Filippo Corridoni sindacalista rivoluzionario

filippo-corridoniLa figura e l’opera di Filippo Corridoni non possono non stupire il lettore contemporaneo, racchiuso negli angusti confini politicamente corretti di una società ormai sfaldata, per l’entusiasmo, l’intensità e lo slancio di una lotta sindacalista lontani anni luce dall’accezione stessa che il termine e il suo significato hanno acquisito in questi decenni.

Corridoni sbarcò a Milano, dal piccolo paese in provincia di Macerata in cui era cresciuto, nel 1905, appena diciottenne, con un diploma di disegnatore meccanico in tasca, guadagnato grazie a una borsa di studio, e, come si usa dire, tante belle speranze. Venne subito assunto presso l’ufficio tecnico della Miani e Silvestri, importante azienda meccanica fondata a fine ‘800 dal futuro senatore Giovanni Silvestri[1]. L’azienda si occupava di costruzioni meccaniche pesanti come rotabili tramviarie e locomotive e arrivò ad occupare più di 4000 operai. In Corridoni, scrivono le agiografie[2], era sempre stato vivissimo un sentimento acuto e disinteressato per le ingiustizie sociali, e lo spettacolo disastroso delle masse operaie della Milano di inizio ‘900, in piena rivoluzione industriale, lo avvicinò ben presto alle idee più radicali che allora emergevano nel movimento socialista, vale a dire a quel sindacalismo rivoluzionario da poco teorizzato oltralpe da Georges Sorel e portato in Italia da intellettuali come Arturo Labriola ed Enrico Leone[3].

Filippo Corridoni divenne, nei suoi intensi anni di militanza, l’archetipo stesso degli ideali e della prassi sindacaliste rivoluzionarie, divenendone a mio parere l’espressione più compiuta, l’esempio migliore di questo movimento “eretico” per antonomasia.

corridoniSorto agli inizi del ‘900 in Francia dalle frange più estreme del socialismo marxista, sulla scorta delle nuove correnti culturali ed artistiche dell’esistenzialismo e delle avanguardie, del pensiero di Sorel e di Nietzsche, della nuova sociologia di Mosca e Pareto, il sindacalismo rivoluzionario in Italia si sviluppò rapidamente sia sul piano intellettuale quanto su quello operativo.

A livello culturale il punto di riferimento fu la rivista “Pagine Libere”[4], edita a Lugano dal 1906, fondata e diretta da Angelo Oliviero Olivetti, che vide la collaborazione dei maggiori teorici del movimento (Sergio Panunzio, Enrico Leone, Paolo Orano, Arturo Labriola, Agostino Lanzillo), ma che ospiterà anche articoli di uomini d’azione come Benito Mussolini e Filippo Corridoni. In copertina comparirà sempre un possente cavallo imbizzarrito, nell’atto di spezzare le catene dell’oppressione, con alle spalle i raggi del sole dell’avvenire rivoluzionario: espressione plastica questa, di quelle forze barbare e primigenie che ancora si presentavano, secondo i sindacalisti, allo stato latente, nella parte più genuina del popolo, ancora non imbrigliato e corrotto dalle catene e dalle convenzioni della ipocrita società borghese della disprezzatissima belle epoque.

A livello operativo il movimento ebbe una larga diffusione nelle camere del lavoro delle zone agricole più povere della pianura padana (e al Sud in Puglia, per iniziativa di Giuseppe Di Vittorio), dove dominava il latifondo e migliaia di braccianti vivevano e lavoravano in condizioni difficilissime: protagonisti di queste lotte saranno i fratelli Alceste e Amilcare De Ambris, Edmondo Rossoni, Ottavio Dinale, Michele Bianchi, Attilio Deffenu e naturalmente il giovane Filippo Corridoni. Anche a Milano, fra i metalmeccanici e i ferrovieri della grande città industriale, il movimento si diffuse rapidamente.

sindacalismo-e-repubblicaIn sostanza i seguaci di Sorel vedevano nel sindacato di mestiere, e non nel partito politico, fosse pure quello socialista, lo strumento primario che dal basso doveva spingere le masse proletarie ad autogestirsi e ad autoaffermarsi, attraverso la durissima pedagogia di lotta dello sciopero, del sabotaggio, del boicottaggio, fino ad arrivare a costituire un vero e proprio contropotere alternativo, autoregolantesi attraverso i principi della più genuina democrazia diretta, che avrebbe eroso e infine sostituito, arrivato il momento mitico dello sciopero generale, le vecchie e decrepite istituzioni borghesi.

Per questo i sindacalisti rivoluzionari entreranno ben presto in collisione con il “partitone” socialista italiano (saranno espulsi ufficialmente già durante il congresso di Ferrara, nel 1907), che, sul modello quasi perfetto dei compagni tedeschi[5], vedeva nel sindacato niente di più che la classica “cinghia di trasmissione” con la società civile, uno strumento fiancheggiatore dell’azione politica del partito. Ma il partito socialista, per Corridoni e per i sindacalisti, per quanto si dichiarasse “rivoluzionario”, rifletteva sempre la mentalità, le istituzioni, le prassi organizzative democratiche e borghesi, sempre in attesa e, con la certezza scientifica della dottrina marxista, di arrivare prima o poi, attraverso l’ennesima crisi economica o col successo elettorale, all’instaurazione dell’agognato sistema economico comunista. Così infatti termina Sindacalismo e Repubblica, il saggio teorico più importante scritto da Filippo Corridoni:

Diranno che è inutile sprecare tante energie e tanti sacrifici in scioperi, boicottaggi, sabotaggi ecc. quando basta conquistare con la propaganda la metà più uno dei cittadini “attivi”, per proporre una legge di socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, legge che risolverà definitivamente la questione sociale. E i ceti medi, fra i quali il partito ha reclutato sempre il nerbo maggiore delle sue truppe, si lasceranno corteggiare e faranno gli oci teneri; e la borghesia dirà che quello è il modo di ragionare, e che così si procede in una società civile ove sono state realizzate le più solide conquiste democratiche. E, chissà forse i proletari si lasceranno prendere nuovamente nella rete e conteranno, elezione per elezione, l’aumento dei voti, come ora contano i collegi conquistati e in base a ciò calcolano fra quanti anni si avranno duecentocinquantacinque deputati socialisti. Ma poi? Quando tornerà la nuova ubriacatura? Non facciamo calcoli inutili. Quel che sappiamo è che di pari passo a quest’ultimo disperato tentativo del socialismo elettorale, per non lasciarsi sfuggire il gregge, e della borghesia, per non essere obbligata a battaglie disperate, procederà inesorabile la violenza proletaria per opera di coloro che amano combattere[6].

