Per una semiotica del Santo Graal

É risaputo che, dal punto di vista psicologico, il bisogno di conoscenza si pone tra i primissimi bisogni umani, subito successivi al soddisfacimento delle cosiddette necessità primarie[1].

Quando, poi, tale conoscenza riguarda le questioni ultime, le grandi domande riguardo al nostro essere, la necessità di risposte convincenti, finali e definitive, soprattutto in un periodo di declino delle religioni tradizionali, diventa di un’impellenza incontrovertibile[2].

Michel Pastoureau, Medioevo simbolicoOvviamente, quando ci poniamo domande sul significato della vita, normalmente lo facciamo riguardo al suo valore: perché esista e quale sia il suo obiettivo. Ci accorgiamo, allora, che molti dei valori per cui lottiamo quotidianamente sono puramente strumentali e che, con ogni probabilità, non verremo mai a capo del mistero del nostro esistere. Subentra così, in alcuni, il senso di disillusione che porta a ritenere le risposte ultime non solo irraggiungibili ma addirittura inesistenti (perdita definitiva di senso), in altri, un affidarsi spesso cieco alle risposte preconfezionate delle religioni, a cui ci si abbandona con un atteggiamento fideistico che non risolve il bisogno intrinseco di conoscenza ma funge unicamente da segnaposto, da marca di un’assenza[3].

Se, dunque, è vero che […]il pensiero è confinato nei suoi limiti e non può penetrare né comprendere la sfera superiore del nostro essere[…] e che […]nessuna filosofia, nessun sistema di pensiero può rivelare con parole ciò che è divino, immutabile ed eterno[…][4], è, d’altra parte, altrettanto vero che, a livello conscio o inconscio, il senso di vuoto di una dissonanza cognitiva radicale[5] permane e porta a quell’impellenza di ricerca che, per quanto mai esaustiva, diventa tratto distintivo dell’essere umano.

Se diamo come scontata la definizione di letteratura come espressione scritta, spesso metaforica, del sentire e dell’agire umano[6], ci rendiamo presto conto che i bisogni di cui trattavamo poc’anzi sono stati e sono così impellenti nell’uomo da aver dato vita, sin dai primordi di quella che generalmente definiamo storia, a un genere letterario ben preciso e codificato, definito in italiano, non sempre propriamente, viaggio iniziatico e in inglese, con espressione più generica e, forse per questo, maggiormente omninglobante, quest.

Si tratta, proprio perché legato a bisogni umani archetipici e profondissimi, di un genere letterario antichissimo, se non addirittura il più antico in senso assoluto nel cammino dell’umanità: quest è l’Epopea di Gilgamesh, che esce dalla sua terra in cerca dei segreti della vita eterna, quest è la vicenda dell’Ulisse omerico, con i pericoli che l’eroe incontra mentre cerca di raggiungere il suo obiettivo, quest è il viaggio degli Argonauti alla conquista del Vello d’oro[7]

Da una lettura comparata di questi esempi primigeni del genere letterario emergono alcuni elementi interessanti:

1) una quest si delinea essenzialmente come la narrazione di un viaggio, reale, mentale o iniziatico, verso un obiettivo di estrema importanza;

2) la vera portata di tale viaggio non consiste tanto nel raggiungimento dell’obiettivo, quanto nel viaggio stesso, che diventa valorialmente autoreferenziale nel momento in cui presuppone un progressivo allargamento del campo conoscitivo e autoconoscitivo del protagonista;

3) dal punto di vista narrativo in senso stretto, lo schema generale della quest, pur con qualche variante episodica, è normalmente piuttosto codificato e ripetitivo. La quest prende il via da un iniziatore che necessita di qualcosa o di qualcuno estremamente importante per lui. Questo obiettivo presuppone un grandissimo impegno per essere raggiunto. L’iniziatore chiede o impone a qualcuno di intraprendere la ricerca o decide di partire da solo. Segue un viaggio lungo e irto di pericoli in cui il ricercatore può essere solo o con alcuni compagni. I pericoli che il ricercatore deve affrontare possono presentarsi durante il viaggio per raggiungere l’oggetto (rischi esterni che possono portare a una temporanea sospensione della ricerca) o una volta esso sia raggiunto (rischi interni, direttamente legati all’oggetto stesso). Nella maggioranza dei casi il ricercatore, raggiunto l’oggetto, deve comunque affrontare una prova d’iniziazione per dimostrarsi degno dell’acquisizione dell’obiettivo. La quest, infine, normalmente si completa con il ritorno del ricercatore (che non necessariamente ha raggiunto il suo scopo) al punto di partenza: si dà dunque alla quest una forma narrativa non circolare ma orbitale o, meglio ancora, spiraliforme, nel senso che, se pur il ritorno avviene nel luogo narratologico di origine, è il protagonista (eroe, ricercatore) a non essere più il medesimo, in virtù delle prove di vario grado, correlate alla ricerca stessa, sostenute[8].

