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Gli dei mostruosi venuti dallo spazio. Letture e riflessioni sull’opera di H.P. Lovecraft

13 maggio 2009 (09:11) | Autore:

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HPL (Providence, 20 agosto 1890 – 15 marzo 1937)

HPL (Providence, 20 agosto 1890 – 15 marzo 1937)

Esistenza strana, crepuscolare, anzi notturna quella dello scrittore Howard Phillips Lovecraft, nato a Providence, nel Rohode Island, nel 1890 e morto presso il Jane Brown Memorial Hospital della sua città natale nel marzo del 1937, per un tumore all’intestino in fase avanzata, pochi giorni dopo il ricovero d’urgenza.

Due genitori non precisamente equilibrati, visto che il padre, Winfield Scott (rappresentante di commercio), dopo una serie di gravi disturbi psichici, viene definitivamente interdetto e ricoverato in manicomio quando il bimbo ha soli tre anni (morirà poi nel 1898, senza mai più riacquistare la ragione); e che la madre, Sarah Susan Phillips, lo soffoca con le sue cure ansiose ed eccessive.

Trasferitosi nella casa dei nonni, il bambino vi frequenta la ricca biblioteca e si forma, da autodidatta, una profonda ed eclettica cultura che spazia dalla letteratura e dalla filosofia alle scienze, specialmente chimica ed astronomia, tanto da allestire un proprio laboratorio chimico e da redigere dei bollettini scientifici, nel tempo stesso in cui si cimenta con i primi racconti e con le prime composizioni poetiche.

Ancora più infelice di Leopardi, forse anche a causa dello studio matto e disperatissimo comincia a soffrire di esaurimenti nervosi dall’età di soli dieci anni; a quindici anni batte la testa in seguito a una caduta e, da quel momento, comincia a soffrire di terribili mal di testa, che lo perseguiteranno tutta la vita.

Come aspirante scrittore, il suo modello è (come per l’altro grande scrittore americano dell’inquietudine, Ambrose Bierce) il Settecento inglese: di quel periodo sono gli autori preferiti che, sotto la guida del nonno, “scopre” nella biblioteca di casa Phillips; e da essi acquisirà quel caratteristico stile arcaicizzante (più marcato nell’epistolario, ma rintracciabile anche nei racconti e nei romanzi della maturità) sul quale egli stesso, talvolta, scherzava (possediamo, ad esempio, un ironico autoritratto che lo raffigura immerso nelle carte, in costume settecentesco e con tanto di parrucca incipriata).

Dall’età di sedici anni collabora regolarmente con importanti riviste di astronomia, facendosi notare per la sua preparazione e per la sua acutezza di studioso (sostiene, ad esempio, l’esistenza del pianeta Plutone, intuito da alcuni astronomi e in particolare da Percival Lowell, ma non osservato direttamente fino al 1930); scrive anche un manuale di chimica inorganica, che andrà perduto; e sembra collocarsi sul versante rigidamente empirista e positivista della ricerca scientifica, prendendo più volte a bersaglio la “ciarlataneria” delle previsioni astrologiche.

Dai diciotto anni cessa di frequentare il liceo, più che mai imprigionato dalla madre (per influsso della quale brucia tutti i suoi racconti giovanili) sotto una campana di vetro. In compenso, incomincia a effettuare gite ed escursioni in luoghi remoti e isolati della Nuova Inghilterra, alla ricerca di antichi insediamenti e di “tracce” di perdute, misteriose civiltà che faranno da sfondo a molte sue opere successive.

Il Necronomicon. Storia di un libro che non c'è. Vol. ILa sua formazione culturale, pertanto, risente di un duplice e contrastante influsso: quello scientista e materialista, che lo porta a concepire l’idea di un universo meccanicistico, dominato da leggi matematiche e totalmente chiuso all’idea del trascendente; e una vena sognatrice, fantastica, “romantica”, che lo spinge a scrivere versi (per qualche anno riterrà quella la sua vera vocazione di scrittore) e a vivere di sogni e fantasie circa un mondo lontano nel tempo (a cominciare dall’amato Settecento inglese) e nello spazio (immaginando una realtà di universi paralleli che talvolta entrano casualmente in contatto con il nostro, e popolati da un vero e proprio Pantheon di divinità mostruose e minacciose, sempre pronte ad invadere la nostra dimensione.

Queste divinità, anzi, avevano dominato la Terra in tempi immemorabili (in illo tempore, direbbe lo storico delle religioni Mircea Eliade, ossia in un tempo mitico, preistorico nel senso di anteriore alla storia a noi nota) ed ora sono sul punto di ritornarvi, evocati mediante sacrileghi riti da una parte dell’umanità, quella formata dai discendenti di innominabili incroci che avvennero fra umani ed extraterrestri.

