Le insorgenze antigiacobine in Liguria

La storia degli ultimi duecento anni sta avendo recentemente una revisione atta a ristabilire verità che l’ideologia dominante avrebbe voluto nascondere per sempre. La ricaduta di ciò per la Liguria sta a significare una più esatta definizione dei fattori che determinarono la fine della Repubblica di Genova e le politiche economiche attuate sotto il Piemonte prima e poi durante lo stato unitario, fino ai giorni nostri. Risulta a esempio chiarissima la volontà del Popolo Ligure di mantenere le antiche istituzioni, abbattute solo grazie all’intervento delle armate napoleoniche. Quando infatti il 22 maggio 1797 uno sparuto manipolo di “giacobini” locali, sotto la regia dei Francesi tenterà di prendere il potere, ecco che dallo storico quartiere di Portoria una folla armata da carbonari, facchini e barcaioli, cioè la base più popolare e agguerrita delle Casacce cittadine accorrerà a difendere il governo al grido di “Viva Maria! Viva il nostro Principe!”. I filo-Francesi, capeggiati da ricchi borghesi e qualche nobile in cerca di rivalsa, furono annientati dalla furia popolare, tanto che il giorno seguente 23 maggio tutto tornò alla normalità.

Purtroppo però la minaccia di Napoleone di far occupare la città dall’Armata d’Italia, ormai alle sue porte, ebbe come conseguenza che il 14 giugno si proclamasse la Repubblica Ligure, dove il doge precedente Giacomo Brignole prese la qualifica di presidente, a dimostrazione che si trattò di una scelta forzata e accettata come male minore, per il bene della città.

L’imposizione di un modello costituzionale di tipo francese, del tutto estraneo alla realtà genovese e ligure, fece sì che di lì a breve ed esattamente nella notte tra il 3 e il 4 settembre, i “Viva Maria” tornassero in azione. Questa volta si mossero dalle vallate del Polcevera e del Bisagno, da Albaro, Boccadasse e S. Martino. Anche in quest’occasione l’intervento francese, sotto la guida del generale Duphot, agevolato dalla disorganizzazione e dall’impreparazione militare degli insorgenti, oltre che da un “provvidenziale” intervento dell’Arcivescovo Lercari non permise il successo dei rivoltosi, che dopo tre giorni di dura lotta e terribili massacri dovettero desistere dai loro intenti.

Ciò non impedì che la rivolta si estendesse a tutto il Levante ligure, da Sarzana a Levanto e soprattutto nella Fontanabuona. Da qui il 4 settembre un’autentica “armata” popolare, con in testa i parroci e i “Cristi” delle confraternite scese a conquistare in successione Chiavari, Rapallo, Camogli, Recco, fino a giungere a Nervi, da cui si mosse il 6 settembre verso Genova, dissolvendosi poi a Quinto, senza un motivo apparente. Forse fu a causa della notizia che il generale Duphot aveva domato la rivolta in Val Polcevera e in val Bisagno, forse furono gli eccessivi festeggiamenti, forse l’insicurezza di trovarsi in un territorio a loro sconosciuto; fatto sta che la grande colonna, formata da decine di migliaia di armati, decise di non entrare nella città, lasciando così via libera ai Francesi.

Durissima fu la repressione che ne seguì, con saccheggi e arresti e numerose fucilazioni, anche di religiosi. Il 5 aprile 1798 un decreto del Direttorio Legislativo della Repubblica Ligure ordinò a chiese, conventi e oratori la consegna di tutti i preziosi, tranne quelli strettamente necessari alla celebrazione della S. Messa. Immediata la risposta popolare, che vede tra l’altro Rapallo invasa da una folla di Fontanini inferociti per una legge che li toccava negli affetti più cari, oltre che nei più profondi sentimenti religiosi. A Recco il 12 aprile 1798 la municipalità ritirò gli ori, gli argenti e altri affetti dalle chiese, conventi e oratori del Circondario. In particolare l’Arciconfraternita di N. S. del Suffragio fu depredata di “… due pastorali d’argento, due tavolette similmente d’argento, numero sei canti di Croce e crocifisso con due titoli stellati e guarnigione viti d’argento dei medesimi, altri due stellati per l’immagine della stessa. Voti d’argento consistenti in cuori, gambe, tibie, ponsonetti, aghi, crocette, medaglie e altro, quali argenti essendosi tutti pesati si sono ritrovati in peso di libbre sessantasei. Idem altri voti d’oro consistenti in anellette, anelli e altro in peso d’oncia una e mezza…”, come risulta dal verbale di consegna nell’archivio comunale. Lo stesso oratorio dell’Arciconfraternita fu dapprima sede di un sedicente “Circolo di pubblica istruzione” di evidenti tendenze giacobine e anticristiane, per essere poi adibito a stalla per i cavalli delle truppe francesi, situazioni decisamente comuni per diversi luoghi sacri, “liberati” dalle truppe napoleoniche.

L’anno dopo ed esattamente il 25 agosto 1799 la Val Fontanabuona fu messa a ferro e fuoco dai Francesi, per rappresaglia all’intervento degli abitanti di Cicagna in difesa di un’avanguardia austriaca. Case e santuari saranno saccheggiati e incendiati in tutta la valle. Tutto ciò servirà solo a rendere ancora più determinate alla resistenza le popolazioni del Levante ligure. Un ulteriore tentativo infatti di domarle portò i Francesi a una sonora sconfitta negli scontri del febbraio e marzo del 1800, nonostante le migliaia di soldati impegnati, tant’è che questi ultimi, in precipitosa ritirata verso Genova, sfogarono la loro rabbia incendiando le case degli abitanti lungo la strada, quali Cicagna, Pianezza, Cornia, Uscio, Recco e fucilando sul posto tutti i disgraziati che incontrarono.

Sempre a Recco la ritirata dei Francesi fu immediatamente seguita da una processione di ringraziamento alla Madonna, col “Confaon” in testa. Al contrario, i Transalpini definirono la Fontanabuona con l’epiteto di “Fontaine du diable”. A riconoscimento del loro ruolo determinante i Viva Maria del Levante ligure furono fatti entrare per primi il 4 giugno 1800 in Genova, dopo la cacciata dei Francesi. Il ritorno della Liguria sotto il dominio francese, dopo la vittoria di Napoleone a Marengo e la seguente pace di Luneville non calmò mai completamente gli animi, né vide mai cessare la repressione contro le popolazioni e i loro parroci. Solo la fine del periodo napoleonico nel 1814 di fatto fece fermare scontri e rappresaglie, ma ormai più nulla sarebbe tornato come prima.

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Da Algiza 5.

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