Vesta: l’ascetizzazione della Dea Madre

Altrove si è avuto modo di analizzare come tra le numerose caratteristiche della dea madre quella fondamentale risulti essere la sua capacità generativa, naturalmente legata alla sfera sessuale: sostanzialmente la dea madre trova la sua ragion d’essere e fonda la sua materia cultuale sulla sua ininterrotta generatività, simbolo, sul piano teologico, del generale potere generativo femminile.

In situazioni sociali in cui tale potere femminile viene accettato senza problemi, si hanno, conseguentemente, numerosi esempi di divinità legate al femminino sacro ma i problemi insorgono laddove una società prettamente maschilista e androcentrica, fondata su virtù belliche o comunque su caratterizzazioni prettamente maschili, si senta minacciata da tale potere generativo e debba, dal punto di vista simbolico-culturale, correre ai ripari depotenziando in varie forme la valenza sacrale insita nella sessualità femminile come potenziale apportatrice di vita.

Ebbene, nella società romana, epitome praticamente fin dalla sua fondazione dei valori virili e marziali che al femminino sacro si contrappongono, tale processo di depotenziamento raggiunge una delle sue vette assolute nello sviluppo di un processo di ascetizzazione (e, conseguentemente, di asessualizzazione) della dea madre che si esplica in forma evidentissima nel culto di Vesta ma che si denota anche in numerosi culti paritetici quali quelli della “Magna Mater” e della “Bona Dea”[1], finendo, in seguito, per trasfondersi in quelle che saranno le nascenti pratiche cristiane, già abbondantemente influenzate in questo senso dall’etica giudaico-essena e dall’evidente misogenia e sessuofobia paolina.

E’ noto che Vesta fosse la dea romana della terra, discendente diretta della Hestia greca della quale assume per intero tutte le caratteristiche, connotandosi come divinità della “madre terra”, con tutto quanto da ciò può derivare in termini di generatività, “allattamento” degli esseri viventi e sostentamento umano. Insomma, sul fatto che Vesta fosse una personificazione, una delle molte “facce” della dea madre possono sussistere ben pochi dubbi e nella presenza a Roma di una divinità presente in tutto il bacino mediterraneo e praticamente in tutte le religioni del modo antico non vi è assolutamente nulla di stano, appartenendo essa ad uno degli archetipi culturali primari dell’intera umanità[2].

Ciò che, però, risulta strano è la forma in cui tale culto si presenta già dal periodo monarchico, in particolare per quanto riguarda il servizio alla dea: il tempio di Vesta era, infatti, accudito da sei vergini che avevano il compito di mantenere vivo il fuoco sacro acceso davanti alla statua della divinità, così come prescritto, secondo la tradizione, da Numa Pompilio, “Pontifex maximus” e secondo re di Roma, già nel VII secolo a.C.. Tale pratica continuò inalterata per tutto il periodo repubblicano e imperiale e le vergini “vestali”, per altro le sole sacerdotesse “a tempo pieno” della società romana, continuarono ad essere mantenute dallo stato fino all’assunzione del Cristianesimo come religione imperiale[3].

Normalmente le vestali erano un piccolo gruppo elitario, scelto tra le famiglie più nobili e in vista di Roma (o estratte a sorte dal Pontifex) e sarebbe erroneo ritenere che la loro fosse una vita “monastica ” di stenti e privazioni: in realtà esse godevano di un notevole grado di libertà e, nella maggioranza dei casi, compartecipavano dei lussi e degli agi comuni alla loro estrazione aristocratica[4]. Ciò che realmente le distingueva dalle altre matrone era unicamente un voto perpetuo e intoccabile di castità e celibato. Qual è il senso di questo voto in un ambiente in cui la morale sessuale era, agli occhi della successiva società cristiana, in fondo piuttosto aperta?

Indubitabilmente il primo significato immediatamente attribuibile a questa caratteristica è quello di separazione dal normale contesto sociale femminile. Nella società romana la femminilità era definita unicamente in termini di matrimonio e riproduzione: una donna era tale solo se si sposava, divenendo così strumento di stabili alleanze, e aveva eredi a cui trasmettere le proprietà e affidare la continuità della stirpe. Per una donna essere qualsiasi cosa di differente rispetto al ruolo di moglie e madre rappresentava una anomalia[5]. In qualche modo, dunque, l’ascetismo delle vestali potrebbe spiegarsi semplicemente con la volontà di creare una cesura tra loro e il mondo circostante, rimarcando la “santità” (un concetto, in realtà, piuttosto estraneo alla mentalità romana e che dovrebbe essere inteso, più che altro, nel senso di “ieraticità”) del loro ruolo.

