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Marco Tullio Cicerone. Divinazione, presagi, auspici e aruspici

24 luglio 2009 (11:46) | Autore:

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Quorum alia sunt posita

in monumentis et disciplina,

quod Etruscorum declarant

et haruspicini et fulgurales et rituales libri,

vestri etiam augurales.

Cic., De div. 1, 72.

opere-moraliCicerone è uno dei pilastri della nostra conoscenza del mondo antico. Se non avessimo la sua imponente opera, le nostre conoscenze sarebbero assai più povere. Cicerone è anche l’uomo antico che conosciamo meglio, poiché è l’unico personaggio di tutta l’antichità sia greca che romana di cui ci siano giunte – in quantità imponente – le lettere, moltissime delle quali private; non certo destinate ai posteri”. Queste parole, con le quali lo storico Luciano Canfora inizia un suo recente articolo[1], ribadiscono l’importanza del rinomato oratore e dei sui scritti per la comprensione del mondo classico e della nostra tradizione.

Nato nel 106 a.C. ad Arpino, patria di Caio Mario, la sua vita e le sue opere hanno fornito costantemente argomento e materia di discussione nel campo dell’antichità classica. “Cicerone non è soltanto un notevole personaggio politico, che resiste a Silla dittatore, che riesce a rovesciare i progetti di Cesare e si illude di poter mantenere quello stato di cose che, opportuno al tempo degli Scipioni, non conveniva ormai allo Stato trasformato per estensione di governo, per accresciute popolazioni vinte, per sentimenti e costumi cambiati. Cicerone, oltre ad essere personalità politica, fu soprattutto un grande avvocato ed un valente uomo di lettere”[2].

Per la ricostruzione storica sono importanti pressoché tutte le sue orazioni: la Verrine, la pro lege Manilia, e le famose Catilinarie pronunciate durante il suo consolato (63) per denunciare la congiura di Catilina. “Tra il 54 e il 51, nel momento di grave crisi istituzionale, egli scrisse la Repubblica […], in cui egli identifica i due fondamenti della repubblica nel Senato, che si esprime attraverso l’auctoritas, e negli auspici dei magistrati: dunque un fondamento civile e uno religioso. Egli inoltre ritiene necessaria una figura di rector civitatis, che salvasse la costituzione repubblicana dalla crisi. Nelle Leggi, composte nel 51, lo spazio politico romano viene concepito in modo tripartito: potestas dei magistrati, auctoritas del Senato e libertas del popolo. Di Cicerone sono importanti le orazioni de domo sua, circa il suo esilio, e la pro Milone, sulla violenza politica all’epoca del primo Triumvirato, la pro Balbo, sul diritto di cittadinanza, la pro Marcello, del 46, con cui l’oratore cercava di ottenere la benevolenza di Cesare per sé e per il console pompeiano Marcello, le quattordici Filippiche, pronunciate nel 44-43 contro Marco Antonio. Sono importanti anche le sue Lettere, e le sue opere di argomento religioso, come il de natura deorum e il de divinazione, nelle quali si percepisce come la religione tradizionale fosse stata scossa alla base dalle guerre, dalla speculazione filosofica di origine greca e da nuove forme di teologia che stavano diffondendosi a Roma, come il Pitagorismo o le dottrine egiziane o caldee”[3].

Cicerone come uomo politico ha suscitato giudizi contrastanti: dai severi giudizi veicolati dal Mommsen agli esaltatori senza ragione di ogni atto politico del grande oratore e, per mancanza di criterio, tutto quello che fu compiuto dall’Arpinate. Fondatamente equilibrato fu il giudizio del Pais. “Le epistole ci rivelano le sue esitazioni, i dubbi, gli interni dissidi e le preoccupazioni: ci permettono di ricostruire la figura dell’oratore, dell’uomo politico e del privato cittadino. Chi legga senza prevenzioni di precedenti giudizi o partiti, non è condotto a figurarsi sempre un Cicerone tentennante ed incerto in ogni affare, ma nemmeno a tessere l’elogio illimitato del personaggio publico e dell’individuo privato che, per interesse dello Stato, sacrificò i suoi sentimenti particolari. Vi sono fatti numerosi i quali dimostrano che, invece che innanzi ad un uomo di Stato di ferreo carattere, noi ci troviamo di fronte a un avvocato esperto, a un oratore colto, eloquente, d’ingegno versatile, ma che non si rese mai conto chiaro del nuovo orientamento dell’età sua. Nella vita di Cicerone vi furono momenti nei quali egli manifestò fermo desiderio di giovare allo Stato; ve ne furono altri nei quali mostrò la necessità che incombe spesso a uomini politici di adattarsi alle circostanze, e di scivolare tra varie tendenze e difficoltà […]. Cicerone ammirò Pompeio, sul quale però motteggia perché da lui si vide o non curato o anche abbandonato”.

