Considerazioni sulla datazione del Kali Yuga

«Il tempo ciclico e il tempo progressivo sollecitano due stati animo fondamentali dell’uomo, il ricordo e la speranza. Sono i due edificatori della sua dimora. In loro s’incontrano padre e figlio, spirito conservatore e spirito riformatore. Mentre il ritorno viene determinato da forze estranee al nostro mondo, la speranza, accanto al suicidio e al dolore, è un segno distintivo dell’uomo. È sconosciuta agli animali. L’animale ricorda: attende il ritorno e soffre se esso gli si nega. […] La speranza è umana e terrena, è un segno di imperfezione. Ma è già una condizione superiore, nella quale l’imperfezione viene avvertita. Quello che noi oggi chiamiamo progresso è speranza secolarizzata: il fine è terreno ed è chiaramente iscritto nel tempo»
(E. Jünger, Il libro dell’orologio a polvere)

Secondo la tradizione vaishnava, il Bhāgavata Purāṇa, (devanāgarī: भगवतपरण; lett. “Il Purāṇa dei seguaci del Bhagavat”) conosciuto anche come Śrīmad Bhāgavatam, sarebbe stato scritto poco prima dell’avvento del Kali Yuga. In esso, prima del dodicesimo canto finale dedicato al Kali Yuga, si narra della vita di Krishna a Vrindavana, il che fa chiaramente dedurre che Krishna morì prima della stesura del succitato testo. Ma così pare non essere per altre tradizioni indù, secondo le quali il Kali Yuga sarebbe iniziato proprio nel momento immediatamente successivo al Mahasamadhi dello stesso Krishna. Qualsiasi sia l’idea che si possa avere sulle date relative o sull’esistenza stessa dell’incarnazione di Krishna, qualsiasi sia l’esperienza metafisica che il devoto possa fare di tale incarnazione divina, rimane evidente che da un punto di vista storico e razionale non vi siano riferimenti incontrovertibili che ci possano indicare una qualche connessione tra il trapasso di Krishna e l’inizio del quarto Yuga, come indicato dalla dottrina dei cicli indù (1).

Né ci può venire in supporto l’etimologia dei nomi indicati per i quattro cicli, la quale pare risalire, secondo alcune fonti indù, ad un antico gioco di dadi vedico, laddove il miglior risultato di un lancio era il numero 4 (Krita), il secondo miglior risultato il 3 (Treta), il terzo migliore il 2 (Dwapara) e per ultimo, il peggior risultato, il numero 1 (Kali). È d’altra parte spesso sottolineato, nella tradizione indù, che il termine Kali del Kali Yuga non ha alcuna connessione con la Dea Kali, bensì con il “demone” Kali (2).

Non potendo quindi risalire né a fonti storiche né a derivazioni etimologiche che ci possano dare con certezza un’indicazione sulla temporalità del Kali Yuga, non possiamo che rifarci a quanto viene generalmente trasmesso dalla tradizione indù, e tuttavia proporre un confronto critico con un’interpretazione, certamente eterodossa, sostenuta tuttavia da un’autorità spirituale indù altamente rispettata nello stesso mondo tradizionale indiano.

Ci riferiamo allo Swami Sri Yukteswar, guru di Paramahansa Yogananda e discepolo di Lahiri Mahasaya. Secondo la classificazione più generalmente accettata nella tradizione indù, il Kali Yuga ha una durata di 432.000 anni (3) ed è iniziato tra gli anni 3102-3101 a.C. (4). Nel Brahma Vaivarta Purāṇa (sanscrito: वहब वतपरणम), si accenna altresì al fatto che 5000 anni dopo l’inizio del Kali Yuga sarebbe iniziato un periodo di 10.000 anni di “illuminazione” dell’umanità. L’inizio di tale periodo ascendente coinciderebbe, quindi, all’incirca, con gli anni 1898-1899 d.C.. Pur se all’interno del Kali Yuga, quindi, esiste una tradizione indù secondo la quale intorno al 1900 d.C. sarebbe iniziato un periodo ascendente della consapevolezza dell’umanità terrestre (5). È tuttavia chiaro che quei 432.000 anni, a cui si fa spesso riferimento, rappresentano una durata tale che ci porterebbe ad essere solamente all’inizio del Kali Yuga.

