Mussolini al Gran Sasso

In quei terribili giorni del settembre 1943, l’Abruzzo fu al centro dell’interesse di molti protagonisti della fase, se non conclusiva, almeno risolutiva della guerra.

Il 9 Settembre 1943, a poche ore dalla proclamazione radio dell’Armistizio, i regnanti sabaudi e lo Stato Maggiore del Regio Esercito raggiungevano Pescara ed Ortona, dove poi si sarebbero imbarcati per raggiungere Brindisi, città ancora italiana, ovvero non in mano a truppe nemiche.

Già, nemico. Nella prima decade di settembre ‘nemico’ era una parola ben poco definita.

Seppure la nostra resa fosse stata firmata il 3 di settembre a Cassibile, la comunicazione al Paese avverrà soltanto cinque giorni dopo. Cinque giorni cruciali per le sorti delle Forze Armate: gli scarsi collegamenti con l’alto comando, le difficoltà logistiche ed organizzative, le incursioni aree alleate e lo sbarco angloamericano a Salerno (9 Settembre) alimentavano preoccupazioni e tensione tra ufficiali e soldati, convinti che il conflitto sarebbe proseguito a fianco della Germania, come Badoglio aveva assicurato l’indomani della caduta del fascismo.

E Mussolini? Durante i quarantacinque giorni di reggenza Badoglio, Mussolini è costantemente trasferito in siti diversi: Gaeta, Ponza, La Maddalena, Bracciano, Gran Sasso. L’incolumità del Duce è una garanzia per Vittorio Emanuele e per il nuovo primo ministro, al fine di tenere a bada i tedeschi, insospettiti dal colpo di stato del 25 luglio; nel contempo un domani, in vista di una resa agli americani, Mussolini sarebbe potuto diventare ‘moneta’ di scambio nelle trattative.

Gran Sasso, 12 settembre 1943. Liberazione di Mussolini. Alla destra del Duce Otto Skorzeny.
Gran Sasso, 12 settembre 1943. Liberazione di Mussolini. Alla destra del Duce Otto Skorzeny.

Il ventotto agosto 1943, il Duce raggiunge un albergo di montagna, a poco più di 2000 metri d’altezza, accanto ad una stazione sciistica e poca distanza da una base aerea dell’Arma azzurra.

Per circa due settimane guardie di custodia, personale dell’albergo e pastori di Campo Imperatore si ritroveranno faccia a faccia con chi, fino a pochi mesi prima, parlava loro solo dalla radio o dal celebre balcone di Palazzo Venezia.

Una star, diremmo oggi. Un personaggio importante in una situazione del tutto nuova: niente cineoperatori, gerarchi impettiti e folle festanti, solo poliziotti e intorno il silenzio della montagna abruzzese che cela agli occhi del mondo la straordinaria e nel contempo ingombrante presenza.

Nei libri di scuola e nei testi accademici si parla di detenzione e poi di liberazione di Mussolini dal Gran Sasso.

Ma si sa, spesso la storia, soprattutto quella ‘scolastica’, all’analisi attenta e rigorosa preferisce una narrazione più generica e certamente meno affascinante degli eventi.

Affascinante, proprio così. Solo lo studio e la raccolta di testimonianze, il confronto delle fonti, l’assidua e costante ricerca ricrea attorno ad un fatto quell’importanza e quell’interesse di cui è stato ingiustamente privato, chiuso e stipato in un paragrafo o in un capitolo di un sussidiario.

Un fascino cui non ha resistito Vincenzo di Michele, giornalista romano, classe ’62 che, come i colleghi Pansa e Petacco, ha tentato di tracciare i contorni di una vicenda poco nota, che la vulgata storica ha spesso considerato marginale nel più ampio e sanguinoso contesto della campagna d’Italia.

Pastori, commercianti, camerieri. Loro i veri protagonisti di Mussolini, finto prigioniero al Gran Sasso (Vincenzo di Michele, Curiosando editore, Firenze, 2011). Una storia fatta dagli ultimi, proprio perché gli ultimi furono coloro che ebbero maggiore occasione di incrociare il Duce, di rivolgergli uno sguardo, una parola in quella che tutto sarebbe potuta essere eccetto che una vera e propria prigionia.

Il Duce era libero di muoversi, gli agenti di custodia mantenevano nei suoi confronti quel distacco che, in carceri e centri detentivi, certo non è assicurato a comuni condannati; inoltre, da non sottovalutare, l’assoluta mancanza di difese attorno all’albergo, facile preda in caso di attacco nemico o di tentativi di liberazione vari ed eventuali.

I montanari abruzzesi fotografarono coi loro occhi l’evolversi degli eventi, dal ventotto agosto all’atterraggio degli alianti del generale Kurt Student, comandante dei Fallschirmjäger, i parà della Luftwaffe, il 12 settembre (Operazione Quercia). Quegli scatti della memoria hanno poi alimentato le pagine di appunti dell’autore che, con stile lineare e un taglio giornalistico, ha ricostruito una vicenda che, non fosse vera, parrebbe un romanzo di Ken Follet o di Frederick Forsyth, con un Gran Sasso sfondo di situazioni avvincenti e in alcuni casi surreali.

Surreale come la foto scattata pochi istanti dopo l’ingresso dei tedeschi nell’hotel, con un Mussolini sorridente attorniato da soldati tedeschi ed italiani, allegri e felici come in una foto ricordo da mostrare ai nipoti, malgrado Germania e Italia fossero ufficialmente in guerra ormai da più di due giorni.

Piacerà: a coloro i quali non si accontentano della storia ufficiale, preferendo confrontare e confutare altri testi ed altre fonti, al fine di avere del passato prossimo italiano un quadro quanto più vicino alla realtà.

Non piacerà: a chi sostiene che la Storia sia materia puramente accademica, riservata ai cattedratici e non ai giornalisti i quali tuttavia, volenti o nolenti, negli ultimi trent’anni hanno permesso a migliaia di italiani di conoscere personaggi ed eventi inghiottiti dalla memoria. Questo grazie ad uno stile di indagine e di divulgazione che permette a chiunque (anche a chi storico non è) di leggere ma soprattutto di capire.

Degna di nota, a fine volume, l’analisi storico – militare di Alvise Valsecchi in merito all’ intervento dei Fallschirmjäger.

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