È libertario il “nostro” Risorgimento

In tempi di 150° dell’unificazione nazionale italiana si può uscire dall’oleografia retorica di un Risorgimento polveroso e museale, da un ritrattino consolatorio, trombonesco e patriottardo che non rende giustizia alle migliaia di giovani italiani – figli a pieno titolo del loro tempo e della loro giovinezza – che ne furono protagonisti senza per questo ricadere nell’opposta litania vittimistica e polverosa dei revanscisti delle dinastie preunitarie? Non solo si può, ma forse addirittura si deve. Perché è proprio uscendo dalla retorica e dalle cristallizzazioni interpretative che possiamo riscoprire l’atmosfera reale, pulsante, sanguigna di chi, ad esempio, la camicia rossa l’ha indossata davvero…

Si tratta, insomma, di riscoprire il Risorgimento reale, magari più spigoloso e acidulo di certe cartoline illustrate tutte coccarde e tricolori, ma anche impastato di cultura libertaria, repubblicana, socialista, nazionalista, avanguardista. Corridoni, Marinetti e Papini vengono da lì. Per scoprire il primo seme di questa pianta dai molti frutti avvelenati – avvelenati per l’Italia cialtrona, inciucista e invertebrata di ogni tempo, s’intende – sarà utile andare a leggersi la bella antologia curata da Giuseppe Iannaccone: Petrolio e assenzio. La ribellione in versi: 1870-1900 (Salerno editrice, pp. 245, € 14,00).

Quando finalmente qualcuno si deciderà a scrivere un libro di storia della letteratura capace di non uccidere di noia l’anima degli studenti, mostrando il volto inquieto di una scrittura nata nelle trincee, nelle fabbriche in agitazione, nei bassifondi, sulle barricate, fra i fumi maleodoranti della suburra e le esalazioni allucinate dell’assenzio, è anche da questo libro che dovrà partire. Anche perché, parliamoci chiaro, non solo per gli studenti ma anche per tanti professori e sedicenti esperti i nomi di Ferdinando Fontana, Ada Negri, Mario Rapisardi sono quelli di illustri sconosciuti. Certamente più noti, tra gli autori presenti nella raccolta curata da Iannaccone, sono i vari Giovanni Pascoli, Filippo Turati o Giosué Carducci. Del primo, tuttavia, si finisce per studiare sempre e solo l’estenuata poetica del fanciullino e non le infiammate liriche degli esordi; del secondo si ricorda al massimo l’esperienza politica nelle file dei socialisti; il terzo, dal canto suo, finisce inevitabilmente per essere ricordato come l’ispiratore di Fiorello, che negli annni ’90 musicò con qualche successo la poesia San Martino. Eppure basterebbe dare una letta alle biografie di questi poeti maledetti dell’Italia post-risorgimentale (dei famosi come degli sconosciuti) per comprendere come si abbia a che fare con uomini e artisti letteralmente immersi nelle problematiche, nelle battaglie e nei sentimenti diffusi del loro tempo. Troviamo così uno Stanislao Alberici-Giannini, un Eliodoro Lombardi, un Domenico Milelli, un Luigi Morandi, un Vittor Luigi Paladini che vengono dritti dritti dalla militanza garibaldina. E se Ulisse Barbieri conobbe il carcere a 16 anni per aver affisso manifesti patriottici, Pompeo Bettini, Pietro Gori, Carlo Monticelli e lo stesso Turati saranno in prima fila nelle agitazioni socialiste, sindacali e anarchiche. Giovanni Antonelli, dal canto suo, farà per tutta la vita la spola tra manicomi e carceri, mentre la “poetessa del quarto stato” Ada Negri, dopo una vita a cantare gli umili, diventerà la prima donna membro dell’Accademia d’Italia per volere dell’amico Benito Mussolini.

Vite border line di contestatori e libertari, fratelli maggiori dei piromani che pochi anni dopo daranno fuoco all’italietta borghese. È da questi fermenti, infatti, che si dipanerà il filo rosso dell’altro Novecento italiano, quello che vedrà come protagonisti i bohemien dimenticati della scapigliatura, gli intelletti eretici de La Voce e di Lacerba, gli alfieri del sacro teppismo anarcosindacalista, gli eroi dell’arditismo, i poeti incendiari del futurismo e su su fino a contaminare almeno in parte un certo “socialismo tricolore” rimerso qua e là nel dopoguerra e gli ultimissimi fermenti dell’avanguardismo giovanile che oggi colora le nostre città. Punk di un secolo fa, sessantottini ante litteram (ma più belli e più autentici), questi poeti maledetti anticipano l’atmosfera elettrica di Fiume e non sono altro che i padri di quegli Arditi così rievocati da Italo Balbo: «Io – disse un giorno il grande aviatore – non ero in sostanza, nel 1919-1920, che uno dei tanti: uno dei quattro milioni di reduci delle trincee… Un figlio del secolo che ci aveva fatto tutti democratici anticlericali e repubblicaneggianti: antiaustriaci e irredentisti esasperati in odio all’Asburgo tiranno, bigotto e forcaiolo».