cicerone-lettere-ai-familiari“Il contegno che l’Arpinate tenne verso Cesare non è degno di plauso. Si comprende che egli – nel fondo conservatore – non ne apprezzasse le idee, e che anzi lo combattesse durante il suo consolato. Ma ne accettò i benefici, la mediazione sia in affari di finanza, sia rispetto al fratello Quinto, che da Cesare fu nominato luogotenente delle guerre galliche. Più tardi, dopo Farsalo, con lui si pacificò e ne ottenne favori; lo accolse anche in casa sua, ma per deriderlo. Per giunta fu tra quelli che si mostrarono pronti a rendere omaggio a Cleopatra, ospitata da Cesare nei suoi giardini, e diede occasione di esser preso in giro dai cortigiani di quella regina”.

“La poca fermezza dei convincimenti politici di Cicerone è pure attestata dal contegno che verso lui tennero gli uccisori di Cesare. Costoro, dubitando del suo carattere, non gli confidarono il loro disegno; egli invece li lodò, allorché il Dittatore fu ucciso. Di questa variabilità di sentimenti e di giudizi abbiamo molte altre prove che sarebbe lungo enumerare”[4].

Qualunque siano le nostre valutazioni sull’uomo politico Cicerone, queste non possono precludere l’utilizzo delle sue opere quali fonti primarie per la conoscenza della religio romana. Afferma giustamente Kerényi che “se vogliamo apprendere qualcosa dell’essenza della religione romana, dobbiamo prestare ascolto anche a Cicerone[5].

della-divinazioneNonostante l’apparente sinteticità, più dettagliato è il giudizio di Sini. “Non mi pare affatto necessario dilungarsi qui in considerazioni di carattere generale circa l’attendibilità ed il valore della testimonianza ciceroniana; è certo infatti che egli, consolare, augure dal 53 a.C., possedeva tutti quei requisiti che lo ponevano in grado di avere, oltre che una profonda cultura giuridica, una indiscutibile competenza su ciò che riguarda i documenti sacerdotali; in quanto augure anche a voler accettare la tesi dell’inaccessibilità degli archivi, era in grado di accedere di persona almeno ai documenti conservati nell’archivio del suo collegio. Senza contare che nelle sue opere vi sono numerosi altri luoghi, in cui l’oratore fa intendere chiaramente di utilizzare materiali provenienti dagli archivi sacerdotali, pur senza specificare in concreto da quali documenti siano tratti. Possiamo quindi concludere che la sua testimonianza sull’attività e sulla documentazione dei principali collegi sacerdotali si presenta come assolutamente fededegna”[6].

Di particolare interesse sono le pagine che proponiamo, tratte dal primo libro (90-104) del De divinazione (sostanzialmente seguiamo la traduzione di Sebastiano Timpanaro, II ed., Garzanti, Milano 1991, alla quale rimandiamo per l’apparato critico) sia come testimonianza storica di avvenimenti legati alla divinazione antica che quale fonte (una delle fonti) di quelle “realtà rituali etrusche” con le quali “il populus Romanus Quirites, i suoi magistratus, i suoi sacerdotes e il suo senatus avranno costanti relazioni, caratterizzate sia dall’originaria derivazione sia dalla permanente diversità”[7]. Una di quelle numerose fonti che confermano che l’aruspicina fosse una scienza divinatoria che costituiva parte integrante della tradizione giuridico-sacrale romana[8].

