La grande menzogna patriottica

Ancora oggi, nonostante i decenni trascorsi, la seconda guerra mondiale non è un evento storico come un altro. Dagli esiti di essa è dipeso l’assetto politico mondiale degli ultimi 60-70 anni, e sempre ad essa si rifà tutto il sistema delle giustificazioni e delle legittimazioni del potere che dopo di essa si è stabilito, attraverso il metodo della criminalizzazione dei vinti e della santificazione dei vincitori.

E’ chiaro che ci si muove su di un terreno minato: il potere ha tutto l’interesse a scoraggiare l’obiettiva conoscenza storica di quegli eventi, che potrebbe mettere in crisi il suo ben architettato sistema di giustificazioni e menzogne. La falsificazione materiale, che può essere facilmente confutata, è pericolosa e non vi si ricorre molto. Si preferisce piuttosto enfatizzare alcuni aspetti del conflitto e passare sotto silenzio altri, in maniera da creare un’impressione complessivamente distorta. Vi è anche da dire che informazioni note agli specialisti sono spesso tenute fuori dalla portata del grosso pubblico, mentre tutto ciò che “fa opinione pubblica”, dai kolossal cinematografici ai testi scolastici, ripete piattamente da sessant’anni la versione “canonica” stabilita dai vincitori.

L’episodio centrale del conflitto, quello che ne ha determinato gli esiti e ha comportato il costo più alto di vite umane e distruzioni, è stato certamente lo scontro tedesco-sovietico iniziato con l’Operazione Barbarossa, ed è anche un aspetto della seconda guerra mondiale a proposito del quale circolano le maggiori falsificazioni. Poiché esso è stato chiamato dai sovietici “la grande guerra patriottica”, sarà della grande menzogna patriottica che parleremo ora.

Tuttavia, per prima cosa sarà utile dire qualcosa circa la partecipazione italiana a quella tragica catena di eventi, perché, oltre a riguardarci direttamente, mette molto bene in luce come di un evento si possa dare un’impressione falsata senza ricorrere a falsificazioni materiali, ma rimarcandone alcuni aspetti e sottacendone altri.

Come è noto, l’episodio più importante e tragico in cui fu coinvolto il contingente italiano, fu la ritirata dalla linea del Volga a quella del Don resasi necessaria dopo che i sovietici ebbero travolto il fronte di Stalingrado. Per i nostri soldati fu un’odissea disperata e tragica: sprovvisti di benzina e mezzi motorizzati, dovettero affrontare una lunga marcia nel cuore dell’inverno russo in condizioni climatiche estreme, pressati da ogni parte dal nemico, per ritrovarsi alla fine intrappolati in una grande sacca. Qui, a Nikolajewka, ebbe luogo una delle battaglie più disperate di tutta la guerra: la divisione alpina Tridentina, una delle poche che aveva mantenuto un minimo di efficienza e di armamento, affrontò i sovietici e sfondò l’accerchiamento, permettendo a migliaia di nostri soldati di mettersi in salvo. I nostri alpini affrontarono i carri armati sovietici quasi a mani nude, con un coraggio che ha pochi esempi nella storia militare, e trova un paragone solo in quello dei nostri paracadutisti della Folgore che a El Alamein in maniera analoga ributtarono indietro anche loro quasi a mani nude i tank britannici, impedendo l’annientamento dell’Afrika Korps.

Dopo la guerra, due testimonianze di reduci sono diventate due libri su questo episodio: Centomila gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi e Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern. Questi due testi sono andati incontro a due destini completamente diversi. Mentre il testo di Bedeschi è caduto nell’oblio e non è più ristampato da decenni, quello di Stern è diventato un classico, proposto spesso come testo di lettura ai ragazzi delle scuole, e ne è stata fatta anche una riduzione teatrale. Perché questa differenza?

