Ishtar e la prostituzione sacra a Babilonia (I parte)

Probabilmente per chi come noi occidentali è abituato ad una visione religiosa della vita sostanzialmente sessuofoba e repressiva degli istinti fisici legati alla sfera erotica, potrà apparire a dir poco strana e, molto più probabilmente, “scandalosa” l’esistenza presso numerose civiltà antiche di divinità legate all’amore fisico e, addirittura, di templi che, in definitiva, risultavano essere dei “bordelli sacri”.

In realtà, però, tale fenomeno non è per nulla stupefacente se inquadrato nella sua corretta ottica storica e religiosa.

Per comprendere questo elemento è sufficiente analizzare brevemente la civiltà in cui esso si è sviluppato con maggior forza, quella mesopotamica.

La storia della regione è strettamente legata alla fertilità prodotta da Tigri ed Eufrate, che portò alcune popolazioni dell’area sud-sarmatica a spostarsi, intorno al 5.000 a.C., in una zona in cui non solo le precipitazioni erano minori, ma il suolo era in grado di fornire un surplus di cibo. Proprio grazie a tale surplus si poterono sviluppare agglomerati sempre più estesi che, come in ogni occasione consimile, indussero alla nascita di  una divisione ben definita del lavoro, di una organizzazione sociale stratificata e dei concetti di cooperazione e regalità[1].

Da una prima fase di organizzazione autosufficiente prettamente urbana, con città isolate e con pochi contatti tra loro, si svilupparono piuttosto rapidamente entità statati di più ampie dimensioni in cui la classe sacerdotale controllava la vita religiosa della comunità, l’economia, la proprietà della terra, l’occupazione dei lavoratori nonché la gestione del commercio a lunga distanza, che, verso il 3.000 a.C. si estendeva fino alle culture della Mezzaluna Fertile.

Le conquiste della civiltà mesopotamica furono numerose: l’agricoltura, grazie alla costruzione di canali di irrigazione, divenne il principale metodo di sostentamento e venne ulteriormente semplificata con l’introduzione dell’aratro, l’artigianato crebbe con l’introduzione della ruota per la lavorazione della ceramica e con lo sviluppo della metallurgia e iniziarono a sorgere templi monumentali e zigurrat.

Numerosi gruppi etnici si alternarono alla guida della regione, pur in una continuità di civiltà pressoché ininterrotta: prima i Semiti di Ur e Uruk, poi i Sumeri della zona meridionale, che svilupparono la scrittura fonetica cuneiforme e che si organizzarono in città-stato, quindi gli Accadi provenienti dai monti Zagros e i Babilonesi che, nel II millennio a.C, si imposero a partire da Babele, per poi finire con gli Assiri del nord, di origine amorrea[2].

La continuità culturale di cui si è detto risulta particolarmente chiara nell’osservazione dell’ambito religioso, che, per molti versi era fondativo di tutta la vita sociale e politica dei gruppi menzionati.

Ciò appare evidente a partire dal periodo delle città-stato sumeriche: ogni città-stato è “proprietà personale” di un dio particolare: Nannar (luna) vigilava su Ur, Uruk era di An (il cielo), Sippar era di Utu (il sole),  Enki (la terra) aveva Eridu e Nippur, il primo centro della religione sumera, era dedicata a Enlil, dio del vento (poi soppiantato da Marduk a Babilonia). Ogni città-stato era, dunque, sacra in quanto attentamente sorvegliata da e collegata a un dio specifico o a una dea. Situato vicino al centro di ogni città-stato vi era un tempio posto sopra uno ziggurat che occupava diversi acri: il complesso del tempio era il vero centro della comunità e il dio principale o la dea abitavano lì simbolicamente sotto forma di una statua, cosicché era possibile sfruttare la potenza della divinità per il bene della città.  I sacerdoti, come accennato, controllavano anche tutte le attività economiche poiché l’economia era “redistributiva”: gli agricoltori dovevano portare i loro prodotti ai sacerdoti presso la ziggurat e i sacerdoti avevano il compito di “nutrire” e “vestire” gli dei e poi ridistribuire ciò che restava alla gente della comunità[3].