Resta, però, un particolare che mal si inserisce in questo quadro.

Come corrispettivo della greca Hestia, Vesta non solo era divinità della terra ma anche delle attività domestiche, che includevano, naturalmente, i doveri coniugali e maternali[6]. Che senso poteva avere, dunque, un servizio sacerdotale virginale in netta contrapposizione con il significato ultimativo del culto divino?

E’ per eliminare tale contraddizione che viene sviluppata a posteriori (se ne hanno tracce solo a partire dal III secolo a.C.) una leggenda mitologica che vede in Vesta una dea eternamente vergine che rifiuta le profferte amorose sia di Nettuno che si Apollo (rispettivamente interpretabili come simboli di potere e ricchezza e di bellezza) e le cui sacerdotesse sono tenute a seguire l’esempio[7].

Un particolare, legato alle regole sacre per la scelta delle Vestali, però, palesa un significato più profondo nel vincolo virginale. Secondo tali regole le sacerdotesse (dapprima tre o quattro, poi, come detto, sei) dovevano essere scelte tra venti ragazze celibi tra i 6 e i 10 anni, naturalmente illibate e senza difetti fisici o nella parola. Condotte nell'”Atrium Vestae” dovevano giurare solennemente di servire la Dea per i trent’anni seguenti, i primi dieci dedicati all’apprendimento, i successivi dieci alle funzioni sacerdotali vere e proprie e gli ultimi dieci all’insegnamento alle consorelle più giovani[8]. Ciò significa che, in definitiva, il loro voto verginale non era perpetuo e, sebbene Plutarco[9] ci spieghi che una volta terminato il periodo prescritto pochissime di loro si sposavano (e quelle poche spesso con matrimoni infelici essendosi abituate ad una vita autonoma e non legata alla “potestas” del pater familias), sia per il dispiacere di essersi allontanate dal tempio, sia per la reverenza con cui erano considerate da uomini e donne, in realtà ciò che possiamo dedurre è che, in linea generale, la verginità vestale non era un valore in sé: se le prescelte dovevano servire la divinità dai dieci ai quarant’anni, in realtà ciò che sacrificavano era, negli anni riproduttivi, il loro potere generativo, la loro fertilità.

In sostanza, dunque, le vestali “donavano” la propria generatività alla comunità, canalizzando le loro energie psico-fisiche alla continua rigenerazione dello stato romano, rappresentato dal fuoco imperituro, simbolo della prosperità e stabilità di Roma.

Resta da chiedersi quale fosse il senso di una rinuncia alla fertilità personale per il bene comune. Appare assolutamente ovvio che, dal punto di vista simbolico, tale utilità fosse completamente nulla e che, dunque, come naturale in ambito religioso, il vantaggio dovesse esplicarsi unicamente sul piano simbolico. Il punto è, allora, comprendere quale vantaggio derivasse a Roma da un messaggio tendente a innalzare l’infecondità a servizio a uno stato che, al contrario, si fondava sulla propria capacità di colonizzare militarmente e demograficamente aree sempre più estese.

La risposta è implicita in quanto affermato all’inizio del presente scritto.

La fertilità, come caratteristica unicamente femminile, era, in fin dei conti, un notevole elemento di potere che si contrapponeva al potere “virile” di cui Roma si era fatta assoluta rappresentante.

La rinuncia a tale potere da parte delle vestali era, dunque, dal punto di vista della logica simbolica, un atto di sottomissione fortissimo all’imperium maschile dello stato, con la loro abdicazione al ruolo femminile e alla contrapposizione diretta tra “eros” femminino e “thanatos” maschile, che, dal punto di vista mitologico, si estendeva su piani addirittura teologici.

