Una grammatica araba antica edita a Padova

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Grazie al suo vivo interesse per gli studi orientalistici, in particolare per quelli arabistici, e alla sua passione per la stampa di volumi in caratteri arabi mobili, il veneziano Gregorio Barbarigo (1625-1697), cardinale e vescovo della città di Padova, fu tra coloro che per primi in Italia palesarono e divulgarono le testimonianze scritte della cultura arabo-islamica.

gregorio-barbarigo-patrizio-venetoNel 1670 il Barbarigo fondò ex novo[1] il seminario introducendovi la scuola superiore di lingue orientali per la formazione degli evangelizzatori da inviare nei paesi del Levante[2]. Il vescovo era convinto che la conoscenza dell’albanese, del greco, dell’arabo, del caldaico, dell’ebraico, del persiano e del turco fosse necessaria alla diffusione del credo della Chiesa di Roma in quei territori[3]. Perciò i futuri missionari dovevano specializzarsi nelle relazioni con i non cattolici e possedere, al termine del loro corso di studi, almeno tre requisiti essenziali, vale a dire un’ottima competenza della realtà dei luoghi di destinazione, il rispetto verso le popolazioni ospitanti e, infine, una piena conoscenza dell’idioma parlato in quelle regioni allo scopo di confutare le affermazioni dei musulmani e degli altri non battezzati, illuminarli sui loro errori e persuaderli ad abbracciare la religione cattolica[4].

La linguistica orientale, la filologia semitica e altre discipline affini diventarono così materie di studio fondamentali per la comunicazione e la diffusione della dottrina cattolico-romana. Tuttavia gli strumenti didattici adatti al loro apprendimento come, ad esempio, i manuali di grammatica e/o i dizionari bilingui erano molto difficili da reperire: la maggior parte delle tipografie italiane che utilizzavano i caratteri orientali erano già quasi tutte fallite[5] e l’arte tipografica non era ancora diffusa nel Vicino e Medio Oriente[6].

Il Barbarigo, malgrado il parere opposto degli amministratori del vescovado preoccupati che «[…] l’imparare degli alunni quelle lingue, e specialmente l’Arabico, dovessero riuscire di poco frutto»[7], decise di continuare a spendere denaro ed energie nella complicata progettazione di una officina tipografica che disponesse di una sezione specializzata nella riproduzione di testi scolastici e altri volumi in caratteri orientali. Uno degli ostacoli principali era rappresentato dalla difficoltà di reperire i tipi orientali mobili, in particolare quelli arabi: da una parte vi erano le leggi vigenti nell’impero ottomano che contrastavano lo sviluppo della stampa e, dall’altra, stava il nodo cruciale dell’inviolabilità della scrittura, in modo particolare quella del testo sacro dell’Islam[8].

lo-studio-della-lingua-araba-in-italiaCon l’aiuto del cardinale Girolamo Casanate della Stamperia della congregazione romana di Propaganda Fide, dell’arcivescovo di Milano Federico Borromeo, fondatore della Tipografia ambrosiana e del granduca di Toscana Cosimo III, proprietario della Stamperia medicea orientale, il Barbarigo raccolse, spendendo poco o niente, un numero considerevole di cassette contenenti le seguenti matrici tipografiche: arabo antico e nord africano, caldeo nestoriano pontificale, ebraico, giapponese, greco, greco tebaico e copto egizio, indiano, persiano, siriaco, siriaco silvio grosso e ordinario e altre ancora che gli permisero di avviare la sua nuova impresa, inaugurata nel 1684. Un anno dopo iniziò la produzione di opere in caratteri orientali mobili e in questa occasione la tipografia patavina sperimentò, per la prima volta, i caratteri arabi[9]. Fino al 1698 (un anno dopo la morte del Barbarigo) vennero realizzati almeno una decina di progetti riguardanti l’arabo firmati dal prelato di proprio pugno. Codesti libri, attualmente conservati presso la Sezione antica della Biblioteca del seminario patavino, rappresentano i testi didattici con i quali i futuri missionari si iniziarono allo studio della lingua del ḍāḍ.

