Elogio della giovinezza e dell’estate. Sull’ultimo libro di Riccardo Paradisi

estate-invincibileChiunque abbia contezza che l’idea di tempo oggi prevalente, lineare, quantitativa e riducibile allo spazio, edipica, non è unica ed esclusiva, sa anche che esistono modalità altre di esperire la temporalità, e pertanto non si stupirà di certo se, per presentare un libro, muoverò in queste note da una citazione dell’Ecclesiaste:“Ogni cosa ha il suo tempo sotto le stelle”. L’asserzione è vera, l’ho constatato in più occasioni nel corso della mia vita. Per l’ultima volta, in questi giorni. Ai piedi dei Monti Ernici, appoggiato alle radici di un’antica quercia non solo ho goduto appieno del solleone di questa ennesima estate, ma il paesaggio e la luminosità del meriggio panico, sono stati lo sfondo naturale nel quale ho beneficiato della lettura dell’ultimo libro di Riccardo Paradisi. In quelle ore si è verificato uno scambio simbiotico tra i contenuti del volume e la natura solare che mi circondava.

L’opera presenta il tratto dell’evocatività fin dal titolo. Ci riferiamo a Un’estate invincibile. Sulla giovinezza, da poco edito da Bietti (per ordini: 02/29528929, euro 15,00). Sotto il profilo stilistico l’opera sta a mezza strada tra la narrativa propriamente detta e la saggistica. Con la narrativa di vaglia condivide il gusto della parola affabulatoria e coinvolgente, la ricerca della leggerezza espressiva capace di far vivere atmosfere ed ambienti, aspetto nel quale Paradisi è maestro. Il momento saggistico traspare, invece, nell’attraversamento della cultura del Novecento (e non solo), in particolare di quella letteraria, filosofica e cinematografica, compiuto dall’autore. Per tali ragioni il libro può, a nostro giudizio, essere definito secondo modalità disparate. Può essere inteso, e questa è, per così dire, la via maestra per aver accesso alle intenzioni dello scrittore, quale elogio controcorrente della giovinezza e della tensione erotica al vero, oppure può essere letto in termini di autobiografia spirituale-intellettuale di Paradisi e/o di un’intera generazione, quella che negli anni Ottanta, iniziava a confrontarsi con la vita ed il mondo.

A nostro avviso il libro è qualcosa di più: è il tentativo riuscito di dare tangibilità ad una speranza, è una mano tesa a quanti non si siano ancora arresi alle mezze verità e all’azzeramento della dimensione profonda della vita, è invito accorato, nel tempo della desertificazione e della “perdita dell’anima”, all’azione positiva. Il lavoro di Paradisi non può comunque essere ridotto alla prospettiva meramente estetica o teorica. Un’estate invincibile è anche libro politico. Propone un interrogativo dirimente al lettore: attorno a cosa possono ritrovarsi quanti, pur provenendo da esperienze diverse, vogliono confrontarsi con una realtà che non capiscono, che non amano, perché in essa si mostri nuovamente quella che Henry Corbin, uno degli autori di Paradisi, definiva la “luce archetipale”? Questi uomini, chiosa l’autore, possono rintracciare una loro “comunità”, nella contingenza presente del mondo, esclusivamente nella condivisione di una coscienza sintonica all’anima mundi, evocata attraverso Hillman. La medesima certezza fu espressa in modo esemplare da Albert Camus quando scrisse “Nella profondità dell’inverno ho imparato, alla fine, che dentro di me c’è un’estate invincibile” (p. 9). La giovinezza metafisica, non biologico-anagrafica, è quella coltivata, indagata, perseguita nel volume. Meravigliarsi della vita, cogliere nella metamorfosi e nel transeunte il permanente e l’eterno, mantenere acceso il fuoco erotico che è, platonicamente, tensione conoscitiva, volontà di cogliere la forma archetipale che anima le cangianti manifestazioni della natura, ecco, in tali elementi, è da ravvisarsi l’elisir di lunga vita, l’eterna giovinezza dello spirito.

La giovinezza spirituale contrasta con l’artificiale tentativo di eternizzare il “finito” dell’uomo, messo in atto dal senso comune contemporaneo, entro i confini intellettualmente segnati dalla  tecno-scienza, funzionale alla Forma-Capitale. La mente feriale, colonizzata dal desiderio e dalla pulsione al consumo effimero, che tutto oggi domina, per costituzione e definizione catagogica, relega nel “basso” la condizione umana, costruendo un’umanità patetica e sempre più plebeizzata nei gusti e nei comportamenti. Allo scopo, si serve di espedienti quali la chirurgia plastica, il lifting, l’uso del viagra nella dimenticanza del vero senso dell’Eros. Il libro di Paradisi è per me, fondamentalmente, nella sua politicità, un libro sul Nuovo Inizio, sull’eterno ritorno storico della primavera del mondo. L’autore si sofferma, analizzandoli, su periodi della nostra storia recente, mostrando ad esempio come il primato accordato all’ideologia dai giovani degli anni Settanta, abbia prodotto la seconda fase della guerra civile italiana, con i suoi lutti e le sue tragedie, che il potere sfruttò appieno a proprio esclusivo vantaggio. Al contrario, nei due decenni successivi, al cupo grigiore ideologico, fece seguito, a muovere dalla memorabile serata Nietzsche di Torino, un’apertura verso una cultura giovane, animata dal tentativo di interpretare-superare la crisi della modernità e della post-modernità. Di tale stagione furono protagonisti intellettuali che, oltre lo scontro preconcetto, si spesero per costruire nuove sintesi ideali, da Cacciari a de Benoist.

Significativi sono, inoltre, i medaglioni che l’autore dedica a grandi figure, caratterizzate dalla giovinezza spirituale. Ne ricordiamo alcune. Adriano Olivetti e il suo tentativo di conciliare solidaristicamente capitale e lavoro in funzione dell’ideale antroposofico, Claus Von Stauffenberg che morì a difesa della Germania segreta calpestata dal “forestaro” Hitler, Novalis e la sua notte eterna e giovane, Martin Heidegger che, tra i primi, nel 1927, si confrontò teoreticamente con la grande elusa del nostro tempo, la morte, il visionario Carlos Castaneda. Tutti costoro seppero realizzare la conciliazione di puer e di senex, chiave di volta delle tesi di Paradisi. Infatti, per vivere compiutamente è necessario sanare in uno “l’azione che non conosce e la conoscenza che non agisce” (p. 193). La maturità, per chi riesca a tanto, non è l’età del disincanto e del mero realismo, ma tempo pieno, ricco, in tensione verso il domani.

Un solo appunto a questo bel libro. Nell’attraversare e nel discutere la cultura del Novecento, in diversi luoghi dell’opera, l’autore ribadisce che l’idea di tempo e di eternità maturata nel mondo classico, avrebbe trovato il proprio compimento nella concezione cristologica, nell’illud tempus cristico. Non ne sono convinto. Per me la visione classica e quella cristiana, anche sotto tale profilo, restano divergenti. Inutile sottolinearlo, tale differenza di giudizio dipende da diverse formazioni e propensioni personali. Per il resto, mi auguro davvero di aver preservato in me l’ardore giovanile  dell’invincibile estate. Solo esso rende lieve la vita e magari, domani, romanamente, mi renderà lieve la terra.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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