In cambio di tale rinuncia (e in conseguenza a tale rinuncia non essendo più necessario un controllo esterno su donne che avevano così palesemente dimostrato a loro fedeltà all’entità statale), le vestali ricevano privilegi impensabili per qualunque altra romana:

–       quando usciva dal tempio ogni vestale era sempre preceduta da un littore che portava un fascio, simbolo del potere statale, così da poter essere sempre e ovunque identificabile, alla stregua dei più lati magistrati (unicamente maschi), come autorità sacralizzata;

–       mentre tutte le donne di Roma rimanevano sempre e comunque, indipendentemente da rango ed età, sotto la potestà maschile, le vestali, fin dalla loro entrata nel tempio, erano sollevate da tale vincolo, tanto da poter prendere decisioni divergenti da quelle paterne, da poter condurre affari commerciali senza alcun tutoraggio parentale e da poter redigere testamenti;

–       mentre ad ogni altra appartenente al sesso femminile era proibito assistere a giochi sportivi e spettacoli teatrali le vestali avevano posti riservati (in età imperiale da Augusto stesso) di fronte a quelli del pretore che sovrintendeva a tali spettacoli;

–       al contrario di ogni altra romana, una vestale poteva apparire in giudizio, rendere testimonianza legale e addirittura partecipare ad ogni sorta di investigazione imperiale[10].

Cosa possiamo dedurre da ciò?

Semplicemente che, nel momento in cui una vestale aveva rinunciato volontariamente alla forza dirompente del proprio potere generativo, veniva inconsciamente vista non più come un rischio potenziale da tenere a bada ma come un esempio per ogni altra donna o, più propriamente, come una entità neutra (e neutralizzata), passibile di tutto il cursus honorum proprio di ogni cittadino o suddito maschile.

Naturalmente, tali onori avevano anche un rovescio della medaglia. Se le vestali erano per antonomasia figure inviolabili, le uniche colpe che potevano sovvertire questo statuto erano lo spegnimento del fuoco sacro e, soprattutto, l’acconsentire ad intrattenere relazioni sessuali durante il periodo del servizio nell’ordine, essendo queste ultime considerate alla stregua di un sacrilegio imperdonabile (“incestus”).

Qualora una vestale si rendesse colpevole di “incestus”, non poteva essere perdonata ma neppure uccisa da mani umane in quanto consacrata alla dea: veniva dunque frustata e poi vestita di abiti funebri e portata in una lettiga chiusa, come un cadavere, al “campus sceleratum”, situato presso la Porta Collina, appena dentro le mura, e lì veniva lasciata in una sepolcro chiuso ermeticamente, con una lampada e una scarsa provvista di pane, acqua, latte e olio, mentre la sua memoria veniva cancellata per sempre (“damnatio memoriae”). Il complice dell’incestus veniva, invece, fustigato a morte (la pena normalmente riservata agli schiavi) qualsiasi fosse il suo grado sociale[11].

Di fatto, almeno in periodo repubblicano, tale condanna a morte, più che una pena per l’incestus (che, in realtà, doveva accadere con una certa frequenza), pare molto più simile ad un sacrificio umano, volto, in situazioni di particolare calamità, a placare gli dèi, la qual cosa, ancora una volta, ci parla di un potere “eversivo” sotteso alla generatività femminile e, per estensione e rappresentatività simbolica, alla figura della dea madre che, finché tenuto a bada e incanalato,  risulta positivo e propizio alla “cosa pubblica” ma che, allorché non compresso, deve essere distrutto proprio per la salvezza dello stato.

In parole povere, le vestali erano donne che rifiutavano il potere femminile e che smettevano, conseguentemente di essere donne, attraversando le linee di confine tra generi in un passaggio potenzialmente senza ritorno: sostanzialmente divenivano, nell’inconscio socio-culturale, maschi nel momento in cui agivano a supporto e conferma del potere maschile accettando, come afferma la studiosa Mary Beard[12], di sottomettersi ad una sorta di eunuchismo asessuato che, come provato anche dall’antropologa Deborah Sawyer[13], le rendeva “sicure” agli occhi maschili, quasi appartenessero ad una “terza categoria” e fossero prova concreta della possibilità anche teologica di controllo maschile (le regole dell’ordine vestale sono chiaramente stilate da maschi) sull’emersione del femminino.

