Nietzsche come filosofo guerriero

Domenico Losurdo, Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico Le energie intellettuali dispiegate da Alfred Baeumler per dare giusta collocazione al pensiero di Nietzsche hanno costituito uno dei monumenti culturali più rilevanti del Novecento. Si trattava di liberare la filosofia del nichilismo attivo dalle incrostazioni speculative per restituirla al suo valore storico e politico. Fare insomma di Nietzsche non un semplice “caso umano” di resistenza individualistica alla modernità, ma il motore centrale di una consapevole rivolta nel nome di valori giacenti nella psicologia e nella cultura europee.

In questo senso, l’antiumanesimo era visto da Baeumler come il punto di rottura tra Nietzsche e l’attualità, disponendo così il piano per l’avvento del vero umanesimo moderno: rinascita della grecità arcaica come attimo dell’origine individuante; ripresa dei significati naturali dell’essere e del convivere; privilegio della comunità dinamica sull’individualismo statico di massa; volontà di potenza e sovrumanismo come strumenti di rinascita della nostra civiltà. In altre parole, Nietzsche pensatore dell’esistenza, della storia e della politica. Pensiero in azione, ideologia mobilitante. Nietzsche come fondamento per un modo nuovo – ma al tempo stesso arcaicissimo – di considerare la vita umana in senso eroico, attivo e combattivo. Con Nietzsche, dunque, riposizionato là dove volle lui stesso, in qualità di fomentatore di forza interiore e suscitatore di rivolta antimoralistica: il contrario della pecorella buonista, dello “spirito libero” mezzo illuminista e mezzo liberale, secondo le immaginette mistificate con cui i progressisti hanno cercato più volte di mettere le mani su Nietzsche, disinnescandone il potere sovversivo.

Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia Baeumler ha a lungo pagato con la diffamazione il fatto di essere stato uno degli intellettuali più impegnati – negli anni Venti, durante il Terzo Reich e poi anche nel secondo dopoguerra – nel compito di sottrarre la figura di Nietzsche alle manipolazioni progressiste, intese a occultarne il vero significato rivoluzionario, volta a volta arruolandolo tra i profeti del “pensiero debole” oppure del nuovo “illuminismo” cosmopolita, supporto teorico alle degenerazioni del mondialismo contemporaneo. Per la verità, già negli anni Ottanta illustri studiosi come Giampiero Moretti e Giorgio Penzo avevano rotto la congiura del silenzio organizzata intorno al pensiero di Baeumler, riconoscendone l’alto valore scientifico relativamente ai suoi studi sul matriarcato di Bachofen e alla volontà di potenza di Nietzsche. Adesso, le Edizioni di Ar, dopo la pubblicazione dei due precedenti libri di Baeumler Nietzsche filosofo e politico (del 1931) e L’innocenza del divenire (collazione di saggi stesi tra il 1930 e il 1964), completano la traduzione dei lavori di Baeumler sulla filosofia di Nietzsche con l’appena uscito Stile e destino. Inediti nietzscheani, a cura della consorte Marianne Baeumler e con una densa e importante postfazione di Luigi Alessandro Terzuolo.

Si tratta di testi sparsi, appunti, riflessioni, un ricco materiale inedito che costituisce il Nachlass, il lascito filosofico che Baeumler, dal 1945 al 1968, anno della sua morte, dedicò al pensiero di Nietzsche, da lui giudicato centrale nella lotta per l’identità sostenuta nel Novecento dalla Germania e in genere dalla Kultur europea. E ancora decisivo per dotare la nostra declinante – anzi, già declinata – civiltà di potenti mezzi di resistenza culturale. Per avere un’idea dell’attualità di questo tipo di riflessioni baeumleriane, basta pensare a quanto da lui scritto nel 1942 sull’idea di Nuovo Ordine Europeo, poi ripreso negli anni Cinquanta attribuendo alle rivoluzioni nazionali vinte il “senso della misura” e invece alla democrazia imperialistica vincitrice il progetto “inumano” di creare, con la scusa della “pace perpetua” e dell’eguaglianza, uno smisurato potere assoluto su scala planetaria. Ciò che implica, come ha scritto Baeumler, «la scomparsa di tutte le differenze storiche e naturali esistenti fra gli uomini, ovverosia la soppressione delle singole entità nazionali». A questo ordine di idee appartiene anche la critica portata da Baeumler allo hegelismo cristianeggiante, giudicato un sostrato dello storicismo evolutivo, da cui sono rampollati ogni sorta di disastri ideologici, primi tra tutti il marxismo e il liberalismo.