Fra questi spunta un prezioso manuale di grammatica araba intitolato Flores grammaticales Arabici idiomatis,  collecti ex optimis quibusque grammaticis, nec non pluribus Arabum monumentis, & ad quam maximan fieri potuit brevitatem, atque ordinem revocati: studio, & labore fr. Agapiti a Valle Flemmarum ordinis Minorum S. Francisci reformatorum, Provinciae Tridentinae, in Seminario Patavino lectoris. Opus omnibus Arabicae linguae studiosis perutile, & necessarium: cui accedit in fine Praxis grammaticalis, & exercitium pro lectione vulgari, Patavii ex Typographia Seminarii  Opera Augustini Candiani, 1687[10] scritto in latino da padre Agapito Daprà.

Nato a Tesero nel 1653 e morto a Padova nel 1687, nello stesso anno in cui venne stampata la sua opera, il reverendo padre Agapito era un minore osservante, più conosciuto con il nome di Agapito da Fiemme o dalla Val di Fiemme. Nel 1671 entrò nell’ordine francescano. Nel 1680 andò a Roma per prepararsi a una missione in Oriente nel collegio di San Pietro in Montorio dove si formò come arabista; due anni più tardi fu chiamato a Padova dal Barbarigo, il quale gli affidò l’insegnamento della lingua arabica, ruolo che accettò ben volentieri, rinunciando così alla sua partenza per l’Oriente.

Qui appresso rendiamo nota la descrizione del testo Flores Grammaticales Arabici Idiomatis […], caratterizzata da un dettagliato sunto degli argomenti grammaticali trattati da Agapito.

344 pp. Lingua: latino/arabo. La sequenza delle pagine segue il senso di lettura occidentale. Le prime tre pagine (non numerate) contengono gli elogi in arabo all’autore scritti da Timoteo Agnellini, docente di lingua e cultura persiana presso il seminario di Padova. Seguono i ringraziamenti da parte di padre Agapito a Gregorio Barbarigo, suo editore. Infine, tre pagine (non numerate) dedicate ai lettori, in particolare ai cultori della lingua araba. Il libro è diviso in cinque parti principali: I. pp. 1-40; II. pp. 41-216, così ripartite: a. da p. 41 a p. 154; b. da p. 155 a p. 204; c. da p. 205 a p. 216; III. pp. 217-285; IV. pp. 286- 321 (dedicate alla metrica araba); V. pp. 322-344.

Parte I (pp. 1-40).

Elenco delle 28 lettere dell’alfabeto arabo nella loro forma iniziale, mediana, finale e isolata; il loro valore numerico: la lettera ġaīn, ad esempio, vale 1000, la ḫā’ 600, la fā’ 80 e la jīm 3 e così via; il suono gutturale, labiale, palatale, dentale e linguale; le lettere solari e quelle lunari. Le tre vocali brevi (al-ḥarakāt): ḍammah, fatḥah e kasrah che corrispondono ai tre casi del nome rispettivamente nominativo, accusativo e caso obliquo; l’articolo determinativo (al) e l’indeterminazione del nome (nunazione o tanwīn). Per quanto riguarda i segni diacritici oltre alle ḥarakāt e al tanwīn, sono menzionati il sukkūn, il raddoppiamento della radicale (šaddah), il segno della hamzah, la ’alif maddah, la ’alif waṣlah. Distinzione tra vocali brevi e lunghe; le sillabe e gli accenti. La calligrafia araba: il cufico (nasḫī) e l’occidentale africano (ġarabī). La prima parte termina con la corrispondenza dei caratteri arabi con quelli siriaci ed ebraici.

Parte II /a (pp. 41-154).