Risulta assolutamente palese, dunque, che il viaggio iniziatico, la quest, si configura, essenzialmente come una grande metafora simbolica della vita umana e del suo progressivo cammino di conoscenza.

Jean-Claude Schmitt, Medioevo «superstizioso»Se, comunque, ciò che più conta è il viaggio, l’itinerario di sviluppo, ciò avviene dal momento che l’obiettivo, l’oggetto della ricerca resta sempre, pur sotto il velame di simboli e metafore, sostanzialmente il medesimo, cioè la Conoscenza globale, l’assunzione di senso della propria esistenza, che si articola in modo differente a seconda del contesto storico-sociale di riscrittura dell’archetipo culturale fondamentale: si tratterà dell’eternità per Gilgamesh in una civiltà come quella assira in cui il senso della morte e la spasmodica volontà del suo superamento sono di pregnanza assoluta[9]; sarà il ritorno pacificato per Ulisse in un periodo, come quello omerico, di guerre continue per il predominio sull’Egeo; sarà l’arricchimento (il fondamentale significato simbolico del vello d’oro[10]) per Giasone, in un periodo in cui si afferma lo sviluppo mercantile e protocapitalista della Grecia arcaica.

É interessante notare come progressivamente si verifichi un sempre maggiore distacco tra simbolo e contenuto del simbolo: sembrerebbe quasi che ogni astrazione si vada via via concretizzando, oggettualizzando, mano a mano che l’archetipo si attualizza nella storia culturale dell’umanità.

Si pensi solo ai tre esempi citati:

Significato

Oggetto Quest

Tipologia oggetto

Immortalità

Immortalità

Astratto-concettuale

Pace

Ritorno a casa

Astratto-reale

Arricchimento

Vello d’oro

Concreto-oggettuale

Si tratta di un processo culturale poco studiato che, probabilmente, potrebbe essere dovuto alla presa di distanza (anche in chiave cronologica) rispetto al nucleo concettuale fondativo archetipico e alla progressiva perdita di vista, da parte degli autori, del senso finale originario del mito della quest.

Di fatto un tale processo di oggettualizzazione dell’obiettivo della ricerca iniziatica prosegue nel tempo raggiungendo un apice con quella che diventerà la quest per eccellenza: la quest del Graal.

Dominique Viseux, L'iniziazione cavalleresca nella leggenda di Re ArtùCon il Graal si arriva, infatti, a quello che, probabilmente, è il limite estremo dell’oggettualizzazione nella simbolizzazione dell’obiettivo della quest: nella più comune accezione, si ritiene che il Graal sia un oggetto, ma, sull’interpretazione di quale oggetto esso sia, esistono le più svariate (e a tratti fantasiose) interpretazioni. La più diffusa tra esse, quella che identifica il Graal come la coppa utilizzata da Gesù Cristo nell’Ultima Cena e successivamente usata da Giuseppe d’Arimatea per raccogliere il Sacro Sangue del Crocifisso è, con ogni probabilità, tra le più difficilmente accettabili dal punto di vista storico-filologico, essendo certamente databile in un periodo piuttosto posteriore rispetto alla diffusione del mito graaliano e identificabile con la pubblicazione (1180-1199) del poema epico Joseph d’Arimathie di Robert de Boron: si tratterebbe, in sostanza, di un’operazione compiuta in clima crociato per inglobare un mito pre-esistente e ricondurlo in ambito cristiano, quando, al contrario, come dice Julius Evola, […]la tradizione cattolica nulla sa circa il Graal, e lo stesso dicasi per i primi testi del cristianesimo in genere[11].

