Un inno alla libertà in un breviario della filosofia

Cornelio Fabro, Libro dell'esistenza e della libertà vagabonda
Cornelio Fabro, Libro dell'esistenza e della libertà vagabonda

L’ultima opera postuma di Cornelio Fabro, Libro dell’esistenza e della libertà vagabonda (Piemme), è una sorpresa per i suoi lettori e un invito a leggerla per coloro che non si sono mai avvicinati al massimo pensatore cattolico nell’ultima metà del secolo scorso. E’ infatti una raccolta di aforismi che affrontano i vari temi del suo pensiero filosofico con il metodo del frammento che di volta in volta ne illumina un aspetto, sollecitando il lettore a una continua riflessione.

Rosa Goglia, La novità metafisica in Cornelio Fabro
Rosa Goglia, La novità metafisica in Cornelio Fabro

Il merito di questa opera inconsueta è di una sua allieva, suor Rosa Goglia, che trascrivendo le registrazioni su nastro delle sue lezioni accademiche, ne estrapolò brevi pensieri che poi sottopose a Fabro chiedendogli di renderli più «scritti» quando risentivano della viva voce. Poco prima di morire, l’8 dicembre del 1994, il filosofo trasmise a Giuseppe Mario Pizzuti questo inedito, insieme con altri, perché ne curasse la pubblicazione.

Negli aforismi, che rappresentano un vero e proprio breviario filosofico, da leggersi lentamente, sera per sera, Fabro ripropone il suo pensiero dall’ispirazione esistenzialista, in senso kierkegaardiano s’intende, ma nutrita nello stesso tempo di san Tommaso, additando un itinerario di conoscenza e di crescita spirituale che si differenzia nettamente da quello orientale, mostrando qual è la specificità della tradizione cristiana.

E’ infatti l’io, quell’io che in India è considerato illusorio e destinato a fondersi nel divino, a essere il protagonista dell’avventura umana, a incontrare Dio che è l’Io per eccellenza, «l’Io più determinato, l’Io più attivo, l’Io più presente, l’Io più decidente». L’io umano cresce in se stesso per ritornare a se stesso passando per l’altro Io, «ch’è un Dio personale e ch’è Cristo Uomo-Dio». Colonna e fondamento dell’io umano è la libertà che è sostanza dello spirito mentre la pesantezza connota la materia; libertà che è un dono talmente prezioso, talmente alto, talmente attivo da essere l’unico principio attivo dopo la creazione, tant’è vero che neppure Dio può alterare la nostra decisione. Fabro sottolinea lungo i suoi aforismi che la libertà non consiste certo nell’anarchia poiché deve concretarsi nella ricerca della verità così come, a sua volta, la verità deve concretarsi nel consolidamento della libertà.

Questi sono alcuni temi fondamentali di un libro dalle infinite suggestioni, dai tanti suggerimenti, fra cui anche l’avvertenza che la filosofia è soprattutto interrogazione, aspirazione all’invisibile, speranza nell’impossibile: una via che può essere feconda soltanto se all’intelligenza si accompagna la bontà e la volontà di perseguire quel che si è intuito in una ricerca esistenziale che non ha mai fine poiché l’infinito non può mai essere il «contenuto» di un soggetto finito, l’io, ma soltanto un «contenente», ossia «l’oggetto di un’ aspirazione infinita, il suo ultimo fine».

Una grande lezione quella di Fabro che, pur radicando la propria filosofia nel nostro tempo e tenendo conto degli interrogativi contemporanei, non si è mai lasciato sviare dalle suggestioni di filosofie incompatibili con il cristianesimo, come la marxista o la heideggeriana, e ha denunciato in vita gli errori commessi da filosofi e teologi che, mal interpretando il Concilio Vaticano II, hanno introdotto nella Chiesa elementi di confusione.

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Tratto da Avvenire del 27 dicembre 2000.

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