Ricordo di Guido Boggiani, pittore-esploratore

Tra gli esploratori dei tempi moderni, Guido Boggiani costituisce un caso particolarmente interessante. Perché? Noi siamo soliti immaginarci l’esploratore, specialmente dei tempi moderni, come un uomo d’azione in grado eminente, scarsamente interessato a ciò che esula dalla sfera della sua immediata attività; oppure come un tecnico, uno scienziato chiuso nella propria specializzazione; insomma una mente lucida, positiva, realistica.

Specialmente dopo Alexander von Humboldt, l’esploratore-tipo non partiva mai sprovvisto di una certa preparazione botanica, zoologica, geologica ed etnologica. Guido Boggiani, invece – in clima di positivismo imperante – offre lo spettacolo sui generis di un esploratore-artista. Anzi, di più; l’immagine di un artista che un bel giorno, piantate tele e pennelli, e quasi nel colmo del successo, lascia l’Europa, s’imbarca per il Nuovo Mondo e si spinge sempre più addentro, sempre più lontano, in cerca di orizzonti più vasti, mai prima veduti dall’uomo bianco.

In questa sete di regioni inviolate, Boggiani lascerà tragicamente la vita, concludendo una giovane esistenza tutta spesa nella ricerca di verità e bellezza, ricerca sentita e condotta con l’urgenza indiscutibile d’un dovere.

* * *

Era nato a Omegna, sul Lago d’Orta, nel 1861. Non era quello il paese natale dei genitori; la famiglia vi si trovava, semplicemente, in vacanza. Giuseppe Boggiani, suo padre, gli trasmise il gusto per il disegno e la pittura; da sua madre Adele, figlia di un famoso professore di zoologia, probabilmente ereditò una certa qual attitudine al lavoro scientificamente ordinato.

Guido Boggiani, Il ruscello (1883)
Guido Boggiani, Il ruscello (1883)

Nel 1878, a diciassette anni, si iscrisse all’Accademia di Brera ed ebbe un professore d’eccezione, il pittore Filippo Carcano, celebre soprattutto per i suoi paesaggi e le sue marine, incline alla tendenza divisionista impostasi in ambiente lombardo verso la fine dell’Ottocento. Nel 1881 espose alcuni quadri; nel 1883, a soli ventidue anni, vinse il permio “principe Umberto” con un dipinto divenuto famoso: La raccolta delle castagne. In questo quadro, che si trova nella Galleria d’Arte Moderna, a Roma, sono riassunti gli aspetti salienti del Boggiani pittore: amore sconfinato per la natura, intuizione vivissima dei giochi di luce, ariosità ed armonia del paesaggio; il tutto, forse, un po’ a scapito della profondità dell’interpretazione (1). Per chi voglia farsene un’idea, l’opera è riprodotta – purtroppo in bianco e nero – nella Enciclopedia Italiana, alla voce “Boggiani”: riconoscimento non certo trascurabile del suo valore di artista.

Comunque, con La raccolta delle castagne il nome del Nostro s’impose definitivamente all’attenzione della critica, e da più parti egli venne salutato come la grande promessa nel futuro della pittura italiana. Socio onorario dell’Accademia di Brera (dalla quale era uscito dopo soli due anni), amico di Gabriele d’Annunzio, conosciuto personalmente dalla famiglia reale: la sua carriera di artista sembrava trionfalmente avviata. Invece…

Improvvisa, la decisione della partenza. Un taglio brusco, quasi violento col passato. Nel 1887 Boggiani s’imbarca per il Sud America e va a stabilirsi a Buenos Aires. Non ha scordato, tuttavia, la sua antica passione, e nella capitale della Repubblica argentina, sulle prime, espone i suoi quadri e continua a lavorare. Ma a Buenos Aires non si ferma più d’un anno; poi, la smania dei viaggi lo afferra nuovamente, lo trascina lontano dalla grande città, lontano da quel mondo affollato e convulso che non è se non la caricatura di quello che ha già lasciato, al di là dell’Oceano.