Bedeschi non ha nascosto di certo le drammatiche condizioni in cui i nostri soldati si vennero a trovare per la disorganizzazione e la mancanza di mezzi, ma il suo racconto della battaglia di Nikolajewka ha il sapore dell’epopea, ci ricorda che è soprattutto nelle circostanze tragiche che emerge il valore dell’uomo. Rigoni Stern, invece, sottolinea soprattutto il momento dello sbandamento, e verrebbe da dire dello sbracamento dei soldati italiani durante la ritirata, la sua narrazione è molto più funzionale agli intenti di chi – la sinistra da sempre antinazionale, e chi voleva/vuole l’Italia quanto meno caserma per farla diventare quanto più sacrestia possibile – ha avuto ed ha interesse a creare o mantenere in vita a dispetto della verità storica il falso mito dell’italiano vigliacco e incapace di valore militare.

Rigoni Stern ha poi un’avversione tutta speciale per i Tedeschi. Colpevoli di aver preso alcuni camion che gli italiani avevano abbandonato perché senza benzina, e che non avrebbero potuto comunque utilizzare, i soldati tedeschi diventano i responsabili della tragedia che ha colpito i nostri connazionali. Del brutale trattamento riservato dai sovietici ai prigionieri di guerra, neppure una parola. Circa il comportamento dei generali antifascisti che, puntando su di una sconfitta per far cadere Mussolini, “gli amici dei nemici”, come li chiama Antonino Trizzino, avevano nascosto le inefficienze e la disorganizzazione delle nostre Forze Armate, nemmeno. Mi ha sempre insospettito il doppio cognome del sergente Rigoni. Quello “Stern” fa pensare a un’origine ebraica. Sarà una coincidenza, eppure…

Secondo la versione ufficiale della grande menzogna patriottica, con l’Operazione Barbarossa la Germania avrebbe aggredito un’Unione Sovietica pacifica e impreparata. E’ una versione di cui chi ha una conoscenza dei fatti storici (ma quanti hanno realmente una conoscenza dei fatti storici?) coglie immediatamente la falsità: l’Unione Sovietica di Stalin era intenta a una politica di espansionismo aggressivo, aveva già tolto alla Romania la Bessarabia (la regione che costituisce l’attuale repubblica di Moldavia), alla Cecoslovacchia la Rutenia Subcarpatica, annesso le Repubbliche Baltiche, approfittato del conflitto tedesco-polacco per annettersi la metà orientale della Polonia, aggredito la Finlandia.
Nel Mein Kampf, Hitler ha esposto il concetto che la Germania non si sarebbe mai più dovuta trovare impegnata in un conflitto su due fronti, attribuendo giustamente a ciò il disastro del 1914-18; se egli ha poi contraddetto le proprie parole, non dobbiamo forse pensare che è stato costretto a farlo?

C’è di più: abbiamo le testimonianze dei militari tedeschi entrati in territorio sovietico, fra queste quella di Hanns Urich Rudel, il famoso Pilota di ferro, l’asso degli stuka. Immediatamente dietro il confine sovietico, trovarono ammassate enormi quantità di truppe e materiale. Una disposizione del tutto illogica a fini difensivi, e invece pienamente funzionale allo scatenamento di un’imminente offensiva.

Tutto ciò porta a un’inevitabile conclusione: Hitler diede il via all’operazione Barbarossa per prevenire un’imminente aggressione sovietica prendendosi almeno il vantaggio della prima mossa.

Ora, può sembrare strano, ma in Russia sono emerse prove in questo senso già dalla caduta dell’Unione Sovietica e dall’apertura degli archivi fin allora segreti, innescando un dibattito di cui in Italia dove abbiamo una classe dirigente che continua a tenere in vita il mito antifascista, e deve di conseguenza far sopravvivere il mito del fascismo come “male assoluto”, non è giunta la minima eco.

Solo recentemente è apparsa in internet la traduzione italiana di un articolo di Daniel W. Michaels apparso su The Journal of Historical Review del Luglio-Agosto 1998, che è una recensione cumulativa di tre libri di Vladimir Rezun, ex funzionario dei servizi segreti sovietici, che li ha firmati con lo pseudonimo di Viktor Suvorov: Il rompighiaccio, Il giorno M, L’ultima repubblica, nei quali si portano le prove che l’Operazione Barbarossa prevenì soltanto un’aggressione sovietica contro la Germania e l’Europa occidentale.