La domanda che risulta naturale è, allora: se un femminino sacro risultava così pericoloso e destabilizzante per la società maschilista romana, perché conservarne la presenza? Non sarebbe stato più facile semplicemente cancellare il femminino sacro dall’orizzonte cultuale e mitologico?

Assolutamente no e le ragioni di tale risposta sono almeno tre.

In primo luogo, tutta la religione olimpica si caratterizzava in un rispecchiamento delle istanze umane nel sacro, parte integrante di una antropomorfizzazione di qualità astratte in divinità concrete e quindi, in sostanza, sarebbe stato totalmente inutile negare figure di potere generativo femminile nel pantheon romano quando l’emersione di tale potere era una costante propria dell’esperienza quotidiana di qualsiasi essere umano.

In secondo luogo, il culto di una “dea madre” era talmente arcaico e radicato, poggiando le proprie basi su un archetipo culturale millenario, che la stessa estromissione di una tal divinità dal panorama sacrale non avrebbe potuto configurarsi se non come una sorta di atto blasfemo passibile di ripercussioni a livello statale per le ire divine che avrebbe provocato.

Infine (e forse soprattutto), era certamente più funzionale mostrare ai fedeli un potere dirompente che si sottomette all’assetto sociale. E’ in questo senso che vanno lette alcune caratteristiche a prima vista poco comprensibili delle vestali, quali il loro vestire la stola matronale e il loro essere caratterizzate dalla pettinatura normalmente conosciuta come “sex crines” (a “sei riccioli”), tipica solo delle spose: in definitiva il loro era un matrimonio sterile in quanto ierogamico e volontariamente depotenziato, ma era pur sempre un matrimonio con l’idea stessa di virile società romana, rappresentata dal Pontifex Maximus, dal quale non solo dipendevano direttamente, ma che assumeva anche nei loro confronti una funzione paternale e maritale di controllo che nessun altro maschio avrebbe potuto arrogarsi[14].

Inutile dire che tutte queste caratteristiche verranno riprese nell’ordinazione cristiana (sia femminile che, per estensione, maschile), con la sostituzione del Dio onnipotente vetero e neo-testamentario all’onnipotente Roma, ma con la medesima volontà di sottomissione di ogni anarchico istinto generativo ad una istanza superiore.


[1] A. Carmyckel, The Vision of Women in Rome, Pendal Press 1997, pp. 62 ss.

[3] A. Jensen, God’s Confident Daughters, Kok Pharaos Publishing House 1996, pp.28-31

[4] Ivi

[5] G. Clarck, Women in the Ancient World, Oxford University Press 1989, pp.87 ss.

[6] A. Carmyckel, Citato, p. 83

[7] A. Staples, Citato, passim

[8] Ivi

[9] Plutarco, Vita Numae Pompilii, in M.R. Lefkovitz, M.B. Fant, Women’s Life in Greece and Rome: a Source Book in Translation, Johns Hopkins University Press 1992, pp. 288-289

[10] A. Staples, Citato, passim

[11] A. Tomlin, Roman Goddess, S. Francisco U.P. 1998, pp. 321 ss.

[12] M. Beard, Re-reading Vestal Virginity, in R. Hawley, B. Levick, Women in Antiquity: New Assessments, Routledge 1995, pp. 168 ss.

[13] D.F. Sawyer, Women and Religion in the First Christian Centuries, Routledge 1996, pp.70-71

[14] A. Staples, Citato, p.191

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Nato a Londra nel 1968 ma italiano di adozione, si laurea a 22 anni con il massimo dei voti in Lettere Moderne presso l'UCSC di Milano con una tesi sui rapporti tra cultura cabbalistica ebraica e cinematografia espressionista tedesca premiata in Senato dal Presidente Spadolini. Successivamente si occupa di cinema presso l'Istituto di Scienze dello Spettacolo dell'UCSC, pubblicando alcuni saggi ed articoli, si dedica all'insegnamento storico, ottiene un Master in Marketing a pieni voti e si specializza in pubblicità. Dal 2003 si interessa di storia e simbologia religiosa: nel 2006 pubblica Il Graal è dentro di noi, nel 2007 Non per mano d'uomo? e nel 2009 L’anima e la svastica. Nel 2008 ottiene, negli USA, "magna cum laude", un dottorato in Studi Religiosi a cui seguono un master in Studi Biblici e un Ph.D in Storia della Chiesa, con pubblicazione universitaria della tesi dottorale dal titolo Nicea: what it was, what it was not (2009). Collabora con riviste cartacee e telematiche (Hera, InStoria, Archeomedia) e portali tematici, è curatore della rubrica "BarBar" su www.storiamedievale.org e della rubrica "Viaggiatori del Sacro” su www.edicolaweb.net. Sito internet: http://www.lawrence.altervista.org.