Nel 1888 è nell’alto Paraguay, regione a quel tempo ancor selvaggia e poco conosciuta, e ben presto comincia a organizzare le sue spedizioni etnografiche verso l’interno, fra le tribù indigene che hanno risentito finora in ben scarsa misura l’infusso della civiltà occidentale.

Nei suoi frequenti viaggi si sofferma specialmente fra i Ciamacoco del Gran Chaco e fra i Mbayà o Caduvei del Rio Nabileque, affluente del Paraguay, sull’orlo più meridionale del Mato Grosso.

La sua attività è molteplice: studia ad un tempo gli usi, i costumi, la lingua, i prodotti dell’artigianato degli indigeni con i quali viene a contatto; prende appunti preziosi, note di viaggio: articoli che verranno poi pubblicati da importanti riviste geografiche; compila dei vocabolari delle lingue indiane – lui quasi sprovvisto di nozioni linguistiche di tipo scientifico – che verranno poi giudicati dagli esperti dei piccoli capolavori d’intelligenza e d’intuizione; e, naturalmente, dipinge, ma soprattutto traccia una gran quantità di schizzi, disegni, bozzetti, che più tardi, tornato in patria, esporrà al pubblico.

Per sostenere le spese dei suoi viaggi, talvolta Boggiani deve impegnarsi in attività commerciali, come la compra-vendita di pelli pregiate; talvolta, seguendo gli usi del tempo, paga gl’indigeni con acquavite, cosa non certo encomiabile. Ovunque, però, riesce a farsi benvolere per la sua spontanea generosità e per le sue doti di umanità.

Nel 1893 torna in Italia, per un breve periodo di riposo e per riordinare il materiale etnografico raccolto. Pubblica, quindi, un Vocabolario dell’idioma Guanà (in Atti dell’Accademia dei Lincei, 1895); I Caduvei (in Memorie della Società Geografica Italiana, 1895); Viaggi di un artista nell’America meridionale: i Caduvei (Roma, 1895), la sua opera maggiore, illustrata da numerosi disegni e quadri dell’Autore. Intanto cede i manufatti raccolti al Museo preistorico-etnografico di Roma, tiene conferenze d’interesse geografico, espone al pubblico i suoi dipinti di soggetto sud-americano.

Nel 1895 prende parte al viaggio in Grecia di d’Annunzio sullo yacht Fantasia, insieme a noti esponenti del mondo dell’arte e della cultura, come Hérelle (il traduttore francese di d’Annunzio) e Scarfoglio. A Olimpia, si commuove fin quasi alle lacrime davanti all’Hermes di Prassitele. Scriverà: “L’ho toccato più volte, come si toccano le immagini divine…” (2).

Ma in settembre è di nuovo a Roma, per partecipare ai lavori del II Congresso Geografico Italiano, portandovi il contributo di ben tre comunicazioni: tutte di argomento sud-americano. Nel suo animo, il Paraguay sembra essere divenuto quasi un’ossessione; già lo avevano notato i suoi amici, durante il viaggio in Grecia. E finalmente, il 1° luglio 1896, riparte.

Nel 1897 è di nuovo tra i suoi vecchi amici Caduvei nel Mato Grosso; raccoglie informazioni sulla lingua, sulla manifattura, sulla religione; prende ancora una quantità di schizzi. Sono molte le spedizioni verso l’interno realizzate all’epoca da Boggiani, partendo dalla capitale Asunciòn. I vasti materiali raccolti li spedisce in Europa, ove sarebbero andati in parte al Museum für Völkerkunde di Berlino, in parte presso la Società Geografica Italiana.

