Nietzsche e la critica della verità

nietzscheIl problema della verità in filosofia parte in primo luogo dalla forma del testo stesso. Il tipo di testo è determinante, e nel caso in cui si faccia ricorso a immagini e metafore nell’argomentazione si esce dalla logica comunemente intesa.

È determinante porsi il problema se la scrittura sia solamente un mezzo oppure se essa stessa crei la filosofia; sono importanti anche le strategie testuali, e non soltanto quello che emerge direttamente all’attenzione del lettore.

Il testo filosofico è stato codificato spesso secondo un canone (dal greco Kanon – è il bastone che indica la via, ma è anche il bastone dell’autorità) che ne ha determinato le forme più comuni: trattato e dialogo platonico. Tuttavia sono emerse differenti forme di testo filosofico non aderenti al canone, come ad esempio il saggio o l’aforisma.

Il fatto che con Kant, Hegel e Wittgenstein si pensi che la filosofia non appartenga ad un genere letterario è un errore, poiché la filosofia è nonostante tutto un discorso codificato, e quindi è pur sempre letteratura. Il Trattato di Wittgenstein, che si vuole un testo assolutamente oggettivo, in realtà rivela un grande studio retorico, un forte impegno nella costruzione del testo, al quale l’autore intese dare un aspetto “oggettivo” appunto. Ma questo artificio è pur sempre una scelta letteraria fatta dall’autore stesso.

Nietzsche disse che ogni testualità non è che una rappresentazione, non c’è corrispondenza con le cose in sé, ma è l’uomo a scegliere e a nominare quello che è il vero. Nel testo del 1873 intitolato Su verità e menzogna fuori del senso morale (nella traduzione Adelphi è tradotto con in senso extramorale, ma è una sfumatura che a mio avviso rende meno chiaro quel che Nietzsche vuole dirci) il filosofo tedesco muove da un assunto hegeliano che separa rigidamente verità e finzione (cioè metafora e poesia) con l’intenzione di dimostrare che in realtà quella che comunemente viene chiamata verità altro non è che una grande costruzione retorica e artificiosa, di cui però si è dimenticata la natura illusoria.

Il testo in questione si apre quasi come un racconto, ed effettivamente tutto il testo sembra un racconto, la storia di come l’uomo inventò la conoscenza per garantirsi la sopravvivenza in un mondo ostile e come attraverso essa abbia separato verità e menzogna. Nietzsche sferra un attacco alla comune concezione antropocentrica del mondo che eleva l’uomo a misura di tutte le cose, e dice che in realtà «ci furono eternità, in cui esso non c’era; e quando sarà finito di nuovo, non sarà successo nulla.».

Domenico Losurdo, Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio criticoLa figura dell’uomo riacquista il posto che realmente le compete nel mondo e perde l’unicità del punto di vista assegnatole, poiché, afferma Nietzsche, anche una formica si pone al centro del suo mondo e secondo la propria prospettiva lo misura: come si può ritenere una delle due prospettive – quella dell’uomo o quella dell’insetto – più vera dell’altra?

La superbia dell’uomo sulle cose lo porta a sopravvalutare la coscienza ed il proprio intelletto; questo, «che è uno strumento di conservazione dell’individuo, dispiega le sue forze maggiori nella finzione; perché questa è il mezzo, attraverso cui si conservano gli individui più deboli, i poco robusti, come coloro ai quali è interdetto condurre una lotta per l’esistenza con corna o con morsi aguzzi di animali da preda. Nell’uomo quest’arte della finzione giunge al suo apice». Lo scrivere di Nietzsche, come si può notare, ha un incedere incalzante, pone il lettore davanti a brevi frasi che non lasciano spazio a dubbi; già in questo breve testo emergono temi che verranno sviluppati in scritti successivi.

Ma ancora l’uomo non è giunto a stabilire cosa siano verità e menzogna, questa necessità sorge dalla debolezza dell’uomo e dalla volontà di fuoriuscire da una condizione di conflitto di tutti contro tutti, combattuto per far prevalere la propria verità. La verità è un impulso che spinge gli uomini ad un accordo, «viene inventata una designazione delle cose uniformemente valida e vincolante nel mentre la legislazione del linguaggio offre altresì le prime leggi della verità; si istituisce dunque qui per la prima volta il contrasto tra verità e menzogna […] Gli uomini poi non fuggono tanto l’essere ingannati, quanto l’essere danneggiati dall’inganno.» L’uomo infatti «desidera della verità le conseguenze piacevoli, quelle che conservano la vita, di fronte alla conoscenza pura, senza conseguenze, è indifferente, di fronte alle verità tanto dannose e distruttive ha un atteggiamento finanche ostile».