il-mulino-di-amletoNel 1894, apparentemente su richiesta di Mahavatar Babaji, Sri Yukteswar scrisse La Scienza Sacra (6), nel qual testo chiarisce, con esemplare sintesi, l’anòdino calcolo sopra citato. Egli si propone di dimostrare come gli Yuga si calcolino tenendo conto della precessione degli equinozi (7), del fenomeno celeste delle stesse fisse, e quindi secondo un principio scientifico. Scrive lo Swami: «Gli almanacchi indù non indicano correttamente che oggi (1894 d.C.) il mondo si trova nell’èra del Dvāpara Sandhi. Gli astronomi e gli astrologi che compilano gli almanacchi, essendo stati fuorviati dalle annotazioni errate di alcuni studiosi di sanscrito (ad esempio Kulluka Bhatta) vissuti nell’oscura età del Kali Yuga (8), sostengono che la durata di tale yuga sia di 432.000 anni, che fino ad oggi (1894 d.C.) siano trascorsi soltanto 4.994 anni dal suo inizio e che ne debbano passare ancora 427.006. Una cupa prospettiva, fortunatamente inesatta! L’errore si insinuò per la prima volta negli almanacchi sotto il regno del Rāja Parikshit, proprio al termine della fase discendente dell’ultimo Dvāpara Yuga. In quegli anni il Mahārāj Yudhiṣṭhira, rilevando che era iniziato l’oscuro Kali Yuga (9), abdicò in favore del nipote, il Rāja Parikshit; poi, insieme a tutti i saggi che vivevano alla sua corte, si ritirò sulle montagne dell’Himalaya, il paradiso del mondo. Così alla corte del Rāja Parikshit non rimase più nessuno che fosse in grado di comprendere esattamente il principio secondo il quale si doveva calcolare la durata dei vari Yuga. Quindi, al termine dei 2.400 anni del Dvāpara Yuga allora in corso, nessuno ebbe il coraggio di dichiararne ufficialmente il termine e di affermare che si era entrati nel primo anno dell’oscuro Kali Yuga» (10).

Prosegue ancora Sri Yutkeswar: «In conseguenza di questi calcoli errati, il primo anno del Kali Yuga diventò l’anno 2401 del Dvāpara Yuga. Nel 499 d.C., quando terminarono i 1.200 anni del Kali Yuga propriamente detti e il sole raggiunse il punto della sua orbita più lontano dal grande centro (l’equinozio d’autunno appariva in cielo nella prima casa della Bilancia), l’èra del Kali Yuga nel suo periodo più oscuro fu calcolata in 3.600 anni invece di 1.200. Con l’inizio della fase ascendente del Kali Yuga, a partire dal 499 d.C., il sole cominciò ad avvicinarsi nella sua orbita al grande centro, e le facoltà intellettuali dell’uomo presero a svilupparsi. Di conseguenza l’errore degli almanacchi venne individuato da alcuni esperti dell’epoca, i quali scoprirono che i calcoli degli antichi ṛṣi avevano fissato la durata di un Kali Yuga in soli 1.200 anni. Ma poiché il loro intelletto non era ancora sufficientemente evoluto, essi riuscirono soltanto ad individuare l’errore, ma non le cause che lo avevano determinato. Per risolvere il problema partirono dall’ipotesi che i 1.200 anni della durata effettiva del Kali Yuga non corrispondessero ai normali anni della nostra terra, ma andassero intesi come altrettanti anni divini (daiva, ovvero ‘anni degli Dèi’), suddivisi in 12 mesi daiva, ciascuno di 30 giorni daiva; un giorno daiva corrispondeva quindi a un normale anno solare della nostra terra. Pertanto, secondo il parere di quegli esperti, i 1.200 anni del Kali Yuga equivalevano quindi a 432.000 anni terrestri» (11).

Analizzata l’origine dell’errore nella datazione dei cicli, il discepolo di Lahiri Mahasaya prosegue con la pars construens del suo discorso: «Per arrivare alla soluzione giusta, dobbiamo prendere in considerazione la posizione dell’equinozio primaverile del 1894 d.C. (12). Le tavole astronomiche mostrano che l’equinozio di primavera si trova ora alla distanza di 20° 54′ 36” dalla prima casa di Ariete (la stella fissa Revati), e dai calcoli appare chiaro che sono trascorsi 1.394 anni da quando l’equinozio di primavera cominciò a retrocedere dalla prima casa di Ariete. Sottraendo 1.200 (durata della fase ascendente dell’ultimo Kali Yuga) da 1.394 otteniamo 194, che indica l’anno in corso, calcolato da quando il mondo è entrato nella fase ascendente del Dvāpara Yuga. L’errore degli antichi almanacchi sarà quindi facilmente dimostrato se aggiungiamo 3.600 a 1.394; la cifra che si ottiene, 4.994, riportata sugli almanacchi indù secondo l’errata teoria predominante, corrisponde proprio al corrente anno 1894 d.C. [Nel diagramma (13) (…) il lettore potrà vedere che l’equinozio d’autunno si trova ai nostri giorni (1894 d.C.) nella costellazione della Vergine e nella fase ascendente del Dvāpara Yuga]» (14).