Continua a scrivere: appaiono, in Italia, Nei dintorni di Corumba, nel Bollettino della Società GeograficaItaliana, 1897; La questione dei confini tra le Repubbliche del Paraguay e della Bolivia, in Memorie della Società Geografica Italiana, 1897 (un’opera quasi profetica, visto che la questione di quei confini sarebbe sfociata poi nella sanguinosissima guerra del Chaco fra le due nazioni); Guaicurù, ivi, 1898. Fonda, ad Asunciòn, la rivista dell’Instituto paraguayo. E in tutte queste attività rivela non solo una profonda conoscenza di prima mano dei problemi geografici ed etnografici affrontati, ma anche un vero talento di scrittore: vivacità, brio ed eleganza di stile, ottenuta senza alcuno sforzo o ricercatezza e ben diversa, quindi, dalla prosa del suo amico d’Annunzio. Per dare un’idea della vastità dei suoi interessi e della multiforme, instancabile attività della sua mente, basti dire che in questo torno di tempo Boggiani scrive al suo amico francese Hérelle chiedendo che gli spedisca un testo di storia greca antica e moderna e una traduzione francese dell’Odissea, per distrarsi “dalla miseria di questa vita solitaria e triste”, come scrive di suo pugno l’esploratore, rivelandoci un altro aspetto, tutto interiore e raccolto, della sua personalità.

Come abbiamo detto, Boggiani possedeva delle ottime capacità di scritore, né sarebbe esagerazione o retorica affermare che egli rimaneva pittore anche quando adoperava la penna. Valga per tutti il seguente brano, in cui egli descrive un rito di esorcismo fra i Caduvei, al quale assistette durante il suo primo soggiorno presso quella tribù. Vi si noteranno la delicatezza e la leggerezza di tratto del pittore e, al tempo stesso, l’amore per la fedele rappresentazione, per i singoli particolari così come per l’effetto d’insieme, nonché l’acuta intelligenza di un osservatore distaccato ma non mai scettico o sprezzante.

«Una sera, già dopo il tramonto e dopo terminato uno dei balli consueti, io mi ero ritirato sul tavolato che, nella sua casa, il capo del villaggio aveva messo a mia disposizione per tutto il tempo che durò la mia visita presso la tribù.

La notte era scura e senza luna; ma serena e tiepida. Davanti ad ognuna delle capanne ardevano i soliti fuochi, la cui luce però, quantunque assai viva per la qualità di legna adoperata, e senza fumo, non arrivava ad illuminare che le paglie sporgenti dei tetti e, con strano effetto, le figure vaganti qua e là od accoccolate nelle capanne aperte a tutti i venti; mentre dal lato opposto le tenebre erano profondissime, ed appena si vedevano, dall’ampia volta del cielo, brillare le innumerevoli stelle nell’aere nitido della notte.

Per tutto il villaggio le conversazioni salivano animate; si rideva, si scherzava, si raccontavano mille storielle, e fors’anche si sussurravano, nella dolce ombra notturna, dolcissime parole d’amore…

Inaspettatamente un’alta voce nasale s’udì. Una vecchia donna, uscita in mezzo al piazzale, lanciò nell’oscurità della notte alcune frasi, e d’un tratto tutto tacque intorno; cessò ogni parola, ogni rumore da un capo all’altro del villaggio; e se non fosse stato pei fuochi che sempre vedevo brillare e per la gente che io vedevo stare ai suoi posti come prima, avrei potuto credere o d’essere divenuto sordo d’un tratto, o d’essere stato trasportato improvvisamente in luogo solitario in mezzo alla campagna deserta.

Sottovoce, il capo del villaggio che, sedendomi accanto, aveva potuto osservare il mio stupore, mi avvertì che Sabino, il Ciamacoco, uno dei più reputati medici, stava per incominciare la cura di alcuni ammalati.

Io non mi mossi, ché dal posto dove stavo potevo perfettamente osservare ogni cosa. Ma aprii tanto d’occhi, curioso di vedere bene una cerimonia che s’annunciava in modo così strano.

Davanti ad una delle vicine capanne era stato aumentato il fuoco che mandava una gran luce tutt’intorno. Sul limitare della capanna stessa, su dei cuoi stesi al suolo, s’erano messi a sedere, accoccolati alla turca, tre Caduvei ammalati.