12 Risposte

  1. Kaisaros
    | Rispondi

    E' strano vedere su un sito come questo

    un articolo così plagiato

    dalla spassosa leggenda femminista

    dell' "uomo cattivone che ha paura/invidia del potere

    generativo femminile".

    L'uomo(l'uomo sano) non ha alcun problema col

    fatto che le donne facciano figli;

    anche perchè quei figli ce li mette lui………..

    Il potere generativo è dell'unione tra uomo e donna,

    non di uno solo dei due

    (che poi non sono affatto due,ma Uno).

    Ed il fatto che esistessero dee vergini e sagge

    dimostra proprio che quella società "maschilista e patriarcale"

    (per citare l'articolo e le sue definizioni femministoidi)

    non vedesse affatto nel femminile solo un mezzo per fare figli

    (accusa costantemente utilizzata dal femminismo).

    Insomma,se la divinità è fertile si tratta di "maschilismo kattivone

    che usa "La Sancta Donna Superiore" solo per fare figli";

    se la divinità è vergine si tratta di "maschilismo kattivone

    che ha paura del potere della "Sancta Donna Superiore"

    perchè lei fa figli pappappero"(solo dall'unione con l'uomo

    e senza bisogno di alcuna specifica competenza,ndr).

    Non è un caso che uno dei sogni deliranti del femminismo

    sia la procreazione senza sperma maschile;

    tutto questo parte proprio dalla visione di divisione-lotta tra i sessi

    (ulteriore folle involuzione della lotta di classe marxista)

    e dall'invenzione velenosa del fantomatico quanto inesistente

    odio dell'uomo nei confronti del genere femminile

    ed invidia del suo potere generativo(che,come detto sopra,non

    è dalla donna ma dell'uomo e della donna insieme).

    Si tratta solo di proiezioni di donne malate

    (femministe appunto) che per loro problemi personali

    hanno odio per l'uomo e per il suo potere sessuale-generativo

    (erroneamente,perchè anche l'uomo senza donna non genera)

    e proiettano questi elementi attribuendoli all'uomo stesso.

    Insomma,si potrebbero scrivere interi trattati sulla

    patologia femminista,

    Quello che dispiace e vedere articoli plagiati

    da tale tara anche su un sito dove non te l'aspetti.

    Saluti.

    • Luna
      | Rispondi

      mi verrebbe voglia di riportarti ogni singola parolina scritta da mister tommaso d’aquino su cosa sia la femmina, e su come i maschi debbano trattarla, ma eviterò, visto che non finiremmo più… ti invito semplicemente a leggerti un po’ di summa theologia e di malleus maleficarum, sono certa che soddisferanno al meglio la tua voglia di misoginia storica contro le femmine, postulata dai maschi (che a loro volta idolatrano un dio che è solo padre e mai madre… guarda un po’, un dio a immagine e somiglianza dei loro attributi)
      e vienimi a dire, se dopo una robusta dose di teologia aquiniana (ma anche scolastica, scegliti un autore a caso… e puoi passare anche a quelli del ‘900, tanto le idolatrie del fallo divino sono presenti anche in gente che è crepata nel 2000…) non trovi diffamazione e denigrazione della donna, in quanto donna, vista come una cosa malriuscita e difettosa, inferiore all’eccellente esemplare maschile… dal quale dio (padre, of course) creò la femmina, ché la femmina ha come signore sia dio che il maschio, ché dalla nobile particola del maschio, suo signore, fu tratta… perché il maschio potesse essere una sorta di modello ideale dal quale trarre l’inferiore femmina, che deve la sua ontologia al maschio, modello perfetto… con la sua costola, così bella, così semidivina… bisogna proprio prostrarsi in adorazione del maschio, persino della sua costola… così volle dio.

