Giovanni Sessa a confronto con il pensiero di Evola

La recente pubblicazione di Julius Evola e l’utopia della tradizione del Segretario della Fondazione Evola, Giovanni Sessa, edita da Oaks editrice, fornisce nuovi spunti di riflessione per lo studio e la comprensione delle opere del pensatore romano, attraverso una ricostruzione storica, culturale e filosofica dei principali rapporti che legano il suo pensiero a quello di illustri  personaggi del panorama intellettuale, ottocentesco e novecentesco, europeo. Non si tratta di uno spurio lavoro riepilogativo e accademico, piuttosto Sessa è riuscito, come chiosa Massimo Donà, uno dei più rilevanti filosofi italiani, nella prefazione al libro, a «pensare con il proprio autore» a «sapersi inserire nelle pieghe più o meno scontate, della sua produzione; e riuscire a cogliere ciò che il proprio autore dice, ben oltre quel che il medesimo può esser stato consapevole di sostenere». L’originalità e l’importanza dell’opera stanno nell’esser riuscita a costruire un itinerario filosofico e realizzativo per quel lettore che voglia prender parte al dibattito teoretico postmetafisico, urgenza dei nostri tempi.

Il volume consta di tre parti. La prima prende in esame le fonti speculative di Evola e il rapporto che intrattenne con il neoidealismo: quattro sono gli autori principali che, approfonditi durante gli anni dagli attenti studi del professor Sessa, prendono la parola nei diversi capitoli: Giovanni Gentile, Carlo Michelstaedter, Andrea Emo e l’antroposofo Massimo Scaligero. La seconda parte dell’opera si sofferma, invece, sul tema: Evola e  la cultura tedesca. Degni di nota sono i capitoli che si concentrano sull’analisi evoliana di Bachofen, sull’importanza del pensiero nietzschiano nell’equazione personale del pensatore romano e sull’oltrepassamento che questi realizzò delle posizioni del solitario di Sils Maria. Interessante è, inoltre, il capitolo che legge il mancato dialogo con uno dei più grandi filosofi del secolo scorso, Martin Heidegger. La pubblicazione di un suo appunto manoscritto, riportante una citazione tratta dall’edizione tedesca di Rivolta contro il mondo moderno, testimonia come Heidegger fosse lettore di Evola e la statura europea di quest’ultimo. I due pensatori, al di là delle polemiche faziose e viziate dall’ignoranza, che li associano in qualità di presunti razzisti, andrebbero letti nel loro effettivo tratto comune, quello dell’antimodernismo.  Sessa sottolinea come diverse tematiche trattate dal filosofo tedesco erano state, non solo anticipate dallo stesso Evola, ma sviluppate in modo ancor più radicale. Heidegger, infatti, secondo Sessa, è rimasto invischiato nel pensiero della dualità, nella logica parmenidea, non riuscendo a pensare fino in fondo la negazione originaria, vero ubi consistam di una filosofia postmetafisica della libertà  e della liberazione.