Mario Enzo Migliori

* * *

prolegomeniXLI  90 Questi procedimenti divinatorii non sono trascurati nemmeno dai barbari. In Gallia vi sono i Druidi: ne ho conosciuto uno anch’io l’èduo Divizíaco tuo ospite e ammiratore il quale dichiarava che gli era nota la scienza della natura chiamata dai greci physiología e in parte con gli augurii in parte con l’interpretazione dei sogni diceva il futuro. Tra i Persiani interpretano gli augurii e profetano i maghi i quali si riuniscono in un luogo sacro per meditare sulla loro arte e per scambiarsi idee il che anche voi eravate soliti fare nel giorno delle None;  91 né alcuno può essere re dei Persiani se non ha prima appreso la pratica e la scienza dei maghi. È facile d’altronde vedere famiglie e genti dedite alla divinazione. In Caria c’è la città di Telmesso nella quale l’arte degli arùspici si distingue particolarmente; così pure Èlide nel Peloponneso ha due determinate famiglie quella degli Iàmidi e quella dei Clìtidi famose più di tutte per l’aruspicìna. In Siria i Caldei eccellono per conoscenza degli astri e per acutezza d’interpretazione.  92 L’Etruria conosce profondamente i presagi tratti dai luoghi colpiti dal fulmine e sa interpretare il significato di ciascun prodigio e di ciascuna manifestazione portentosa. Giustamente, perciò, al tempo dei nostri antenati, quando il nostro Stato era in pieno fiore, il senato decretò che dieci figli di famiglie eminenti, scelti ciascuno da una delle genti etrusche, fossero fatti istruire nell’aruspicìna, per evitare che un’arte di tale importanza, a causa della povertà di quelli che la praticavano, scadesse da autorevole disciplina religiosa a oggetto di traffico e di guadagno. Quanto, poi, ai Frigi, ai Pisidii, ai Cilici, al popolo arabo, essi obbediscono scrupolosamente ai segni profetici dati dagli uccelli; e sappiamo che lo stesso è avvenuto per lungo tempo in Umbria.

XLII  93 E a me sembra che l’opportunità di praticare i diversi generi di divinazione sia derivata anche dai luoghi che erano abitati dai vari popoli. Gli Egiziani e i Babilonesi, che abitavano in distese di campi pianeggianti, poiché nessuna altura poteva ostacolare la contemplazione del cielo, posero tutto il loro studio nella conoscenza degli astri. Gli Etruschi, poiché, sommamente religiosi, immolavano vittime con zelo e frequenza particolare, si dedicarono soprattutto all’indagine delle viscere; e siccome, per l’aria pregna di vapori erano frequenti nella loro patria i fulmini, e per lo stesso motivo si verificavano molti fatti straordinari provenienti in parte dal cielo, altri dalla terra, alcuni anche in seguito al concepimento e alla generazione degli esseri umani e delle bestie, acquistarono una grandissima perizia nell’interpretare i prodigi. Il cui significato, come tu sei solito dire, è dimostrato dalle parole stesse foggiate sapientemente dai nostri antenati: poiché fanno vedere (ostendunt), prognosticano (portendunt), mostrano (monstrant), predicono (praedicunt), vengono chiamati apparizioni miracolose (ostenta), portenti (portenta), mostri (monstra), prodìgi (prodigia). 94 Gli Arabi, i Frigi e i Cilici, poiché sono soprattutto dediti alla pastorizia percorrendo le pianure d’inverno e le montagne d’estate, hanno perciò notato più agevolmente i diversi canti e voli degli uccelli; e per lo stesso motivo hanno fatto ciò gli abitanti della Pisidia e quelli di questa nostra Umbria. E ancora, tutti i Carii e in particolare gli abitanti di Telmesso, di cui ho detto sopra, siccome vivono in plaghe ricchissime ed estremamente fertili, nelle quali per la fecondità del terreno molte piante e animali possono formarsi e generarsi, osservarono con accuratezza gli esseri abnormi.

ciceroneXLIII  95 Chi, del resto, non vede che in ogni Stato bene ordinato gli auspicii e gli altri tipi di divinazione hanno sempre goduto altissimo credito? Quale re c’è mai stato, quale popolo che non ricorresse alle predizioni divine? E questo non solo in tempo di pace, ma anche, molto di più, in guerra, perché tanto maggiore era la posta in giuoco e in più grave rischio la salvezza. Lascio da parte i nostri, i quali non intraprendono nulla in guerra senza aver esaminato le viscere, nulla fanno in pace senza aver preso gli auspicii; vediamo gli stranieri. Gli Ateniesi in tutte le pubbliche deliberazioni ricorsero sempre a certi sacerdoti divinatori che essi chiamano mánteis, e gli Spartani posero a fianco dei loro re un àugure come consigliere e vollero parimenti che un àugure partecipasse alle riunioni degli anziani (così chiamano il consiglio statale); e così pure, in tutte le questioni importanti, chiedevano sempre responsi a Delfi o ad Ammone o a Dodona. 96 Licurgo, che dette la costituzione allo Stato spartano, volle confermare le proprie leggi con l’approvazione di Apollo delfico; e quando Lisandro le volle riformare, ne fu impedito dal divieto del medesimo oracolo. Non basta: i governanti degli spartani, non ritenendo sufficienti le cure che davano al governo durante il giorno, andavano a giacere, per procurarsi dei sogni, nel tempio di Pasifae, situato nella campagna vicina a Sparta, perché consideravano veritiere le profezie avute in sogno.