Ed uscì Sabino, il quale, vestito d’un drappo molto più pulito che non usasse di solito, s’apprestava a fare lo scongiuro. Teneva in una mano un oggetto che, sul principio, non arrivavo a ben distinguere; vidi poi che era un frammento di specchio incastrato in un pezzo di legno. E nella sinistra mano teneva un mazzo di piume di struzzo.

Essendosi avvicinato al fuoco, la sua figura risaltava stranamente illuminata sul fondo scuro della campagna immersa nella notte. Ritto, con aria seria ed inspirata, e tutto compreso della gravità della funzione cui s’accingeva, quel gran ciarlatano (3) incominciò a guardare fisso nello specchio; poi, alzata la faccia, fissò le stelle che brillavano chiarissime in cielo. Riguardò nello specchio come cercando l’immagine riflessa degli astri favorevoli allo scongiuro; rivolse la faccia in alto e così di seguito alternativamente per due o tre volte ancora, poi sputò, o finse di sputare, tre volte, con grande strepito, acciocché tutti lo sentissero, nel mazzo di piume, che passò lentamente tre volte sopra il fuoco, come per purificarlo; indi ne strofinò lo specchio, quasi a levarne alcuna cosa che gli impedisse di vedere bene l’oroscopo che andava cercando nelle stelle.

Infine, come ebbe veduto ciò che doveva vedere, s’avvicinò ai malati, sputò tre volte nel mazzo di piume e lo passò bene sul corpo d’ognuno, come se si fosse trattato di spolverarli e cacciarne lo spirito maligno che li tormentava.

Fatto questo, con la massima serietà e compostezza tornò al fuoco e ripetè l’operazione di prima, indi di nuovo passò a spolverare da ogni lato i suoi clienti, e per tre volte ripetè l’operazione magico-astronomica, terminando lo scongiro con una spolverata complessiva.

I tre s’alzarono e se ne andarono alle case loro convinti dell’eccellenza del metodo usato da Sabino. E la vecchia che aveva dato al pubblico il primo avviso, uscì fuori nuovamente e gridò nella notte scura e serena che lo scongiuro era terminato.

Immediatamente le conversazioni ripresero animate come prima da un capo all’altro del villaggio.

Da medico, Sabino diventò giullare. A notte alta, quando i fuochi s’andavano spegnendo e tutto rientrava nel silenzio e nella oscurità, alcuni giovanotti portarono dei grandi cuoi, li stesero a terra attorno al tavolato che era accanto al mio e vi si sdraiarono sopra. Riconobbi tra essi i tre ammalati di poco prima, e li vidi intenti ad ascoltare Sabino il quale, ritto in piedi sul tavolato, aveva incominciato una specie di preludio, agitando nella destra un sistro formato di una zucca disseccata e vuota, imperniata su di un manico di legno e contenente alcune pietruzze che producevano un lieve rumore cadenzato.

E cominciò a cantare. La sua voce, ben intonata, era modulata in modo affatto differente da quello usato dai nostri cantori. Usciva sforzata dalla gola ed aveva note acute di testa stranissime.

Era una nenia lamentosa che si ripeteva come un ritornello, con brevi intervalli nei quali la zucca continuava l’accompagnamento un po’ più forte.

Le prime note erano acute e forti, e per una curiosa degradazione di toni, mezzi toni e quarti di tono, intramezzati da brevissime note scappate quasi singhiozzanti, cadevano in una nenia melodiosa cantata tutta d’un fiato, di più in più sotto voce sino a spegnersi in una improvvisa interruzione.

Di tutte quante io vidi ed udii durante il mio soggiorno presso i Caduvei, nessuna cosa mi lasciò una impressione di così grande poesia come quel canto carezzevole che scendeva dolcissimo, in mezzo all’alto silenzio della notte, sul villaggio addormentato.