      Buona lettura di teologia tomistica cattolica, specialmente le quaestio 92 o 93 e successive quando l’aquino discetta della femmina, della creazione della femmina e a cosa serva la femmina… e vienimi a dire se nella storia i maschi non abbiano diffamato la femmina.

  2. Musashi
    | Rispondi

    Tutto sommato condivido che certa "critica femminista" abbia seri limti mentali. Del resto, come ha con acume mostrato Kaisaros, le contraddizioni insite nel voler cercare a tutti i costi la dimostrazione del dominio maschile nei culti antichi, arrivando a trovare colpe maschili in qualunque struttura coinvolga la donna, mi sembra davvero delirio da pseudocritica sociologica di bassa lega (la critica storica marxista, a volte riusciva ad essere meno goffa; queste arrampicate libere sugli specchi invece non fanno certo onore al genio femminile..).

    Tuttavia credo che dovremmo riconsiderare un po' certe posizioni, decisamente maschiocentriche che si trovano in certi ambienti che tendono a definirsi "tradizionalisti". In sostanza c'è un certo fallocentrismo di Evola (si noti che ben poco di simile si trova ad esempio in Guenon, Schuon, Burckhardt, Commaraswami) che è frutto di suggestioni che Evola ricevette da letture come Weininger o Bachofen, pensatori ottocenteschi, liberi interpreti della storia delle civiltà, ma senza peraltro alcun legame riconosciuto con l'esoterismo o con la Tradizione. Molto di quello che Evola scrive In "rivolta contro il mondo moderno" contrapponendo Luce del Sud e Luce del Nord, Razze solari e Razze telluriche o lunari, andrebbe assai ridimensionato come correttezza dottrinale. Sia per il ruolo dell donna in alcune civiltà antiche, sia per la squalifica a razze e civilità che hanno invece dato prova, almeno nel periodo antico, di essere testimoni autentiche della Tradizione (come alcune civiltà semitiche sono state: babilonesi, assiri, caldei), sia per aver Evola bollato come "ginecocratiche" e telluriche le civiltà dravidiche dell'India, nemiche degli insuperabili Arya…. Dravida ginecocratici che però hanno prodotto i Tantra, guarda un po', di cui Evola fu debitore a stretto giro, e scusate se è poco…

  3. Kaisaros
    | Rispondi

    x musashi:

    non si tratta di fallocentrismo o di vaginocentrismo;

    si tratta di divisione tra società con lotta tra i sessi

    e società senza lotta tra i sessi.

    Nelle società che evola definirebbe nordiche ed arie

    esistono importanti figure femminili(mi viene in mente

    Gambara,regina e protagonista del mito

    delle origini dei Longobardi).

    Ma il tutto ha ben poco a che fare

    col femministume odierno.

    D'altronde chi è nato e cresciuto nella società

    occidentale ormai ragiona in un ottica di separazione

    e conflitto tra i sessi.

    Ogni collaborazione è vista come un asservimento

    all'altro genere.

    Insomma,una strepitosa vittoria di chi ha come missione

    mettere zizzania in una società per divorarla dall'interno.

  4. Musashi
    | Rispondi

    Io mi riferivo al "supercazzocosmismo" di Evola che interpreta come lunari o ginecocratiche o devianti tutte le forme tradizionali in cui al Principio femminile viene attribuito un significato celeste. Ad esempio Evola riesce a sostenere che la raffigurazione di Nuit come dea uranica del firmamento è una degenerazione della tradizione egizia solare. Il Che è falso perchè non nasce coi culti isiaci del Medio Regno, ma è una raffigurazione ancestrale della teologia eliopolitana, come insegna anche de Rachewiltz. Insomma vi sono forzature nell'interpetazioen metafisica della polarità femminile, da parte di Evola.

    Non mi riferivo minimamente a nessuan struttura "sociale" o sociologica, nè presente nè antica. Mi riferivo ad una concezione metafisica e alle vie esoteriche di cui Evola fu conoscitore e interprete. Per Evola al femminile compete solo un significato tellurico. Questa è la forzatura, perchè da un punto di vista tradizionale al femminile-Shakti compete una altissima dignità nel tantrismo, non inferiore a quella maschile-Shivaica. Evola, estimatore del tantrismo, dovette tentare una serie di controsionismi intellettuali notevoli nello "Yoga della Potenza", per far passare l'idea che la Devi è solo un principio cosmico, e nulla ha a che vedere con femminile. Forzature.