97 Ecco, ritorno alle cose nostre. Quante volte il senato ordinò ai decemviri di consultare i libri sibillini! In quanto importanti e numerose occasioni obbedì ai responsi degli arùspici! Ogni volta che si videro due soli, e tre lune, e fiamme nell’aria; ogni volta che il sole apparve di notte, e giù dal cielo si sentirono dei rumori sordi e sembrò che la volta celeste si fendesse, e in essa apparvero dei globi. Fu anche annunziato al senato una grossa frana nel territorio di Priverno, quando la terra s’abbassò fino ad una profondità immensa e la Puglia fu squassata da violentissimi terremoti. E da questi portenti erano preannunciate al popolo romano grandi guerre e rovinose sedizioni, e in tutti questi casi i responsi degli arùspici concordavano coi versi della Sibilla.  98 E ancora, quando a Cuma sudò la statua di Apollo a Capua quella della Vittoria? E la nascita di un andrògino non fu un prodigio funesto? E quando le acque del fiume Atrato si tinsero di sangue? E che dire del fatto che più volte cadde giù una pioggia di pietre, spesso di sangue, talvolta di terra, una volta anche di latte? E quando sul Campidoglio fu colpita dal fulmine la statua di un Centauro, sull’Aventino porte delle mura e uomini, a Tùsculo il tempio di Càstore e Pollùce, a Roma il tempio della Pietà? In tutte queste circostanze gli arùspici non dettero responsi conformi a ciò che poi accadde, e nei libri sibillini non furono trovate le stesse profezie?

XLIV  99 Non molto tempo fa, durante la guerra màrsica, in seguito a un sogno di Cecilia, figlia di Quinto, il tempio dedicato a Giunone Sospita fu fatto ricostruire dal senato. Sisenna aveva dimostrato che quel sogno corrispondeva mirabilmente, puntualmente, coi fatti; poi, inaspettatamente, credo per influsso di qualche epicureo, si mette a sostenere che non bisogna credere ai sogni. Eppure contro i prodìgi non obietta nulla, e narra che all’inizio della guerra màrsica le statue degli dèi sudarono, e scorsero fiumi rossi di sangue, e che il cielo si spaccò, e si udirono voci misteriose che annunziavano pericoli di guerra, e a Lanuvio alcuni scudi furono rosicchiati dai topi: agli arùspici questo parve un presagio funestissimo.  100 E che dire di ciò che leggiamo negli annali? Durante la guerra contro Veio, essendo cresciute oltre misura le acque del lago Albano, un nobile di Veio passò dalla nostra parte e disse che, secondo i libri profetici che i Veienti conservavano, Veio non poteva esser presa finché il lago non fosse giunto a traboccare; ma se le acque, fuoriuscendo, si fossero scaricate in mare secondo il loro deflusso spontaneo, sarebbe stata una rovina per il popolo romano; se invece fossero state incanalate in modo da non poter raggiungere il mare, sarebbe stata la vittoria per i nostri. In seguito a ciò i nostri antenati scavarono quel mirabile canale di scarico dell’acqua del lago Albano. Ma quando i Veienti, spossati dalla guerra, mandarono ambasciatori al senato per trattare la resa, allora uno di essi – si narra – disse che quel disertore non aveva avuto il coraggio di dire tutto al senato: ché in quegli stessi libri profetici posseduti dai Veienti si diceva che tra breve Roma sarebbe stata conquistata dai Galli: e in effetti come sappiamo ciò avvenne sei anni dopo la presa di Veio.

XLV  101 Spesso anche si narra che nelle battaglie si udirono le voci dei Fauni, e, nel corso di tumulti, parole che predicevano il vero, provenienti chissà da dove. Tra i molti esempi di questo genere, bastino due soli, ma di gran rilievo. Non molto prima che la città fosse presa dai Galli, si udì una voce proveniente dal bosco sacro a Vesta, che dai piedi del Palatino scende verso la Via Nuova: la voce ammoniva che si ricostruissero le mura e le porte; se non si provvedeva, Roma sarebbe stata presa dai nemici. Di questo ammonimento, che fu trascurato allora, quando si era in tempo a evitare il danno, fu fatta espiazione dopo quella terribile disfatta: dirimpetto a quel luogo, fu consacrato ad Aio Loquente un altare ,che tuttora vediamo protetto da un recinto. L’altro esempio: molti hanno scritto che, dopo un terremoto, una voce proveniente dal tempio di Giunone sul Campidoglio ammonì che si sacrificasse in segno di espiazione una scrofa gravida: perciò la Giunone a cui era dedicato quel tempio fu chiamata Moneta. Questi fatti, dunque, annunciati dagli dèi e sanzionati dai nostri antenati, li disprezziamo?