E qui il pensiero non può non tornare a quel misterioso e inquietante passo dell’Antico Testamento (Genesi, VI, 1-4): “Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla Terra e nacquero loro figli, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero… C’erano i giganti sulla terra a quel tempo – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi.”

Nel 1913 viene notato dal direttore di una rivista amatoriale di narrativa ed entra così nel circuito letterario, anche se ci vorranno ancora dieci anni perché incominci veramente a “sfondare”. Nel 1923, infatti, pubblica il racconto Dagon sul mensile dell’orrido Weird Tales, che poco dopo gli offrirà addirittura la direzione; ma Lovecraft rifiuterà, non volendo trasferirsi a Chicago, ove ha sede la rivista. Molti suoi racconti vengono pubblicati a nome di facoltosi e ambiziosi dilettanti (tra i quali il famoso prestigiatore e illusionista Harry Houdini): infatti dal 1911, a causa di un tracollo finanziario, la famiglia di Lovecraft è ridotta in povertà, e lo scrittore non uscirà mai più dalle strettezze economiche. Scrivere racconti che altri firmeranno è un modo di sopravvivere; questo, però, dopo la sua morte darà luogo a una grave difficoltà filologica: quella di identificare i racconti da lui interamente scritti, ma non firmati; quelli scritti a quattro mani con altri autori; quelli, infine, ai quali egli ha fornito lo spunto, la trama, alcuni elementi narrativi; e di separarli da un gran numero di racconti spuri che, come è accaduto anche ad autori altrettanto schivi ma assai più grandi di lui (si pensi a Virgilio, ad esempio, e alla questione dell’Appendix vergiliana) subito incominciarono a girare con la sua firma, ma che in realtà nulla hanno a che fare con il “solitario di Providence”).

Intanto, Lovecraft fa il suo primo e unico tentativo di crearsi un’esistenza indipendente. Mortagli la madre nel 1921, era rimasto a vivere con le zie materne. Nel corso di una riunione di scrittori, aveva conosciuto una giovane ebrea di origine russa, vedova e di sette anni più grande di lui; e, nel 1924, l’aveva spostata, trasferendosi nell’appartamento di lei a New York, nel quartiere di Brooklyn. Tentativo piuttosto goffo e di breve durata, reso ancor più difficile dal trasferimento nella megalopoli caotica e tentacolare (che tanto colpirà il Garcìa Lorca di Poeta en Nueva York) e dal distacco dalla sua amatissima Providence e dal “profumo” arcaico del New England.

Il Necronomicon. Storia di un libro che non c'è. Vol. IIn capo a due anni, Lovecraft lascia New York e la moglie e se ne torna a Providence, trasferendosi in un piccolo appartamento ove vivrà ritiratissimo – uscendo, pare, quasi solo nelle ore notturne – e accudito dalla zia Lilian che, per amor suo, si è trasferita al piano di sopra. Tormentato da angosce, nevrosi, insicurezze patologiche, vive più che mai una vita da dostoevskiano sottosuolo, creatura allucinata e lunare, immerso in un clima da incubo da lui stesso evocato nei suoi terrificanti racconti.

Nel 1927 ha già scritto due romanzi brevi, che però non verranno pubblicati se non dopo la sua morte: La ricerca dello sconosciuto Kadath e Il caso di Cxharles Dexter Ward, cui seguirà, nel 1930, Colui che sussurrava nelle tenebre e, nel 1931, Le montagne della follia (che viene rifiutato dal nuovo direttore di Weird Tales, Farnsworth Wright), e via via una serie di racconti in cui sviluppa il cosiddetto “ciclo di Chtulhu”, ossia la saga degli dèi mostruosi cacciati nello spazio, e che dallo spazio cercano di tornare sulla Terra, restaurando fra gli umani la loro abominevole religione, fatta anche, inutile dirlo, di sacrifici umani e di magia nera.

La sua vita, intanto, è sempre più solitaria e infelice. Dopo la morte della zia Lilian, nel 1932, non gli resta che la zia Annie; cerca, in compenso, di coltivare le relazioni umane attraverso un ricchissimo epistolario, in cui spende le sue magre risorse economiche. Si concede pure qualche viaggio (mai in Europa, però, anzi mai fuori del Nord America), tra l’altro alla vecchia città francese di Québec, nel Canada, da cui tornerà con una relazione di quasi 150 pagine; e, più tardi, in Florida, ove soggiorna per circa due mesi, ospite di un amico.