E così sintetizzava nel 1912 a Parma Amilcare De Ambris, in una relazione del comitato di azione diretta della CGdL:

Noi vogliamo lo sviluppo integrale, completo, autonomo del sindacato operaio, fino a farne l’elemento costitutivo principale e l’organo direttivo della nuova società dei produttori liberi ed uguali per la quale combattiamo. Essi [i socialisti] intendono che il sindacato non abbia da essere che uno strumento per i miglioramenti parziali ed illusori, che la classe operaia può ottenere più dalla benevolenza della classe padronale e dall’intervento statale che dalla propria forza, rivolta ad un’audace conquista. La vera trasformazione sociale essi intendono che debba essere compiuta nello stato e dallo stato, con una serie di misure legislative e con una estensione sempre cosciente dei poteri dello stato che dovrebbe arrivare a sostituirsi al capitalismo privato, evocando a sé la dirigenza di tutta la produzione e di tutto lo scambio, nonché la distribuzione della ricchezza. Quale punto di contatto vi è fra questa concezione statolatrica e autoritaria del divenire sociale, e la concezione sindacalista, antistatale e libertaria? Nessuno. Noi andiamo dunque per opposta via, ad una meta opposta a quella dei [socialisti] riformisti. Noi vogliamo annullare il potere oppressivo dello stato; essi vogliono moltiplicarlo ed aumentarlo fino a farne il regolatore supremo di tutta la vita sociale. Noi miriamo alla conquista dell’autonomia e della libertà integrale dei gruppi produttori, e dell’individuo in seno a questi gruppi; essi mirano ad instaurare la più terribile tirannia che abbia mai visto il mondo[7].

Parole quasi profetiche se consideriamo i drammatici sviluppi del primo dopoguerra, con la rivoluzione bolscevica e la nascita della statolatria burocratico-totalitaria comunista.

Organizzare la Città al di fuori delle idee democratiche, e le classi AL DI FUORI della democrazia, NONOSTANTE la democrazia, CONTRO la democrazia, scriveva George Sorel nel 1908 in Riflessioni sulla violenza. Per i sindacalisti la democrazia parlamentare borghese, sia nella variante liberale quanto in quella social-riformista, con il suo corollario di clientelismi e compromessi, era considerata quasi come una malattia da cui le forze ancora genuine e sane del proletariato andavano tenute alla larga da ogni contagio.

Nessun partito rappresenta genuinamente la classe operaia e quindi nessun partito può arrogarsi il diritto di parlare a nome di essa e di dichiarare di essere il difensore dei suoi interessi – in quanto il sindacato – espressione pura della classe operaia organizzata per la lotta, è l’unico elemento che possa operare, con i suoi mezzi, la trasformazione radicale della attuale società […]

Per noi coloro che reggono il comune saran sempre nostri nemici, tanto più temibili e pericolosi se potranno fra l’altro ammantarsi di un preteso suffragio popolare e se potranno governare con in bocca la menzogna di farlo nell’interesse del popolo[8].

Contro la forma-partito e la mediazione del sistema di rappresentanza indiretta Corridoni e i sindacalisti opponevano la pratica costante e genuina della democrazia diretta, ovviamente applicabile a partire da comunità omogenee disciplinate e responsabili, come potevano e dovevano diventare i sindacati di mestiere forgiati dalla lotta:

Con la pratica della democrazia diretta anche i partiti perdono gran parte della loro onnipotenza. Fino a che la politica è per l’umile cittadino una cosa misteriosa, complicata e lontana esso subisce facilmente l’ascendente dei suoi rappresentanti, di coloro che hanno “le mani in pasta” e che il cui giudizio è accettato come il responso di un oracolo; ma quando con l’uso de referendum, del diritto all’iniziativa ecc. diventa indispensabile far conoscere ad ogni cittadino gli ingranaggi del meccanismo misterioso, che serve alla fabbricazione delle leggi, esso comincerà a famigliarizzarvisi, ne vedrà la banalità e comincerà a giudicare con la propria testa senza contentarsi più di delegare un dato individuo a pensare per lui[9].

La concezione sindacalista rivoluzionaria aspirava quindi ad andare oltre tanto alla democrazia parlamentare partitocratica, quanto alla presunta alternativa della democrazia popolare di stampo socialista (poi comunista). Scriverà anni dopo Silvano Panunzio[10]:

Il socialismo si presenta come un individualismo materialistico elevato a potenza: proprio esso è il più lontano di tutti dal “sociale” perché una società livellata è la negazione del concetto stesso di società. La democrazia trasformerebbe gli uomini da biondi o bruni (non importa) animali da preda belluina, in animali da preda mercantile e “capitalistica”. Il socialismo non farebbe che concludere questo processo. In pratica, non più solo formalmente “uguagliando davanti alla legge (democrazia), ma “socializzando le sostanze (socialismo), gli uomini verrebbero a cessare del tutto d’essere animali da preda in qualsiasi campo, vuoi politico, vuoi economico. Ed è certo un bel risultato, non possiamo negarlo a Marx e al socialismo. Ma che se n’è fatto, però, di questi uomini? Da animali da preda li si è trasformati in “animali da lavoro”[11].

Opposta a tale distorsione stava la forma aristocratica sindacalista, il “governo dei migliori”, come concezione generale del mondo, atteggiamento verso la vita, come sentimento spirituale, che, nel lessico attuale, potremmo tradurre come “meritocrazia”. Non aristocrazia chiusa del sangue o della ricchezza, ma del valore personale; non autoritaria, ma semmai autorevole. L’aristocrazia in quanto principio del meglio era per sua stessa natura aperta, e, infine, sociale, come già evidenziato da Pareto, il quale aveva parlato dei sindacati operai come delle “nuove aristocrazie sociali della nostra età”. Nel mondo moderno in decadenza, ripresa in forme nuove dello spirito delle società organiche tradizionali, opposta all’equazione democrazia-socialismo, stava allora l’equazione sindacalismo-aristocrazia:

Il sindacalismo vuole instaurare, nel campo sociale-economico e quindi politico, un principio di competenza tecnica. Il socialismo vuole soltanto far massa per scopi elettorali e per questo, è ottimo il criterio delle rappresentanza proprio della democrazia. La competenza non è infatti principio democratico ma aristocratico: essa implica una selezione, laddove la democrazia (e per essa il socialismo) si contenta della elezione come mera nomina. Il concetto della rappresentanza è tutto numerico perché la democrazia consiste appunto ed esclusivamente nel maggior numero di voti che si possano dare e raccogliere. Ma il sindacalismo vuole che la società si organizzi secondo sue leggi immanenti e che gli organi rappresentativi dello Stato esprimano fedelmente la struttura e la vita reali della medesima società. Né esso, come è proprio dei socialismi, si presenta quale una concezione panteistica del cosmo sociale, politico e umano.

E’ noto invece che la più matura dottrina sindacalista postula al vertice delle aspirazioni una Camera delle professioni: quanto è dire una Camera di competenti per tutti i rami concreti dell’attività umana. Ma, nell’aspirare a questo, il sindacalismo non mette tutto sotto i piedi, così come vorrebbero fare quelle nette tendenze antisociali che, per uno strano e secolare equivoco, prendono il nome di socialismi. Questi ultimi, per il loro monismo angusto ed esclusivo, trovano la loro espressione più fedele nel sistema unicamerale del Parlamento, appunto perché essi, muovendo da una parte (il proletariato) della società, e, nel migliore dei casi, da un unico aspetto (il lavoro) dell’attività della stessa pretendono che tutta la società si riduca a questa parte e a questo aspetto con esclusione di qualunque altro[12].

Per i sindacalisti come Corridoni la rivoluzione era quindi innanzitutto un fatto di volontà, e la lotta di classe doveva riflettere prima di tutto un cambiamento interiore, un salto di qualità e di mentalità delle masse proletarie: attraverso la nuova morale eroica dei produttori sarebbe sorta la nuova aristocrazia sociale.

