I misteri di Cibele e Attis. Il mito dell’Androgine ed il simbolo della mutilazione

Il mito di fondazione dei Misteri di Cibele ed Attis presenta diverse versioni che ci sono state tramandate dagli scrittori greci e latini. Lasciamo parlare queste fonti e proviamo poi ad interpretarle.

Pausania, VII, 17, 10-2. “Questa tradizione relativa ad Attis non è così diffusa: (tra i Galati di Pessinunte) circola un altro racconto locale che lo riguarda: Zeus, nel sonno, eiaculò e il suo seme cadde a terra: questa, tempo dopo, fece venire alla luce una divinità che aveva due organi sessuali, quello dell’uomo e quello della donna. Ebbe il nome di Agdisti. Gli dèi, pieni di terrore, gli recisero il sesso maschile. Da questo spuntò il mandorlo e si dice che la figlia del fiume Sangario ne colse il frutto maturo; lo ripose in seno e il frutto immediatamente scomparve, ed ella ne rimase pregna. Quando si sgravò, espose il bambino, di cui un capro si prese cura. Cresceva e la sua bellezza era ben al di là di ogni bellezza umana. Allora Agdisti se ne innamorò. Diventato grande, Attis fu mandato dai parenti a Pessinunte perché sposasse la figlia del re. Si cantava il canto di nozze, quando Agdisti entrò e Attis preso da follia si tagliò i genitali e se li tagliò anche il padre della sposa. Agdisti si pentì di ciò che aveva fatto fare ad Attis e ottenne da Zeus per Attis che il suo corpo non si corrompesse né imputridisse. Questa è la tradizione più nota su Attis”.

Scultura di Attis. Museo di Efeso, Turchia.
Scultura di Attis. Museo di Efeso, Turchia.

In questa versione del mito è chiara l’allusione all’ Androgine primordiale, da cui poi sarebbero scaturiti, per scissione dell’unità originaria, l’uomo e la donna; un mito di cui Platone ci parla nel Simposio. Questa figura androginica (Agdisti) nasce dall’unione del seme di Giove con la terra, ossia dall’integrazione del Principio maschile, inteso come entità spirituale suprema, con la terra, ossia col Principio femminile visto come manifestazione cosmica.

Subentra poi la mutilazione del sesso virile, tema che ricompare nella storia di Attis, figlio di una ninfa e del mandorlo (allusione alla sacralità della natura, degli alberi, dei frutti e di questo frutto in particolare) fecondato dal sesso maschile di Agdisti e  che doveva sposare la figlia del re di Pessinunte. La celebrazione delle nozze è sconvolta dalla comparsa di Agdisti che si era innamorato  di Attis e la mutilazione di questi è legata ad uno stato di follia, di delirio.

Il tema centrale da comprendere è dunque quello della mutilazione di Attis e del suo progenitore. Esiste anche una diversa versione dello stesso tema.

Salustio, Gli dèi e il mondo,4, 7-8.  7 “La madre degli dèi, dicono, visto Attis sdraiato lungo la riva del fiume Gallo, se ne innamorò. Prese il suo copricapo stellato e glielo fece mettere in testa; poi lo tenne con sé. Egli, però, si innamorò di una Ninfa, lasciò la madre degli dèi e andò a stare con la Ninfa. Per questa ragione la madre degli dèi fece impazzire Attis, che si tagliò i genitali abbandonandoli presso la Ninfa per tornare a convivere con la Madre degli dèi. La madre degli dèi è dunque dea che genera vita e questa è la ragione per cui è detta Madre; Attis è il demiurgo di ciò che viene alla vita e perisce e dicono che sia stato trovato lungo la riva del fiume Gallo per il motivo che Gallo allude alla Via lattea, dalla quale viene il corpo soggetto alle passioni”. …

Attis con il berretto frigio. Thymiaterion di terracotta da Tarso, I  o II secolo a.C., Louvre.
Attis con il berretto frigio. Thymiaterion di terracotta da Tarso, I o II secolo a.C., Louvre.

La narrazione è differente, poiché qui la figura della Madre assume un maggiore risalto, archetipo di un Principio cosmico vissuto come Potenza preminente, egemone, rispetto alla quale l’uomo è posto in una collocazione subordinata, tanto da evirarsi in uno stato di follia per tornare a stare con la madre. Uno studioso come J. Bachofen, nell’800, vedeva in miti del genere l’espressione dell’anima e della religiosità tellurico-materna di antiche civiltà, le quali anche sul piano dell’ordinamento sociale si davano una struttura matriarcale.

Comune ad entrambe le versioni è il tema della mutilazione del sesso virile ed il sottolineare lo stato di furor e di follia che vi è connesso. Una peculiarità di questa versione sta nel riferimento alla Via Lattea che, nella prospettiva dei neoplatonici (ma non solo), era considerata l’equivalente dell’Ade, la sede delle anime. Attis che giace in riva al fiume Gallo – che allude alla Via Lattea –  è il simbolo dell’anima che dimora nella sede celeste. L’innamoramento per una Ninfa è il simbolo dell’anima che, attratta dalla materia, precipita in preda alle passioni così da dare corso alle generazioni.

