L’epos di Venezia come “storia esemplare”

L’ostilità dei veneziani verso i turisti è cosa risaputa. Negli ultimi mesi, le istituzioni comunali hanno avviato nuovi progetti per arginare l’invasione: si va dai “conta-persone” installati nei punti strategici della città, per regolare l’afflusso dei vacanzieri e renderlo compatibile con la vita quotidiana dei residenti, agli interventi che introducono limitazioni alle locazioni di immobili e alla creazione dei “bed and breakfast”. A rendere ancor più acuta l’avversione nei confronti dei visitatori, oltre ad una poca creanza molto spesso dimostrata da questi ultimi, c’è il fatto che sono i cittadini veneziani a pagare per i rifiuti prodotti dal flusso turistico: una cifra superiore all’indotto della tassa di soggiorno, che potrebbe comportare un aumento del tributo a carico dei visitatori.

In aggiunta, il prossimo 22 ottobre si terrà il referendum consultivo per l’autonomia del Veneto, esattamente 151 anni dopo il plebiscito con cui la regione fu annessa al Regno d’Italia.

Difficile cancellare in un sol colpo – come provarono a fare prima Napoleone, poi gli austriaci e infine il Regno d’Italia nato dal Risorgimento – un millennio (e oltre) di fiera indipendenza; una repubblica che non vide mai eserciti stranieri attraversare i propri canali e sognò di essere l’erede delle più gloriose esperienze politiche dell’antichità.

Il recente volume del ricercatore rumeno Şerban Marin intitolato Il mito delle origini – La cronachistica veneziana e la mitologia politica della città lagunare nel Medio Evo, pubblicato per Aracne, è uno studio appassionato fra gli archivi e le biblioteche della città lagunare. Punto centrale dell’opera è quella vasta raccolta di storie che viene tramandata con il nome di “cronachistica veneziana”, un genere letterario che vede la luce a partire dal secolo XI. Disperse in varie biblioteche europee e nordamericane, la parte più cospicua delle cronache è rimasta però a Venezia – nella Biblioteca Marciana, nel Museo Civico Correr e nell’Archivio di Stato.

Il contributo dei cronisti veneziani è costituito, in sostanza, dal racconto dei fatti a loro contemporanei: quella che nasce realmente è una forma di “diaristica”, un genere letterario con il quale si intende presentare la quotidianità nuda e cruda. La parte destinata ai secoli passati, invece, nella visione degli scritti veneziani, rimane tenacemente uguale a se stessa e la scrittura di cronaca non sembra evolvere mai verso la vera e propria storiografia.

D’altronde, da un punto di vista strettamente culturale, Venezia non è mai stata una “città delle lettere”, ma piuttosto della pittura, dell’architettura, della musica – al massimo, dell’editoria. Sarà invece una città di valorosi guerrieri, e non pochi accosteranno le virtù militari della Repubblica Serenissima a quelle dell’antica Sparta.

La comunità veneziana forgia il proprio mito fondatore sulla base di più componenti che si intrecciano: a) il mito troiano, come elemento fondatore della “prima” Venezia, quella che attraversa l’età arcaica e l’intero ciclo romano, dalla fondazione dell’Urbe all’espansione e alla caduta dell’Impero; b) il mito della cristianizzazione, con l’arrivo dell’apostolo Marco nel I secolo e il trafugamento delle spoglie del Santo Evangelista da Alessandria d’Egitto nel IX secolo, per mano di due mercanti veneziani, con la conseguente costruzione dell’omonima basilica che ancora oggi ne ospita le reliquie; c) la leggenda di Attila, come elemento che determina lo stabilirsi della popolazione nello spazio lagunare, al riparo dalle incursioni dei “barbari”, il mito propriamente detto della fondazione della “nuova” Venezia, nel 421 dell’era volgare.

Indifferentemente dal secolo in cui viene concepita una cronaca, quel che primeggia negli autori veneziani è la “bruta informazione”, mentre le interpretazioni restano piuttosto marginali. L’immobilismo della cronachistica non cessa di caratterizzare gli scritti anche nel XV e XVI secolo – periodo in cui l’intera penisola visse momenti di turbolenza – e forse, ciò accadde proprio per trovare un radicamento nell’ambito di un mondo in rapida dissoluzione. Infatti, il contesto politico e spirituale si modifica totalmente: Costantinopoli, la “seconda Roma”, con la quale Venezia aveva intrattenuto rapporti privilegiati, scompare dopo il vittorioso assedio dei turchi (1453) e il pericolo ottomano diviene una costante quotidiana; in ragione di ciò, e in conseguenza delle nuove rotte commerciali dischiuse dalla “scoperta” del continente americano, l’espansione si orienta verso la vicina terraferma – arrivando a dominare un territorio che dalle coste dalmate raggiunge la città di Bergamo; le guerre italiane sono causa di continue provocazioni e si arriva all’episodio di Agnadello – un fattore demoralizzante, poiché la sconfitta militare contro la Lega di Cambrai segna una battuta d’arresto nell’espansionismo veneziano nell’Italia del Nord, che avrebbe potuto avere risvolti interessanti per l’Italia tutta; la battaglia di Lepanto (1571) appare come un’incarnazione della speranza, quando i veneziani concorrono in maniera determinante a salvare l’Europa dall’attacco musulmano.

Ciononostante, gli eventi sopraelencati non hanno alcun impatto nel modo di riflettere sul passato. Mentre la realtà accumula sempre nuovi motivi di preoccupazione, la scrittura storica di Venezia entra in letargo, e la città diviene – anche da questo punto di vista – “Serenissima”.

Dal XVII secolo la Repubblica veneziana sembra dunque entrare in un progressivo stato di torpore; alla vivacità culturale dei secoli precedenti, subentra una rilassatezza dei costumi e un senso della vita spinto al godimento immediato; quando il generale Bonaparte intimerà al Maggior Consiglio di abdicare e cedere i poteri ad un governo democratico provvisorio, quell’episodio segnerà la fine umiliante di un ciclo eroico: l’epopea di una Repubblica che sul finire dell’età rinascimentale, dopo che la Pace di Cateau-Cambrésis aveva sancito il dominio spagnolo sulla penisola, era rimasta l’unica entità politica italiana effettivamente “sovrana” e indipendente.

Ma il popolo veneziano, certamente migliore dei propri governanti, non dissipò le antiche virtù; allorché Daniele Manin pronunciò il celebre discorso del 22 marzo 1848 in Piazza San Marco, con il quale venne proclamata la rinata Repubblica a seguito dell’insurrezione contro il governo austriaco, annunciò la costituzione di un governo “che rammenti le glorie passate, migliorato dalle libertà presenti”.

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Originariamente pubblicato su L’Intellettuale Dissidente il 23 maggio 2017.

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