I Veneti preromani nel contesto europeo

Manlio Cortelazzo, Vittorio Formentin, Carla Marcato, Antichi testi veneti ‘Veneti’ ce ne furono non solo nell’Adriatico settentrionale ma anche in Armorica (Bretagna), sulle Alpi (Lago di Costanza), alla foce della Vistola (Prussia occidentale), nel Lazio e anche in Asia Minore, ma gli unici sul conto dei quali si sappia qualcosa – per quanto poco – di storicamente fondato sono i veneti del Veneto. – Quanto alla presunta origine microasiatica dei veneti – essi sarebbero venuti dalla Paflagonia guidati da certo Antenore, troiano, dopo la caduta di Troia proprio come i romani sarebbero arrivati nel Lazio da Troia guidati da Enea, secondo l’Eneide di Virgilio – si tratta di un’invenzione lanciata inizialmente da Plinio, che a sua volta faceva riferimento a Catone, poi continuata da Livio in un clima di esaltazione politica della grandezza di Roma.

Come dappertutto in Europa, e non solo, la genesi delle diverse nazioni e culture, quali grosso modo sono riconoscibili ancora adesso, risale alla dominazione del continente da parte di signori indoeuropei che si imposero su popolazioni paleoeuropee non certo tutte uguali. Dal punto di vista culturale ed etnico il Veneto arcaico – fino, grosso modo, al secolo XI – apparteneva all’ecumene centroeuropeo, del quale la Padania viene a essere il meridione. Il tipo umano predominante era ed è quello alpino (cioé: il tipo alpino della razza bianca o europide), che non è quello mediterraneo e neppur quello nordico o quello balcanico. Esso assomiglia piuttosto a quello prevalente nel Baltico e, in generale, nell’Europa Nord-orientale, e anche le lingue pre-venete/pre-indoeuropee parlate nel II millennio dovevano essere di tipo finnico-uralico. Incomincio perciò con dare un’idea di quali potessero essere le caratteristiche del Veneto pre-veneto. – Sia fatto l’appunto che fin dai tempi preistorici le genti alpine ebbero come caratteristica la laboriosità, la serietà nell’impegno preso e l’ingegno tecnico; e questo si riflette nei tempi moderni quando le zone trainanti dal punto di vista economico (economia reale, non virtuale all’americana) sono quelle dove c’è un forte elemento alpino: quindi la Padania, l’Austria, la Germania meridionale, la Francia centrale. Anche in Spagna, le zone più forti in questo senso, tipo la Catalogna, rivelano un’importante presenza genetica alpina. Viceversa, gli alpini, di massima, furono genti chiuse, poco aggressive e anche poco portate alla cultura astratta e alla creazione artistica brillante. Non a caso i razziologi dell’anteguerra tendevano a dimostrare una scarsa stima per le genti alpine – salvo vedersi costretti a contraddirsi spesso, obbligati dall’evidenza.

Gli abitanti pre-veneti della pianura veneta furono i cosiddetti euganei, sul conto dei quali non si sa praticamente niente, mentre le zone montagnose erano abitate dai reti, che si estendevano in tutto il Tirolo fino alla Baviera meridionale. Queste due popolazioni dovevano essere virtualmente identiche e si dice che con il sopraggiungere dgli indoeuropei gli euganei siano fuggiti e si siano attestati sulle montagne assieme ai reti. È invece molto più probabile che la stragrande maggioranza degli euganei siano rimasti dov’erano e abbiano continuato la loro vita come vassalli dei veneti indoeuropei dei quali, un poco alla volta, essi adottarono la lingua. I reti continuarono ad avere un’esistenza politicamente indipendente per molto tempo – fino al I secolo, e dal punto di vista culturale anche dopo. In riguardo, su di loro ci sono delle informazioni, che ci lasciano intravvedere come dovettero essere anche gli euganei.

Già nei secoli XVIII – XI nel Veneto c’era un’importante industria del bronzo, che veniva importato grezzo dal Trentino e lavorato localmente in diversi luoghi. A quei tempi venivano già fatti i bronzetti votivi tipicamente veneti che si continuarono a fare anche dopo l’avvento degli indoeuropei – non a caso, nel Veneto, gli ex-voto furono sempre di bronzo e non di ceramica come nel resto dello spazio geografico italico. L’industria del bronzo continuò a essere, anche in tempi romani, particolarmente importante nel Veneto: le cosiddette situle, vasi di bronzo ornati di scene quotidiane, di contro agli stili geometrici in vigore in quasi tutto il resto dell’Europa, incominciano a essere prodotte nel VI secolo e rappresentano una continuazione ed evoluzione di un artigianato del bronzo già in pieno rigoglio agli inizi del II millennio. Già in tempi preindoeuropei, è chiaro, c’era una florida attività artigianale e commerciale.