Breve introduzione generale sul verbo e sulla radice facala (= “fare”); i numeri: il singolare (al-mufradu), il plurale (al-giamucu) e il duale (al-mutannā); i suoi generi: il maschile (muḏakkarun), il femminile (muannaṯum) e il sawiyyum. Sulla forma del verbo facala è enunciato il passato di un altro verbo, naṣara-yanṣuru (che, guarda caso, alla IIa forma significa “evangelizzare”, “cristianizzare”, “convertire al cristianesimo”, “battezzare”); il tempo presente; il modo imperativo; il participio attivo; l’infinito. Entrambi i verbi facala/naṣara sono coniugati sia al passato sia al presente secondo il seguente ordine: IIIa pers. sing. masch.; IIIa pers. sing. femm.; IIIa pers. masch. duale; IIIa pers. femm. duale; IIIa pers. plur. masch.; IIIa pers. plur. femm.; IIa pers. sing. masch.; IIa pers. sing. femm.; IIe pers. duale; Ia pers. sing.; Ia pers. plur. I nomi di tempo, di luogo e di strumento. L’indicativo presente è diviso in apocopato (al-muḍārica l-juzūm), accusativo (al-muḍārica l-mansūb) e indicativo (al-muḍārica l-marfūca); la negazione dell’apocopato (lam) e quella del futuro (lan); l’infinito (al-maṣdar) è menzionato accanto all’enunciazione del tempo passato e di quello presente di ben 33 radici verbali. Esercitazioni sui paradigmi dei verbi e sui loro modi. L’uso del verbo kāna per formare il preterito. Le particelle “magari” (layta), “se” (law), “certamente” (inna), “che” (an), “per, a” (likay/li), “verso, a” (ilā); il verbo al tempo futuro. Coniugazione in tutti i modi e i tempi dei verbi quadrilitteri, il passivo e le forme verbali dalla Va alla XIIIa forma; il verbo geminato come ad esempio madda yamuddu (= “estendere”); i verbi deboli di Ia waw, IIa waw, Ia ya, IIa ya; i nomi di luogo.

Parte II/b (pp. 155-204).

I nomi propri, i nomi comuni e i nomi femminili: i nomi propri di donna (hindun, “Hind”); i nomi di genere femminile (ummun, “madre”); i nomi di paesi e città (qubrūs, “Cipro”); i nomi che indicano parti doppie del corpo (yad, “mano”); i nomi che terminano per alif maqṣūrah (’ūlā, “prima”) e altri sostantivi (’ardun, “terra”; šamsun, “sole”); i nomi che terminano per tā‘ marbūṭah. Lista di 22 forme di plurale fratto; il diminutivo di forma fucīlun. Le due declinazioni del sostantivo: triptòta e diptòta; lo stato costrutto; il vocativo ya/ayyuha; il comparativo di forma afacalu; il superlativo degli aggettivi; i numeri cardinali e quelli ordinali, i pronomi personali, la particella ’iyya + il pronome suffisso; i pronomi dimostrativi, i pronomi relativi; i pronomi suffissi (per la prima persona singolare è attestata un’unica forma: ya).

Parte II/c (pp. 205-216).

La particella interrogativa li, inna + li; gli avverbi di luogo (ilā, ayna, min ayṯu, min ayna, ilā hunāk); gli avverbi di tempo (matā, qad, laqad, hyna, , iḏā, iḏ, bacda, lammā); gli avverbi interrogativi (a/hal, madhā, lima, , lam); gli avverbi di affermazione (amīn, ajl, jair, balā, na’am, iyy); gli avverbi di negazione (lam, ma, kallā, , laysa, illā, lan). Altri avverbi: kayfa, innama, lacalla, layta, ka’anna. La congiunzione semplice “e” (waw e fā’), le preposizioni (min, “di”; , “in”; ḥattā, “fino a”; ilā, “verso”; fawq, “su/sopra”, taht, “giù/sotto”; qabla, “prima”; quddām, “davanti”; dūna, “senza”; maca, “con”; cinda, “presso”).

Parte III (pp. 217-285).

L’incoativo (al-mubtada’), il predicato (al-ḫabar), il verbo (al-fical), il participio attivo (al-fācil). La concordanza del nome con il verbo; la concordanza dell’aggettivo con il sostantivo; la costruzione dei verbi regolari e irregolari; la sintassi del nome; l’uso dell’infinito; l’uso del participio attivo, l’uso del participio passivo; la costruzione dei comparativi e dei superlativi; il verbo “avere”; l’uso delle particelle.

Parte IV (pp. 286-321).