Ecco, dunque, che il significato stesso della quest si dicotomizza, scindendosi in due “sub-quest” specifiche: da un lato, una generica quest localizzativa che risponde alle domande più comuni e letterariamente rappresentate sulla ricerca fisica dell’oggetto del desiderio, dall’altro la più alta ricerca di una riattribuzione di significato all’oggetto stesso.

Appare di tutta evidenza, però, che tali due filoni di ricerca non possono procedere parallelamente, essendo il primo naturale e logica conseguenza del secondo: un mancato ordinamento logico e, conseguentemente, una mancata attribuzione di significato all’oggetto della quest localizzativa non può che portare a risultati ambigui ed erronei, basandosi chiaramente su una approssimazione nominazionale relativa ad una semplice oggettualizzazione parziale, temporalizzata, legata all’hic et nunc di un determinato periodo storico. E’ sostanzialmente risibile pensare all’enfasi data a questa o quella teoria localizzativa che vuole il Calice del Sangue di Cristo ora in Scozia, ora a Roma, ora in Spagna, ora in Puglia, etc.: semplicemente tale presunto Calice non è, come osservato, che una oggettualizzazione di istanze superiori, così come tali istanze potevano essere lette nella letteratura trobadorica medioevale (e in precedenza, sempre nella stessa letteratura, le stesse istanze erano state viste come un semplice recipiente nel Conte del Graal di Chrestien de Troyes o come una “lapis exilis” nel Parzival di Wolfram Von Eschenbach[12]).

Anche il primo “troncone” della quest non è, comunque, esente da rischi: nel momento stesso in cui parliamo di una oggettualizzazione simbolica, la quantità di oggetti che ad essa si prestano non può che essere tendenzialmente infinita e, sempre e comunque, legata ad una determinata cultura di riferimento.

Mario Moiraghi, L'enigma di San Galgano. La spada nella roccia tra storia e mitoCosì, allo studioso di problemi graaliani, si presentano quantità imbarazzanti di interpretazioni. Nel corso dei secoli il Graal è stato interpretato come: una coppa; una reliquia del Preziosissimo Sangue; un calderone dell’abbondanza; un piatto da portata d’argento dell’Ultima Cena; una pietra celeste; il piatto di Cristo; una spada; la lancia di Longino o una lancia bianca sanguinante; un pesce; una colomba con la Santa Comunione nel becco; il perno della Terra; un Vangelo segreto; manna dal cielo; una luce accecante; una testa tagliata (possibilmente del Cristo); una tavola (la Tavola Rotonda?); la Sacra Sindone; l’Arca dell’Alleanza; un relitto dallo spazio; una linea di forza aghartica[13].

Né, d’altra parte, può essere diversamente. Si tratta, sostanzialmente, di un problema metodologico. Nel momento in cui ci si accinge ad una ricerca sul Graal, ogni tentativo di metodo induttivo finisce inevitabilmente per bloccarsi di fronte a questo o quell’oggetto che, però, rappresenta solo un tentativo di “informare”, sostanzializzare quella che rimane una istanza superiore, un sentire che viene via via ri-simbolizzato.

Qui si gioca la difficoltà dell’interpretazione.

Ma se l’obiettivo ultimo è la ricerca di un Graal inteso come istanza basilare, nucleo cognitivo che si prefigura come elemento semioticamente definibile come enunciatore di un mutevole atto di enunciazione continuamente ridefinito, tale ricerca non può che ripartire da ottiche completamente diverse che hanno come metodo il reperimento di minimi comun denominatori delle simbolizzazioni storicamente susseguitesi, come substrato di ricerca il sentire umano generante la quest in esame e come obiettivo specifico il rinvenimento del momento storico-filosofico di emersione di tale sentire (sostanzialmente da analizzare nel suo generarsi astratto) come entità di tale pregnanza da necessitare l’oggettualizzazione in un simbolo che diventa obiettivo della quest specifica.

Si è parlato di atto enunciativo e, probabilmente questo passaggio necessita di una spiegazione.