L’antica nobiltà feudale aveva vissuto la sua epica attraverso il Medioevo e le Crociate; la borghesia aveva ottenuto la sua epopea con la rivoluzione francese, le guerre napoleoniche e il ’48; ora toccava al proletariato costruire il proprio mito attraverso la lotta e il sacrificio. Per i sindacalisti come Corridoni la lotta di classe si trasfigurava in senso quasi eracliteo: soltanto dalla “guerra sociale” sarebbero nate l’uomo e la società nuove.

Per il giovane Corridoni questo compito era sentito come una missione, un impegno totalizzante che non ammetteva deroghe o tentennamenti:

Per guidare il proletariato alla rivoluzione, sono necessari una eccezionale forza di volontà, una fede assoluta senza ombra di dubbio e senza inquinazioni pessimistiche, ed anche e soprattutto un elevato spirito di sacrificio. Il sindacalismo non è morale di rinuncia, ed io non pretendo che si sia degli asceti o degli anacoreti – amo anch’io la vita nella sua complessità – ma sono persuaso che un gaudente non sarà mai un condottiero[13].

Una lotta e una violenza intese e condotte da Corridoni e dai sindacalisti, nella teoria come nella prassi, sempre in modo leale, a viso aperto, come pedagogia per un popolo che doveva saper crescere prima di tutto spiritualmente, una massa amorfa che attraverso il sindacato da gregge doveva diventare branco e passare da un’atteggiamento bassamente egoistico a una morale autenticamente eroica. Una concezione quindi completamente diversa da quella che sarà la violenza terroristica e amorale tipica dei movimenti social-comunisti degli anni a venire: una violenza asettica e scientifica pianificata dall’alto, quanto brutale perché capace di sfruttare dal basso gli istinti più primitivi e “di pancia” di masse isteriche e fanatizzate.

Scriveva Corridoni, con grande lucidità:

E pur noi non vorremmo la ribellione della fame. A chi gioverebbe? Un uomo che impugna un coltello o un fucile per satollarsi è una forza puramente negativa: ficcategli nello stomaco una pallottola ed egli ritornerà nella cuccia. La rivoluzione non deve essere fatta da cani arrabbiati. La rivoluzione non deve essere opera di un ventre vuoto o di uno stomaco stiracchiato, ma bensì di un cervello sano e fresco, che medita una vita di giustizia e di equità e che vi vuol giungere a tutti i costi, anche attraverso alla violenza, ma organizzata e intelligente[14].

Lo sciopero doveva essere politico, non economico: logicamente occorreva partire dalle rivendicazioni pratiche e materiali immediate dei lavoratori, ma con lo scopo ultimo di forgiare la solidarietà e la coesione di un sindacato che doveva farsi comunità, contropotere sociale e morale alternativo al decadente stato borghese moderno.

Perchè, che cos’è la rivoluzione sindacalista? Crediamo di averlo notato: è il proletariato battagliante contro la borghesia e che esce dal terreno dell’economico per invadere quello extraeconomico, conscio delle sue forze ed intuente la finalità della sua azione. Fino a che le organizzazioni proletarie combattono la propria battaglia con la mira precisa e specifica di assottigliare il margine del profitto borghese, tutte comprese dalla responsabilità di non essere al di là del profitto stesso, allora la loro azione è legalitaria e cioè economica; quando invece i sindacalisti saltano risolutamente il fosso del profitto per attentare alla vita stessa del capitale, allora esse compiono opera extraeconomica e cioè rivoluzionaria[15]

Per questo i sindacalisti erano antiprotezionisti e liberisti in campo economico: occorreva eliminare ogni legaccio, ogni pastoia in grado di impedire il dispiegarsi totale e completo della più sana lotta di classe[16]. In Italia esisteva una troppo debole classe imprenditoriale, spesso troppo legata alle commesse statali, e quindi imbevuta di assistenzialismo e clientelismo, priva di quelle virtù “eroiche” fatte di ambizione e spirito di avventura che avevano fatto altrove la fortuna del capitalismo e della borghesia. Di questo ne faceva le spese anche il proletariato che, mal gestito e organizzato dal partito socialista, vedeva nello sciopero soltanto un mezzo per ottenere piccoli vantaggi materiali momentanei e restava irretito dai compromessi, incapace di svilupparsi e di crescere in modo autonomo.

Occorreva spazzare via tutte lo sovrastrutture ancora sussistenti dello stato reazionario che impedivano lo sviluppo tanto di una borghesia che di un proletariato autonomi, posti in sana competizione fra loro: le burocrazie inadempienti, vera e propria casta di privilegiati, e poi lo stato di polizia, l’influenza clericale, le istituzioni monarchiche, le varie massonerie[17] e lobbies.

Per questo i sindacalisti erano anche federalisti, per le autonomie municipali e locali, la democrazia diretta da attuarsi attraverso l’uso frequente dello strumento referendario, contro il centralismo autoritario dello stato sabaudo. Alceste De Ambris arrivò a teorizzare un vero e proprio progetto comunalista che, ispirandosi all’esperienza dei liberi comuni medievali, mirava ad un nuovo ordinamento statale federale che avrebbe affiancato e favorito lo sviluppo dei sindacati di base come nuove cellule dell’organismo sociale[18].

Infine i sindacalisti come Corridoni erano fortemente antimilitaristi, ma di certo non in quanto legati a un astratto pacifismo, ma perchè la struttura centralizzata e oppressiva dell’esercito di leva costituiva un grave contrappeso a cui le forze borghesi si appoggiavano ogniqualvolta si trovavano in difficoltà di fronte alla marea montante di uno sciopero ben riuscito e organizzato. Anziché accettare fino in fondo la lotta, dando slancio ad una leale competizione, che avrebbe nel tempo prodotto un progressivo sviluppo economico, la borghesia italiana preferiva sempre rifugiarsi sotto le ali protettrici delle strutture dello stato reazionario, in primis polizie ed esercito. Per questo per Corrdoni era estremamente importante la propaganda fra i “proletari in divisa” e sua sarà questa frase: la rivoluzione si farà non contro l’esercito ma con l’esercito. Sostituire l’esercito della leva obbligatoria di massa dello stato accentratore con una polizia e una milizia su base territoriale e popolare, sul modello svizzero, costituiva lo scopo finale del programma sindacalista.

La prima di una incredibile serie (circa 30) di condanne e arresti arrivò nel 1907 per il ventenne Corridoni proprio per la propaganda antimilitarista che conduceva dal periodico “Rompete le file” insieme all’anarchica Maria Rygier. Fu quindi costretto a un periodo molto duro di esilio forzato a Nizza, dal quale rientrò nel maggio 1908 per unirsi, con lo pseudonimo di Leo Celvisio[19], ai braccianti agricoli che avevano appena ingaggiato una lotta durissima a Parma e provincia.

Fu questo forse l’evento fondante dell’epopea del movimento sindacalista rivoluzionario in Italia, uno sciopero generale durato due mesi organizzato nella città emiliana dalle leghe bracciantili guidate da Alceste De Ambris contro gli agrari, che assunse toni epici e drammatici da entrambe le parti. Corridoni, alias Leo Celvisio, si distinse per la prima volta nell’organizzare la protesta, coinvolgendo gli studenti universitari, convincendo addirittura i crumiri reclutati dagli agrari a desistere, mentre in tutta italia venivano ospitati nelle famiglie operaie i figli degli scioperanti, dando vita alle prime forme di solidarietà proletaria tanto auspicate dai sindacalisti. Alla fine la stanchezza delle parti in lotta e l’intervento della forza pubblica decretò il sostanziale fallimento dello sciopero, ma per il movimento sindacalista fu comunque un successo, perché aveva aumentato enormemente il grado di maturazione e di consapevolezza del proletariato padano.