Con il suo pantheon piuttosto nutrito di dei e dee che animavano tutti gli aspetti della vita, la religione sumera risultava naturalmente politeista. Di gran lunga, le divinità più importanti erano An, Enlil, Enki e Ninhursaga. An era il dio del cielo e, quindi, la forza più importante dell’universo. Era anche visto come la fonte di ogni autorità tra le quali il potere terreno dei governanti e dei padri. Enlil, dio del vento, era considerato la seconda più grande potenza dell’universo ed era divenuto simbolo del corretto uso della forza e del potere sulla terra, ma come dio del vento, egli controllava sia la fertilità del suolo che le tempeste distruttive ed era, quindi, molto temuto. Enki era il dio della terra, dei fiumi e, in generale, delle acque ed era responsabile delle invenzioni e dell’artigianato. Ninhursaga, infine, era inizialmente vista come dea associata a terra, montagne e vegetazione ma, nel tempo, si era trasformata in una vera e propria dea madre, “madre di tutti i bambini”, che manifestava il suo potere dando vita al re.

Sotto questo primo gruppo, vi erano numerosi altri dei e dee: un gruppo dei quali includeva le divinità astrali, che erano tutti nipoti e pronipoti di An, tra i quali spiccavano Utu, dio del sole, Nannar, dio della luna e Inanna, dea della stella del mattino e della sera, nonché della guerra e della pioggia. A differenza degli esseri umani, questi dei e dee erano immortali, ma, comunque, non erano onnipotenti in quanto nessun Dio aveva il controllo su tutto l’universo.

Il rapporto degli esseri umani agli dei era basata su servilismo, poiché, secondo il mito sumero, gli esseri umani sono stati creati per compiere i lavori manuali che gli dèi non erano disposti a fare. Di conseguenza, gli esseri umani tentavano in ogni modo di comprendere il volere divino e, per alleviare l’ansia che poteva derivare da un tale genere di rapporto, l’arte divinatoria aveva un seguito enorme a tutti i livelli sociali e veniva praticata sia con a lettura delle viscere di animali sacrificati o attraverso la lettura delle volute di fumo o delle forme dell’olio gettato nell’acqua[4].

Tutto ciò rendeva la società mesopotamica fortemente superstiziosa (innumerevoli forme e rituali sono stati ritrovati incisi su tavolette d’argilla), in mano alla casta sacerdotale  (il cui potere verrà ampiamente formalizzato nel Codice di Hammurabi) e dominata dalla credenza in poteri spirituali onnipresenti che formavano una realtà parallela piena di riflessi simbolici nella vita quotidiana.

Per altro, i rapporti di potere tra gli dei erano variabili nel tempo e dipendevano fortemente dalla forza impositiva delle città di cui erano patroni. In questo senso, uno stesso dio poteva, nell’arco di qualche decennio, assurgere al pantheon delle divinità maggiori per poi esserne sfrattato e venire addirittura ridotto a puro culto locale. Allo stesso modo, non erano infrequenti i casi in cui un dio o una dea, pur mantenendo le medesime caratteristiche, cambiassero nome a seconda della località in cui venivano adorati (con differenze notevoli soprattutto tra nord e sud della Mesopotamia) e in cui, nel corso del tempo, due o più divinità potessero subire una sorta di “crasi” e venire sincretizzati in una divinità unica[5].

E’ questo il caso di una divinità che emerge nel periodo babilonese (passando poi senza variazioni al culto assiro) e che altro non è che la sintesi degli attributi di Inanna (della quale è rappresentazione diretta), di Ninhursaga e, pur in un passaggio da culto solare a culto lunare, di Enlil: Ishtar.

Ishtar. Bassorilievo in terracotta , secondo millennio a.C., da Eshnunna.
Ishtar. Bassorilievo in terracotta , secondo millennio a.C., da Eshnunna.

Ma il risultato della crasi è, senza dubbio, maggiore della somma delle sue parti: se Inanna è la dea della bellezza e dell’amore (in effetti una sorta di Venere sumera), Ninhursaga una dea madre della generatività e Enlil un principio procreativo maschile, l’unione dei tre elementi fa di Ishtar una dea composita, che rappresenta sì l’amore, ma non solo nei suoi aspetti sentimentali e legati al’estetica, bensì anche nei suoi aspetti più fisici e carnali[6].