Nel momento in cui il Graal inteso come oggetto è simbolo transeunte di una istanza superiore ed astratta, la sua stessa esistenza simbolica e, conseguentemente, la sua quest, si configurano come atto prettamente comunicativo: l’ontologia dell’astratto viene comunicata attraverso la sua simbolizzazione nel concreto.

Per questo motivo possiamo applicare al sistema della quest il classico schema enunciazionale della semiotica testuale e visiva[14], sintetizzabile come segue:

1-ENUNCIATORE ===> 2- Narratore ===> 3- Narratario ===> 4- ENUNCIATARIO

testualità

enunciazione

In questo quadro, il principio morale o etico a cui fa capo l’entità ultima del Graal comunica di sé (facendosi “1-ENUNCIATORE”) attraverso una istanza interna al campo della testualità, in questo caso rappresentata dalla quest stessa (nella sua narratività letteraria, ma anche, allargando il campo, nella concretezza delle sue multiformi rappresentazioni concrete), che semioticamente definiamo “2-Narratore” e che, in realtà, altro non è che la sua oggettualizzazione simbolica. Nel momento in cui l’autore della quest entra (dal punto di vista narratologico) in campo per ottenere l’oggetto del suo desiderio, concretamente egli non fa altro che assumersi il ruolo di “3-Narratario”, cioè di rappresentante del destinatario della comunicazione dell’enunciatore, cioè del “4-ENUNCIATARIO” (e, conseguentemente di colui che è destinatario della comunicazione del principio morale-etico, una istanza simbolica che, tendenzialmente, pur nella sua indefinitezza, può essere marca dell’intera umanità): nel momento in cui il Narratario parte alla ricerca del Graal (ma, in realtà, si tratta di un quadro valido per ogni genere di quest), ciò significa che egli ha recepito la valenza comunicata dal Narratore (il Graal stesso) e tale passaggio intratestuale sta per un passaggio a livello superiore di ricezione da parte dell’ENUNCIATARIO del messaggio (salvifico, morale, etico) comunicato dall’ENUNCIATORE (l’istanza astratta che comunica di sé).

Julius Evola, Il mistero del GraalL’elemento problematico nello schema nasce nel momento in cui, in un cammino a ritroso, l’ENUNCIATARIO perde l’anello di congiunzione ultimo tra Narratore ed ENUNCIATORE. Ciò dipende, fondamentalmente, dalla fluidità del simbolo rispetto all’istanza che lo sottende, una fluidità che ha la sua origine nell’esistenza di contesti narrativi e sociali diversi in cui tale atto comunicativo può aver luogo e dalla simbolicità prettamente astratta che lega ENUNCIATORE e Narratore. Ne è logica conseguenza la necessità dell’Enunciatario di superare il contesto narrativo, travalicando la sua istanza simbolica di riferimento (il narratario, il cui ruolo diventa indefinito e sostanzialmente inane: ne è riprova l’indefinitezza dell’oggetto della quest in numerosissimi testi della letteratura romanza) per assumersi un classico ruolo di “lector in fabula”[15]. Praticamente, dunque, il lettore viene chiamato a ricostruire l’anello perduto, a partire, innanzitutto, dalla ricostruzione del simbolo che rappresenta il narratore, cioè dalla ri-oggettualizzazione del Graal. Nel far ciò, ovviamente, l’ENUNCIATARIO non può prescindere dal contesto in cui opera, inteso come tempo, spazio e cultura ad essi sottesa. E’ da questo processo che deriva la continua ridefinizione dell’oggetto.

Proprio per questo ogni ricerca che si fermi non solo al puro contesto narrativo (ciò che abbiamo definito come “quest localizzativa”, nel qual caso abbiamo un ENUNCIATARIO che si immedesima a tal punto nel Narratario da elidere fino alla cassazione il suo ruolo proprio ed extratestuale per assumerne uno puramente e riduttivamente intratestuale, per di più scegliendo come oggetto di ricerca riduttivamente una cristallizzazione statica, episodica e temporalizzata di un sistema simbolico evolutivo fluido), ma anche alla semplice ricostituzione del narratore – simbolo secondo coordinate culturali necessariamente spazio-temporalizzate, non può che risultare perdente o, quantomeno, parziale, nel momento in cui perde di vista l’orizzonte ultimo, che deve comunque restare il senso della comunicazione dell’ENUNCIATORE.