Queste prove sono diverse e di varia natura; vanno dalla dislocazione delle forze armate a ridosso dei confini occidentali già notata da altri (dislocazione razionale in vista di un’offensiva, ma controproducente in difesa, perché in caso di sfondamento lascia le truppe tagliate fuori dalle proprie basi logistiche e il territorio aperto all’invasione), al fatto che ai comandanti di reparto fossero state consegnate mappe della Germania e dell’Europa occidentale, ma non del territorio russo che avrebbero dovuto difendere.

Un’ulteriore prova è data dallo sviluppo dei mezzi corazzati sovietici, che comprendevano l’eccellente carro medio T 34 e i KV, una linea di carri pesanti da cui dovevano poi derivare gli Stalin, modelli chiaramente concepiti per l’attacco. Al momento dell’operazione Barbarossa, la Germania non disponeva di carri pesanti, né di alcun modello meglio armato e corazzato del tipo IV, fu solo dopo l’inizio di essa che vennero messi in produzione il carro medio Panther e il carro pesante Tigre per tenere testa ai modelli sovietici della stessa classe, senza peraltro raggiungere mai nemmeno lontanamente una parità quantitativa. Una sproporzione di forze di questo genere è già sufficiente a persuadere che Barbarossa fu una mossa azzardata e disperata per evitare un male ancora peggiore lasciando l’iniziativa ai sovietici.

Un’ulteriore prova è data dal fatto che Stalin si mostrò in più occasioni deluso degli esiti del conflitto, che pure avevano dato all’Unione Sovietica il controllo di metà Europa e una preminenza planetaria da superpotenza destinata a durare fino al 1991.

Ci racconta Michaels nella sua recensione che:

“Questo attacco, [l’operazione Barbarossa] insiste Suvorov, fu un enorme e disperato azzardo. Ma, minacciato da forze sovietiche superiori pronte a schiacciare la Germania e l’Europa, Hitler non aveva altra alternativa che lanciare il suo attacco preventivo. (…).
Nella primavera del 1945, truppe dell’Armata Rossa riuscirono ad issare la bandiera rossa sul palazzo del Reichstag a Berlino. Lo dobbiamo agli immensi sacrifici delle forze tedesche e dell’Asse se le truppe sovietiche non sono riuscite ad issare la bandiera rossa a Parigi, Amsterdam, Copenhagen, Roma, Stoccolma e, forse, Londra”.

Tutto ciò, però, non è riconducibile solo alla smania di onnipotenza del tiranno georgiano, ma alla natura stessa del regime che si era insediato in Russia con “la rivoluzione” dell’ottobre 1917.

“Come spiega Suvorov, questo piano faceva completamente parte della dottrina Marxista-Leninista e delle politiche di Lenin nei primi anni del regime sovietico. Lo storico russo sostiene in modo convincente che non fu Leon Trotsky (Bronstein), ma piuttosto Stalin, il suo amico meno sfavillante, ad essere un discepolo fedele di Lenin nel promuovere la rivoluzione comunista mondiale. Trotsky insisteva con la sua dottrina di “rivoluzione permanente” in base alla quale il giovane stato sovietico avrebbe aiutato a fomentare i disordini e la rivoluzione dei lavoratori locali nei paesi capitalisti. Stalin invece voleva che il regime sovietico si avvantaggiasse degli “armistizi” occasionali nella lotta globale per consolidare la forza militare sovietica in attesa del momento giusto, quando forze sovietiche più imponenti e meglio armate avrebbero invaso l’Europa centrale e occidentale, aggiungendo nuove repubbliche sovietiche man mano che questa schiacciante forza si faceva strada attraverso il continente. Dopo il consolidamento riuscito e la sovietizzazione di tutta l’Europa, l’URSS, raggiunta una tale espansione, sarebbe stata pronta per imporre il potere sovietico sull’intero pianeta. (…).
Il Comunismo non avrebbe mai potuto coesistere pacificamente sul lungo termine con altri sistemi socio-politici. Pertanto, la guida comunista sarebbe stata inevitabilmente imposta in tutto il mondo. Questo obiettivo di “rivoluzione mondiale” era così radicato nella natura e nello sviluppo del “primo stato dei lavoratori” che rappresentava un aspetto vitale del programma sovietico persino prima che Hitler e il suo movimento Nazionalsocialista arrivassero al potere in Germania nel 1933”.