Figura 1.
Figura 1.

La dottrina dei cicli proposta da Sri Yukteswar è chiaramente in contrasto con la dottrina tradizionale non solo indù ma anche europea (15). È probabilmente per questo motivo che non ha ricevuto considerazione tra gli studiosi della tradizione, pur avendone essi, altrettanto probabilmente, contézza (16).

esiodo-tutte-le-opereD’altra parte, Sri Yukteswar non si inventò tale datazione, ma riprese quanto riportato nelle Leggi di Manu: «Manu, un grande ṛṣi (saggio illuminato) vissuto nel Satya Yuga, descrive più chiaramente questi Yuga nel seguente passo tratto dal suo Saṃhitā: “Si tramanda che il Kṛta Yuga (Satya Yuga, o Età dell’oro del mondo) duri quattromila anni. La sua alba e il suo tramonto hanno entrambi la stessa durata di quattrocento anni (cioè: 400+4.000+400=4.800). Nelle altre tre Età, considerando anche l’alba e il tramonto, le migliaia e le centinaia di anni diminuiscono di un’unità (cioè: 300+3.000+300=3.600, ecc.). Questo ciclo di quattro fasi, che dura complessivamente 12.000 anni, viene chiamato una ‘Età degli Dèi’. Un giorno di Brahma è costituito di mille Età degli Dèi; la notte di Brahma ha la stessa durata”» (17). Su tale base, si viene ad avere un ciclo di 12.000 anni costituito da 4 Yuga intervallati tra loro da Sandhi, o periodi di transizione. La durata completa di un ciclo, secondo Sri Yukteswar, risulta dalla somma di un ciclo discendente di 12.000 anni e di un ciclo ascendente di 12.000 anni, per un totale di 24.000 anni (18), chiaramente differente sia dai 24.920 anni considerati da Guénon tradizionali, sia dai 26.000 anni circa a cui ci si riferisce, solitamente, in astronomia, riguardo alla precessione degli equinozi.

Tuttavia, ci pare doveroso far notare che è proprio la dottrina proposta dallo Swami che dà l’impressione di essere eminentemente tradizionale, essendo basata sul numero 12, un numero sofico e tipicamente tradizionale, numero della completezza e dell’unità armoniosa, della perfezione, numero cosmico e celeste (19). La dottrina metafisica si basa sulla percezione del tempo kairologico e non di quello cronologico, su di un tempo quindi simbolico: un tempo ciclico basato sulla presenza di una coppia di Daiva Yuga di 12.000 anni ciascuno, ci pare essere coerente, in senso
tradizionale, con tale dottrina (20).

Il Numero pitagorico, elemento tradizionale per eccellenza, è simbolo del genere o princìpio sottostante, come Idea, alle specie fenomeniche. Ed eminentemente metafisico laddove si riesca, attraverso esso, ad intuire intellettivamente il significato aritmosofico degli avvenimenti terreni, la radice e sintesi ideale dei fenomeni. Pena il decadimento ad un approccio nominalistico, ad un descrittivismo alògico laddove l’universale è mero flatus vocis, tipico della filosofia della riflessione.

È sull’interpretazione di Guénon, invece, che il mondo tradizionale moderno si è spesso appoggiato. Nel merito, vi è da dire che sebbene da puro tradizionalista qual era rispettasse l’autorità dei testi sacri, il metafisico di Blois non accettò tuttavia la vastità astorica della numerazione ciclica indù (21). Pur sostenendo che ci trovassimo ancora nel Kali Yuga, ritenne però che, in una sorta di apokatástasis, l’umanità terrestre sarebbe di lì a poco passata all’età dell’oro, al Satya (Krita) Yuga (22). Ma non si espose mai nel dare datazioni precise, pur sostenendo che la durata del Kali Yuga sarebbe di 6.480 anni: «Sappiamo già, per i riferimenti che ci danno tutte le tradizioni, di essere ormai da tempo nel Kali Yuga; possiamo aggiungere, senza tema di errori, che siamo anzi in una fase avanzata di esso, fase che viene descritta nei Purana con particolari che rispondono in maniera davvero sorprendente ai caratteri della epoca attuale; ma non sarebbe forse imprudente voler aggiungere altre precisazioni, ed inoltre ciò non corrisponderebbe inevitabilmente ad una di quelle predizioni tanto avversate, non senza motivo, dalla dottrina tradizionale?» (23).