Su questo nucleo significante centrale si inserisce un’ampia mitologia che vede la dea protagonista di numerosi poemi epici, tra cui quello forse più importante riguarda la sua discesa agli inferi, una lunga vicenda che ricorda l’alternarsi delle stagioni sulla terra e il perpetuo ciclo della vita.

Brevemente, Ishtar discende agli Inferi per riportare in vita il suo amato figlio e amante Tamuz e riesce ad entrarvi minacciando ogni genere di calamità che colpisca gli umani e gli dei nel caso no la si lasci oltrepassare la soglia sacra. Per questo sua sorella, Allatu, dea dei morti, la fa passare, imponendo, però, che le vengano tolti tutti gli ornamenti e i vestiti con cui si ricopriva sulla terra, così da entrare completamente nuda e senz’armi nella terra dei morti. Inoltre, la dea dei morti invia contro di lei ogni genere di spiriti malvagi, che, però, risultano sempre sconfitti da Ishtar che, non a caso, è anche dea della guerra. Mentre la dea si trova negli Inferi, però, la terra isterilisce e non produce frutti, gli animali non procreano e tutto è desolazione e, di conseguenza, gli altri dei non vogliono che essa resti prigioniera degli Inferi e ordinano a sua sorella di restituirle la vita. Un tribunale infernale, inoltre, le concede di riportare sulla terra Tamuz e le rende tutti gli ornamenti di cui si riveste nella vita terrena e con i quali viene normalmente rappresentata nei templi: l’emblema lunare (simbolo femminino per eccellenza) che spicca sul suo capo, la coppa nella mano destra che è simbolo di gioia e abbondanza contenendo il nettare della Vita, il loto nella mano sinistra che, nascendo sott’acqua ma diventando poi un fiore di purezza ineguagliabile una volta sbocciato alla superficie, indica la grandezza delle cose nascoste e la cintura sacra che è simbolo della sua generatività[7].

Anche grazie a tutta la ricchissima mitologia che la riguarda, il culto di Ishtar si diffuse rapidamente in tutta l’area mediorientale: essa era Astarte a Canaan, Attar in Mesopotamia orientale; Athtar nell’Arabia Meridionale; Astar in Abissinia; Atargatis in Siria; Astarte in Grecia …

In tutte le varianti essa risultava essere la personificazione di quella forza della natura che dà la vita come Madre di Tutti: essa è l'”Argentea”, la “Produttrice di Semi”, e “Gravida”, la dea della fertilità, dalla quale proviene il potere della riproduzione e della crescita per i prodotti dei campi, per tutti gli animali e per l’uomo. E’ in quanto tale che diviene, come analizzeremo più approfonditamente, anche dea dell’amore sessuale e la protettrice delle prostitute, “Colei che Apre l’Utero” e principale rifugio delle madri nelle doglie del parto.

Ma Ishtar possiede un carattere duplice: non è soltanto la dispensatrice della vita ma anche la distruttrice: come per la luna, nel suo periodo crescente tutte le cose si sviluppano e nella sua fase calante tutte le cose sono diminuite e rese infime, ma, come per il ciclo della natura (e il ciclo femminile), la luna crescente ritorna di nuovo, la luce subentra all’oscurità anche quando l’oscurità vince la luce. Così anno dopo anno, Tammuz perisce e discende nel mondo infero, mentre tutto il mondo si spegne (cosa che, per altro, viene ripresa e ricordata nel Ramadan musulmano e, anche se in forma meno diretta, nella Quaresima cristiana), nulla può più essere concepito e il lutto si diffonde, ma poi la dea ritorna al mondo per liberarlo[8].