Le tesi di Rezun-Suvorov hanno pubblicato in Russia un acceso dibattito, dove sono state attaccate soprattutto dagli storici di formazione comunista. Fuori dalla Russia sono state oggetto di un attacco ancor più malevolo a base di insulti e insinuazioni ad opera di Gabriel Gorodetsky (ma guarda un po!) dell’Università di Tel Aviv. Cosa volete farci? Per certa gente l’idea del fascismo come male assoluto è un capitale troppo prezioso…e fruttifero.

Questo tuttavia non è il solo senso nel quale la Grande Guerra Patriottica è stata una colossale menzogna. Lo si capisce andando in primo luogo a leggere i resoconti di chi questo conflitto l’ha vissuto in prima persona e in prima linea come il nostro Rudel: il pilota di ferro racconta che nei primi tempi dell’Operazione Barbarossa i contadini dei villaggi si avvicinavano timidamente ai soldati tedeschi chiedendo il permesso di tirare fuori i crocifissi e le icone fin allora attentamente occultati ai commissari politici sovietici. Rudel racconta anche di coraggiosi pope inviati in missioni di spionaggio oltre le linee nemiche. Sappiamo anche che sotto il comando del generale Vlassov già ufficiale zarista e della parte “bianca” durante la guerra civile, si costituì una vera e propria armata di liberazione russa. I Tedeschi vennero visti come liberatori da un popolo e dai popoli del composito mosaico ex zarista che il potere sovietico aveva oppresso, angariato, tiranneggiato, perseguitato in tutti i modi possibili. La carestia dell’Ucraina negli anni ’30 provocata intenzionalmente dal governo sovietico allo scopo di sterminare per fame il popolo ucraino, ne era stata solo l’esempio più eclatante. Se i Tedeschi avessero saputo approfittare meglio di questa situazione e tirare il popolo russo e gli altri popoli dell’impero sovietico dalla loro parte, per gli “alleati” occidentali non ci sarebbe stata partita.

Disgraziatamente, la propaganda staliniana fu abile a rovesciare la frittata. La guerra diventò di colpo la “guerra patriottica” contro l’invasore. I bolscevichi scoprirono tutto a un tratto il patriottismo del tutto assente nel loro DNA. Funzionò, ma era solo una menzogna, l’ennesima: i bolscevichi non amavano il popolo russo né nessun altro, né fin allora né dopo la guerra si trattennero mai dall’infliggergli alcuna sofferenza. Per loro la Russia era solo un trampolino per arrivare alla conquista del potere mondiale.

La grande menzogna patriottica è una menzogna complessa, basata sulla deformazione della realtà a vari livelli. Ci si prospetta l’immagine dell’Unione Sovietica come di un Davide (un Davide colossale per la verità, che surclassa nettamente l’avversario per dimensioni, masse umane, apparato industriale, ma l’antifascismo ottunde insieme il senso critico e quello del ridicolo) che affronta il Golia nazista quasi da solo, sebbene la Germania fosse impegnata anche in altri teatri di guerra e l’Unione Sovietica no. La verità è un’altra, i sovietici poterono contare fin dal primo momento su massicci aiuti da parte degli Stati Uniti allora ancora formalmente neutrali. Come se non bastasse, alla Gran Bretagna per poter accedere alla legge Affitti e Prestiti venne richiesto né più né meno che di impegnarsi a guerra conclusa a smantellare il proprio impero coloniale, mentre all’Unione Sovietica non fu avanzata alcuna richiesta.