Nel 1933 si trasferisce, con la zia Annie, in un mini-appartamento da cui non si muoverà più; come scrittore si sente inaridito, non scrive quasi più nulla, prostrato anche dai giudizi negativi e dalle incomprensioni che accentuano la sua morbosa insicurezza e che lo fanno dubitare di sé.

Nel 1935 un suo nuovo romanzo breve, L’ombra venuta dal tempo, è ancora rifiutato dal direttore di Weird Tales; l’amico e corrispondente Robert Erwin Howard (autore, fra l’altro, del ciclo di “Conan il barbaro”) si suicida nel 1936, in un momento di scoraggiamento: Lovecraft è sempre più solo e sempre più allucinato. Simile al protagonista di uno dei suoi migliori racconti, I sogni nella casa stregata, vive da tempo in una realtà altra, popolata di immagini oniriche estremamente vivide, come se fosse scivolato in un’altra dimensione popolata di oscure presenze, di malefici incantesimi, di innominabili entità, di ciclopiche architetture dalle geometrie non euclidee, di infausti presentimenti.

Vive nell’incubo del ritorno imminente degli dèi mostruosi provenienti dallo spazio, interpretando – forse – come altrettanti, sinistri indizi una serie di coincidenze, di oscuri fatti di cronaca, di inspiegabili fenomeni fisici che proprio in quegli anni un oscuro studioso dell’insolito suo connazionale, Charles Fort, raccoglie pazientemente in migliaia e migliaia di schede corredate da articoli di giornale, ipotizzando che noi viviamo come trote in un vasca da cui, di tanto in tanto, esseri giganteschi e spaventosi prelevano qualche campione per i loro incomprensibili scopi.

La morte lo coglie, dopo una malattia fulminante, il 15 marzo 1937, mentre il mondo si avvia verso l’apocalisse della seconda guerra mondiale e dell’olocausto nucleare.

Dopo la morte di Lovecraft vi è stata, graduale ma sicura, una vera e propria renaissance della sua opera, sino a giungere, negli ultimi anni, a forme di vero e proprio “culto” da parte di un pubblico sempre più attratto dalle tematiche dell’inquietudine e del terrore.

Lovecraf, in verità, non è uno scrittore del terrore nel senso tradizionale della parola: è uno scrittore originalissimo, che ha praticamente creato un nuovo genere letterario: il “gotico fantastico“, utilizzando la fantascienza, la fantasy e il gotico vero e proprio. La sua vasta opera, che utilizza le vaste conoscenze scientifiche dell’autore non solo in fatto di astronomia e scienze naturali, ma anche di mitologia, letteratura, storia delle civiltà antiche, forma un corpus unitario in cui ricorrono temi e situazioni correlati e, spesso, personaggi e perfino libri “maledetti”.

Tra questi ultimi, il più celebre è senza dubbio il Necronomicon, un misterioso grimorio (o libro di evocazioni demoniache), scritto nel VII secolo da un poeta arabo pazzo dello Yemen, Abdul Alhazred, e tradotto più tardi in Europa, ma del quale esisterebbero pochissime copie gelosamente custodite; una delle quali presso la Biblioteca dell’Università Miskatonic Arkham, l’una e l’altra – la città e l’ateneo: come il libro, del resto – create dalla fervida fantasia dell’autore.

Si tratta di uno dei più celebri pseudobiblia di tutti i tempi, come è provato dalle innumerevoli richieste che biblioteche e librerie si son viste arrivare, negli ultimi decenni, da parte di cultori di occultismo e lettori di Lovecraft, convinti della sua reale esistenza. Lo stesso scrittore di Providence, in una lettera a un amico, aveva ammesso di esserselo completamente inventato, così come tutti gli altri elementi del “ciclo di Ctulhu” (che prende il nome da una delle orripilanti divinità del Pantheon blasfemo e gorgogliante; accanto a Yog-Sothot, Shub-Nigurrat, Nyarlathotep e numerose altre). Egli, infatti, affermava di credere in un rigoroso materialismo e in una sorta di determinismo a base scientifica, e di essersi dedicato all’evocazione dell’orrore soprannaturale solo per evasione: ma evasione da cosa, visto che non faceva che dare corpo e consistenza ai fantasmi che lo perseguitavano nella sua vita interiore fin da bambino?

Casomai, si direbbe, per truffarsi in quegli orrori e raddoppiare, masochisticamente, le sue sofferenze e le sue angosce esistenziali.

Ma è proprio vero che il Necronomicon è frutto dell’inventiva di Lovecraft?