Loredana Capuis, I veneti. Società e cultura di un popolo dell'Italia preromana I reti, lo si è già detto, ci danno un’idea di come potesse essere il Veneto pre-indoeuropeo nel suo insieme. Dopo l’arrivo dei veneti, fra reti e veneti ci fu un nteressante intercambio culturale. I reti (e quindi probabilmente gli euganei) utilizzavano la tecnica architettonica di fabbricare case semiinterrate usando blocchi di pietra (se ne trovano resti in tutta l’Europa alpina), adottate anche dai veneti. In margine alle zone indoeuropeizzate, i reti – che erano veneti pre-veneti – continuarono ad avere una fiorente società ancora in tempi romani. Valpolicella, nel I secolo, era ancora un centro retico e centro retico era stata Verona prima della sua celtizzazione, come lo fu Trento. I reti, oltre a ottimi contadini e artigiani, costituivano società fortemente organizzate dove vivo era il senso della proprietà, della casa e della famiglia: qui si intravvedono molte delle qualità che distinguevano i veneti fino a tempi molto recenti. Già molto presto i reti avevano adottato l’alfabeto etrusco e rimangono alcune iscrizioni, di epoca romana. Si tratta di una lingua non indoeuropea, non ancora decifrata (lo si è già detto, probabilmente di tipo uralico). È stato detto che essa presenta affinità con il ligure; ma l’unica affinità di cui si possa essere sicuri è che ambedue erano lingue non-indoeuropee (il ligure era una lingua mediterranea, di tipo, se vogliamo ‘etruscoide’). – Dal lato religioso, i reti avevano l’abitudine di accendere grandi fuochi cultuali e i veneti indoeuropei sembra abbiano mutuato queste abitudini. In Lessinia, zona di forte presenza retica, ancora circa un secolo fa si accendevano verso il Solstizio d’inverno dei grandi falò sulle cime dei monti, e i carboni che ne risultavano servivano a proteggere contro il fulmine. A questi fuochi erano anche legate pratiche divinatorie. Fra dicembre e gennaio si bruciavano sterpi per ‘aiutare’ il Sole nel processo stagionale dell’allungamento delle ore di luce.

Altra fenomenologia arcaica pre-indoeuropea è quella architetturale dei castellieri, grandi costruzioni di pietra a secco e di terra battuta in cima a certe colline, difese da fossati. Fino a tempi romani, in Istria e in Dalmazia, furono luoghi fortificati e di abitazione, ma ne esistevano anche in Tirolo, orientati secondo criteri astrologici, e nella pianura, fino al Garda e oltre (quindi identità, in tempi pre-indoeuropei, fra le genti della montagna e della pianura veneta). C’è chi ha voluto vedere nei castellieri un’influenza mediterranea – né la cosa è impossibile, visto che le genti mediterranee erano dei grandi costruttori in pietra, ma questo è ancora da dimostrarsi.

Francisco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell'Europa Il Veneto indoeuropeo esordisce con l’insediamento dei veneti nei secoli XI – X. Si trattava di indoeuropei di ceppo italico, come testimonia la loro lingua, molto simile al latino e della quale incominciano a trovarsi documenti a partire dal secolo VI, scritti in alfabeto veneto, derivato dall’etrusco chiusino (di massima, come sempre e dappertutto, si tratta di iscrizioni funerarie). Dei veneti si è anche detto che fossero celti o protocelti, ma si tratta di un fatto ambiguo, in quanto ancora alla fine del II millennio la distinzione fra celti e italici non era del tutto chiara. Tratto celtico, ma anche italico (si ricordi il particolare rapporto fra Numa Pompilio e la ninfa Egeria) è l’importanza religiosa data alle fonti e agli spiriti acquatici, su di cui si riverrà anche più avanti, e che fu caratteristica anche dei veneti (il ricordo delle anguane, spiriti acquatici, era vivo nelle popolazione veneta ancora meno di un secolo fa). I templi veneti erano quasi sempre vicini a fonti o a corsi d’acqua; e libagioni d’acqua erano offerte ai loro dei.