Anche questa è una questione sulla quale ci sono pochissime o nessuna informazione disponibile al grosso pubblico. Il documento più significativo al riguardo è forse rappresentato dalla documentazione pubblicata nell’immediato dopoguerra da George Racey Jordan, un industriale arruolato durante il conflitto con il grado di maggiore e l’incarico di ufficiale di collegamento con i sovietici precisamente allo scopo di coordinare l’invio di materiale strategico. Non mi risulta che I diari del maggiore Jordan siano mai stati tradotti in italiano; l’unica cosa che esiste è un breve estratto che fu pubblicato su “Selezione del Reder’s Digest” del febbraio 1953, il che è come dire praticamente introvabile. Il titolo dell’estratto condensato è estremamente pudico: Potenza russa, dono dell’America. Più che di dono, si sarebbe dovuto parlare di furto, perché i sovietici, sempre in malafede, riuscirono a raggirare allegramente i loro ingenui alleati.

Per prima cosa apprendiamo che i sovietici si misero nelle condizioni di non dover restituire nulla dei “prestiti” ricevuti dagli Americani:

“Il colmo (dopo essersi presi doni per un valore di nove miliardi e mezzo di dollari) fu che i Russi richiesero senza cerimonie le lastre, l’inchiostro e la carta per stampare marchi tedeschi redimibili (come andò poi a finire) soltanto da parte degli Stati Uniti – un affaretto che fece perdere all’America circa 250 milioni di dollari”.

Noi non dobbiamo credere che gli aiuti americani all’Unione Sovietica siano stati soltanto un piovere sul bagnato considerando il già elevato potenziale industriale di cui quest’ultima disponeva; infatti, se in alcuni settori, ad esempio la produzione di mezzi corazzati, i sovietici erano alla pari o addirittura all’avanguardia rispetto alla Germania e agli Occidentali, in altri settori, ad esempio quello aeronautico si trovavano in svantaggio rispetto alla Germania almeno dal punto di vista qualitativo. Per tutta la durata della guerra, l’Unione Sovietica non dispose di bombardieri accettabili, ma questo non era un problema troppo rilevante, dato che l’Armata Rossa combatté prevalentemente sul proprio suolo. Più grave era il problema della minore qualità degli aerei da caccia, uno svantaggio che però l’aiuto americano permise presto di colmare; ad esempio la produzione del caccia Bell P 39 Aircobra fu destinata quasi esclusivamente all’Unione Sovietica.

Da altre fonti, sappiamo che l’Abwehr tedesco aveva calcolato che la distruzione anche di uno solo dei convogli che raggiungevano l’Unione Sovietica attraverso le rotte dell’Atlantico settentrionale, avrebbe ritardato di un mese la marcia verso occidente dell’Armata Rossa, da qui la ferocia con cui venne combattuta la “guerra dei convogli” nelle gelide acque dell’Atlantico del nord. Sarebbe bastato spedirne qualcuno in meno di quei convogli per far sì che il conflitto finisse con la linea del fronte non sulle rive della Sprea, ma su quelle della Vistola, ma la verità è che gli Stati Uniti fecero di tutto per mettere l’Unione Sovietica in condizioni non di vincere la guerra ma di dilaniare l’Europa.

Anche Suvorov, ci racconta Michaels nella sua recensione, non manca di evidenziare l’ingente flusso di aiuti militari forniti dagli Stati Uniti all’Unione Sovietica:

“Suvorov fa notare che gli Stati Uniti hanno rifornito la Russia sovietica di armamenti pesanti sin dalla fine degli anni 30. Cita lo studio di Antony C. Sutton, National Suicide (suicidio nazionale), Arlington House, 1973, il quale racconta che nel 1938 il Presidente Roosevelt concluse un accordo segreto con l’URSS per lo scambio di informazioni militari. Per uso e consumo del pubblico americano, comunque, Roosevelt annunciò l’imposizione di un “embargo morale” all’Unione Sovietica.