C’è chi ne dubita; tra gli altri, due studiosi del mistero del calibro di Luois Sprague de Camp e Colin Wilson. Il primo ha condotto delle ricerche lo hanno portato a entrare in possesso, in Irak, di un antico manoscritto che potrebbe anche essere la versione originale del Necronomicon; il secondo, dopo approfonditi studi, è giunto all’ipotesi che il padre di Lovecraft fosse un adepto della Massoneria egizia (quella fondata da Cagliostro e interamente basata sull’occultismo) e che, nella biblioteca di lui, il libro maledetto esistesse realmente, ossessionando la mente del figlio.

Infine si può ricordare che, secondo lo studioso americano L. Bryant, il Necronomicon altro non sarebbe che una deformazione del Picatrix, un testo realmente esistente di alchimia e medicina (e non di necromanzia), che fu tradotto in latino da Pico della Mirandola.

Vogliamo qui fare una considerazione di carattere generale.

La teoria di Lovecraft sugli dèi spaziali è basata sul potere evocatore di certe preghiere e di certi riti da parte degli esseri umani: per mezzo di essi, si può aprire una sorta di “porta” interdimensionale, attraverso la quale le entità “maledette” sono in grado di penetrare nel nostro continnuum spazio-temporale (donde furono cacciate, in epoche immemorabili, da altri esseri – i cosiddetti “Grandi Antichi” – che li avrebbero “esiliati” negli intermundia siderali.

L’idea che entità spirituali possano essere evocate e perfino “create” da un determinato orientamento psichico degli esseri umani, nonché dal compimento scrupoloso di riti ben precisi, è un’idea tipicamente magica, propria non solo della magia dei cosiddetti “primitivi”, ma anche dei maghi colti del Rinascimento: Johann Reuchlin, Cornelio Agrippa di Nettesheim, Teofrasto Paracelso, John Dee, Gerolamo Fracastoro e Gerolamo Cardano. Inoltre è un’idea che sembra ricollegarsi alla Cabala, poiché il pensiero cabalistico pone una precisa relazione tra il potere dei nomi e la capacità di agire in maniera magica sulla realtà naturale. Sbaglierebbero di grosso coloro i quali pensassero che tale idea di fondo sia stata abbandonata interamente al giorno d’oggi, con l’avvento della civiltà “moderna”. Esperimenti parapsicologici tendono a dimostrare che il pensiero intensamente concentrato di un essere umano (o, a maggior ragione, di un gruppo interagente di esseri umani) è in grado di evocare forze psichiche la cui natura non è ben chiara, ma che sono in grado di agire anche sul piano fisico (se ne possono trovare ampi esempi nel celebre libro di Leo Talamonti “Universo proibito” e in molti altri testi similari).

Non solo: pare che anche ambienti militari e dei servizi segreti di alcuni Stati si siano interessati a un tal genere di esperimenti, finanziandoli in apposite strutture finalizzate all’utilizzo dei poteri parapsicologici in chiave di dominio psichico a scopo militare e poliziesco. Se ne sarebbe occupato, fra gli altri, il medico americano (di origine croata) Andrija Puharich (noto, negli anni Settanta, come studioso e mentore del sensitivo israeliano Uri Geller), nel quadro di una vastissima ricerca parapsicologica, cui si sarebbero interessati anche insospettabili ambienti finanziari e dello stesso establishment scientifico, dediti all’uso assai disinvolto dell’ipnosi, delle sedute medianiche e dei poteri occulti della mente. Scopo ultimo di tali ricerche sarebbe, secondo i ricercatori Lynn Picknett e Clive Prince (vedi il loro libro Il complotto Stargate, tr. it. Sperling & Kupfer, 2002), instaurare un “nuovo ordine mondiale” basato sulla restaurazione del culto dei Nove Dèi dell’antica città egiziana di Eliopoli: Aton, Shu, Tefnut, Geb, Nut, Osiride, Iside, Seth e Nefti: proprio quelli che si sarebbero “manifestati” ad alcuni media nel corso degli esperimenti di Puharic.