    Ma nessun tradizionalista è perfetto. E per fortuna la Tradzione esiste di per sè.

    Altrettanto evidente è la forzatura se analizziamo il Vajrayana dove non solo esistono Buddha femminili (Palden Lamo, Magig LaDrolma, Yeshe Tsoghiel) ma tanta è l'importanza dei lignaggi esoterici posseduti dalle donne che di molti tantra sono considerate detentrici le Dakini e le yogini.

    Non mi riferivo a lotta di classe o di sessi.Posso su questo anche essere d'accordo con te.

    Io mi limitavo a rilevare le restrizioni un po' ideologiche di certe letture evoliane, alla luce di una migliore e più profonda comprensione delle tradizioni orientali.

  5. Musashi
    | Rispondi

    ops leggi contorsionismo

    mi uscì un "contro-sionismo", lapsus freudiano, credo

  6. walter
    | Rispondi

    Il mito e' ben piu' vecchio
    Vastuspati (signore del luogo) e Pasupati (signore delle creature) sono Rudra (Shiva)
    nell'increato rotto dal Padre nella creazione. (notare che sono maschi tutti, all'occorenza androgini)
    Il Padre copula con la figlia, sua ipostasi, Rudra scocca la freccia per evitare la rottura dell'increato
    Ma il Tempo e' gia' nato.. e cosi' la freccia arriva in ritardo quando il seme gia' sgorga e cade a terra, dove Vastospati lo raccoglie …da li nascono i gli Angirasas da cui l'uomo discende..
    La verginita' e' loro prerogativa, oppure la creazione non spetta a loro..
    e' solo una questione di riproduzione simbolica del mito
    Qelle sacerdotesse dovevano quindi restare vergini in quanto sacerdotesse
    le altre donne facevano le Madri, tutto li
    articolo femminoide, decisamente
    Ma la cosa che da piu' fastidio e' che si cerca di interpretare il Mito come frutto di una mentalita' o di una contingenza, quando invece e' esattamente il contrario cioe' e' il Mito che descrive una Verita' e di conseguenza i fatti non esulano dalle Leggi descritte nel Mito o rappresentate dal Simbolo

  7. Musashi
    | Rispondi

    Non so se il riferimento al mito di shivaita era in relazione col mio commento.

    Ma se così fosse il mito da te riportato non può essere "ben più vecchio" perchè si tratta di una versione arianizzata del mito cioè di una versione che si richiama a Rudra (divinità ario vedica). la shiavaizzazione di Rudra è un processo dell' induismo successivo, che tende ad omologare Shiva (divinità pre-vedica) a Rudra.
    Operazione di indoeruopeizzazione e patriarchizzazione di precedenti tradizioni dravidiche.

    Invece quando io parlavo di shaktismo mi riferivo ai tantra della dea madre, di origine dravidica, in cui il principio cosmico originario è chiaramente femminile.
    Lo shaktismo è una via tantrica a se stante e comunque il tantrismo in genere ha la sua metafisica, la sua mitologia e la sua "etica" che condivide poco dell'induismo ortodosso, sebbene vi siano numerose sfumature intermedie.

    Si tenga presente che persino nello shivaismo kashmiro (siamo già un millennio dopo), che è incentrato su Shiva e vede il principio supremo come androgino ( Parashiva), l'unica via anagogica per risalire allo stato superdivino è propriamente una via sotto il segno dell'energia femminile. infatti in tutte e tre scuole operative shivaite (krama, kaula e spanda) è sempre la dea o madre divina a condurre il vira tantrico sino allo stato di Shiva. Per la precisione sono tre dee: Kundali, Tripura, e Maya-Shakti, ognuna corrispondendo ad uno dei tre centri energetici più importanti (muladhara, anatha, ajna)

    • walter
      | Rispondi

      mi riferivo all'articolo e non al tuo commento

      comunque Rudra diverra' Shiva, Rudra e' piu' vecchio di Shiva e Vesta, per questo ho scritto che il mito orientale e' piu' vecchio,

      ripeto comunque che il Mito descrive una verita' che e' sempre tale, ha quindi poca importanza chi lo canta prima, la mia non voleva essere una puntualizzazione, volevo solo far notare l'unita' delle Tradizioni.

      cmq aggiungo che Vastospati e' anche Vratapa, Colui che mantiene l'Ordine,
      interessante notare come quando le Vergini Vestiali smisero di mantenere l'ordine, l'impero crollo'
      e questo e' il vero peso dei Miti e dei simboli.