Nei mesi precedenti all’entrata in guerra ufficiale dell’America (Dicembre 1941), i bastimenti navali nell’Atlantico degli Stati Uniti apparentemente neutrali erano già in guerra contro le forze navali tedesche. (Vedi: Mr. Roosevelt’s Navy: The Private War of the U.S. Atlantic Fleet, 1939-1942, di Patrick Abbazia (La marina del Sig. Roosevelt: la Guerra privata della flotta atlantica Americana, 1939-1942), Annapolis; Naval Institute Press, 1975. E due giorni dopo l’attacco “Barbarossa”, Roosevelt annunciò gli aiuti americani alla Russia sovietica nella sua guerra per la sopravvivenza contro l’Asse. Così, allo scoppio appunto dell’Operazione Barbarossa, Hitler scrisse una lettera a Mussolini dicendo: “A questo punto non fa alcuna differenza se l’America entra ufficialmente in guerra o meno, visto che sta già sostenendo i nostri nemici a tutto campo con enormi forniture di materiali bellici”.

E si pone conseguentemente la domanda: il presidente americano Franklin Delano Roosevelt era un ingenuo o un pazzo? “Forse la spiegazione più logica (e più gentile) per l’atteggiamento di Roosevelt è una profonda ignoranza, l’auto-illusione o ingenuità. Secondo l’opinione accreditata di George Kennan, storico ed ex diplomatico americano di alto rango, in materia di politica estera Roosevelt era “un uomo molto superficiale, ignorante, dilettante, con un orizzonte intellettuale altamente limitato”.

Io personalmente ritengo che un uomo che è riuscito ad assicurarsi per quattro mandati successivi la guida degli Stati Uniti non potesse essere né un ingenuo né un pazzo, e neppure un uomo le cui decisioni potessero essere dettate da ignorante superficialità; era piuttosto un uomo inflessibilmente votato alla creazione di un “ordine nuovo” mondiale nel quale il fascismo fosse sradicato e il ruolo planetario dell’Europa brutalmente ridimensionato, al punto tale che il destino stesso degli Stati Uniti e/o la capacità di questi ultimi di assicurarsi una leadership mondiale nel dopoguerra, diventavano questioni secondarie.

I Sovietici in ogni caso furono in totale malafede fin dall’inizio. Torniamo alla testimonianza del maggiore Jordan:

“Nella primavera del 1942, quando fui nominato ufficiale di collegamento coi Russi e curatore dei Prestiti e Affitti (…) decisi subito di tenere un diario e di prendere appunti su tutto quello che avveniva. Perciò presi nota del nome, del grado e della funzione di ogni russo che a mia conoscenza fosse in missione negli Stati Uniti. Questo elenco identificava 418 individui, alcuni dei quali erano sconosciuti al FBI (…). Mi dissero in seguito che questo elenco era stato utile per seguire le tracce dello spionaggio comunista in America”.

Comprendete quello che significa? I Sovietici approfittarono del fatto di disporre di ufficiali di collegamento con gli Americani e funzionari negli Stati Uniti nell’ambito degli Affitti e Prestiti per mettere in piedi una rete spionistica. Nel momento in cui approfittavano con larghezza dell’aiuto americano, pensavano già agli Stati Uniti come al prossimo nemico da abbattere.

Non è tutto, perché gli Americani si lasciarono (ingenuamente o volutamente?) scivolare fra le dita il segreto dell’arma nucleare:

“Anni dopo mi resi conto che dei materiali per la creazione di una riserva di bombe atomiche – la grafite, il cadmio, il metallo segreto torio e altri – erano andati a finire in Russia fin dal 1942. (…).
Nel 1949 fu accertato definitivamente che durante la guerra gli organi del Governo degli Stati Uniti avevano consegnato alla Russia perlomeno tre volte quantitativi di derivati chimici dell’uranio per un totale di 750 chili. Due delle spedizioni furono fatte da Great Falls”.

Fra il molto materiale che gli Americani consegnarono ai Sovietici ce n’era anche molto che occorrerebbe parecchia fantasia per definire strategico.