Certo, tale scenario può apparire fantasioso, per non dire fantastico; tuttavia, prima di scartarlo con un’alzata di spalle, bisogna riflettere sul fatto che ambienti assai potenti del Pentagono e della CIA hanno speso tempo e denaro in lunghe ricerche nel campo del paranormale, e che in essi esistono logge e sette di tipo esoterico e para-religioso che non disdegnano di ricorrere a ogni mezzo (“il fine giustifica i mezzi”, diceva Machiavelli ne Il Principe) pur di assicurarsi il potere più ampio possibile, manipolando l’opinione pubblica mediante un esteso controllo della stampa, della televisione, dell’editoria, nonché sul mondo della finanza e della politica. Non è questa la sede per evocare le tesi del cosiddetto complottismo, di cui una forma “estrema” è rappresentata dai voluminosi e scioccanti libri-inchiesta dell’inglese David Icke, mentre delle versioni più “moderate” (e credibili) sono state proposte da ricercatori, anche italiani, quali Alfredo Lissoni, Giuseppe Cosco e Maurizio Blondet. Non è di questo che vogliamo parlare; ma del fatto che restaurare una religione antichissima, basata sull’annuncio di un ritorno imminente degli extraterrestri (o, come nel caso di Lovecraft, degli dèi degli extraterrestri) potrebbe anche essere un progetto pensabile, e magari perseguibile, da parte di ambienti esoterici che, nella terminologia di René Guénon e di Julius Evola, si potrebbero definire di “contro-iniziazione”: in parole semplici, di adepti della magia nera intesi a evocare forze spirituali sub-umane di natura demoniaca.

Non è necessario pensare che tali dèi esistano realmente, è sufficiente, come dicevamo prima, che vi siano degli esseri umani disposti a credervi ciecamente, a prestarvi un vero e proprio culto, a evocarli mediante un apposito, rigoroso cerimoniale.

Concludiamo questa riflessione ponendoci una domanda: H. P. Lovecraft non potrebbe essere stato travolto da forze minacciose ed aliene, da entità innominabili che aveva imprudentemente evocato proprio con la sua attività di scrittore, subendone una vera e propria invasione psichica?

Secondo Luigi Pirandello (ma anche secondo Miguel de Unamuno; per non parlare di José Luis Borgés), i personaggi non vengono creati da uno scrittore, bensì portati alla luce; ma esistevano già, in qualche dimensione, da prima: forse, da sempre. Cervantes non ha “inventato” Don Chisciotte, né Goethe ha “inventato” Faust: essi hanno dato loro una forma, portandoli all’esistenza (letteraria: qualcosa come il terzo mondo di cui parlava il filosofo Karl Popper).

Se è così, allora anche Lovecraft non ha “inventato” Yog-Sothoth e Shub-Nigrurrath: li ha “semplicemente” evocati (mediante il “Necronomicon“?); ed ora essi sono già qui, in mezzo a noi, nel nostro spazio-tempo.

Chiaro, a questo punto, che ci troveremmo davanti a una delle più mostruose operazioni di magia nera che si possano immaginare: poiché gli dèi spaziali “immaginati” da Lovecraft sono, in realtà, orrendi dèmoni; e la religione da lui descritta, sia pure sotto l’apparenza di esecrarla e condannarla, non sarebbe altro che satanismo nella sua forma più blasfema.

Resterebbe solo da vedere se Lovecraft fosse un adepto consapevole della contro-iniziazione, un servitore intenzionale delle forze del male, oppure se si sia trovato imprigionato, come tanti, tantissimi “eroi” dei suoi romanzi e racconti, nelle spire di un coinvolgimento terribile ma involontario, e costretto a prestare la sua opera a delle entità che di lui si servirono più o meno come i “Superiori Sconosciuti” si servono di tanti sciocchi apprendisti stregoni che, alla base della piramide occultistica, prestano i loro zelanti uffici senza avere alcuna idea di chi li manovri in realtà.

Se un tale pensiero vi risultasse un po’ troppo inquietante e angoscioso (come era divenuto intollerabile per lo studente Walter Gilman, che in una Salem nebbiosa e popolata di paurose presenze giocava una disperata partita a scacchi con la terribile strega Keziah Mason, padrona di una “porta” interdimensionale), potete sempre consolarvi pensando che, in fondo, si tratta solo delle fantasie di un povero scrittore reso mezzo matto dalla nevrosi e dalla solitudine. Ma la civiltà “moderna” di cui andiamo tanto fieri, e che, riponendo una fiducia totale nella tecnoscienza, ci conduce verso le magnifiche sorti e progressive, non soffre né di nevrosi, né di solitudine. Vero?

* * *

Riassunto del testo della conferenza tenuta dal prof. Francesco Lamendola a Oderzo, in Palazzo Foscolo (Via Garibaldi) il 30 marzo 2007, nel contesto delle manifestazioni di “Oderzoinquieta” (9 marzo-29 aprile 2007) per iniziativa della Fondazione Oderzo Cultura e del Comune di Oderzo.
Tratto, con il gentile consenso dell’autore, dal sito Edicolaweb.


Commenti

Commento di carlo
Ora: 1 febbraio 2012, 19:46

anche se in alcuni punti sembra tendenzioso, è un ottimo articolo

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