Ciò che però l’uomo chiama “verità” è una scelta arbitraria, che niente ha a che vedere con un’autentica verità; l’uomo attua delle delimitazioni arbitrarie e ciò che risulta dalla sua comprensione diviene dunque menzogna, falsità, negazione della verità. Ma perché, chiede Nietzsche, se l’uomo è così proteso alla verità, esistono tante e diversissime lingue? Insomma la verità, per come viene intesa e studiata, non ha nulla a che vedere con l’essenza delle cose. Scriverà Jünger: «L’umanità adora troppi dèi, in ogni dio la verità si manifesta in una forma particolare».

E dunque, se ciò che siamo soliti chiamare “verità” mostra tutta la sua fragilità nella pretesa dell’uomo di porsi quale punto di vista privilegiato ed unico, quale solo metro di misurazione sulla molteplicità della natura e della vita, cos’è allora la verità? “Verità”, afferma Nietzsche, è un esercito di metonimie, metafore, antropomorfismi a tal punto e così a lungo retoricamente impreziosito da divenire credenza consolidata e scontata nei rapporti umani, «le verità sono illusioni, di cui si è dimenticato, che sono tali; metafore, che sono state abusate e private della forza di senso; monete, che hanno perduto la loro effige e che pertanto vengono considerate metallo e non più monete».

Sorge pertanto la necessità di mentire, di tenere viva la verità stabilita allo scopo di conservare l’esistenza; questa menzogna finisce nella dimenticanza e la convenzione stabilita diviene nel tempo la sola verità morale e razionale da rispettare: morale è allora l’uomo veritiero, il mentitore è chi, contro la morale comune, dice il falso e nega la verità riconosciuta, egli è perciò immorale.

Nonostante Nietzsche riconosca il notevole sforzo compiuto dall’uomo di costruirsi una verità praticamente sul nulla di fondamenti instabili, edificando da sé coi concetti diversamente da quello che fanno le api con la cera, fornita loro dalla natura, è però costretto ad ammettere che non esiste “il vero in sé” indipendente dall’uomo, «il ricercatore di verità cerca in fondo soltanto la metamorfosi del mondo nell’uomo; egli lotta per la comprensione del mondo come di una cosa a dimensione umana e nel migliore dei casi consegue il sentimento di un’assimilazione.[…] così un tale ricercatore considera il mondo intero intrecciato all’uomo, come l’eco infinitamente interrotta di un suono originario dell’uomo, come la copia moltiplicata di un’unica immagine originaria, dell’uomo. Il suo procedimento è di ritenere l’uomo misura di tutte le cose». Il fatto che le metafore che costituiscono la verità vengano indurite e si irrigidiscano non significa che esse siano necessarie e conclusive, semmai ne dimostra la dimenticanza di cui sopra e la degenerazione: non c’è metro di osservazione oggettivo, non si può parlare di leggi di natura poiché in natura non vi è alcuna regolarità razionale e ciò che noi chiamiamo leggi di natura sono soltanto relazioni con altre leggi, che a loro volta sono relazioni. «Tutte le misure normative, che ci s’impongono nel corso degli astri e dei processi chimici, in fondo coincidono con ogni proprietà che noi stessi immettiamo nelle cose, così che ce le imponiamo noi stessi».

Quando Gentile disse che non si scopre nessuna verità, ma essa dev’essere costruita, creata, si inseriva dunque pienamente nel solco della nietzscheana volontà di potenza e della trasmutazione di tutti i valori. La seconda sezione di questo breve ma “martellante” saggio si apre sotto il segno luminoso ed eterno della Grecia classica, coi suoi miti e la sua dimensione di sogno e stupore del mondo; se il linguaggio crea i concetti e le astrazioni che fanno la verità di metafore morte, è il mito che invece rasserena e ritempra pienamente l’intelletto umano e l’intuizione creatrice: «la parola non è fatta per queste cose [le astrazioni], l’uomo, se le vede ammutolisce, o parla in metafore sonoramente vietate ed in accostamenti di concetti inauditi, per essere creativamente conforme all’impressione delle potenti intuizioni attuali, distruggendo e schernendo almeno i vecchi limiti concettuali».

Segui Francesco Boco:
Nato nel 1984 a Belluno. Specializzando in Filosofia con una tesi su Oswald Spengler e Martin Heidegger. Collabora con il Secolo d'Italia, Letteratura-Tradizione e Divenire, rivista dell'Associazione Italiana Transumanisti. Ha tradotto e curato il saggio di Guillaume Faye su Heidegger, Per farla finita col nichilismo.

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