“Sembra che l’America abbia fornito a Stalin prodotti di lusso per un valore di centinaia di milioni che non avevano nulla a che vedere con la vincita della guerra, come mobilio antico, profumo, strumenti musicali, materiale per parchi di divertimento e altri prodotti di nessuna importanza [strategica] (…). L’elenco russo di tali merci rassomiglia al catalogo più lussuoso del mondo di una ditta di ordinazioni per posta”.

Bello, vero? Mentre l’Armata Rossa e la Wehrmacht, i fantaccini dell’una e dell’altra parte si scontravano nel confronto più titanico e sanguinoso della storia, la nomenklatura del Cremlino non aveva nessuna intenzione di rinunciare ai suoi “piccoli” lussi e privilegi, che ora poteva soddisfare facilmente grazie a quei tontoloni di Americani: mobilio antico, profumo, strumenti musicali e via dicendo. Vi ricorda qualcosa? Non vi fa venire in mente i “compagni onorevoli” che abbiamo ancora oggi sotto gli occhi, mentre rivolgono alle masse lavoratrici discorsi di stampo proletario, non si negano di certo ville, yacht, vacanze ai tropici, scuole private per i figli?

I comunisti di allora, di ieri, di oggi (anche se oggi si mascherano sotto una miriade di denominazioni e sigle che non arrivano comunque a nascondere quello che sono), sono sempre gli stessi.

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17 Risposte

  1. Ales
    | Rispondi

    "Il mondo intero è governato da 300 persone che conosco".
    Rathenau, ministro
    (ucciso dopo Versailles dal commando Kern-Fischer-von Salomon)

    "Bisogna avere vissuto nelle retroscene della politica per comprendere che il mondo è diretto da persone troppo differenti da quelle che il popolo immagina".

    Ci sono dei soliti scritti che, a prescindere dalla loro vericidità, sono una "splendida realizzazione". Soprattutto per quanto riguarda politiche verso stampa e mass media. Detto questo, l'idea che dietro ci sia uno sbirro russo che spende tanto tempo per una simile articolazione e che poi si auto-offende in tal modo, può venire solo da coloro che falsificarono la posizione bibliotecaria di tali scritti in Inghilterra, al fine di invalidarli.

  2. Musashi
    | Rispondi

    Del resto la "mappatura" dei nomi ebraici, anche da noi non segue regola fissa, ma tendenza "statistica". basti pensare ai soliti "nomi di città",di cui però fanno eccezione molti nomi della toponomastica siciliana, che in Sicilia sono passati a cognome, in molti casi, non in famiglie ebraiche ma della piccola nobiltà, fatto questo attestato dagli uffici araldici. basti pensare anche al nome del feudo spagnolo-siciliano Avola/Evola, tale per cui il prete Nitoglia arrivò inopinatamente a sostenere l'origine ebraica dell'anticattolico Evola.

  3. Ales
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    Da «Il Montaggio» di Vladimir Volkoff: il banchiere Warburg concesse sussidi importanti a Lenin. Ciò che si sa meno, è che Warburg aveva un fratello, fondatore della Riserva Federale americana, che sovvenzionava anche i rivoluzionari russi attraverso i banchieri americani Kuhn, Loeb e Schiff. Trotski non si faceva scrupolo di confessare d’aver ricevuto un prestito importante da un finanziere appartenente al Partito liberale britannico». Campbell è il consigliere di Stalin per la collettivizzazione. «Mentre avrebbero potuto aspettare la disfatta dell’URSS per piombare su una Germania esausta, gli americani intervennero appena in tempo per salvare il regime comunista in procinto di crollare».Un giornalista interloquisce con Kurnessov: «Lei dimentica che sono i comunisti che hanno sconfitto i nazisti». «E’ inesatto: sono i russi che hanno battuto i tedeschi», ribatte Kurnossov. E poi: «E’ il soldato russo che ha battuto il soldato tedesco, ma è il materiale americano che ha salvato il sistema marxista. Quando Molotov, in cambio di quel materiale, propose alcune liberalizzazioni, Roosevelt rispose che non ne vedeva la necessità».