102 Ma i pitagorici consideravano assiduamente non solo le voci degli dèi, ma anche quelle degli uomini, chiamate òmina. E siccome i nostri antenati ritenevano che esse avessero valore profetico, ogni volta che dovevano compiere un atto importante incominciavano col dire: “Sia questa cosa buona fausta felice e fortunata” (“quod bonum, faustum, felix fortunatumque esset”); e nelle pubbliche cerimonie religiose si ordinava che i presenti “facessero silenzio”, e, nel proclamare le ferie, che “si astenessero da liti e risse”. Così pure, nel fondare con un rito di purificazione una colonia, colui che la fondava sceglieva, perché conducessero le vittime al sacrificio, persone dai nomi di buon augurio; e così faceva il comandante quando purificava l’esercito, il censore quando purificava il popolo. Alla stessa norma si attengono i consoli nella leva: che il primo soldato arruolato abbia un nome di buon augurio.  103 Tu sai bene che, quando sei stato console e comandante militare, hai osservato queste norme con grande scrupolo. Anche riguardo alla centuria che votava per prima nei comizi, i nostri antenati ritennero che per il suo nome essa costituisse un buon auspicio di elezioni conformi alla legge.

XLVI  Ed io ti rammenterò ben noti esempi di òmina. Lucio Paolo, console per la seconda volta, essendogli toccato l’incarico di condurre la guerra contro il re Perse, quando in quello stesso giorno, sull’imbrunire, ritornò a casa, nel dare un bacio alla sua bambina Terzia, ancora molto piccola a quel tempo, si accorse che era un po’ triste. “Che è successo Terzia?” le chiese; “perché sei triste?.” E lei: “Babbo,” disse, “è morto Persa”. Egli allora, abbracciandola forte, disse: “Accetto il presagio, figlia mia”. Era morto un cagnolino che si chiamava così.  104 Ho udito raccontare io stesso da Lucio Flacco, flàmine marziale, che Cecilia, moglie di Metello, volendo far sposare la figlia di sua sorella, si recò in un tempietto per ricevere un presagio, secondo l’uso degli antichi. La nipote stava in piedi, Cecilia era seduta; per molto tempo non si sentì nessuna voce; allora la ragazza, stanca, chiese alla zia che le permettesse di riposarsi un poco sulla sua sedia. E Cecilia: “Certo, bambina mia, ti lascio il mio posto.” E il detto si avverò: Cecilia morì poco dopo, e la ragazza sposò colui che era stato il marito di Cecilia. Lo capisco fin troppo bene: queste cose si possono disprezzare o si può anche riderne; ma disprezzare i segni inviati dagli dèi e negare la loro esistenza, è tutt’uno.

 


[1] L. Canfora, L’illusione della politica: la solitudine di Cicerone, in “Corriere della Sera”, 11.02.2009, p. 40.

[2] E. Pais, Cicerone, in Roma, dall’antico al nuovo impero, Hoepli, Milano 1938 – XVI, [pp. 301 – 311] p. 301.

[3] A. Mastrocinque, Storia romana, Pàtron, Bologna 2006, p. 56.

[4] E. Pais, Op. cit., pp. 308 – 309.

[5] K. Kerényi, Religione antica, tr. It., Adelphi, Milano 2001, p. 115.

[6] F. Sini, Documenti sacerdotali di Roma antica, Dessì, Sassari 1983, pp. 93–94.

[7] P. Catalano, Aspetti spaziali del sistema giuridico-religioso romano. Mundus, templum, urbs, ager, Latium, Italia, “Aufstieg und Niedergang der Römischen Welt“, Band II.16.1, W. De Gruyter, Berlin – New York 1978,[pp. 440-553] p. 454; cfr. pp. 452–466.

[8] Vedi M. E. Migliori, Haruspices e Mos Maiorum, in “Vie della Tradizione”, n. 145, genn.-apr. 2007, pp. 22–29.


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