La terza parte dell’opera qui recensita, intitolata Il Mondo della Tradizione, esamina i concetti fondamentali di tempo, spazio e terra, trattati nell’opera cardine e maggiormente letta di Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno. Sessa racconta l’importanza di questo testo nella sua formazione personale. Essa, narra, risultò dirimente per accostarsi al pensiero di Evola: «fu l’incontro con Rivolta ad aprirmi orizzonti inusitati. Al termine della prima lettura compresi che Gottfried Benn aveva colto nel segno nel sostenere che, dalle pagine di questo libro, si esce trasformati e si guarda al mondo con occhi diversi». Quello che ci preme sottolineare è la lettura che Sessa fornisce di Evola e della sua opera principale, una lettura che permea tutto il testo che stiamo recensendo: Evola è innanzitutto un filosofo, e tale resterà anche nelle successive fasi della propria esperienza esistenziale. L’idea di fondo che lega le tre parti del volume è data dalla crucialità della filosofia. Sessa mette in atto una revisione di quella che è la filosofia degli inizi, delle origini, sempre più offuscata dalla filosofia delle accademie, dall’interpretazione aristotelica e dalla logica diairetica ed eleatica dell’identità. La stella polare evoliana è segnata dalla potenza di Dioniso e nel suo pensare riesce a non misconoscere, come spesso accade alla filosofia intesa come disciplina logocentrica, la possibilità dell’impossibile, «avendo contezza della co-appartenenza di essere e nulla, di libertà e necessità, di verità ed errore». In Dioniso vivono le possibilità umane, l’animale e il dio, la perdita e la realizzazione. Misconoscere Dioniso è misconoscere la potenza dell’essere e del nulla, «di quell’essere che è il nulla che si è negato in rebus, nella positività del mondo». Dimenticare Dioniso è perdere il carattere della vera libertà, quella possibilità, come dirà Evola ne la Teoria dell’Individuo assoluto, che è in contraddizione con se stessa, poiché la libertà è possibilità e la possibilità indeterminata non ha nulla da cui possa poter esser contraddetta. La filosofia dell’origine, dionisiaca, dell’archè è ben altra cosa dalla scienza positiva e dall’esercizio gnoseologico cui è ridotta troppo spesso la filosofia nelle Università. La filosofia dell’origine è “sforzo”, esercizio e autotrascendimento, realizzazione di ciò che si ha da essere. Libertà e necessità quali facce della stessa medaglia aprono alla lettura della Tradizione evoliana in senso dinamico. Proprio il suo esser stato eminentemente filosofo, non relega Evola all’interno del mito incapacitante di una tradizione che mira al recupero di un passato dato. Come bene mostrato da Sessa, la visione evoliana della storia non è deterministica ma aperta, «il tradizionalismo di Evola, nonostante Guénon, resta dinamico. Per il pensatore romano è sempre possibile realizzare un atto che abbia il tratto di essere sempre all’opera», infatti nella fase tradizionale Evola non fa che calare nella storia, l’individuo assoluto, colui che incarna la libertà più autentica, ovvero la Tradizione sempre possibile che anche nelle fasi oscure, nella sua vigenza, potrebbe essere attualizzata da un atto umano confacente, conscio, altresì, del rischio dell’oblio sempre incombente.

La filosofia dell’origine e del sempre possibile si fonda su quell’assenza di fondamento ben indagata dal filosofo tedesco Schelling; questi, a detta del Sessa, pur essendo uno dei principali iniziatori del metodo tradizionale, non riuscì a portare alle estreme conseguenze le sue intuizioni, restando ancorato ad un idealismo gnoseologico; viceversa, «la via evoliana presuppone un atto, il concludersi in azione».

Proprio nell’ultimo capitolo dell’opera vi è il richiamo a quella che solo riduttivamente potremmo definire una passione: per Evola la montagna fu ben altra cosa, il suo «alpinismo»  chiosa Sessa «è stato l’organo del suo filosofare. Luogo in cui l’uomo differenziato rispetto alla presente contingenza storico-spirituale può riscoprire il proprio centro, può tornare a Sé, conciliandosi con la dimensione cosmica». Nella via che conduce verso i monti l’ascesa si fa ascesi, l’individuo nella tensione dionisiaca verso il divino si fa cosmo e annulla quella distinzione soggetto-oggetto di cartesiana memoria, che la pura gnoseologia non era riuscita ad oltrepassare. Un pensiero che si fa azione, una teoria che si esplica nella pratica; pertanto la sua proposta, si legge nell’opera, «va letta quale tentativo di rinsaldare, in unità sintetica, essere e pensiero, idea e natura, teoria e prassi, dopo aver constatato la sincope della filosofia neoidealistica» che era riuscita a realizzare l’unità questa nella astrattezza del concetto.

E qui vogliamo soffermarci su un altro termine che compare nel titolo, l’utopia. Questa non va confusa con il moderno utopismo, sostiene Sessa, che vuole realizzare indiscriminatamente un progetto per tutti; utopia è «quel pensiero che, in contrasto con la status quo, attiva nel singolo una tensione esistenziale anagogica, atta ad impegnarlo al massimo grado nel percorso esistenziale, al fine di conseguire una “conversione” interiore capace di riverberarsi sul clima comunitario».

Salire sui monti ed essere faro per quanti vogliano intraprendere la loro personalissima salita, poiché l’ascesa-ascesi può essere indicata, ma va percorsa interiormente e singolarmente da colui che si pone in viaggio.

Ci auguriamo che l’opera recensita possa, come è accaduto al sottoscritto, aprire nuove visioni e prospettive di lettura dell’esistente e aiutare ogni lettore a trovare il suo personalissimo sentiero.

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