  4. Ales
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    «La Russia imperiale dava fastidio agli Usurai per molteplici motivi, dato che per principio dipendeva da loro molto meno degli altri Paesi europei. Nel 1908, l’indice del debito pubblico era 288 per la Francia; per la Russia, 58,7 soltanto. E nel 1914, l’83% di questo debito era restituito grazie alle ferrovie dello Stato. Nel 1912, l’indice della tassazione era 3,11 in Russia, contro il 12,35 in Francia e il 26,75 in Gran Bretagna. Le riserve d’oro russe ammontavano nel 1913 a 1.550 milioni di rubli, mentre erano stati emessi soltanto 1.494 milioni di rubli di carta. In quella stessa data, il franco francese era coperto soltanto per il 50% circa».
    «Grazie a tutto questo, l’economia russa era tale che un economista francese diceva nel 1914: 'Verso la metà del secolo, la Russia zarista dominerà l’Europa politicamente, economicamente e finanziariamente'. La produzione industriale per abitante aumentava del 3,55 l’anno, contro il 2,75% degli Stati Uniti e soltanto l’1 % in Gran Bretagna. Vedete che gli Usurai avevano motivo di preoccuparsi.

  5. Ales
    | Rispondi

    Aggiungete che nel 1912 il presidente degli Stati Uniti Taft notava che la legislazione sociale dell’impero russo era'più vicina alla perfezione' di qualsiasi legislazione di qualsiasi Paese democratico. Se si poteva dimostrare che un Paese retto da un sistema di governo non democratico – quello che, suppongo, voi chiamate teocrazia – era capace di risolvere problemi di fronte ai quali gli Usurai erano sul punto di fallire, il controllo che essi esercitano sull’economia era condannato».
    Aggiungete che nel 1912 il presidente degli Stati Uniti Taft notava che la legislazione sociale dell’impero russo era'più vicina alla perfezione' di qualsiasi legislazione di qualsiasi Paese democratico. Se si poteva dimostrare che un Paese retto da un sistema di governo non democratico – quello che, suppongo, voi chiamate teocrazia – era capace di risolvere problemi di fronte ai quali gli Usurai erano sul punto di fallire, il controllo che essi esercitano sull’economia era condannato».

  6. Ales
    | Rispondi

    Volkoff, figlio di un ufficiale bianco emigrato in Francia, è stato volontario dell’armata francese nella guerra d’Algeria, diventando ufficiale d’intelligence, decorato. Si ritiene che il libro rifletta le vedute dei servizi francesi, e sia stato ispirato dal suo leggendario capo, Alexandre de Marenches, fra l’altro come «messaggio» al KGB (conosciamo i vostri agenti d’influenza in Francia). All’uscita del romanzo nel 1982, nella nota trasmissione letteraria «Apostrophe», il giornalista de l’Express e Libération Pierre Joffroy (vero nome Maurice Weil) attacca «Il Montaggio» e il suo autore come «razzista, anti-ebreo e anti-musulmano (sic), e fascista». Volkoff lo querela e vincerà la causa. Ma il libro incontrerà insormontabili ostacoli nella diffusione. Anche l’edizione nostrana (Rizzoli 1983) risulta immediatamente introvabile nelle librerie. La casa editrice manda l’intera tiratura al macero, senza nemmeno tentare di venderla.

  7. Ales
    | Rispondi

    Il nostro agente d’influenza letterario è stato tale Erich Linder. L'intermediario indispensabile anche tra autori stranieri e grandi editori, che devono dipendere da lui se vogliono pubblicare Brecht, Joyce, Musil o Thomas Mann. Si lega di amicizia con il famigerato Enzo Biagi, che lo definirà «non solo il mio agente, (ma) anche il mio amico, il mio suggeritore». Linder applica una sorta di «manuale Cencelli»: a Mondadori i bestseller di grande livello, a Rizzoli la letteratura medio-bassa, ad Adelphi e Einaudi le cose più raffinate, a Feltrinelli quelle di sinistra».

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