In questa parte intitolata L’Arte della metrica araba sono menzionati alcuni versetti e/o titoli di sure del Corano: il versetto 39 della “Sura dell’Annuncio”[11] (sūra n-nabā’i): ḏalika l-yawm l-haqqu faman shā’a t-taḫaḏa ilā rabbihi māaban, che tradotto significa «Tale è il Giorno Verissimo, e chi vuole troverà verso il Signore via di ritorno» (p. 317); la “Sura dell’Uomo” (sūra l-insān) senza però riportare alcun versetto (p. 297); i primi sei versetti della “Sura del Sinai”[12] (sūra t-tūr) che così recitano: 1. wa t-tūr 2. wa kitābin mastūrin 3. fī raqqin manšurin 4. aw l-bayti l-ma‘muri 5. wa s-suqufi l-marfū‘i 6. wa l-baḥri l-masjūri. La traduzione è la seguente: «1. Pel Sinai! 2. Per un Libro vergato 3. Su pergamena spiegata! 4. Per la casa visitata! 5. Pel tetto elevato! 6. Pel mare rigonfio!».

I versetti uno, tre, quattro e sette della “Sura del misericordioso”[13] (sūra r-rahmān) nell’ordine seguente: 1. ar-rahmānu  3. ḫalaq l-insāna 4. ’allamahu l-bayāna 7. wa s-samā’a rafa‘aha wa wada‘a l-mīzāna ovvero 1. «Il Misericordioso» 3. «l’uomo ha creato» 4. «e chiara espressione gli ha appreso» 7. «ha innalzato il cielo e ha drizzato l’equa bilancia». Infine è menzionato il nome e il patronimico di Alī, cugino del profeta Muhammad: Alī figlio di Abu Talīb (p. 318).

Parte V (pp. 322-344).

Scrittura di alcune parole dialettali (“tu” femm. intii anziché anti; “tu” masch. int anziché anta; “voi” masch. innu); la coniugazione dei verbi (trilitteri, quadrilitteri, sordi, assimilati, concavi e difettivi) come, ad esempio, quelli di Ia waw (wacada yacidu= “promettere”), di Ia hamza, di IIa waw  (qāma yaqūmu= “alzarsi”) e di IIa ya (sāra yasīru= “camminare”). Seguono degli esercizi grammaticali e, infine, un passo dell’Esodo in latino e in arabo.

Dopo p. 344, la numerazione delle pagine ricomincia da 1 (fino a p. 31). Qui si trovano, oltre ad alcuni esercizi di grammatica (pp. 1-6) e le note (pp. 6-29), le seguenti cinque preghiere con testo latino/arabo: 1. “Il Padre Nostro, la preghiera della domenica in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (al-’išārah ṣ-ṣālīb al-muqaddas bismi l-’ab wa l-’ibn wa r-rūh al-quds), p. 29; 2. “Il saluto degli angeli a Maria Vergine” (salām l-malāk li maryam al-’uḏrī), p. 30; 3. “La fede degli Apostoli” (imān ar-rusul), p. 30; 4. “I comandamenti di Dio l’Altissimo” (wasāiyā llah ta‘ālī), p. 31; 5. “Ringraziamento a Dio” (aš-šukr lillah), p. 31.

L’importanza del lavoro di Agapito già si evince dalle parole scritte nella prefazione dall’arcivescovo di Mardin Timoteo Agnellini, profondo conoscitore delle lingue persiana e araba, allora maestro, sovraintendente e correttore di bozze nella Sezione orientale della stamperia di Padova, che così scriveva:

«Per ordine del molto onorato, unico nel suo tempo per la devozione e per il timore di Dio, il cardinale Gregorio Barbarigo, e per la pubblicazione del libro di grammatica nella lingua araba e latina composto dal padre Agapito dell’ordine di San Francesco, ho letto ed esaminato a fondo il libro, e l’ho trovato perfetto nella sostanza e nella forma e meritevole di ogni lode. E già è gran merito dell’autore, poiché all’infuori degli errori di stampa (data la non profonda conoscenza nei tipografi della lingua araba, che è la più difficile, ma la più bella e la più ricca e la più antica fra le altre lingue) il suo libro è assai pregevole. Benché io mi sia molto applicato a correggerlo, pure il detto comune deve avverarsi cioè: Dio solo è infallibile (sia Egli lodato per sempre!). E tu, caro lettore non dimenticare nella tua preghiera coloro che faticarono per comporre questo libro. E Dio te ne renda merito (Dio te ne ricompensi)» [14].