Era soltanto dopo il suo ritorno sulla terra che la fertilità, e anche del desiderio sessuale, poteva ritornare ancora una volta operante. E’ da questo aspetto che si sviluppa l’immagine “erotica” e sessuale che viene a connotare Ishtar in ogni luogo in cui il suo culto si esprime: nelle sue forme continuamente mutevoli essa interpreta tutti i possibili ruoli femminili, come figlia e sorella del dio lunare, il quale nello stesso tempo è anche suo figlio, ma anche, in quanto personificazione del femminino (per molti versi prossimo allo Yin cinese), come amante sensuale. Ecco, allora, che la seducente dea ha molti amanti, viene venerata come “colei-che accetta-tutto” e, addirittura, nella tarda epica di Gilgamesh viene definita colei che tenta alla fine di sedurre Gilgamesh[9].

Non vi era nulla di quanto oggi definiremmo “peccaminoso” nel suo agire: essendo una dea Ishtar doveva agire secondo la sua natura, e la sua natura era tale che dove essa amava, lì doveva darsi. Ma bisogna prestare attenzione ad un particolare: come la luna, Ishtar non poteva mai essere posseduta ed era sempre vergine, in una concezione del suo modo di essere che risulta in deciso contrasto con l’ideale del matrimonio esemplificato da divinità come Era, nel momento in cui, laddove nell’amore di Era si ha la fedeltà ad una promessa, nel caso di Ishtar si ha sempre e solo la fedeltà a se stessa, al sentimento attuale, alla realtà come è vissuta nel momento[10].

(continua).


[1] K. Reilly, Readings in World Civilizations: The Development of the Modern World, St Martins 1995, pp. 93 ss. e passim

[2] V. Schomp, Ancient Mesopotamia: The Sumerians, Babylonians, And Assyrians, CT Press 1995, passim

[3] J. Bottero, T. Lavender Fagan, Religion in Ancient Mesopotamia, University Of Chicago Press 2004, passim

[4] S. N. Kramer, The Sumerians: Their History, Culture, and Character, University Of Chicago Press 1971, pp. 119 ss.

[5] J. Black, A. Green, Gods, Demons and Symbols of Ancient Mesopotamia: An Illustrated Dictionary, University of Texas Press 1992, pp. 22-25

[6] S. Dalley, Myths from Mesopotamia: Creation, the Flood, Gilgamesh, and Others, O.U.P. 2001, pp. 36-41

[7] S. Langdon, Tammuz and Ishtar: a monograph upon Babylonian religion and theology containing extensive extracts from the Tammuz liturgies and all of the Arbela oracles, Nabu Press, 2010, pp. 21-96 passim

[8] A. Frandi-Coory, Whatever Happened to Ishtar?, Sid Harta Publishing 2010, passim

[9] AA.VV., Ancient Near East Law; Code of Hammurabi, Babylonian Law, Maat, Code of Ur-Nammu, Lipit-Ishtar, Laws of Eshnunna, Cuneiform Law, Hittite Laws, LLC Books 2009, pp. 58-61

[10] A. Frandi-Coory, Citato, pp. 87 ss.

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Nato a Londra nel 1968 ma italiano di adozione, si laurea a 22 anni con il massimo dei voti in Lettere Moderne presso l'UCSC di Milano con una tesi sui rapporti tra cultura cabbalistica ebraica e cinematografia espressionista tedesca premiata in Senato dal Presidente Spadolini. Successivamente si occupa di cinema presso l'Istituto di Scienze dello Spettacolo dell'UCSC, pubblicando alcuni saggi ed articoli, si dedica all'insegnamento storico, ottiene un Master in Marketing a pieni voti e si specializza in pubblicità. Dal 2003 si interessa di storia e simbologia religiosa: nel 2006 pubblica Il Graal è dentro di noi, nel 2007 Non per mano d'uomo? e nel 2009 L’anima e la svastica. Nel 2008 ottiene, negli USA, "magna cum laude", un dottorato in Studi Religiosi a cui seguono un master in Studi Biblici e un Ph.D in Storia della Chiesa, con pubblicazione universitaria della tesi dottorale dal titolo Nicea: what it was, what it was not (2009). Collabora con riviste cartacee e telematiche (Hera, InStoria, Archeomedia) e portali tematici, è curatore della rubrica "BarBar" su www.storiamedievale.org e della rubrica "Viaggiatori del Sacro” su www.edicolaweb.net. Sito internet: http://www.lawrence.altervista.org.

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