Qui si può cogliere un interessante parallelo con la dottrina del buddhismo delle origini, giacché il samsāra è l’eterno ciclo delle rinascite dovute agli attaccamenti da cui il principio cosciente  individuale non si è liberato, dovendo quindi nuovamente reincarnarsi per compiere un ulteriore cammino di purificazione. E’ interessante ciò che, al riguardo, ha scritto Laura Simonini nel commentare L’antro delle Ninfe di Porfirio: “Via e dimora delle anime dei morti, la galassia è anche il punto di partenza nel cammino verso la genesi… che passa per le due porte celesti che pongono in comunicazione la sfera delle stelle fisse e quella dei pianeti: Cancro e Capricorno sono i due punti di intersezione della Via Lattea con lo Zodiaco”. Orbene, questa concezione della Via Lattea e dei due punti di contatto con lo Zodiaco è suscettibile di una lettura sub specie interioritatis, giacchè le due porte, come spiega René Guénon in Simboli della Scienza Sacra, sono rispettivamente la ‘porta degli uomini’ e la ‘porta degli dèi’; attraverso la prima – che corrisponde al Solstizio estivo – le anime entrano nella generazione, mentre attraverso la seconda – corrispondente al Solstizio invernale – esse si aprono alla dimensione trascendente, sicché il Solstizio invernale è il momento cruciale per i passaggi iniziatici, per le “rotture di livello” che, nell’antica Roma, erano poste sotto la protezione di Angerona, la dea che ha un dito sulla bocca a simboleggiare il Silenzio, lo stato di raccoglimento interiore e di dominio della mente che propizia le trasformazioni interiori.

Resta da interpretare  la mutilazione, che, nella letteratura storico-religiosa d’inizio Novecento, veniva letta come allusione ad un rito di fertilità della terra, viste anche le ricorrenze calendariali delle feste di Attis nell’antica Roma, in coincidenza con l’Equinozio di primavera. Tuttavia, pur essendo evidenti le connessioni della mutilazione con la fecondità, col potere generatore della vita e dei frutti (si pensi, ad esempio, al mandorlo generato dal sesso evirato di Attis), questa spiegazione non è del tutto convincente, poiché l’uomo delle civiltà tradizionali viveva e percepiva la natura e d il cosmo come manifestazione del sacro, quindi come un mondo impregnato di entità spirituali, tant’è che il mandorlo viene fatto discendere da Agdisti  ermafrodito e la Via Lattea è associata all’Ade, alla dimora delle anime dei morti.

Credo che la lettura più convincente del senso del mito della mutilazione di Attis sia stata fornita da Giuliano imperatore, che fu anche un filosofo neoplatonico nonché iniziato ai Misteri, secondo un costume religioso tipico dell’età tardo-antica.

Giuliano, Alla Madre degli dèi, 6 “ …Che cos’è questa mutilazione? Un freno alla corsa verso l’infinito. La generazione infatti fu contenuta, a opera della provvidenza creatrice, in un delimitato numero di forme, grazie anche alla cosiddetta pazzia di Attis che, avendo superato nei suoi eccessi la giusta misura, arrivò a perdere il suo vigore e il controllo di sé, ciò che non è illogico se si considera che si tratta della causa ultima degli dèi …”

Il mondo greco-romano era tutto incentrato sul senso della misura, del limite, dell’equilibrio e quindi rilegge il mito alla luce dei suoi canoni culturali; è il senso della forma, come configurazione ben delimitata, è il senso del finito contrapposto ad un infinito visto come caos, dispersione, disordine, è la concezione del mondo come kosmos, come un tutto ordinato ed organico e contrapposto al Caos. In questo quadro, il mondo classico colloca Eros, la potenza mistica dell’amore e della generazione.

Con questa lettura Giuliano ci offre il senso che il mito aveva comunque all’interno della sua cultura e della misteriosofia classica, tutta imperniata sulla capacità di di rielaborare e plasmare gli apporti religiosi stranieri secondo una sua specifica identità culturale, mentre nella versione di Pausania, sono evidenti le tracce di un diverso tipo di sensibilità religiosa, estatica, scomposta, furente, che viveva l’esperienza della follia come momento di unione mistica con la divinità, con la Dea madre alla quale ci si donava totalmente al punto da sacrificare la propria virilità.

E’ la spiritualità di altri ceppi etnici, di altri popoli, di un mondo orientale che vive diversamente il rapporto col divino e che esalta la preminenza della Madre Dea rispetto alla quale il principio maschile è subordinato, mentre più equilibrato appare, come vedremo, il rapporto fra i due Princìpi nella classicità greco-romana.

Questi confronti ci conducono direttamente ad un esame più propriamente storico del culto della Magna Mater (Cibele) e di Attis, colti nel loro svolgimento e nelle loro trasformazioni.

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