Corridoni aveva dimostrato tutto il suo valore ed anche una certa dose di coraggio fisico:

a difendere una barricata proprio di fronte alla camera del lavoro stava Corridoni con alcuni amici. Ad un tratto, quando la difesa di quell’avamposto aveva il suo limite estremo, un ufficiale di cavalleria gli puntò contro la rivoltella gridandogli: “Vai via o sparo!” Leo Celvisio non si mosse… Rispose offrendo il petto: “Spara dunque, vigliacco”[20].

         Di nuovo esule, stavolta in Svizzera, nel 1908 Corridoni visse momenti di estrema povertà, nonostante la salute cagionevole lavorò anche come manovale ma non mancò di dimostrare la sua generosità prodigandosi nel raccogliere fra gli emigranti fondi e aiuti per i terremotati di Messina[21].

         Rientrato in Italia a seguito di un’amnistia, nel 1909-10 Filippo Corridoni fu segretario della Camera del Lavoro di San Felice sul Panaro, nella bassa modenese, vicino a Mirandola dove aveva operato con successo il sindacalista rivoluzionario Ottavio Dinale[22]. Fra i braccianti e i contadini di queste zone poverissime, contigue al ferrarese, dominio incontrastato della malaria e del latifondo, Corridoni portò il suo entusiasmo e la sua determinazione, pur fra mille difficoltà dovute a una realtà locale comunque troppo angusta e provinciale. L’azione di Corridoni fu fortemente condizionata suo malgrado da una polemica anticlericale che assunse toni sempre più aspri. A Mirandola l’energico parroco don Roberto Maletti[23] aveva dato vita alle prime forme di associazionismo politico e sociale di stampo cattolico in risposta allo strapotere delle leghe rosse e questo era visto ovviamente come un grave pericolo dai sindacalisti. Il culmine fu raggiunto alla notizia della condanna a morte per alto tradimento, nella Spagna reazionaria e ultracattolica, del pedagogista e anarchico Francisco Ferrer[24], noto per le sue posizioni anticlericali e a favore della scuola laica: Corridoni con alcuni militanti domenica 17 ottobre 1909 inscenò una violenta dimostrazione davanti al Duomo di Mirandola, con annessa irruzione in Chiesa durante la funzione religiosa e conseguente rissa generale[25].

Nel 1911 Corridoni rientrò a Milano ed è nella grande metropoli lombarda che si affermarono definitivamente il suo talento e la sua capacità, non tanto e non solo come agitatore e polemista, facilmente etichettabili come tipiche di un giovane irruente ed esaltato, ma soprattutto come organizzatore capace, serio ed instancabile.

In particolare si distinse in giugno nel guidare e sostenere lo sciopero dei gasisti milanesi, gli operai del gas allora dipendenti di un’unica azienda privata, la francese Union des Gaz[26], in lotta contro una serie di licenziamenti immotivati. Lo sciopero assunse anche stavolta toni epici, con cortei e comizi in tutta la città, mentre la forte personalità di Corridoni trovò un degno avversario nell’ing. Giuseppe Gruss, direttore generale della Union a Milano e simbolo della reazione padronale.

Dopo diversi tentativi e nonostante l’ostilità della CGdL milanese, a guida riformista, Corridoni riuscì a far proclamare per il 1 luglio lo sciopero generale di solidarietà da parte di tutte le categorie. Di fronte alla minaccia di una paralisi totale, il Prefetto di Milano consigliò la società del gas a scendere a più miti consigli e si giunse quindi a un compromesso soddisfacente per i lavoratori.

La vicenda della Union des Gaz fu emblematica per le concezioni sindacaliste, in quanto già allora si parlava di municipalizzare servizi di pubblica utilità, come gas ed energia elettrica, allora in mano a società private. Corridoni era estremamente contrario in quanto pensava che la statalizzazione del servizio avrebbe fossilizzato e imbavagliato ogni forma di libera e genuina lotta di classe, penalizzando l’efficienza e lo sviluppo del servizio stesso, in coerenza con la concezione libertaria e antiprotezionista del movimento sindacalista. La gestione diretta dello stato, se in un primo tempo avrebbe potuto portare piccoli benefici diretti ai lavoratori, a lungo termine avrebbe inficiato ogni libero e naturale sviluppo autonomo del sindacato e avrebbe “corrotto” lo spirito dei lavoratori abituandoli alle logiche clientelari e parassitarie del pubblico impiego, anziché a una dura, “meritocratica” competizione con il capitale privato. Concetti incredibilmente attuali anche nel dibattito politico odierno e ribaditi in uno scritto del 1914 rimasto allora inedito, Municipalizzazione, pubblicato di recente nella raccolta di Andrea Benzi, in cui Corridoni si diceva contrario anche alla statalizzazione del servizio tramviario milanese.

Nel settembre del 1911 scoppiava la Guerra di Libia e le vicende legate a questo conflitto segnarono profondamente il movimento rivoluzionario. Alcuni sindacalisti, specialmente intellettuali come Angelo Oliviero Olivetti, Paolo Orano e Sergio Panunzio del gruppo di “Pagine Libere”, si schierarono apertamente a favore dell’avventura coloniale, segnando una convergenza con il nascente, irrequieto movimento nazionalista. Fin dalle origini il sindacalismo, rispetto all’astratto internazionalismo socialista, aveva considerato diversamente il fattore nazionale[27], non solo come mezzo e strumento transitorio utile per la coesione delle masse proletarie[28], ma come valore identitario e fondativo di un nuovo concetto di Patria, non più prerogativa della classe borghese, ma espressione insieme al sindacalismo di una nuova morale eroica potenzialmente in grado di scardinare l’ormai degenerato sistema democratico. Così scriveva Angelo Oliviero Olivetti, con toni quasi dannunziani, su “Pagine Libere” del 15 febbraio 1911:

Ora il sindacalismo come il nazionalismo riaffermano una originalità frammezzo all’onda irrompente della mediocrità universale: quello la originalità di una classe che tende a sprigionarsi ed a superare, questo amoroso di far rivivere il fatto ed il sentimento nazionale, inteso come originalità di una stirpe, come affermazione di una personalità collettiva, con caratteristiche note culturali, sentimentali, con un istinto proprio e differente.

Sindacalismo e nazionalismo sono perciò antidemocratici, antipacifisti, antiborghesi. E, diciamo la parola, sono le due sole tendenze aristocratiche in una società quattrinaria e bassamente edonistica, quello agitante l’avvento di una élite di produttori, questo auspicante il predominio di una élite della razza che vuole reindividuare attraverso il progressivo smarrimento di ogni nota di personalità e di schiettezza primitiva.

Finalmente nazionalismo e sindacalismo hanno comuni il culto dell’eroico, che vogliono far rivivere in mezzo ad una società di borsisti e di droghieri. La nostra società muore per mancanza di tragedia […].

Il nazionalismo e il sindacalismo sono le sole concezioni politiche del nostro tempo che agitano le profondità di un mito, quello invocando la supremazia della stirpe, questo lo sciopero generale e la rivoluzione sociale. Nazionalisti e sindacalisti sono i soli che prendano sul serio la vita[29].