Non ricordo quanto durasse; ma, certo, dovevano essere vicine le prime ore del mattino quando Sabino tacque. Forse il suo canto era stato necessario complemento alla cerimonia scongiurale che aveva preceduto». (4)

Pagine degne di un vero scrittore, ma di uno scrittore che, all’estro poetico, sa accompagnare una vigile scrupolisità documentaristica e che è capace non solo di ritrarre con grazia ed esattezza le realtà vissute, ma altresì di indagarle e meditarle con acuta intelligenza. Si noti che Boggiani, nel descrivere la cerimonia di guarigione eseguita dall’uomo della medicina, lo sciamano, non giudica: riferisce con scrupolo di esattezza, e lascia che i fatti parlino da sé.

Non si nasconde, peraltro, dietro il mito ipocrita dell’obiettività totale. La sua partecipazione umana s’intuisce tra le righe, quasi pudica; la sua simpatia per quegli esseri umani, portatori di altri valori (non necessariamente “inferiori”) è comunque evidente. E si era nel pieno dell’età positivistica, l’età di Lombroso, di Ritter, di Haeckel, quando quasi tutta la cultura occidentale era profondamente permeata dalla credenza nella propria “naturale” superiorità e nel Logos calcolante come la forma più alta di sapere, se non addirittura come l’unica.

E Boggiani stesso, si tenga sempre presente, era intimo amico di nazionalisti come d’Annunzio e come Scarfoglio; veniva, cioè, da un universo politico-culturale lievitato di malinteso superomismo nietzschiano (Zarathustra era apparso da neppure un decennio, nel 1883-85) e da tenaci e radicati pregiudizi etnocentrici. Eppure, nella descrizione dei riti e delle abitudini di quei “primitivi” sud-americani, non si trovano che scarse tracce di quel senso di superiorità, di quella tracotanza intellettuale: anzi traspare quasi, qua e là, una sorta di nostalgia per il perduto paradiso terrestre, che i Caduvei hanno saputo trattenere nella loro vita, e gli Europei hanno perduto per sempre. Non una rivistazione del settecentesco mito del “buon selvaggio”, tuttavia, ma la pensosa e, a volte, malinconica consapevolezza che l’Occidente, per inseguire la chimera del dominio sul mondo della natura, si è condannato da sé allo smarrimento della sua essenza più profonda e più vera, ricacciata nel regno dei sogni, dell’immaginazione, della poesia (è questa, ben anche, la grande stagione del simbolismo: le Myricae del Pascoli sono apparse, come un rombo di tuono a sinistra, nel 1891).

Se Boggiani non fosse stato ròso da una tale inquitudine, da una tale segreta infelicità, che cosa lo avrebbe distolto dall’Europa, ove era giunto sul limitare del successo e della gloria, per ritornare ancora e sempre a quelle lontane solitudini del Chaco, a quel gran mare d’erba ove conduceva un’esistenza, come lui stesso affermava, “triste e solitaria”?

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Già si è detto del valore, riconosciuto da insigni studiosi contemporanei, delle sue investigazioni di carattere etnografico (5). Rimane da aggiungere che, guidato da una felice capacità d’intuizione e da una conoscenza non libresca, ma diretta e profonda, delle regioni interne del Sud America tropicale, Boggiani non arretra davanti a delle teorie etnologiche per allora nuove, ma perfettamente coerenti con i risultati del suo paziente lavoro.

In una delle memorie da lui presentate al II Congresso Geografico Italiano, nel 1895, e intitolata Tatuaggio o pittura?, avanzava l’ipotesi di una stretta paentela fra i Caduvei, abilissimi nell’arte del tatuaggio e della decorazione, e gli antichi Incas del Perù, che lo erano stati essi pure, prima che il loro Impero venisse distrutto dai conquistadores guidati da Pizarro. Certo, non era possibile istituire un raffronto fra il grado complessivo di civiltà degli antichi Peruviani e quello degli odierni indigeni del Rio Nabileque, nel Mato Grosso del sud; tuttavia questa, secondo Boggiani, non costituiva in alcun modo una difficoltà.