Tutto, allora, si gioca nella ricostruzione (praticamente a livello di tasselli di puzzle rinvenibili nelle diverse rappresentazioni parziali dell’atto narratologico) del livello fondativo della comunicazione al suo stato puro e nel conseguente riconoscimento dell’ontologia dell’ENUNCIATORE, cioè del significato del nocciolo morale-etico-salvifico di cui il Graal oggettivizzato è solo rappresentazione multiforme e momentanea.

Si tratta, indubbiamente, di una pratica intellettualmente ben più laboriosa ma, probabilmente, solo da una impostazione più radicale e svincolata da visioni parziali sarà possibile uscire dalla empasse di una ricerca sostanzialmente sterile.


[1] Cfr., tra gli altri, M. Fullman, The Soul and the Need, New York, Cooper, 1998, passim.

[2] Don Cupitt, The Great Questions of Life, San Francisco, Polebridge Press, 2006, pag. 7

[3] Kelley L. Ross, Ph.D., The ”Need to Know” and the Meaning of Life, in The Proceedings of the Friesian School, Fourth Series, 2003

[4] AA.VV., Al di là dello specchio, in Cercare se stessi, Ed. Il Ragno Incantato, 2005, pag. 2

[5] Fullman, citato, pag.41

[6] Elisabeth Argyle-Stewart, Introduction to Literature, Boston U.P., 1996, pag. 22

[7] Wikipedia, -Quest-, http://en.wikipedia.org/wiki/Quest

[8] Cfr. ad una libera interpretazione delle funzioni narratologiche della quest in Paul Barrette, The Quest In Classical Literature: Structuralism And Databases, McMaster University, 2004

[9] Cfr. Roberto Bonconsiglio, Gli Assiri, Arethè, 1991, passim

[10] Cfr. Allen Sanderson, The Myth of Jason, Penguin Paperbacks, 1997, passim

[11] Julius Evola, Il Mistero del Graal, articolo apparso sul quotidiano Il Popolo di Roma il 30 marzo 1934.

[12] Cfr. M. Liborio (a cura di), Il Graal. I testi che hanno fondato la leggenda, Milano, Mondadori, 2005

[13] Per questo elenco, comunque non esaustivo, cfr. Karen Ralls,The Templars and the Grail, Quest Books, 2003, passim

[14] Cfr. F. Casetti, Dentro lo sguardo, Milano, Bompiani, 1986

[15] Cfr. U.Eco, Lector in fabula, Milano, Bompiani, 2001

Segui Lawrence Sudbury:
Nato a Londra nel 1968 ma italiano di adozione, si laurea a 22 anni con il massimo dei voti in Lettere Moderne presso l'UCSC di Milano con una tesi sui rapporti tra cultura cabbalistica ebraica e cinematografia espressionista tedesca premiata in Senato dal Presidente Spadolini. Successivamente si occupa di cinema presso l'Istituto di Scienze dello Spettacolo dell'UCSC, pubblicando alcuni saggi ed articoli, si dedica all'insegnamento storico, ottiene un Master in Marketing a pieni voti e si specializza in pubblicità. Dal 2003 si interessa di storia e simbologia religiosa: nel 2006 pubblica Il Graal è dentro di noi, nel 2007 Non per mano d'uomo? e nel 2009 L’anima e la svastica. Nel 2008 ottiene, negli USA, "magna cum laude", un dottorato in Studi Religiosi a cui seguono un master in Studi Biblici e un Ph.D in Storia della Chiesa, con pubblicazione universitaria della tesi dottorale dal titolo Nicea: what it was, what it was not (2009). Collabora con riviste cartacee e telematiche (Hera, InStoria, Archeomedia) e portali tematici, è curatore della rubrica "BarBar" su www.storiamedievale.org e della rubrica "Viaggiatori del Sacro” su www.edicolaweb.net. Sito internet: http://www.lawrence.altervista.org.

  1. […] lo sviluppo mercantile e protocapitalista della Grecia arcaica come scrive Lawrence Sudbury in Per una semiotica del Santo Graal o c’è di più? Difficile dirlo. Bisognava chiederlo a tempo debito allo stesso Fulcanelli, […]

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