Avventurieri, guasconi e scapestrati, figli di un’Italia ribollente di vita che non sempre ha trovato adeguato spazio sui libri di storia. Un’Italia che, mutatis mutandis, forse esiste ancora e che scalpita nelle pieghe della cosiddetta “società civile” che tira avanti nonostante una politica troppo spesso parruccona e ingessata. E i balbettii imbarazzati che accompagnano gli scialbi preparativi per questo 150° dell’unità, che invece potrebbe essere l’occasione per una svolta simbolica, lo confermano. Lo stesso centenario del futurismo dello scorso anno è apparso ai più come l’ennesima occasione sprecata per ridare all’Italia un’avanguardia attuale, uno spirito nuovo e creativo di cui pure avremmo disperato bisogno. Ma fuori dalle celebrazioni ufficiali c’è chi va oltre e ripesca – stavolta però con l’occhio realmente rivolto all’oggi e al domani – anche i fratelli maggiori di Marinetti e sodali. Sono i poeti dimenticati di Iannaccone. Sono gli scapigliati, di cui si è potuto dire: «Nell’arte come nella vita, questi anomali personaggi fanno loro il mito di un’esistenza irregolare e dissipata come rifiuto radicale delle convenzioni correnti e delle norme morali. Sono gli scapigliati. Alcolisti incalliti, musicisti, poeti, pittori, combattenti, giornalisti e politici: questo il volto rivoluzionario del nuovo genio artista. Cantano il bene e il male, il bello e l’orrendo, declamano virtù e vizi, raccontano sogni e realtà». E ancora, parlando di Emilio Praga: «Questo è il trillo della delusione di un uomo in miseria distrutto dall’alcool suo compagno di viaggio; un antico Jack Kerouac, un anarchico integrale, insofferente alla morale, alla religione e alla retorica; sarà lui il primo a cantare la “morte di Dio” ossia di tutte quelle costruzioni razionali e formali che così come nella poesia anche nella storia del mondo hanno messo le catene all’uomo ormai incapace di travalicare i limiti dell’esistenza per assurgere alla vera conoscenza».

Forse qualcuno si stupirà sapendo che le parole or ora citate appartengono a Francesco Polacchi, giovane leader di quel Blocco studentesco che tanto sonno ha fatto perdere ai censori d’ogni latitudine. La scapigliatura come modello esistenziale tragressivo per la gioventù del terzo millennio? Perché no. E in Francia il collettivo artistico-politico dedito a provocazioni mediatiche e politicamente scorrette che ha per nome Zentropa non si è forse dato come slogan «Amour, absinthe, revolution», dove “absinthe” sta appunto per “assenzio”? Torna in mente il Carme comunardo di Domenico Milelli: «Ancor non seppero gli irti filosofi / noi pazzi, o Assenzio, sotto il tuo labaro / schierati in giovani falangi indomite / darem battaglia». Entusiasmo ingenuo e ribellismo adolescenziale? Forse. Ma ne avremmo anche oggi un gran bisogno.

Anche se poi non ci ha messo tanto a mettere i puntini sulle “i” quando il nuovo Stato non ha mantenute quelle promesse di rinnovamento che, insieme all’aspirazione unitaria, aveva mosso anime e corpi al seguito del “generale” Garibaldi…

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Tratto dal Secolo d’Italia del 9 giugno 2010.

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Adriano Scianca, nato nel 1980 a Orvieto (TR), è laureato in filosofia presso l'Università La Sapienza di Roma. Si occupa di attualità culturale, dinamiche sociologiche e pensiero postmoderno in varie testate web o cartacee. Cura una rubrica settimanale sul quotidiano Il Secolo d’Italia. Ha recentemente curato presso Settimo Sigillo il libro-intervista a Stefano Vaj intitolato Dove va la biopolitica?. Scrive o ha scritto articoli per riviste come Charta Minuta, Divenire, Orion, Letteratura-Tradizione, Eurasia, Italicum, Margini, Occidentale, L'Officina. Suoi articoli sono stati tradotti in spagnolo e pubblicati su riviste come Tierra y Pueblo e Disidencias. E’ redattore della rivista web Il Fondo, diretta da Miro Renzaglia.

  1. Pietro Rizzo
    | Rispondi

    chi ha scritto l'articolo è una mente illuminata, con una visione storica degna di nota

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