Ecco infatti come spiegava la cosa, dal suo punto di vista:

«Le arti vanno di pari passo con la civiltà de’ popoli; ma ciò si riferisce al momento creativo di esse; mentre può darsi benissimo che, al contatto di una civilizzazione maggiore, un popolo relativamente inferiore ne risenta una diretta influenza, specialmente nella riproduzione grafica delle forme ornamentali. E se si volesse anche ammettere, cosa non improbabile, che i Caduvei o, meglio, gli Mbayà fossero una popolazione in contatto immediato con le più civili popolazioni dell’impero degli Inca, obbligati dalle persecuzioni spagnole a rifugiarsi nelle selve ed a menar la vita aspra delle tribù più primitive, non sarebbe strano che, perdute le abitudini di una vita in alto grado civile, abbiano conservato le loro attitudini per l’arte ornamentale, le cui forme sono sempre le ultime a scomparire presso tutti i popoli della terra.

Ed ecco quindi spiegato come i Caduvei posseggano un’arte superiore alla loro presente condizione sociale; un’arte che, se non è interamente loro, trova una evidente maternità in quella della civiltà antica peruana di cui ci rimagono così splendidi e numerosi saggi» (6).

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Nell’estate del 1901 Boggiani ha stabilito di rientrare nuovamente in Italia, allorchè gli giunge notizia di una tribù “selvaggia” dell’interno del Chaco, che da molto tempo desiderava avvicinare. Si tratta degli Indiani colà noti col nome generico di Moros, nomadi e, in confronto ai Caduvei, estremamente primitivi, temuti egualmente dai bianchi e dagli altri indigeni che li considerano inavvicinabili, crudeli e fors’anche cannibali. Il loro vero nome è Ayoréos; pochissimi Europei, da allora e fino ad anni recentissimi, hanno potuto vederli; tra quei pochi l’esploratore novarese Maurizio Leigheb, che all’inizio degli anni ’70 del secolo trascorso, a rischio della vita è riuscito a prenderne alcune fotografie, prima di vederli scomparire nel folto del monte, ossia della foresta (7).

Nell’agosto del 1901 Boggiani lascia Asunciòn, ben deciso a stabilire un contatto con i Moros. Possiede una piccola scorta, che però, all’ingresso nella selva, viene rimandata indietro. Con lui non rimangono che un fido compagno, tal Gregorio Gavilàn, e alcuni Ciamacoco che dovrebbero far loro da guide.

Il 18 ottobre scrive un’ultima lettera al fratello Oliviero, in Italia, dicendosi intenzionato ad avanzare, a cavallo, sino in vista degli ultimi contrafforti orientali delle Ande, ossia ad attraversare tutto il Gran Chaco nel senso della longitudine, e riproponendosi di compiere delle scoperte notevoli presso quelle ancor sconosciute popolazioni.

Il 24 ottobre lascia, insieme al paraguayano Gavilàn e a quattro indiani Ciamacoco, la fattoria di Los Mèdanos, ultimo avamposto della civiltà in quelle regioni ancora selvagge. Da allora la spedizione sembra essere scomparsa nel nulla, come si fosse volatilizzata. Per mesi e mesi, nessuna notizia dell’esploratore e dei suoi compagni giunge a squarciare le sinistre ombre del mistero.

Il 18 giugno del 1902 parte da Asunciòn una spedizione di soccorso, guiata dal coraggioso spagnolo José Fernandez Cancio, e finalmente il mistero può essere chiarito (8).

Durante la sua marcia nel Chaco, Fernandez Cancio ha incontrato una tolderìa (villaggio) dei Ciamacoco, presso i quali vengono rinvenuti vari oggetti appartenenti indiscutibilmente a Boggiani. Gli Indiani forniscono confuse spiegazioni alle domande che vengono fatte loro; da ultimo uno di essi, di nome Luciano, finisce per confessare la verità.

