Dal nazionalpopulismo al qualunquismo di massa

Domenico Losurdo, Controstoria del liberalismo Il populismo vero ha un leader politico carismatico, la volontà di superare le regole della democrazia parlamentare, la mobilitazione popolare. Se lo scagliano addosso come fosse un’offesa. I più intelligenti lo squadrano come fosse una malattia, un’escrescenza. È il “populismo”. Il loro populismo, non quello storico, che è stato un’altra cosa, un’idea seria. Oggi viene chiamato “populismo” quella che è una devianza di èlites incolte ed emarginate dalla tradizione politica europea, che con i soldi e con lo sfruttamento dei media riescono a surrogare il loro dissesto culturale, il loro nulla ideologico, il loro vuoto ideale, producendo dosi industriali di qualunquismo di massa. Nell’incultura è germinata la malapianta esotica dell’imbonimento, che osservatori ideologicamente disarmati paragonano incautamente a ciò che fu in Europa il populismo nazionale, cioè il primo sistema rivoluzionario moderno di mobilitazione tradizionalista anti-liberale.

Oggi siamo di fronte al dispiegarsi non del populismo, ma del suo rozzo slogan. Il piazzista mercantile e multinazionale che inocula veleno mediatico è strutturalmente qualunquista, quindi anti-populista. Il suo essere “popolare”, ovvero la sua capacità di attrarre consensi, non ha nulla di veramente popolare e nemmeno di popolano: non a popoli, infatti, si rivolge l’imbonitore professionale. No, il venditore di rottami pre-politici, che vuole attirare la nostra attenzione con gli stessi sistemi che un tempo avevano i cravattai cinesi all’angolo della strada, non si rivolge a popoli, ma a plebi. Egli stesso è plebe. Lo smerciatore di avanzi de-ideologizzati raccattati a “destra” come a “sinistra” se ne sta nel mezzo del gran mercato globale a rifilare “sòle” circondato da manageriali nugoli di paria. La loro etica è l’affare, il loro credo è estraneo a concezioni politiche, non sanno che farsene.

Panfilo Gentile, Democrazie mafiose e altri scritti. Come i partiti hanno trasformato le moderne democrazie in regimi dominati da ristretti gruppi di potere A “destra” come a “sinistra”, non si vedono che sottocaste di tecnocratici chandala che annusano l’aria, piazzano trovate, navigano a vista, ogni giorno ne inventano una, così, all’azzardo: sicuri che tanto nessuno li scaccia dal tempio. Questa razza assemblata alla meglio con i resti delle ideologie pare quella fauna parassita che a Firenze spia i turisti giapponesi all’uscita dei musei per sospingerli verso la bottega dell’amico o il ristorante del compare; dovreste vederli: ben vestiti, sorridenti, simpaticissimi: gli affari vanno bene, si sfregano le mani… sono loro, sono gli stessi che si affacciano ai nostri televisori e che gli ingenui politologi oggi chiamano “populisti”. Li chiamereste uomini politici?

Questi prodotti della muffa impolitica cresciuta tra i ruderi delle ideologie, tra di loro, si chiamano “Occidente”, “Migliore dei Mondi”, “Democrazia”. Qualunque storico li chiamerebbe bestemmiatori delle categorie politiche. Essi non plasmano Demos più di quanto non faccia un rivenditore di lavatrici. Il populismo nazionale è tutta un’altra faccenda. Esso vibra ancora tiepidamente in alcune corde della contemporaneità, ma è pallida cosa: il leghismo, il lépenismo, qualche effimero olandese o russo qua e là, …non basta per dire che in Europa si aggira qualcosa di seriamente paragonabile al populismo storico.

Franco Cardini, Astrea e i titani. Le lobbies americane alla conquista del mondo La presenza di un leader politico carismatico, la volontà di superare le statiche regole di democrazia parlamentare, la presenza di una forte connessione sindacalista, un’impostazione fermamente anti-borghese, la divulgazione dell’ideale di riscatto nazionale e popolare, la mobilitazione permanente della base popolare attraverso il reticolo delle leghe, dei Bund, dei sindacati; un forte sentimento comunitario: questi i cardini del populismo nazionale storico, che in Europa ha annoverato capi ideologici ed esponenti politici veri: Mazzini e Oriani, Proudhon e Sorel, Karl Lueger e Boulanger erano di questa stoffa. Queste le fonti della prima volontà di rivoluzione espressa dall’Europa moderna: “Per la prima volta nella storia moderna – ha scritto Zeev Sternhell – l’opera dei più grandi spiriti del tempo è usata per sgretolare i principi sui quali poggiano non solo la società borghese e la democrazia liberale, ma tutta una civiltà fondata sulla fede nel progresso, sulla razionalità individuale e sul postulato secondo il quale lo scopo finale di ogni organizzazione sociale è il bene dell’individuo”. Una fonte a cui si sarebbero poi abbeverati anche un Nasser, soprattutto un Péron.

Il populismo non è il demagogismo, che è categoria comportamentale e non politica. E non è il qualunquismo, ma il suo contrario: quanto questo vèllica l’egoismo e il menefreghismo di massa, di tanto quello, all’opposto, promuove la mobilitazione, la partecipazione, la politicizzazione, la ricerca di nuove alternative alla rappresentanza, attraverso le vie della democrazia diretta partecipativa, quando plebiscitaria, quando sindacalista, quando acclamatoria.

Massimo Fini, Sudditi Questa via di alternativa politica era il tentativo di sottrarsi all’oligarchismo liberale, al curialismo professionale delle cricche burocratiche, una via di semplificazione e di popolarizzazione della politica. I capi populisti sono sempre “terribili semplificatori”: sfrondano la politica dalle ingegnerie parlamentaristiche dove si annidano tutte le storiche “fregature” per i popoli; potano commissioni, consigli, comitati, cioè la palude in cui viene affogata con stile camerale ogni rappresentanza; rompono il cerchio di intoccabilità delle èlites, aprono i canali eterodossi della partecipazione popolare irregolare, impedendo il formarsi di cerchie di potere indipendenti dalla politica: questo è il populismo. Solo “popolo”, solo un ruffiano “andare verso il popolo”?

La Ligue des patriotes, potente sodalizio degli inizi del Novecento, secondo quanto scrive Sternhell circa il populismo rivoluzionario francese, annoverava “23 membri dell’Acadèmie française, varie decine di membri di differenti sezioni dell’istituto, professori del Collége de France, centinaia di professori d’università, magistrati, medici, avvocati”. Negli anni venti del XX secolo, in Germania, l’ossatura dell’elettorato del partito tedesco-nazionale di Hugenberg era composta da membri dell’élite culturale: un populismo trasversale, dunque, e non occorre andare più in là. Lo spontaneismo anti-sistema, il talento dell’improvvisazione, il radicalismo generico, la protesta: questo “populismo” di base, presente oggi in piccole vene del localismo europeo, non basta per definire politico qualcosa che è solo folklorico. Quanto al “populismo” mediatico, l’abbiamo detto: non parlategli di nulla che assomigli a un progetto nazionale e popolare. Non capirebbe.

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Tratto da Linea del 12 marzo 2004.

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