La guerra di Libia con la sua ondata di entusiasmo nazionalista avrebbe quindi potuto costituire una valida occasione di risveglio, fra le masse assopite dal conformismo borghese dell’italietta giolittiana, di quei valori barbari e primigeni, anti-democratici e anti-umanitaristi, e perciò eroici e guerrieri, che dovevano accompagnare anche il proletariato organizzato nella sua lotta per l’emancipazione.

Filippo Corridoni e Alceste de Ambris, così come la maggior parte dei sindacalisti impegnati “sul campo”, si opposero invece duramente alla guerra coloniale, non tanto per ragioni morali e pacifiste, come fra i socialisti, ma perché ritenevano che l’Italia fosse un paese ancora troppo arretrato e con una classe imprenditoriale ancora troppo debole per permettersi avventure coloniali.

Corridoni fu sempre in prima fila nell’organizzare scioperi e manifestazioni contro l’intervento militare, e scrisse anche un breve saggio dal titolo emblematico “Le Rovine del Neoimperialismo Italico”, di cui riportiamo un passo emblematico:

La politica coloniale può essere permessa alla Francia, all’Inghilterra e al Belgio. Nazioni sviluppatissime e afflitte da congestione finanziaria. Nazioni dove ogni risorsa naturale viene religiosamente sfruttata e dove le industrie sono arrivate ad un così alto grado di perfezione tecnica da sentirsi il diritto di dettar legge, con la sola concorrenza, sui mercati mondiali; ma l’Italia, l’Italia che ha un’agricoltura arretratissima, che è tributaria in tutto di altre nazioni, che ha delle industrie così rachitiche, così miserocce e viventi una vita anemica da fior di serra e solo in grazia dell’alta protezione doganale, l’Italia non deve, non può darsi delle arie di grandezza, non può fare la colonizzatrice, non può far delle guerre senza cader nel ridicolo prima, senza rovinarsi irrimediabilmente poi[30].

Il 1912 fu un altro anno di lotte per Corridoni, attivo anche a Bologna dove fu per alcuni mesi segretario del sindacato dei lavoratori edili. Quando alcune centinaia di facchini del settore dei trasporti entrarono in sciopero, Corridoni spinse i lavoratori edili a solidarizzare con essi, mettendo in pratica i principi sindacalisti dello sciopero politico, extraziendale ed extraeconomico e allargando quindi a dismisura il fronte della protesta. Questi metodi estremi suscitavano spesso un atteggiamento veramente eroico fra le masse, che dimostrarono uno spirito di resistenza e una disponibilità al sacrificio inaspettate, ma alla lunga provocavano immancabilmente l’intervento dello stato borghese e dei “poteri costituiti”, mentre i socialisti riformisti avevano buon gioco nell’apparire anche agli occhi dei lavoratori come una alternativa moderata ma “sicura”. Corridoni ben presto fece visita anche alla carceri bolognesi di San Giovanni in Monte, arrestato in settembre per istigazione a delinquere ed eccitamento all’odio di classe.

Gli scioperi di Milano e Bologna avevano ormai evidenziato come la convivenza all’interno del sindacato unico, la Confederazione Generale del Lavoro – CGdL, dei sindacalisti rivoluzionari con la maggioranza riformista, facente capo al “partitone” socialista, fosse ormai divenuta impossibile. In realtà i sindacalisti erano maggioritari in numerose camere del lavoro delle città del Nord, ma puntualmente ad ogni congresso fallivano l’appuntamento con la “presa del potere” interna, ed ogni volta era un fiorire di accuse e scontri con i riformisti, effettivamente più abili nello sfruttare i “giochi” politici e i meccanismi elettorali del grande sindacato.

Si giunse quindi al famoso congresso di Modena del 23-25 novembre 1912, che riunì 153 delegati sindacalisti in rappresentanza di circa 75mila lavoratori. Qui fu decisa la scissione dalla CGdL della corrente sindacalista e la nascita dell’Unione Sindacale Italiana – USI, con Alceste De Ambris segretario e Parma come sede centrale.

I sindacalisti rivoluzionari avevano finalmente un sindacato tutto loro, e Corridoni fu posto a capo dell’Unione Sindacale Milanese – USM, forte braccio dell’USI nel capoluogo lombardo. Subito si presentarono diversi problemi anche pratici, dall’apertura di una sede idonea[31], ai rapporti da tenersi all’interno delle varie camere del lavoro con i rappresentanti della CGdL, ma per Corridoni si aprì forse la stagione più bella e gloriosa. Nel maggio 1913 scoppiarono imponenti scioperi nel settore metallurgico, ferroviario ed automobilitistico, tutti fomentati e guidati da Corridoni, sempre in prima fila nel guidare cortei di anche 50mila persone per tutta Milano. La città sembrava veramente ai piedi di questo ragazzo appena 25enne, che viveva in maniera poverissima, con cui erano costretti a trattare i più importanti industriali delle grandi aziende e le più alte autorità:

Era spettacolo strano vedere Pippo che in un certo momento comandò la ricca e prosperosa Milano con le ginocchia fuori dei pantaloni… Corridoni fu un raro esempio di assoluto e pieno distacco dalle cose materiali, dalle necessità concrete e comuni della vita[32]

Come già sperimentato in occasione dello sciopero dei gasisti del 1911, Corridoni puntò sulla solidarietà del proletariato milanese e costituì un comitato di agitazione con il compito di coordinare le iniziative di lotta.

I dirigenti dell’USM erano decisi ad allargare ulteriormente il fronte dello sciopero pur di imporre agli industriali un accordo. Il 20 maggio alla presenza di quarantamila lavoratori il leader sindacalista [Corridoni] esaltò la grandiosità del movimento dei metallurgici e deplorò violentemente l’operato repressivo della Questura, che persisteva nei suoi arresti di scioperanti. […] L’agitazione si avviò verso il suo momento cruciale. Lo sciopero generale metallurgico proseguiva senza dare segni di flessione. Corridoni e tutto il comitato di agitazione si adoperarono in modo febbrile ed alacre. Furono questi, certamente, i giorni in cui l’organizzazione sindacalista raggiunse un prestigio assai elevato fra i lavoratori milanesi ed anche non milanesi. Ogni attimo della giornata lo passava in mezzo a loro. Fu d’esempio in tutto. Teneva lunghi e formidabili comizi, riuscendo soprattutto ad essere l’interprete dei sentimenti e delle aspirazioni dei lavoratori. Fu come se comandasse in quei giorni la ricca e prosperosa Milano, potendo veramente decidere il corso degli eventi[33].

In quei giorni caldissimi ebbe molta importanza l’atteggiamento di Benito Mussolini, direttore dell’Avanti!, che da posizioni social-rivoluzionarie appoggiò in sostanza l’azione di Corridoni e dei sindacalisti, mentre la CGdL rifiutò di aderire allo sciopero generale proclamato dall’USM il lunedì 26 maggio. Ma ancora una volta risultò determinante l’intervento dei poteri costituiti, che non potevano tollerare oltre una situazione che stava ormai degenerando in insurrezione aperta. Il 28 maggio scattò la reazione poliziesca e Corridoni finì per l’ennesima volta in carcere, a San Vittore.