  8. Musashi
    | Rispondi

    Se ci limitiamo ad una semplice costatazione dell'emergenza storica Rudra è una divinità del pantheon ario, che arrivò in India con le invasione degli arii (fatto comunque contestato dagli hare Krishna, per quello che valgono, e dai nazionalisti hindu). Comunque se intendiamo il periodo della possibile discesa degli Arii come da collocarsi inotrno al XIII sec. a. C. allora Shiva è da ritenersi "anteriore" perchè un culto preindoeuropero e prevedico.
    I dravida del sud conoscevano Shiva prima che Rudra fosse introdotto dagli Arii. Se Rudra divenne Shiva fu solo per assimilazione nel pantehon ariovedico di una precedente divinità dravidica, che semmai ha assorbito Rudra.
    Comunque è solo una puntualizzazione storica relativa al subcontinente indiano.
    Nulla da eccepire sul contenuto metafisico di un simbolo o mito che in quanto tale è necessariamente metastorico, fatto che mi trova pienamente d'accordo.

    ….Sì purtroppo lo spegnimento del fuoco di Vesta imposto dalla scellerata scelta del cristiano Teodosio ebbe effetti incalcolabili sul destino dell'impero. Il campo psichico (eggregore in senso tecnico) che reggeva l'impero romano ne fu irreversibilmente danneggiato.

  9. Pericolosa Femminista
    | Rispondi

    L’autore dell’articolo ha fatto centro, e i commenti risentiti e astiosi a seguire non fanno altro che confermarlo.

  10. Luna
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    Complimenti ai grulli che affermano che il maschio non ha mai odiato le femmine. Così, tanto per rompere un po’ le uova nel paniere… o se mi permettete un’espressione più sessista e di gradimento, per certi commentatori (qui e altrove), rompere i c…, suggerisco di leggersi bene due testi cattolici, del calibro di sua eccellenza san tommaso d’aquino (summa theologiae, quaestio 92, ma non solo lì perché il concetto che la femmina sia inferiore, uno scarto di natura, serva del marito ecc. è presente anche in altre opere di mister aquino) e il malleus maleficarum, almeno tutta la prima parte. E vediamo un po’, se nel passato le femmine non sono state diffamate e denigrate e in modo atroce. E a chi dicesse “sì, certo, l’aquino… la misoginia cattolica è ben nota [per chi legge, ovviamente… non certamente per chi, di teologia, conosce solo la posta di “famiglia cristiana”] ma la colpa è di aristotele” suggerisco di leggersi bene la parte dei due adorabili domenicani, nel malleus, quando scrivono letteralmente che dio si è fatto maschio, ovviamente, elevando il sesso maschile, ché femmina non poteva farsi: la femminilità è difettitudine, mancanza, sporcizia, anzi, concubine del demonio. Possono piacere solo alla “scimmia di dio”, le femmine, ché sono materia di scarto, malriuscite, senza imago dei al 100%, non eccellenti… perché, citando il damasceno, lo spirito di dio scese sulla vergine maria come sperma divino… immagine ribadita, in pieno ‘900, anche da von balthasar che lietamente canta le lodi allo sperma fecondante di dio (che ovviamente è padre, of course; la maternità e la femminilità non spettano a dio, non sia mai abbassare il dio di gesù maschio a un aspetto femminile, la femminilità spetta solo a maria, la creatura limitata, vergine, alienata dal suo stesso piacere sessuale… e in adorazione dello spirito fecondativo che fa le veci dello sperma)

    Saluti.

    p.s le minuscolo sono volutamente scritte. Di tutta questa combriccola fallocratica l’unico che forse salvo è aristotele… in fondo si guardò bene dall’affermare che dio si fece maschio in terra… perché era da dio nascere con pene ma non era da dio nascere con utero, vagina, clitoride, seno. Non si può dire la stessa cosa dei cristiani.

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