Per due mesi e mezzo Boggiani era vissuto fra i Ciamacoco, spostandosi in vari luoghi e raccogliendo materiale etnografico, scattando fotografie ed eseguendo pitture e disegni. Gl’Indiani gli si erano affezionati, ma erano anche terrorizzati dalla prospettiva dell’incontro coi Barbudos – com’essi chiamavano i Moros o Ayoréos -, che l’italiano voleva ad ogni costo avvicinare. Nel gennaio del 1902, poichè Boggiani insisteva affinchè lo guidassero presso quella tribù, i Ciamacoco lo avevano ucciso insieme a Gavilàn.

La spedizione di Fernandez Cancio ritrova quindi i resti dei due uomini. Il cranio di Boggiani presenta i segni inequivocabili di un colpo d’arma bianca alla tempia e di un ancor più terribile colpo di clava. Luciano viene assicurato alla giustizia, condotto ad Asunciòn, processato e imprigionato; ma più tardi riuscirà ad evadere, profittando di torbidi politici scoppiati nel Paraguay.

A più d’un secolo di distanza da quei fatti, non si può dire che il nome di Guido Boggiani sia molto conosciuto in Italia; forse lo è di più nel Sud America, dove sono stati pubblicati anche alcuni suoi lavori, tuttora inediti nella sua patria. Opere letterarie, a quanto ci risulta, non sono state ristampate.

Ma se, come scrisse in sua memoria il d’Annunzio, Boggiani aveva realmente schiuso una strada “più oltre, più oltre nel nuovo” (9), speriamo che sia giunto finalmente il tempo perché egli venga nuovamente fatto conoscere agli Italiani, e specialmente ai giovani, per il significativo messaggio che egli ha lasciato come artista, come esploratore e come uomo.

Note

1) Questa, almeno, è la tesi del prof. Emilio Malesani, in Boggiani, Guido, voce della Enciclopedia Italiana, vol. VII, p. 276.

2) Dal giornale di bordo di Boggiani durante il viaggio in Grecia, cit. da P. Scotti, Guido Boggiani (nel centenario della sua nascita), in Bollettino della Società Geografica Italiana, Roma, 1963, p. 20.

3) Poco innanzi, nella medesima opera, Boggiani aveva scritto dello stregone Sabino che “mai conobbi un più impenitente ubbriacone, un uomo di maggior mala fede, un furfante più matricolato di lui”. È il prezzo che anche il Nostro ha pagato, in termini d’incomprensione, all’atteggiamento di condiscendenza che l’Europeo del tempo nutriva nei confronti dei popoli “primitivi”. Una incomprensione che non lo ha spinto a chiedersi, lui che vendeva l’acquavite agli Indiani, quali effetti disgreganti avesse sul tessuto sociale delle loro comunità e sul tramonto delle loro culture. Una incomprensione nei confronti dell'”altro” che, da ultimo, gli riuscì fatale, quando non si rese conto dell’autentico terrore che la sua insistente richiesta di essere accompagnato presso gli Ayoréos provocava nei Ciamacoco.

4) G. Boggiani, I Caduvei. Studio intorno a una tribù indiana dell’Alto Paraguay nel Matto Grosso (Brasile), in Memorie della Società Geografica Italiana, V, 1895, pp. 286-88.

5) Alfred Métraux (il celebre etnologo, autore di Tristi Tropici e di Meravigliosa Isola di Pasqua), affermò che, per la parte del Gran Chaco e del Mato Grosso studiata da Guido Boggiani, ben pochi sono stati i lavori etnografici successivi, talché la sua opera rimane per noi, a tutt’oggi, di importanza capitale.

6) G. Boggiani, I Caduvei, ecc., cit., p. 268.

7) M. Leigheb, Caccia all’uomo, Milano, Sugar ed., 1973.

8) Cfr. J. Fernandez Cancio, Alla ricerca di Guido Boggiani nel Gran Chaco Boreale paraguayano, in Bollettino della Società Geografica Italiana, 1903.

9) A Guido Boggiani il poeta Gabriele d’Annunzio dedicò un posto importante nel primo libro delle Laudi del Cielo, del Mare, della Terra e degli Eroi.