Friedrich Nietzsche, La gaia scienza e Idilli di Messina A questa concezione conservatrice e borghese Baeumler oppone una revisione dei valori sulla scorta di Nietzsche. A cominciare dalla critica al cristianesimo, regolarmente utilizzato dalla “democrazia” come copertura morale per le sue pratiche di dominio mondiale. Un’impostura che Nietzsche aveva già ai suoi tempi smascherato, denunziando «l’abuso politico del cristianesimo», al riparo della cui morale pacifista e umanitaria, allora come oggi, i filistei sono soliti consumare i peggiori crimini. Se nei suoi studi nietzscheani anteriori al 1945 Baeumler rimarcava la necessità di riscoprire la vena “romantica”, mitica, suscitatrice di Nietzsche quale strumento di rinascita dell’aristocrazia popolare, anche nelle riflessioni del dopoguerra – nonostante le tragiche disillusioni sopravvenute circa il destino europeo – Baeumler rivendica l’essenza volontarista degli annunci di Zarathustra, ponendo l’accento su quella nozione di volontà perseverante che ormai, dopo la catastrofe storica del 1945, a Baeumler sembra l’ultimo saliente su cui far convergere la volontà di lotta. Se le realizzazioni della storia appaiono all’improvviso inconcepibili e impossibili, ciò che rimane è pur sempre un patrimonio di valori inattuali, da allevare e proteggere per un più lontano futuro. Ad esempio, in un appunto degli Inediti, Baeumler sottolinea la necessità di ripensare Nietzsche non più come l’immediato antecedente di edificazioni politiche in atto – come poteva accadere all’epoca del trionfante Reich neopagano – ma pur sempre come il maestro dell’edificazione interiore. Colui che insegnò a credere, al di là di ogni scissione morale cristiano-paolina, nell’unità di volontà sovrana e di occulta potenza dell’anima. «Bisogna saper collegare l’idea di una suprema passionalità con la nozione di volontà perseverante, se vogliamo approssimarci alla fondamentale premessa nietzscheana, nella quale la passione viene intesa come l’esplosione del sentimento, un trasporto, una violenta affermazione dell’anima». Negli scritti su Nietzsche degli anni post-1945, non troveremo in Baeumler la medesima aperta rivendicazione della storicizzazione dei valori. Ma, nondimeno, riconosceremo immutata la stessa volontà di attingere da Nietzsche la capacità critica di eludere il presente e di immaginare il futuro, secondo le categorie di un divenire perennemente ricreantesi. Proprio questa fiducia nell’anima, ad esempio, è la medesima tanto nella stagione del dispiegarsi della volontà di potenza, quanto in quella del suo interiore ripiegarsi.

Del resto, proprio in questi scritti, in cui la filosofia sembrerebbe doversi per necessità astrarre dal mondo delle manifestazioni politiche, noi troviamo alcuni riferimenti alla volontà nietzscheana di indicare nel destino impersonale il segreto per futuri inveramenti. È quando, ad esempio, Baeumler fa riferimento a quanto scritto da Nietzsche circa il suo sentirsi strumento di una «forza ignota» che lo guida misteriosamente. È la forza arcana racchiusa nel corpo, nel bios che ogni volta si rinnova, mantenendo intatta la speranza che l’identità sia in grado di continuarsi, anche nelle epoche del rinnegamento. Il corpo, allora, è espressione fisica dell’anima, è il segno esteriore della qualità che non si spezza. Le parole scritte da Nietzsche in Ecce Homo, «il corpo è entusiastico, non immischiamoci più con l’anima!», vengono confrontate da Baeumler con le invocazioni di Gottfried Benn sui diritti eterni della genealogia differenziante: «Non esiste che un Destino: il corpo; non c’è che una modalità di sprofondamento: la penetrazione, quella fallica, verticale…».

Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli ovvero come si filosofa col martello Il commento di Baeumler lascia intendere che il corpo, proprio nel momento in cui non ci sono più una politica e un mito, torna ad essere l’elemento decisivo: «Una qualche speranza pare rimanga ancora nella sfera del soma… sarà allora la personalità a riappropriarsi del primordiale tronco cerebrale, dando inizio a nuove specializzazioni…». Il destino del Leib nietzscheano, il corpo come simbolo di trasfigurazione e di mutazione sovrumana, è ancora tutto da svolgersi. Nietzsche fu il profeta di questa rinascenza del corpo come sacrale espressione di una voce proveniente dagli atavismi: «Il soma misterioso, arcaico, distante, oscuro, completamente ritratto sulle origini, sovraccarico del retaggio di epoche e di processi enigmatici…». Questa fiducia di Baeumler nelle energie remote nascoste nel corpo, rinnovata ancora nel dopoguerra come ultima parola nietzscheana, a ben vedere non è che la logica prosecuzione di quanto lo stesso Baeumler affermava sin dagli anni Venti, quando intese ricondurre Nietzsche all’interno della tradizione romantica tedesca e della Lebensphilosophie, nelle quali vedeva l’eredità della Grecia tellurica, dionisiaca, arcaizzante dissepolta da La nascita della tragedia in poi.

Culto della Madre Terra, del grembo oscuro da cui scaturisce la vita comunitaria, religione eraclitèa dei valori ctonii che imprimono identità: non fu proprio Nietzsche a parlare di due diverse intelligenze presenti nell’uomo, la piccola ragione (kleine Vernunft), quella dell’intelletto, e la grande ragione (grosse Vernunft), quella che scaturisce dal corpo, dall’istinto, dall’atavismo? A questo punto, tutta la lettura di Nietzsche che lungo quarant’anni di studi Baeumler ci ha lasciato, presenta una sua coerenza di fondo. Il pensiero dell’eroismo e della lotta, del divenire come affermazione, della volontà di potenza come azione, dell’eterno ritorno come cosmologia dell’essere, si presenta ancora e di nuovo con le stigmate di un’energia che proviene adesso non più dalle ideologie o dalle svolte della storia, ma dai caratteri stessi della vita biologica. Nietzsche vide la lotta tra il principio pretesco della morale e quello guerriero della volontà. Su questa traccia, Baeumler sembra dirci che l’ultima ideologia ancora difendibile è oggi proprio questo nostro carattere esistenziale che riposa nel tratto, nello stile, nel destino dell’identità omerica, il volto della nostra civiltà.

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Tratto da Linea, del 26 ottobre 2007.

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