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Cultura e religione etrusca nel mondo romano

1 gennaio 2000 (15:10) | Autore:

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“Studi recenti hanno messo in evidenza la sopravvivenza della civiltà etrusca dopo la fine dell’indipendenza e il problema dell’integrazione degli Etruschi nello Stato romano, ponendo fine all’opinione della completa scomparsa del mondo etrusco in età imperiale”. Così ricorda giustamente la Ramelli, nell’introduzione di questo libro (p. 11), che costituisce un valido dossier sulla questione dell’integrazione degli Etruschi nello Stato romano e gli sviluppi dell’Etrusca disciplina e del suo ruolo culturale e religioso nel contesto dell’Impero romano.

Renato del Ponte, Dei e miti italici Per la tendenza storiografica anti-etrusca in epoca augustea, capeggiata da Dionigi d’Alicarnasso, mi limito a ricordare che lo scopo delle sue tesi è evidente, “quello di dissociare dagli Etruschi stessi i primordi di Roma”, che Dionigi vorrebbe Ellenis polis, “anche a costo di deformare profondamente la tradizione per sostenere questa sua tesi” (p. 34). Roma nasce dall’unione dell’Etruria e dall’antico Lazio (il Vate, nella preghiera finale del I libro delle Georgiche, si rivolge agli Dèi patrii Indigetes, a Romolo e alla madre Vesta “quae Tuscum Tiberim et Romana Palatia servas”) mentre “la venuta degli Eneadi in Italia è un ritorno all’antica madre, in quanto il troiano Dardano era originario di Corito, ossia dell’etrusca e pelasgica Cortona” (p. 20) (1) e Cortona nell’Eneide è simbolo dell’intera Etruria (2).

Dopo la catastrofe gallica, mentre Roma era in crisi, la salvezza era venuta dagli Etruschi di Cere (3). La prima coorte pretoria del futuro Augusto sembra essere stata arruolata da Ottaviano, nel 44 a.C., precisamente in Etruria. Al tempo di Virgilio i pretoriani erano reclutati solo in Etruria e in Umbria, nell’antico Lazio e nelle antiche colonie romane. La preferenza accordata all’Etruria e all’Umbria nel reclutamento dei pretoriani fu “preferenza di cui queste regioni continuarono a godere sotto Augusto e sotto Tiberio, in quanto terre sentite come più genuinamente vetero-romane” (p. 19).

Renato del Ponte, La città degli dei. La tradizione di Roma e la sua continuità Il poeta romano Properzio (4), d’origini etrusche (il suo nome era quello di un lucumone), simboleggerà l’integrazione degli Etruschi in Roma con la collocazione nel Foro romano della statua del Dio nazionale etrusco, Vertumno, “Tuscus e Tuscis ortus”, nella seconda elegia del IV libro. Claudio, imperatore storiografo ed etruscologo, con la sua riforma conferì ulteriore prestigio all’Etrusca disciplina, da lui definita vetustissima Italiae disciplina (Tacito, Ann. XI 15) (5), che aveva mantenuto un ruolo di primo piano nella Roma repubblicana. Il console Postumio, nel 186 a.C., aveva equiparato per la prima volta i responsa degli aruspici ai decreti dei pontefici e ai senatoconsulti (Livio, XXXIX 16). L’Ordo LX haruspicum, “aveva per membri dei principum filii, che, come mostrano gli elogia Tarquiniensia, erano particolarmente orgogliosi di far parte dell’ordo, e che in età giulio-claudia erano per lo più di rango equestre e appartenevano solo all’Italia, il suo haruspex primarius o maximus divenne in età imperiale l’aruspice ufficiale dell’imperatore” (pp. 50-51). Nel discorso al senato, Claudio riconosce che l’aruspicina è garante delle fortune dell’impero, poiché apparteneva alle antiche tradizioni romano-italiche, opposte alle externae superstitiones. Ma la diffusa presenza, col passare del tempo, degli aruspici in zone sempre più lontane dell’impero può “essere letta come segno dell’espansione della cultura etrusca, ormai non più legata alla terra Etruria e nemmeno alla sola Italia” (p. 94).

Il libro della Ramelli ci guida tra le personalità etrusche documentate storicamente durante l’impero: gli uomini politici (senatori e anche, perché no, imperatori) e religiosi (non solo aruspici ma anche titolari di cariche tradizionali romane e laziali: pontefici, flamini, quindecemviri, fratelli arvali) e filosofi stoici (6) (Musonio Rufo (7) e Persio).

Jean-Michel David, La romanizzazione dell'Italia Degno di segnalazione il IV capitolo dedicato agli omina imperii, gli haruspices legionis e la normativa sui consulti: interrottasi la successione imperiale per adozione, dopo la morte di Commodo, ritornò importante conoscere e rendere nota la volontà degli Dèi riguardo alla scelta del nuovo sovrano, attraverso omina e prodigia imperii.