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Riportiamo dal Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche di Silvio Zavatti (Milano, Feltrinelli, 1967, p. 38):

“BOGGIANI, Guido. Esploratore italiano nato ad Omegna (Novara) nel 1861, ucciso dagli Indiani del Chaco Boreale nell’agosto o nel settembre del 1901. Il 27 novembre 1867 s’imbarcò per l’Argentina stabilendosi in seguito nell’alto Paraguay. Compilò un prezioso dizionario della lingua Guaranì e portò capitali ausilii all’antropologia e all’etnografia del Paraguay. Dopo un breve riposo in Italia, il 1° luglio 1896 ripartì nuovamente per il Paraguay e raccolse vaste collezioni etnologiche che erano conservate nel Museo di Berlino. Mentre stava per dirigersi nuovamente verso l’Italia, ebbe notizia di una tribù indigena che da lungo tempo cercava e, sospesa la partenza, lasciò Asunciòn nell’agosto del 1901 seguito da pochi uomini di scorta che poi, all’entrare nella foresta, vennero rimandati. Con Boggiani rimase solo un uomo fedele. Da quel giorno più nulla si seppe di lui. Il 20 ottobre 1902, il coraggioso spagnolo José Ferdinando Cancio ritrovò le ossa dell’infelice esploratore. Il cranio presentava una ferita d’arma bianca alla tempia sinistra e un tremendo colpo di clava infertogli dagli indigeni. Anche il suo compagno fu trovato morto.

“BIBL.: Gli scritti di Boggiani sono: I Ciamacoco, in Atti della Società Romana di Antropologia, Roma, 1894; I Ciamacoco, in Boll. della Soc. Geogr. Ital., 1895; Il Rio Nabilecche e la regione abitata dai Caduvei nello Stato di Matto Grosso in Brasile, ivi; I Caduvei, in Memorie della Reale Società Geografica Italiana, vol. V, 1895; Idioma Guana, in Atti dell’Accademia dei Lincei, 1895; Viaggi di un artista nell’America meridionale: i Caduvei, Roma, 1895; Tatuaggio o pittura?, in Atti del II Congresso Geografico Italiano, Roma, 1895; Nei dintorni di Corumba, in Boll. della Soc. Geogr. Ital., vol. XXXIV (1897); La questione dei confini tra le Repubbliche del Paraguay e della Bolivia, in Memorie della Reale Società Geogr. Italiana, vol, VII (1897); Guaicurù, ivi, vol. VIII (1898). Per B. si veda: E. H. Giglioli, Guido Boggiani, in Boll. della Reale Soc. Geogr., 1902; J. Fernandez Cancio, Alla ricerca di Guido Boggiani nel Chaco boreale paraguayano, ivi, 1903; R. Giolli, Per la psicologia di un esploratore: Guido Boggiani fra i Caduvei, in Le vie d’Italia e dell’America Latina, 1925; Diaz-Perez Viriato, Coronario de Guido Boggiani, in Revista Paraguayana, Asunciòn, 1926; A. Faustini, Gli esploratori, Torino, Paravia, 1932; A. Viviani, Guido Boggiani alla scoperta el Gran Chaco, ivi, 1938; P. Scotti, Guido Boggiani (nel centenario della sua nascita), in Boll. della Soc. Geogr. Ital., 1963.

A questi riferimenti bibliografici, vogliamo aggiungere: Anonimo, Guido Boggiani o la passione della vita primitiva, in Il giardino di Esculapio, anno XX, 1951, n. 1, pp. 29-54; M. Leigheb, Caccia all’uomo, Milano, Sugar ed., 1973; G. C. Favret, La giovane America, Ed. Uomini-Continenti, Destini, Torino, 1960.

Tratto, col gentile consenso dell’Autore, dal sito Arianna Editrice.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

Una Risposta

  1. piero mussano
    | Rispondi

    bravo e di un altro tempo,ma bravo.

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