Come abbiamo visto il carcere rappresentò per Corridoni una esperienza abituale: tutte le biografie e le testimonianze concordano nel descrivere un ragazzo che per temperamento non era portato a tirarsi indietro nemmeno quando avrebbe potuto farlo, nemmeno nelle occasioni in cui tenere un atteggiamento più cauto non avrebbe costituito alcuna “onta” di cui vergognarsi. Sempre in prima fila per dare l’esempio, per la sua fama di “ribelle” e “sovversivo” e i suoi atteggiamenti di sfida alle istituzioni, durante gli arresti subì anche pesanti maltrattamenti:

Egli fu il materasso degli agenti di questura. Una volta nelle loro mani gliene davano quante potevano. Si ha un bel nasconderlo sotto il silenzio o sotto le frasi di Salandra che lo ha dichiarato il tribuno del proletariato. Egli è rimasto fino agli ultimi giorni un oratore atteso a botte… E’ entrato a San Fedele come un brigante. Urlato, sbattuto, vituperato. Ansante, con la faccia tutta sottosopra. Con le mani agitate, nervoso fino all’esasperazione. Questa fama di cliente che doveva essere domato a pugni era uscita dalle sentine di Milano [34].

Gli scioperi proseguirono con alterne vicende fino all’agosto del 1913, con un bilancio sicuramente positivo per l’USM, che aveva saputo dimostrare di saper guidare il proletariato organizzato e di condurlo a una maturazione e ad una consapevolezza mai raggiunte prima, surclassando e superando nell’azione diretta la Camera del Lavoro e la CGdL. Nel dicembre 1913 si tenne infatti a Milano il secondo congresso nazionale dell’USI, che registrava la crescita del movimento in tutta Italia: 191 delegati in rappresentanza di mille leghe e circa 100mila lavoratori, ma soprattutto il sorpasso in termini di aderenti, dopo meno di un anno di vita, dell’USM di Corridoni sulla CGdL di Milano (diciassettemila contro diecimila iscritti!).

Il notevole sviluppo dell’USI a Milano fu dovuto soprattutto ad un diverso e più avanzato tipo di organizzazione sindacale, il modello industrialista proposto e messo in atto proprio da Filippo Corridoni, che, non ci stancheremo mai di ripeterlo, così giovane riuscì a coniugare doti non comuni di coraggio e abnegazione con una capacità di analisi e di organizzazione a dir poco lungimiranti. Mentre fino ad allora i lavoratori dei vari stabilimenti industriali erano organizzati, nelle varie leghe, in base al proprio specifico mestiere (ad esempio carpentieri, meccanici, saldatori, tappezzieri…), frazionandosi così in diversi sindacati, “il nuovo sistema corridoniano – argomenta Gian Biagio Furiozzi – prevedeva l’organizzazione degli operai, specie dei grossi stabilimenti, fabbrica per fabbrica; veniva così spezzato il consueto processo aggregativo basato sulle analogie professionali, trasferendolo nel luogo stesso di produzione e conquistando alla classe operaia uno spazio autonomo di manovra per forzare le maglie del fronte padronale”[35].

Il 1914 si apriva dunque sotto i migliori auspici per l’azione sindacalista, e l’ora mitica dello sciopero generale rivoluzionario sembrò arrivare in giugno con i fatti di quella che passerà alla storia come la settimana rossa. La polemica antimilitarista a seguito della guerra di Libia non si era affatto spenta e la mobilitazione continuava a favore di due vittime “politiche”: la recluta bolognese Augusto Masetti, che nel 1911 sparò al suo colonnello, ferendolo, poco prima di partire per l’Africa e per questo venne condannato a una lunga pena detentiva in manicomio; Antonio Moroni, militante sindacalista amico di Corridoni e “obiettore di coscienza” e per questo spedito in una compagnia di disciplina e poi in galera. Sindacalisti, anarchici e repubblicani organizzarono così una serie di manifestazioni per “rovinare” la festa del 7 giugno, che commemorava ogni anno la concessione dello Statuto Albertino da parte della monarchia sabauda ed era una occasione per celebrazioni istituzionali e parate militari. La situazione era particolarmente tesa ad Ancona[36], e nel corso della manifestazione si verificarono violenti scontri con i carabinieri che provocarono 3 giovani vittime fra i dimostranti. Subito scoppiarono rivolte e tumulti in molte zone d’Italia, in particolare in Romagna e nelle Marche repubblicani, anarchici e sindacalisti arrivarono praticamente a controllare il territorio. L’USI proclamò lo sciopero generale a oltranza cui suo malgrado si adeguò anche la CGdL e martedì 9 giugno Corridoni guidò all’arena di Milano una imponente manifestazione di oltre 50mila lavoratori:

Mai in Italia c’è stato tanto accanimento contro la folla inerme, troppo abituata alla pazienza e alla rassegnazione. E’ ora di finirla. Ma non facciamo della inutile retorica. Dobbiamo cercare di non accontentarci della piccola politica, ma di fare della politica antistatale. Dobbiamo mirare in alto perché non è soltanto contro la bastonata del poliziotto che dobbiamo reagire… ma rivoltarci contro il governo e contro la monarchia. Noi diciamo forte che il proletariato di Milano e d’Italia non riprenderà il lavoro fino a quando Casa Savoia non sarà mandata in Sardegna… Noi siamo milioni ed il governo non può contare che su 130mila soldati[37].

Sembrava veramente che il momento dallo sciopero generale rivoluzionario fosse arrivato! E invece si assistette di nuovo al solito copione: già il 10 giugno, con una decisione unilaterale e improvvisa, la CGdL si ritirò dallo sciopero generale, mentre la repressione di esercito e polizia si manifestava nelle forme più violente; manco a dirlo, anche Corridoni fu malmenato e poi arrestato.

Il fallimento della settimana rossa lasciò il segno nel movimento sindacalista e in Corridoni: era evidente che, nonostante i tanti progressi fatti in pochi anni, portare alla rivoluzione sociale uno stato moderno organizzato e articolato nelle sue complesse burocrazie, caste, polizie richiedeva uno sforzo quasi impossibile. Da un lato lo sciopero era fallito per l’ennesima volta per il “tradimento” della CGdL, “spaventata” dalla imprevista accelerazione che stavano prendendo gli avvenimenti; ma era altrettanto vero che il fallimento era dovuto anche alla impreparazione e disorganizzazione di molti dirigenti sindacalisti. La stessa concezione sindacalista, che pure non va confusa con quella più propriamente anarco-sindacalista propugnata in quegli anni Armando Borghi[38], lasciando forse troppo spazio all’azione diretta e spontanea dei singoli gruppi, aveva qui mostrato tutti i suoi limiti. In pratica, di fronte alla possibilità concreta di una rivoluzione, tutti furono colti di sorpresa e non riuscirono ad attuare una strategia coerente.

Poche settimane dopo, l’attentato di Sarajevo del 28 giugno e lo scoppio della grande guerra cambiò completamente lo scenario politico e sociale.

Corridoni in quell’estate decisiva passata in galera ebbe modo di riflettere su quegli anni di intense lotte e l’esito negativo dell’ultima occasione rivoluzionaria offerta dalla settimana rossa influì forse in modo decisivo nella sua futura scelta interventista. Ormai era chiaro che, per quanto organizzate ed allenate dalla lotta sindacale, per le masse proletarie era impossibile compiere la rivoluzione da sole di fronte allo stato e alla borghesia. Forse soltanto una guerra, una guerra di tipo nuovo come quella di massa che si andava profilando (e ben diversa dal conflitto coloniale in Libia), sarebbe riuscita a scardinare lo stato borghese con le sue sovrastrutture reazionarie (burocrazia, monarchia, clero), che tanto avevano frenato ogni tentativo rivoluzionario.