Questo manuale ha il pregio di esporre alcuni argomenti con un’impostazione nuova rispetto alle precedenti grammatiche di lingua araba a stampa: «[…] ordina il plurale in paragrafi tematici, ciascuno dedicato a una forma di plurale fratto corredati di esempi […], compresi i quadrilitteri e i quinquilitteri […]»[15] ed elenca ben ventidue paradigmi del plurale. Un’altra novità espositiva apportata dal padre francescano è che suddivide l’arabo in tre tipologie linguistiche: 1. la lingua dialettale; 2. la lingua scritta e non vocalizzata; 3. la lingua vocalizzata con le vocali brevi e i vari segni ortografici.

L’opera di Agapito rappresentò un importante punto di riferimento non solo per i religiosi del XVII secolo animati dallo spirito controriformista e missionario, ma anche per gli studiosi dei secoli successivi. Nel 1845, circa centosessant’anni dopo la riproduzione patavina, il testo fu stampato in meliorem ordinem dalla tipografia romana di Propaganda Fide[16]. Nel 1937 la tipografia libanese dei missionari di San Paolo Harissa pubblicò per la prima volta il volume della Grammatica teorico-pratica della lingua araba di Laura Veccia Vaglieri[17] che, guarda caso, in alcuni paragrafi, come ad esempio quello dei nomi femminili, non solo segue il metodo espositivo adottato da Agapito, ma menziona i medesimi nomi attestati dal frate francescano nell’edizione padovana[18].


Note

[1] Nel 1571 il vescovo Niccolò Ormanetto istituì il seminario in ottemperanza a una norma emanata dal Concilio di Trento che sanciva l’obbligo da parte di ogni vescovo eletto in una diocesi di erigere un seminario per la formazione di un clero degno e preparato, ma al tempo del Barbarigo versava in una situazione di irreversibile degrado.

[2] L’istituzione scolastica patavina perseguiva lo stesso duplice intento del Collegio urbaniano di Propaganda Fide (1627), quello cioè di formare i futuri sacerdoti e di preparare i missionari ovvero il clero da inviare nei territori cristiano-ortodossi e musulmani. Il nuovo programma di evangelizzazione della Congregazione romana di Propaganda Fide che prevedeva di ampliare il proprio orizzonte missionario a tutto il mondo fin’allora conosciuto dette un impulso considerevole allo studio delle lingue orientali incoraggiando, all’interno degli ordini regolari, la nascita degli studia linguarum, cioè le scuole destinate alla formazione dei futuri evangelizzatori da inviare nelle missioni. V. G. Fedalto, Il cardinale Gregorio Barbarigo e l’Oriente, in L. Billanovich e P. Gios (a cura di), Gregorio Barbarigo patrizio veneto, vescovo e cardinale nella tarda Controriforma (1625-1697), Padova 1999, vol. III/2, p. 988.

[3] V. S. Serena, San Gregorio Barbarigo e la vita culturale e spirituale nel suo seminario di Padova, 2 voll., Padova 1963, p. 158.

[4] V. M. Cassese, Gregorio Barbarigo e il rapporto con ebrei e non cattolici, in Billanovich-Gios, Gregorio Barbarigo patrizio veneto, III/2, p. 1050.

[5] V. C. A. Anzuini, Lo studio della lingua araba in Italia nei secoli XVI e XVII, Lavis (TN) 2015, p. 1: «[…] ad iniziare dalla metà del XVI secolo e fino alla metà del secolo seguente operarono in Roma numerose tipografie in caratteri arabi ed orientali in genere, il cui numero probabilmente superava tutte quelle esistenti in Europa in quel periodo: Collegio della società di Gesù (1556-1615), Domenico Basa (1571), Stamperia orientale medicea (1584-1614), Tipografia poliglotta vaticana (1587), Francesco Zanetti (1595), […], Tipografia della congregazione di Propaganda Fide (1627) […]».