I problemi per gli aruspici e l’antichissima disciplina cominciarono con l’ambiguo Costantino (8). Nel 319 ne interdisse con un editto la consultazione privata, ma appena due anni dopo con un altro editto raccomanda la consultazione degli aruspici, esperti dei libri fulgurales, nel caso di caduta di un fulmine su un edificio pubblico. Nel 324 nel fondare l’Altera Roma, Costantino seguirà i riti tradizionali (9) (presumibilmente l’Etrusco ritu): se rimane “incerta la presenza di aruspici nella fondazione di Costantinopoli, un dato più sicuro è (…) la presenza, in questa occasione, di Vettio Agorio Protestato (10), corrector Tusciae et Umbriae ed esperto di aruspicina, attestato da Giovanni Lido (Mens., IV, 2)” (p. 144). Tra gli ultimi atti di Costantino vi fu il rescritto di Hispellum: atto che in pratica segnò la fine dell’unione delle comunità umbre in quella federazione religiosa etrusca che le aveva incorporate in età antico-repubblicana e che aveva sede nel fanum Voltumnae, sul territorio di Volsinii.

Nonostante le persecuzioni subite dall’antica religione, nel VI secolo dell’e.v. per Giovanni Lido e Procopio di Cesarea la disciplina Etrusca poteva avere sviluppi ancora attuali (11).

Mario Enzo Migliori

Ilaria Ramelli, Cultura e religione etrusca nel mondo romano. La cultura etrusca dalla fine dell’indipendenza, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2005 (rist.), pp. 216, € 18,00. NOTE

1) Su questa tematica, v. anche B. Nardi, L’Etruria nell’Eneide (1935), rist. con prefazione di R. del Ponte, Genova 1981, M. Sordi, Il mito troiano e l’eredità etrusca di Roma, Milano 1989, con la mia recensione in “Arthos”, n. 33-34, 1989-1990, p. 191 e G. D’Uva, La Tradizione Italica, in “Politica Romana”, n. 5-1999, pp. 106-125.
2) Il discorso resta valido anche in caso d’identificazione di Corito con Tarquinia (in proposito vedi: A. Palmucci, Virgilio e Cori(n)to-Tarquinia. La leggenda troiana in Etruria, Tarquinia 1998).
3) Cfr. M. Sordi, Virgilio e la storia romana del IV secolo a.C. ora in Ead. Prospettive di storia etrusca, Como 1995, pp. 76-93.
4) Cfr. Properzio, Nostalgia di Roma prisca (a cura di M. E. Migliori), in “La Cittadella”, n.s., n. 6, apr.-giu. 2002, pp. 4-8.
5) Cfr. Tacito, La ricostruzione del Campidoglio (a cura di M. E. Migliori), in “La Cittadella”, n.s., n. 18, apr.-giu. 2005, pp. 3-9.
6) Ricordo su questa rivista: S. Arcella, Impermanenza e distacco nello stoicismo romano e nel buddhismo delle origini. Spunti per una comparazione fra affinità e differenze, “La Cittadella”, n.s., n. 13, genn.-mar. 2004, pp. 18-30.
7) Ilaria Ramelli ne ha tra l’altro curato la traduzione: Musonio Rufo. Diatribe, frammenti e testimonianze, Milano 2001; Da segnalare anche le altre sue traduzioni: Marziano Capella. Nozze di Filologia e Mercurio, Milano 2001; Anneo Cornuto. Compendio di teologia greca, Milano 2003; Ermete Trismegisto. Corpus hermeticum, Milano 2005.
8) Su Costantino e la sua politica religiosa cfr. P. P. Onida, Il divieto dei sacrifici di animali nella legislazione di Costantino. Una interpretazione sistematica, in AA. VV., Poteri religiosi e istituzioni: il culto di San Costantino imperatore tra Oriente e Occidente, a cura di F. Sini e P. P. Onida, Torino 2003, pp. 73-169.
9) Vedi R. del Ponte, “Altera Roma”. I riti di fondazione di Costantinopoli secondo il diritto sacro romano, in Id., La città degli dei. La tradizione di Roma e la sua continuità, Genova 2003, pp. 141-152.
10) Si tratta del nonno dell’omonimo e più famoso leader della parte pagana di Roma sul finire del IV secolo (sul quale cfr. R. del Ponte, Vettio Agorio Protestato, pontefice e iniziato in Id., La città degli dei…, cit., pp. 54-65).
11) Cfr. A. Pellizzari, Servio. Storia, cultura e istruzioni nell’opera di un grammatico tardoantico, Firenze 2003, p. 206; vedi la mia Rassegna Bibliografica, in “Arthos”, n.s., n. 12, a. 2004, pp. 247-253, v. pp. 249-252.

Tratto da “La Cittadella”, 21 n. s., gennaio-marzo 2006, pp. 64-67.


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