Romualdi: l’altra faccia della verità

le-ultime-ore-dell-europaVolontari di un conflitto perso, vittime fino a ieri dimenticate

Quando nel 1976 fu pubblicato postumo il libro di Adriano Romualdi sulle “Ultime ore dell’Europa” metà continente era ancora sotto occupazione sovietica. A Berlino i soldati sparavano sui fuggitivi. In Italia, il “partito russo” e il “partito americano” – come beffardamente li chiamava Adriano – ad ogni ricorrenza del 25 aprile gridavano forte le loro parole d’ordine, anche se faticosamente si faceva strada il pensiero più onesto di Renzo De Felice. Allora usciva, a due anni dalla tragica scomparsa, il saggio di Romualdi. Era un saggio anticonformista sia rispetto alla concezione dominante nel paese, sia rispetto alle tendenze dell’ambiente della destra. A differenza di tanti libri di memorialistica – e in fondo di propaganda – l’autore non esaltava le formidabili vittorie dell’Asse, ma riprendeva il filo della storia, un attimo prima che quel filo si spezzasse. Senza indugiare sui tradimenti e sulle “fortune” che mancarono, pose l’accento sul’esito fatale dello scontro che contrappose titani minori (il Reich e i suoi alleati), e titani maggiori (l’Anglo-America, l’orda slavo- comunista & soci). Risultato di quest’impostazione era un libro non propriamente imparziale, non ineccepibile storigraficamente, e tuttavia “necessario”. Per bilanciare “storiografie” ancor meno rigorose. Per riproporre nell’immaginario collettivo dei più giovani squarci di memoria che erano stati censurati.

L’eroismo dei soldati d’Europa, soprattutto dei volontari: ad esempio dei Norvegesi e dei Francesi che difesero Berlino in fiamme. Romualdi rievicaca le loro immagini con una tensione narrativa quasi “cinematografica”. E ricostruiva anche altre scene tagliate: le scene di genocidio premeditato, di belluina violenza che dalle terre dell’Est (come dai cieli dell’Ovest) si riversò su donne, bambini inermi del Centro-Europa per impulso di un odio talora ideolgico, talora apertamente razziale.

Certo, nel libro di Romualdi manca Dachau, manca Mauthausen, mancano gli altri lager in cui avvennero orrori tecnicamente similari. Ma in quante celebrazioni ufficiali manca ancora tanta storia di opposte violenze, sforbiciata con un taglio di stile bolscevico? Oggi finalmente Hans Magnus Erzenberger osa denunciare le donne tedesche seviziate e uccise dai Liberatori. Finalmente si risana la memoria delle foibe. E forse nessuno raccoglierebbe più applausi chiamando eroi i terroristi che fecero la strage di via Rasella.

I tempi cambiano… non necessariamente in peggio. Allora, era davvero necessario ripubblicare il vibrante e nibelungico testamento delle Ultime ore dell’Europa? Riteniamo di sì. E la prefazione pacata di Alberto Lombardo ci assicura che la riedizione ad opera di Settimo Sigillo non si propone di eccitare nuovamentele teste calde, ma di offrire un oggetto di meditazione a chi liberamente ricerca la verità. Quello di Romualdi è un libro sofferto – per la storia, anche familiare, dell’autore – e letterariamente bellissimo. Senza alcun intento provocatorio, si potrebbe proporre di affiancarlo ai libri di Fenoglio, Pavese, Levi, Malaparte in una biblioteca della memoria non “propagandistica”, non fondata sulla ragion di Stato, ma sul rispetto per le sofferenze e gli ideali degli uomini. Negli anni ’70 Romualdi era autore-cult negli ambienti della destra radicale. Esito inevitabile, ma riduttivo, della sua esperienza di uomo e di scrittore. Oggi potrebbe leggerlo con profitto anche chi neppure una volta – e neanche per scherzo – ha sollevato un braccio teso, per un saluto di sfida. Potrebbe scoprire un’altra parte di verità, e diventare un pò più libero.

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