopo Hitler», eppure anche in tutti gli altri contesti si ritrova il medesimo orientamento: lotta ai vecchi modelli conservatori e creazione dell’uomo nuovo, da ottenersi con una socialità di integrazione radicale e totale.

Il Fascismo italiano è quello archetipico: di qui partì un progetto mai prima concepito di assemblaggio del nazionalismo con il socialismo, secondo la divinazione di Sorel. L’avvento poi del Nazionalsocialismo al potere, col suo dinamismo e il suo potere di seduzione irraggiante, impresse a tutti i movimenti nazionalpopolari europei una spinta decisiva. Il radicalizzarsi di certe prese di posizione dei fascismi europei nella seconda metà degli anni Trenta è stato anche visto – ad esempio dal massimo esperto in materia, Stuart J. Woolf – come il risultato dell’aggressività internazionale del bolscevismo, passato, con la politica dei “fronti popolari” e poi con la guerra di Spagna, a una politica minacciosa: «il fascismo di tutto il mondo si sentì chiamato a una sfida dall’internazionalismo bolscevico». Attenzione, quindi, alle generiche criminalizzazioni. Anche sul terreno internazionale, accadde dunque, a detta dei massimi storici, ciò che Nolte individuò nel caso tedesco: il radicalismo fascista come risposta eguale e contraria al radicalismo comunista.

Ma è esistita una “universalità” fascista? Si ebbe un solidarismo internazionale tra i vari fascismi nazionali? Se il Fascismo come formula politica fu un’invenzione italiana, il Fascismo internazionalista ebbe del pari matrice italiana: se nel 1925 esistevano partiti che si dichiaravano fascisti in una quarantina di Stati, pochi anni dopo “l’internazionale delle camicie nere” poteva dirsi una realtà di fatto: dai Comitati per l’Universalità di Roma di Asvero Gravelli, al convegno Volta del 1932, si poterono vedere rumeni, valloni, inglesi, francesi, irlandesi, tedeschi e italiani gettare le basi di una comune politica.

Esistevano contatti, rapporti, aiuti. Furono redatti manifesti che testimoniano di una volontà comune, che stemperava i nazionalismi dando vita a un nazionalismo transnazionale, europeo. Come ad esempio la Nota sull’unione dei popoli germanici stesa da Mussert nel 1940, e di cui ha parlato Yves Durand nel suo libro sul Nuovo Ordine Europeo: il Vecchio Continente saldato nelle sue due anime, germanica e latina. Ma lo scoppio della guerra modificò questi rapporti, traumatizzando tutti gli schieramenti con il perverso meccanismo del “collaborazionismo”. Rimase però un mito che parlava della dimensione mondiale del fenomeno fascista. Esteso non da ultimo al Sud America o al Medio Oriente, in qualità di parola di risveglio nazionale e sociale di tutti i popoli oppressi. Un “terzomondismo” di marca fascista su cui Payne ha scritto parole chiare e troppo spesso ignorate: «si dovrebbe sottolineare che, durante la seconda guerra mondiale, la promozione dei movimenti di liberazione nazionale tra le colonie e le minoranze di tutto il mondo era opera quasi esclusiva delle potenze dell’Asse». Questo, tanto per chiarire che il “Male” non è mai assoluto.

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Tratto da Linea del 26 giugno 2009.

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