La posizione dei sindacalisti, per tutto quello che abbiamo fin qui brevemente descritto, non poteva del resto essere quella di un neutralismo attendista. Di fronte alla “bancarotta fraudolenta” dell’internazionale operaia (come è noto tutti i maggiori partiti socialisti, in primis quello tedesco, finirono travolti dall’ondata nazionalista e appoggiarono in vario modo lo sforzo bellico dei rispettivi paesi) e contro l’astratto pacifismo, che portava all’immobilismo, dei socialisti italiani, i sindacalisti compresero subito che questa guerra sarebbe stata diversa da tutte le altre: una guerra di massa e di masse, una guerra potenzialmente rivoluzionaria, capace finalmente di dare al proletariato quella disciplina e quell’autocoscienza, quella dedizione eroica al sacrificio che un decennio di lotte sindacali e di scioperi erano riusciti solo in parte a costruire. Occorreva quindi schierarsi a fianco delle potenze dell’Intesa per la “guerra rivoluzionaria”.

Entravano in gioco, per i sindacalisti, anche altri fattori: l’ostilità di sempre al modello burocratizzato del “partitone” socialista tedesco e al dogmatismo dei marxisti d’oltralpe, rispetto alle radici latine del movimento e alla vicinanza culturale verso la Francia. Permaneva poi il forte retaggio della tradizione mazziniana e garibaldina, contro la potenza reazionaria e clericale per eccellenza, l’Impero Austriaco. L’invasione del Belgio da parte della Germania e le notizie di presunte violenze e stragi diede poi il via a una forte propaganda antitedesca che sosteneva la necessità di lottare contro il pericolo di un’Europa egemonizzata dalle potenze centrali, autoritarie e semi-feudali.

Già nell’estate del 1914 il gruppo dirigente del movimento sindacalista aveva maturato la propria scelta, una scelta come sempre “eretica” e difficile, perché tagliava definitivamente i ponti con la tradizione socialista e imponeva ai sindacalisti una collaborazione forzata con le odiate istituzioni borghesi (monarchia, esercito). Filippo Corridoni si trovava ancora in prigione, e inizialmente i sindacalisti si trovarono soli a decidere la propria posizione sulla guerra. Così Alceste De Ambris rievocò la visita in carcere al giovane rivoluzionario e la gioia di scoprire di aver maturato, parallelamente e in totale autonomia, la stessa, drammatica decisione:

Sì, la guerra era un dovere nazionale e rivoluzionario. Sì, dovevamo volerla e farla, non appena l’Italia fosse scesa in campo… Corridoni diceva questo nel parlatorio triste, sotto gli occhi vigili del secondino. Ma nel carcere in cui soffriva ingiustamente aveva già preparato se stesso al sacrificio. La sua giovinezza era l’olocausto che offriva alla patria matrigna, prodiga per lui soltanto di persecuzione e di fame[39].

Iniziava così un nuovo, breve ed entusiasmante (come fu del resto tutta la sua vita) capitolo della vicenda terrena di Corridoni, quello dell’interventista prima e del volontario in guerra poi. Ma le imprese del Corridoni sindacalista ispirarono nei decenni successivi il sindacalismo nazionale e corporativo attuato dal regime fascista, così come non furono dimenticate da Giuseppe di Vittorio, leader nuova CGIL sorta nel secondo dopoguerra antifascista.

L’immenso coraggio, l’umanità e la generosità di questo personaggio dovrebbero costituire un esempio ancora oggi valido per tutti ma, al di là delle qualità personali autenticamente “eroiche” di Corridoni, occorre qui ricordare anche la sua cultura e la sua curiosità intellettuale, le sue capacità oratorie e di scrittore, articolista e polemista sempre pungente; tutte qualità sviluppate praticamente da autodidatta visti i pochi anni scolastici effettivamente frequentati. Corridoni fu come abbiamo visto anche un abile organizzatore all’interno del sindacato, capace di individuare soluzioni nuove e modelli alternativi, come la strutturazione del sindacato su base aziendale al posto della vecchia organizzazione per mestieri.

Stabilire l’attualità o meno degli ideali che animarono un secolo fa Corridoni ed i sindacalisti rivoluzionari è impresa quanto mai difficile e comunque soggettiva. Ad esempio, le battaglie contro le “caste”, le burocrazie inadempienti e parassitarie, l’antistatalismo e l’anti-assistenzialismo così fortemente portate avanti da Corridoni, sono sicuramente tematiche quantomai presenti nel dibattito politico odierno. Ad ogni modo, la capacità di unire alti ideali, i grandi miti del Popolo e della Patria, a realizzazioni e battaglie concrete, calate nei diversi contesti della realtà economica e sociale, la volontà di pensare soluzioni nuove, “eretiche”, oltre le categorie politiche preconfezionate, costituiscono un indubbio esempio, un modello da raccontare alle giovani generazioni di oggi troppo spesso incapaci di andare oltre un banale ed astratto intellettualismo di facciata, spesso associato ad un vuoto e cinico pragmatismo egoistico.

Settembre 2015

NOTE

[1] Nel 1918 l’azienda si trasformò in OM – Officine Meccaniche già Miani e Silvestri & C-A. Grondona Comi & C. e passò al gruppo Fiat, collegata in particolare all’Iveco, producendo negli anni numerosi modelli di trattori e camion; oggi il marchio sussiste ancora nella OM Carrelli Elevatori Spa. Gli operai della Miani e Silvestri saranno protagonisti in tutte le battaglie sindacaliste condotte da Corridoni negli anni successivi.

[2] Su tutte la ponderosa biografia di Yvon De Begnac, L’arcangelo sindacalista. Filippo Corridoni, Milano, A. Mondadori, 1943.

[3] Per un inquadramento generale del dibattito storiografico intorno ad un fenomeno complesso come il sindacalismo rivoluzionario italiano, cfr. G. B. Furiozzi, Il sindacalismo rivoluzionario italiano, Mursia, Milano, 1977; G. B. Furiozzi, Dal socialismo al fascismo. Studi sul sindacalismo rivoluzionario italiano, Esselibri-Simone, Napoli, 1998. A. Riosa, Il sindacalismo rivoluzionario in Italia e la lotta politica nel Partito socialista dell’età giolittiana, De Donato, Bari, 1976; A. Riosa, Momenti e figure del sindacalismo prefascista, Unicopli, Milano, 1996; Maddalena Carli, Nazione e rivoluzione – il socialismo nazionale in Italia: mitologia di un discorso rivoluzionario, Unicopli edizioni, Milano, 2001.

