La seconda giovinezza del populismo

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Gli intellettuali al servizio permanente effettivo della Nuova Classe, vale a dire le guardie bianche del sistema, si adoperano da tempo affinché il senso comune contemporaneo venga permeato dall’affermazione di Peter Sloterdijk: “Il mondo non deve più essere né interpretato, né cambiato: deve essere sopportato”. L’apatia politico-sociale è il risultato del progetto degli uomini del ‘politicamente corretto’. I loro sogni, sono turbati, da qualche tempo, da un incubo ricorrente: l’apparizione sulla scena internazionale dei movimenti populisti. Populismo è termine polivalente, ma come ha riconosciuto Elisabeth Lévy, tale espressione semantica ultimamente è “il nome che la sinistra dà al popolo quando il popolo non le piace”. Una situazione simile ha indotto gli studiosi  a fare chiarezza sul fenomeno, sottraendolo alle semplificazioni esegetiche. Nel compito si sono prodigati intellettuali dalle diverse provenienze, tra essi Marco Revelli, docente di Scienza della politica all’Università del Piemonte orientale, ed esponente della sinistra ‘critica’. Lo ha fatto nel volume che di seguito presentiamo, Populismo 2.0, edito da Einaudi (euro 12,00).

L’incipit del libro muove dalla constatazione che il populismo è una reazione socio-politica che si produce in una società quando il popolo non si sente rappresentato. Mentre il populismo storico aveva per tratto connotante l’essere rivolta degli esclusi, le sue attuali recrudescenze rappresentano la protesta vibrata di ceti, un tempo inclusi nella società opulenta, ed ora marginalizzati dai processi economici innescati dalla globalizzazione. Il populismo originario può, pertanto, esser considerato malattia infantile della democrazia, le sue manifestazioni attuali, al contrario, mostrano la crisi senile di tale sistema politico. Populista è chi si pone oltre i confini del ‘politicamente corretto’ e si oppone, rileva Revelli, alla classe discutidora. L’autore definisce post-democratica la fase storica che attraversiamo. In essa assistiamo alla progressiva mutazione antropologica del produttore-consumatore, modello umano prevalente nel ‘glorioso trentennio’ del welfare chiusosi negli anni Settanta, nel consumatore-consumato (Benjamin Barber). Il populismo è reazione pulsionale a tutto ciò, si tratta di un mood, uno stato d’animo dal quale si evince il malessere indotto dal mondialismo nelle società atomizzate.

Lo studioso si serve, al fine di individuare le caratteristiche comuni ai diversi movimenti in campo, degli strumenti tassonomici individuati dalla politologa Christa Deiwiks. Ritiene, pertanto, che fondamentali istanze populiste siano: 1) ridare centralità al popolo, inteso nella sua dimensione calda di comunità vivente, che fonda la dialettica politica sull’asse verticale basso-alto e non più sulla contrapposizione destra-sinistra; 2) sviluppare una visione morale dell’altro, dell’avversario, rappresentato sempre quale antitesi; 3) mirare al rovesciamento dello stato presente delle cose. Gli avversari di tale posizioni, tendono a rilevarne il tratto antipolitico, rispolverando una definizione coniata da Luigi Salvatorelli a proposito dell’Uomo Qualunque. Dimenticano, questi Soloni degli interessi costituiti, quanto sostenne Thomas Mann nelle Considerazioni di un antipolitico: “L’antipolitica è essa stessa una politica”. L’autore trova conferma di tale affermazione nella storia del primo populismo USA: presenta, così, la nascita del People’s Party, soffermandosi sulla straordinaria figura di Andrew Jackson, detto Re folle, latore di una campagna frontale contro gli interessi speculativi del sistema bancario nord-americano, condotta in difesa del ‘produttivismo patriottico’. Nella campagna presidenziale del 1892, tali interessi furono strenuamente difesi da James Weaver, che ottenne ampio consenso. Quella campagna elettorale evidenziò il medesimo cleavage città-campagna, riaffiorato nello scontro elettorale nel quale Trump ha sconfitto la Clinton.

L’autore dedica pagine stimolanti all’imprevista vittoria di Trump. Suo protagonista è l’Hillbilly: cittadino bianco che vive sulle colline e nelle aree rurali, veste come può, parla come gli va, beve whiskey e tira fuori la pistola quando meno te lo aspetti. Ma soprattutto è un povero o, quantomeno, è un uomo che ha perso qualcosa rispetto alla sua precedente condizione sociale. Revelli rivolge la sua analisi anche al caso italiano. Individua tre forme polimorfe di populismo: il berlusconismo, il grillismo ed il renzismo, segnate da una forte personalizzazione carismatica della politica e da una comunicazione mirata al rapporto diretto con il pubblico indeterminato. Le tre variabili mostrano, quali tratti condivisi, la volontà di rottura rispetto al passato, il volersi proporre come ‘diversi’ e la volontà di dar luogo ad un ‘nuovo inizio’. La video-politica (Sartori) inaugurata dal Cavaliere di Arcore, ha avuto quale obiettivo,  quello di far sognare il popolo. Una sorta di populismo edonista nato dal benessere indotto dal carpe diem, occasionalistico e rapinoso, strutturato sulla ‘promessa di immediatezza’ del cambiamento pubblicizzata dal ‘partito azienda’. In esso confluirono vecchi conformismi e nuovi ribellismi.

Il grillismo è esploso nel 2013, ma è stato un fenomeno a lungo incubato nella pancia del paese. Si tratta di ‘cyberpopulismo’, capace di dar voce al nuovo popolo del web. La comunicazione del M5S ha rimodulato tra loro tutti i media disponibili, al fine di contrapporre, secondo la definizione di Cas Medde, il ‘popolo puro’ alla ‘classe politica’. Il renzismo, di contro, ha tentato di costruire, al di sotto dell’operare del ‘pilota automatico’, evocato da Mario Draghi, il consenso di massa. Il populismo di Renzi, è conservatore, ha puntato a tenere le masse nel sistema, avvalendosi del modello berlusconiano, ma richiamandosi anche a quello grillino in tema di rottamazione. Il referendum costituzionale, così come le recenti elezioni politiche, hanno sancito il fallimento di tale progetto.

Sotto il profilo esegetico il libro di Revelli è condivisibile, non altrettanto le conclusioni cui perviene. Lo studioso ravvisa nei populismi indentitari e sovranisti un pericolo ed un rischio da evitare. Ritiene, inoltre, che accorte scelte economiche redistributive, servizi sociali accessibili, ammortizzatori sociali e una dinamica salariale meno mortificante dell’attuale, potrebbero, in Europa e nel mondo, disinnescare il possibile incendio. Si appella, a nostro giudizio, ad una sinistra onirica, che non c’è. Non sa, con Jean Claude Michéa che “da venti anni ogni vittoria della sinistra corrisponde obbligatoriamente ad una sconfitta del socialismo”? Le politiche auspicate da Revelli sono retaggio storico di sovranismo ed identitarismo, sono lascito del socialismo nazionale.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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