Come tutti gli indoeuropei, anche i veneti costruivano in legno. Le genti mediterranee erano state grandi costruttori in pietra, quelle centroeuropee usavano, a quanto sembra, tecniche miste. Non a caso tutte le città venete – principalissime Padova ed Este, ma anche Vicenza, Montebelluna, Oderzo, Treviso, ecc. – furono città di legno delle quali sono rintracciabili soltanto le fondamenta.

La vitalità e l’intraprendenza indoeuropea portò a un fiorire culturale e commerciale che nel veneto antico era stato meno dinamico. L’alto Adriatico, crocevia fra l’Europa settentrionale e orientale e il mondo etrusco e greco e poi romano, divenne un centro artigianale e un crocevia commerciale di tutto rispetto. Attraverso il Veneto passava la via dell’ambra, proveniente dal Baltico, ma si commerciava anche in sale, vino, metalli grezzi e lavorati, ceramica (il Veneto, fin da llora, fu terra di grandi ceramisti) e in cavalli, i cavalli veneti essendo fra i migliori d’Europa – i veneti furono grandi allevatori di cavalli (tratto, questo, fortemente indoeuropeo). Già nel secolo VII c’era una moneta veneta, l’aes rude, sostituita nel secolo III dalla dracma venetica di tipo massaliota e poi, nel I secolo, dalla monetazione romana.

Per quel che riguarda il lato religioso, le informazioni che abbiamo sono scarse. Come dappertutto in Europa – e anche in Asia – lo stabilirsi delle aristocrazie dominanti indoeuropee portò a sincretismi religiosi per cui la religione uranica dei dominatori convisse e acquistò caratteristiche delle religioni dei paleoeuropei sottomessi. Se per il mondo greco molti studi sono stati fatti e, entro ragionevoli limiti, si è riusciti a districare fra ciò che c’era di ellenico e di pre-ellenico nella religione greca, nel resto dell’Europa le cose si presentano molto meno chiare; e quale fosse la religiosità delle popolazioni pre-indoeuropee non-mediterranee è quasi sconosciuto. Aggiungiamo che, specificamente nel Veneto, i luoghi di culto dovevano essere solo eccezionalmente dei templi veri e propri, e generalmente recinti sacri posti nella prossimità delle fonti – comunque, si trattava sempre di strutture in legno delle quali adesso sono riconoscibili soltanto i tracciati. La prossimità delle fonti, se ne è già parlato, potrebbe essere un carattere indoeuropeo, di tipo italo-celtico.

Encyclopedia of Indo-European Culture Non c’è dubbio che i veneti dovevano avere una struttura religiosa non dissimile da quella paleoromana, improntata dalla tripartizione indoeuropea (Juppiter, Mars, Quirinus). Ma notizie in riguardo non ne rimangono. I lasciti archeologici puntano invece, con ogni probabilità, essenzialmente alla religione popolare del substrato pre-indoeuropeo della popolazione (come, del resto, è il caso anche in tutta l’area italica, dove però la fabbricazione di templi e di aree cultuali in pietra, per non parlare di una abbondante documentazione scritta, permise agli studiosi contemporanei di farsi un’idea migliore di quali relazioni intercorressero fra fra le diverse stratificazioni religiose).

Prettamente indoeuropeo – anzi, identico a certe pratiche comuni in Lituania fino alla fine del Medioevo – è il sacrificio del cavallo, che poi veniva sepolto sotto tumuli artificiali di terra – diversi scheletri di cavalli sono stati trovati sotto tumuli del genere in terra veneta. Tendenzialmente indoeuropeo potrebbe essere il fatto che le tombe trovate sono prevalentemente a cremazione e poche quelle a inumazione, probabilmente di servi. Anche se sia indoeuropei che paleoeuropei usavano l’una e l’altra pratica funeraria, la prevalenza della cremazione potrebbe indicare una predominanza indoeuropea.