[4] Sulla rivista “Pagine Libere” esiste il recente e dettagliato studio monografico di W. Gianinazzi, Intellettuali in bilico. “Pagine libere” e i sindacalisti rivoluzionari prima del fascismo, Unicopli, Lugano-Milano, 1996; cfr. anche P. C. Masini, La rivista “Pagine Libere”, in “Ricerche storiche”, n. 1, gen.-apr. 1981, pp. 293-300; P. Favilli, Economia e politica del sindacalismo rivoluzionario. Due riviste di teoria e socialismo scientifico: “Pagine Libere” e “Divenire sociale”, in “Studi storici”, gennaio-marzo 1975. La rivista venne poi rifondata nel 1946 dai figli di Sergio Panunzio, Vito e Silvano, oggetto in particolare della mia tesi di laurea in Storia contemporanea: Sindacato, Nazione, Tradizione – L’esperienza di Pagine Libere nella cultura di destra dell’Italia repubblicana (1946-1968), Università degli studi di Bologna, Facoltà di lettere e filosofia, 2004.

[5] Negli anni d’oro della Germania guglielmina, il partito socialista tedesco SPD, crebbe fino al raggiungimento della maggioranza relativa al Reichstag, divenendo un modello, con la sua imponente organizzazione burocratica, per i socialisti europei fino allo scoppio della Prima guerra mondiale.

[6] Filippo Corridoni, Sindacalismo e Repubblica, Milano, 1915, (prima ed. Parma, 1921) ora in Andrea Benzi, a cura di “…Come per andare più avanti ancora – Filippo Corridoni, gli scritti”, SEB, Milano, 2001, pp. 198.

[7] Ora in L. Salsiccia, Filippo Corridoni, una vita per la rivoluzione, Corridonia, 1987 P. 50.

[8] F. Corridoni, A lumi Spenti, in L’Avanguardia, 1 novembre 1913, ora in L. Salsiccia, op. cit., p. 88.

[9] F. Corridoni, Sindacalismo e Repubblica, ora in a cura di Andrea Benzi, op. cit., p. 197.

[10] Silvano Panunzio (Ferrara 1918- Pescara 2010), figlio di Sergio Panunzio, uno dei massimi teorici del sindacalismo rivoluzionario prima, nazionale poi, riprenderà con il fratello Vito nel 1946 la pubblicazione di “Pagine Libere”, nel tentativo di riproporre nel difficile dopoguerra, attualizzandole, le tematiche sindacaliste.

[11] Silvano Panunzio, Difesa dell’aristocrazia, “Pagine Libere”, n. 8-10, agosto-ottobre 1948.

[12] Silvano Panunzio, Difesa dell’aristocrazia, op. cit.

[13] F. Corridoni, Verità necessarie, in L’internazionale del 6 aprile 1912, ora in L. Salsiccia, op. cit., p. 38.

[14] F. Corridoni, Le rovine del neoimperialismo italico, ora in Scritti, a cura Andrea Benzi, op. cit., p.50

[15] F. Corridoni, L’internazionale, dicembre 1912, ora in L. Salsiccia, op. cit., p. 43

[16] Nel 1904 sindacalisti come Enrico Leone e Arturo Labriola avevano partecipato alla fondazione di una Lega Antiprotezionistica.

[17] Si veda l’articolo di Corridoni Contro la massoneria, in Scritti, a cura Andrea Benzi, op. cit., pp. 23-27.

[18] Si veda G.B. Furiozzi, Il sindacalismo rivoluzionario italiano, op. cit., p. 57.

[19] Pseudonimo che Corridoni adottò con evidente riferimento alla Rocca di San Leo, in provincia di Rimini, al confine con le sue Marche, famosa per aver ospitato nel ‘700 numerosi detenuti politici fra cui il conte di Cagliostro. Calvisio (scritto però con la A) è invece una località del comune di Finale Ligure, al confine quindi con la Francia e la città Nizza in cui Corridoni risiedette alcuni mesi durante la sua latitanza.

[20] Tullio Masotti, Corridoni, Casa editrice Carnaro, Milano, 1932, p. 33; citato anche in Y. De Begnac, op. cit., p. 207

[21] Il 28 dicembre 1908 un violentissimo sisma rase al suolo le città di Messina e Reggio Calabria, provocando circa 100mila vittime.

[22] Ottavio Dinale (Marostica 1871- Roma 1959). Trasferitosi a Mirandola nel 1897 come insegnante di ginnasio, nel novembre 1905 abbandonò definitivamente il partito socialista e costituì nella città dei Pico una Federazione sindacalista autonoma. Diventerà poi collaboratore di Mussolini e interventista allo scoppio della grande guerra. Sindacalista nazionale durante il Regime, aderirà con entusiasmo alla RSI.

[23] Don Roberto Maletti (1878-1927) fu amico e seguace di don Romolo Murri, il fondatore della prima democrazia cristiana. Diresse L’Operaio cattolico, organo della Diocesi di Carpi, dal 1901 al 1904. Fu parroco di Mirandola dal 1907 al 1927.

[24] Francisco Ferrer (1859-1909), anarchico e massone, come pedagogista è rimasto celebre per aver fondato e organizzato nella sua Barcellona la “Escuela moderna” per insegnare i valori sociali radicali ai ragazzi della borghesia al di fuori da ogni condizionamento clericale. Coinvolto nei fatti la “Settimana Tragica”, una rivolta scoppiata il 26 luglio 1909 quando la popolazione si ribellò alla Guardia Civile che aveva il compito di far imbarcare i coscritti (per la quasi totalità appartenenti alle classi povere) mandati a combattere nelle guerra coloniali in Africa, venne condannato a morte e fucilato.

[25] Per questo e altri fatti Corridoni fu arrestato ben dieci volte durante la sua permanenza nel modenese, ospite fisso dell’allora carcere di Modena di Sant’Eufemia.

[26] Una interessante storia del gas a Milano, monopolio della Union des Gaz fin dal 1859, è consultabile alla seguente pagina web http://www.storiadimilano.it/citta/milanotecnica/gas/gas.htm

[27] Già nel 1909 Mario Viana aveva fondato a Biella il settimanale “Il tricolore” utilizzando forse per la prima volta il termine “sindacalismo nazionale”.

[28] Nazionalismo e patriottismo ampiamente sfruttati, ma solo per fini meramente strumentali, nei decenni successivi dai regimi social-comunisti: dalla Jugoslavia di Tito, all’URSS di Stalin fino alla Romania di Ceausescu.

[29] A. O. Olivetti, Sindacalismo e nazionalismo, in “Pagine Libere”, 15 febbraio 1911.

[30] F. Corridoni, Le rovine del neoimperialismo italico, ora in Scritti, a cura Andrea Benzi, op. cit., p.46.

[31] Inaugurata il 31 marzo 1913 in Piazzale Ludovica n.23.

[32] Tullio Masotti, op. cit., p. 39.

[33] L. Salsiccia, op. cit., pp. 70-73.

[34] Paolo Valera, Mussolini, Il Melangolo, Genova, 1995 (ed. or. Milano, 1924), p. 46.

[35] G. B. Furiozzi, Il sindacalismo rivoluzionario italiano, op. cit., p. 54.

[36] Massimo Papini, Ancona e il mito della Settimana rossa, Affinità elettive, Ancona 2013.

[37] Corriere della Sera e Il Secolo, 11 giugno 1914, ora in L. Salsiccia, op. cit., p. 107-108.

[38] Si veda: G. Landi, Tra anarchismo e sindacalismo rivoluzionario: Armando Borghi nell’U.S.I. (1912-1915), Castel Bolognese, Casa Armando Borghi, 1982.

[39] Alceste De Ambris, Filippo Corrdioni, ora in Stefano Fabei, Guerra e Proletariato, SEB, Milano, 1996 p. 89.

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