[6] Per quanto riguarda il mondo musulmano, l’arte tipografica in caratteri arabi mobili comparve per la prima volta solo nel 1706 su iniziativa di Athanasios III al-Dabbas (1647-1724), patriarca melchita della città siriana di Aleppo. Il primo volume in caratteri arabi dato alla stampa da musulmani, invece, fu quello di Ibrahim Müteferriqa, che vide la luce a Istanbul nel 1727. V. G. Vercellin, Venezia e l’origine della stampa in caratteri arabi, Padova 2001, nota 33, p. 24.

[7] V. Serena, San Gregorio Barbarigo cit., p. 168.

[8] V. Vercellin, Venezia cit., pp.14-15.

[9] Si tratta del volume di Pietro Bogdano intitolato Cuneus Prophetarum de Christo Salvatore mundi […], Tipografia del seminario di Padova 1685, che ha una duplice importanza, perché è qui che per la prima volta vennero usati sia i caratteri albanesi sia quelli arabi.

[10] In realtà ne esistono altre tre copie nel Veneto: la prima si trova nella Biblioteca universitaria San Biagio di Padova, la seconda presso la Biblioteca del Monumento nazionale dell’Abbazia di Praglia-Teolo (Pd) e la terza nella Biblioteca nazionale Marciana di Venezia. Altri esemplari sono custoditi, ad esempio, nella Biblioteca Casanatense di Roma, nella Biblioteca del Dipartimento di studi orientali dell’Università degli studi di Roma La Sapienza e nella Biblioteca universitaria di Sassari.

[11] V. A. Bausani, Il Corano, Firenze 1978, p. 458.

[12] Ivi, p. 394.

[13] Ivi, p. 403.

[14] La traduzione manoscritta datata Roma, 9 ottobre 1916 è conservata all’interno del manuale che si trova presso la Sezione antica della Biblioteca del seminario di Padova.

[15] V. Anzuini, Lo studio della lingua araba cit., pp. 27; 186.

[16] Ed. prima romana in meliorem ordinem redacta et variis accessionibus locupletata a Vincentio F. Castellini, Romae Typis S. Congr. de Propaganda Fide, 1845.

[17] Da più di ottant’anni numerose generazioni di studenti continuano a iniziarsi allo studio della lingua araba su questo testo.

[18] V. anche la  IVa edizione di L. Veccia Vaglieri, Grammatica teorico-pratica della lingua araba, vol. 1, Istituto per l’Oriente, Roma 1959, pp. 64-67.

Segui Alessandra Zuin:

Alessandra Zuin è nata in provincia di Venezia, vive nei Colli Euganei (Pd) e ha studiato a Napoli. Durante i suoi studi universitari si è occupata sia del periodo islamico (Lingua e letteratura araba (quadriennale), Islamistica, Storia dei paesi arabi dall’avvento dell’Islam fino ai giorni nostri, Arte ed archeologia islamica, ecc.), sia di quello preislamico (Storia del Vicino Oriente preislamico (quadriennale) e Assiriologia (biennale)). Si è laureata in Assiriologia presso l’Università “L’Orientale” di Napoli con il †Prof. Padre Luigi Cagni, elaborando una tesi su una divinità sumerica, intitolata: Il dio DUMU.ZI: suo ruolo in Mesopotamia. Ha proseguito i suoi studi a Napoli, sotto la direzione del suo indimenticabile ‘maestro’, e ha ottenuto il titolo di dottore di ricerca in Studi Mesopotamici con un lavoro dal titolo: Famiglie e competenze degli scribi nel periodo antico-babilonese. Durante il dottorato ha studiato per circa due anni presso il Fachbereich Altertumswissenschaften Altorientalisches Seminar della Libera Università di Berlino (Freie Universität). Infine, ha concluso i suoi studi con il Master in Studi sul Medio Oriente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Carlo Bò di Urbino. Ha studiato l’arabo soprattutto in Siria e in Egitto; in quest’ultimo paese ha frequentato per alcuni anni l’Isola Elefantina di Aswan dove ha imparato un po’ di dialetto locale nubiano (‘kinsi’). Ha insegnato italiano L2 presso le Scuole “Maria Ausiliatrice” di Damasco e Aleppo. Attualmente insegna lingua e cultura araba, inglese e italiano L2.

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