Per il resto, quanto ci è dato di sapere sulle pratiche cultuali nel Veneto pre-romano suggerisce che si tratti in massima parte, come già detto, di sopravvivenze pre-indoeuropee – ‘euganee’ – e magari anche di influenze mediterranee o di sincretismi a esse legati. La dea più conosciuta del culto veneto preromano era Reitia (radice veneta rekt = tedesco richten = raddrizzare), anticamente Pora, dea del guado o del passaggio, verosimilmente verso le regioni dell’Oltretomba (tratto essenzialmente pre-indoeuropeo). I suoi principali santuari furono a Este e a Vicenza, dove essa aveva l’attributo di sanante e facilitava le guarigioni e i parti. Nei siti dei suoi luoghi di culto sono stati trovati un numero grandissimo di ex-voto, dalle cui iscrizioni si può dedurre che devote a Reitia erano soprattutto le donne. L’aspetto religioso di Reitia sembra coincidere, sia per quel che riguarda la sua attività che per il tipo di culto che le si rendeva, con quello di Esculapio, anch’esso un dio vicino agli umani e verosimilmente di origine pre-indoeuropea. Ad Abano si venerava un non meglio identificato Apono e a Lagole (in Cadore), la tricefala Trumusiate (o Icate), forse affine all’infernale Ecate pre-ellenica: qui, forse, ha da vedersi un influsso mediterraneo. Stranamente, in tempi romani, Trumusiate divenne Apollo.

Storicamente, i veneti gravitarono sempre nell’orbita di Roma, che era un alleato naturale per affrontare gli attacchi dei galli della Padania occidentale e meridionale e contro i quali sia i veneti che i romani si dovettero difendere per secoli. Né si escludono affinità naturali di tipo culturale e linguistico, per cui i veneti, anch’essi italici, si sentivano più vicini ai romani che ai celti. Nel I secolo il Veneto passò, in modo più o meno indolore, a formare parte dell’Impero Romano. Buona parte dei caduti nella battaglia della foresta di Teutoburgo furono veneti.

* * *

Bibliografia essenziale: Giulia Fogolari, I veneti, in AA.VV., Antiche genti d’Italia, De Luca, Roma, 1994; Giorgio Chelidonio, Le feste e le tradizioni del fuoco in Lessinia, edizione della Comunità montana della Lessinia, Verona, 1999; Giulio Romano, Archeoastronomia italiana, CLEUP, Padova, 1992; Raffaele Mambella e Lucia Sanesi Mastrocinque, Le Venezie, itinerari archeologici, Newton Compton, Roma, 1988; Roberto Guerra, Antiche popolazioni dell’Italia preromana, Aries, Padova, 1999; Jean Haudry, Gli indoeuropei, Ar, Padova, 2001; Hans F. K. Günther, Tipologia razziale dell’Europa, Ghenos, Ferrara, 2003; Marija Gimbutas, Die Balten, Herbig, München, 1982.

7 Risposte

  1. lorenzo
    | Rispondi

    Interessantissimo articolo.

    scoperto con solo 8 anni di ritardo, ma scoperto.

    grazie.

  2. OnestaMente
    | Rispondi

    Bell'articolo…veramente.

    Volevo chidervi se posso pubblicarlo nel mio blog.

    Sto preparando un "Archivio della storia vista dalla parte dei veneti" e questo articolo sarebbe perfetto.

    Complimenti per il vostro lavoro.

    Davide

  3. Centro Studi La Runa
    | Rispondi

    @Onestamente: Quanti desiderino riprendere articoli pubblicati sul sito sono liberi di farlo, a patto che citino la fonte e riportino in calce o a margine della citazione un link alla pagina del nostro sito dalla quale l’articolo è stato tratto.

  4. franco
    | Rispondi

    bello, finalmente, anch'io dopo 9 anni dalla pubblicazione, qualcosa di concreto sull'origine dei veneti.

    mi piacerebbe leggere altri articoli del genere.

    grazie

  5. mireno
    | Rispondi

    aggiungo anche i miei complimenti per questa pubblicazione che ho potuto leggere "solo" dopo 10 anni dalla sua stesura. Complimenti

  6. Elvio
    | Rispondi

    Sicuramente interessante.

    Conosco la teoria che i Veneti fossero simili come lingua ai Latini (e quindi anche ai Falisci, agli Ausoni, agli Enotri, ai Siculi etc.).

    Sono un po' perplesso e mi chiedo come si possa sapere che la maggior parte dei caduti sotto Varo nella battaglia di Teutoburgo fossero Veneti.

Lascia una risposta