Dalla Casina Rosa. Prospettive morselliane

morselli-gattopardoL’ingresso nel mondo ideale di Guido Morselli, romanziere e saggista raffinato, deve necessariamente prendere le mosse da un luogo appartato e privilegiato, in cui egli visse per alcuni anni: la Casina Rosa, abitazione ed eremo in uno. Essa sorge sulla collina di Santa Trinita a Gavirate. Dal suo giardino si osserva il baluginare lontano del lago di Varese, incastonato nella corona dei rilievi prealpini sormontati dal Monte Rosa. Nelle notti estive e stellate, Morselli disteso su una coperta blu, da qui osservava la montagna, Sua Maestà la chiamava, stagliarsi nel cielo e distendersi verso le stelle. Lo ricorda Linda Terziroli in un saggio che compare nel volume collettaneo, Guido Morselli. Un Gattopardo del Nord da Lei curato assieme a Silvio Raffo e meritoriamente pubblicato dalla casa editrice Macchione (per ordini: info@macchionepietroeditore.it, 338/5337641, euro 18,00). Si tratta di un’antologia che mette insieme per la prima volta alcuni contributi dei più noti esegeti italiani e stranieri dello scrittore che, dal 2008, hanno preso parte al Premio letterario a lui intitolato.

Morselli, attento osservatore degli uomini e della natura, in quelle notti imparò che “Un paesaggio bisogna contemplarlo con la mente sgombra da altri interessi. Tu lo vedi trasfigurarsi… diventa cosa tua. E tu senti il tuo piccolo mondo dilatarsi, divenire immenso quanto l’orizzonte” (p. 331). Ecco, uno dei temi che si evincono dalle sue pagine è senz’altro l’amore per la natura, che lo rende qualcosa di più e di diverso da un ecologista ante litteram e lo accomuna a quanti seppero cogliere la dimensione di misteriosa bellezza che si cela nel “fare” per eccellenza, l’arte agricola (alla quale si dedicò con passione), quanto nella metamorfosi dei giardini. Il suo gusto per la bellezza arborea lo avvicina alla sensibilità romantica e post-romatica e lo rende fratello in spirito di Rosario Assunto, filosofo che con forza richiamò l’attenzione sulla necessità di custodirla gelosamente, quale eredità tradizionale. Valentina Fortichiari, nel suo contributo, chiarisce come l’attenzione verso le cose e la vita fosse momento cospicuo della personalità dello scrittore varesino, autentico flaneur: da un lato impegnato polemista, che attaccava le dissennate scelte urbanistiche ed edilizie messe in atto dagli amministratori della sua città, e dall’altro bon vivant, attento ai nobili otia, ma sensibile ai problemi dei suoi simili, al dolore che pervade la vita di ogni essere vivente, dagli amati cavalli, al più umile dei contadini. Era anche attratto ed affascinato dalla forte fede di quanti, nonostante malattie e disgrazie, continuavano a vivere nella dimensione della gioia: per uno di essi, “il Tonta”, che aveva per un certo periodo frequentato, scrisse un articolo nel quale cercò di trasmettere la forte emozione provata guardando i suoi occhi che, nonostante il patimento, irradiavano felicità.

una-rivoltaA parlarci per primo di questo anomalo personaggio fu, dalle pagine del Corriere della Sera, Giulio Nascimbeni, quando l’Adelphi pubblicò il suo romanzo Roma senza papa: “La prima tentazione è di dire che c’è stato anche un Gattopardo al Nord…Sperò a lungo che gli editori si accorgessero di lui. E’ morto il 31 luglio dell’anno scorso”. Il 31 luglio 1973, infatti, Morselli, seduto su una poltrona da giardino, si tolse la vita. Con quel gesto richiamò drammaticamente l’attenzione di quanti, in vita, avevano trascurato il suo genio, rifiutando la pubblicazione dei suoi manoscritti. Dopo la tragica morte, i libri di Morselli hanno avuto successo e conosciuto una certa diffusione. Forse è conveniente suggerire al lettore un altro luogo privilegiato, tipicamente novecentesco, per aver  accesso alla produzione morselliana: il tempo. Egli scrisse, in sintonia con un altro grande ma poco conosciuto genio della filosofia italiana, Andrea Emo, ed in serrato colloquio con chi gli era stato maestro all’Università di Milano, Antonio Banfi “Su questa terra non c’è l’eterno, non ci sono che attimi, per quanto incalcolabili” (p. 324). Da Banfi, assieme alla generazione degli intellettuali milanesi degli anni Trenta, quella di Antonia Pozzi, Remo Cantoni, Gianni Manzi, Luigi Preti (scomparsi tragicamente ed anzitempo, le cui vicende sono ricostruite nel bel saggio di Alessandra Cenni), egli apprese la proustiana necessità di recuperare il tempo perduto al fine di vivere con persuasione. Per Morselli, pertanto, la solitudine divenne “la condizione prediletta del suo stare al mondo” (p. 60) al fine di risolvere il contrasto tra Spirito e Vita che caratterizza ogni esistenza tesa a creare, a fare arte in un percorso inconcluso: vita attiva che si auto trascende. Per questo, nel Diario di Morselli nel 1945, ricorda Cenni, compare una frase lapidaria “Suicida per amore della vita” (p 77).

dissipatio-h-gIn ciò, più che fedeltà a posizioni esistenzialiste, Morselli testimonia un’adesione piena alla filosofia della persuasione di Carlo Michelstaedter “il suicidio diventa… il diritto di negazione di una vita alla quale mancano le condizioni fondamentali per definirla tale… un atto di legittima ribellione” (p. 77). Negli anni che precedettero il tragico gesto, tale tensione interiore si radicalizzò a causa della disillusione imposta dalle circostanze storiche. Agire rettamente o, al contrario, operare il male, risultavano per lui, dati i tempi, operazioni inutili. Come inutile era stato il suo tentativo di inserirsi nel mondo delle patrie lettere. La ragione della sua esclusione, come ricorda Andrea Scarabelli, va individuata nella sua scelta antimoderna. Egli prese risolutamente posizione “affermando l’irrimediabile mediocrità, il filisteismo della società moderna e denunciando l’istituzione democratica” (p. 318), colse, inoltre, il senso del macchinismo contemporaneo. Le macchine sono un paravento tra noi e il mondo, alla lunga introducono procedure di depotenziamento delle facoltà umane. Si rese conto dell’ambiguità della tecnica e della tendenza entropica presente nella società contemporanea, ma anche della scelta rinunciataria, accomodante, modernista della Chiesa, incapace ormai di svolgere qualsiasi funzione frenante, katecontica, nei confronti della decadenza.  Non restava che la dissipazione della vita, già intuita dal neoplatonismo, cui allude il titolo Dissipatio H. G.

Morselli cercò di resistere alla tigre moderna con la sua arte. Essa, come ricorda puntualmente Gianfranco de Turris, recupera l’Immaginario che, come “sottintende la sua etimologia, che viene da imus, profondo” (p. 116), non ha fatto altro che riproporre i simboli primigeni, patrimonio inalienabile dell’umanità.

Leggere Morselli, in un momento come l’attuale di aridità e sterilità spirituale, è come abbeverarsi alle sorgenti eterne della vita. Produce un effetto ristoratore e rinvigorente, che ci auguriamo presto condiviso dai nostri lettori.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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