il-libro-dell-orologio-a-polvereCercò, peraltro, ponendosi dal punto di vista metafisico-tradizionale, di giustificare il dedalo interpretativo nel quale si imbatte chiunque ricerchi, con spregiudicatezza, il bandolo della matassa: «Quanto alle cifre indicate in diversi testi, in relazione alla durata del Manvantara e, conseguentemente, a quella degli Yuga, bisogna evitare di considerarle «cronologicamente» nel significato ordinario della parola, vale a dire come se esprimessero numeri di anni, da prendersi alla lettera. È questo d’altronde il motivo per cui le apparenti variazioni tra i dati non implicano in fondo una reale contraddizione» (24).

Una sintetica analisi comparativa sulla datazione del Kali Yuga, come proposta da differenti autorità tradizionali, per quanto punto facile, ci è parso atto tanto più importante alla luce della frequente citazione di tale età oscura, da parte tanto degli studiosi dell’ambito tradizionale quanto da quelli del metanetwork New Age o “acquariano” (25). L’effettiva complessità del tema ci impone, a nostro avviso, una valutazione prudenziale di ogni pretesa ermeneutica sul soggetto, sintonica a quanto espresso da Jünger allorché affermò che «Quanto più ci si identifica con il proprio tempo e si vive in simbiosi con esso, tanto più si è vittime dei suoi pregiudizi. Ma il pregiudizio più radicato è il tempo in quanto tale. Questo è un vecchio problema filosofico» (26).

Note

1 Ricordiamo che nel 1966 la Suprema Corte Indiana ha definito dei parametri legali che definiscono la fede indù e, tra questi, la credenza nella dottrina dei cicli (cfr. L. Sudbury, L’Induismo e il Kali Yuga, disponibile all’indirizzo http://www.centrostudilaruna.it/l’induismo-e-il-kali-yuga.html).

2 Possiamo tuttavia fare un’osservazione. Sia nelle tradizioni occidentali che in quelle orientali troviamo delle coppie di dee che rappresentano due lati opposti, uno luminoso ed uno oscuro, dell’aspetto divino femminile. Pensiamo, ad esempio, alla coppia Iside Sophia ed Iside Ecate, a quella di Demetra e Gaia, e in generale ad una contrapposizione tra un tipo demetrico ed un tipo afroditico del divino femminile. Ebbene, nella tradizione indù, Kali, la “dea nera”, è spesso intesa come il lato oscuro di Parvati, tanto che secondo il mito fu Brahma a separare Parvati in due aspetti quando Parvati, vergognandosi della sua pelle scura, chiese a Brahma di donarle una pelle dorata ed Egli acconsentì, lasciando la pelle scura ad un secondo aspetto di Parvati, Kali. In tal senso, la Kali del Kali Yuga può anche essere intesa come la Mater cosmica della materia, la Materia indifferenziata: l’epoca del Kali Yuga sarebbe quindi, coerentemente con quanto le viene solitamente attribuito, l’età in cui vi è la piena caduta dell’umanità nella materia, nel dominio di Kali, la Magna Mater ctonia. Come afferma l’antropologa Emanuela Chiavarelli: «La straordinaria diffusione dell’orrenda effigie identica al volto di Kali, dea induista del Tempo – esiziale perché implicante il divenire – su moltissimi calendari, da quello litico degli Aztechi alla Ruota Tibetana, ne attesta il valore di emblema del sole divorante, infero» (E. Chiavarelli, La maschera e il Graal, Bulzoni, Roma 2012, p.70).

3 Il numero 432.000 ritorna in altre tradizioni, per quanto non indicante il medesimo concetto. Pare essere stato citato
da Berosso, sacerdote di Bel ed astronomo babilonese del IV-III sec. a.C., nella sua Storia di Babilonia, riferendosi alla durata delle dieci dinastie babilonesi anteriori al diluvio. Lo studioso di mitologia Joseph Campbell riferisce anche di una tradizione islandese, secondo la quale la sala del gran guerriero ha 540 porte e da ogni porta vi entrano 800 guerrieri divini, per un totale di 432.000 guerrieri; e di una versione greca della storia di Babilonia secondo la quale dalla creazione della prima città, Kish, al tempo del diluvio, sarebbero passati 432.000 anni (cfr. J. Campbell, The Inner Reaches Of Outer Space, Alfred van der Mark, New York 1986).

4 Vari ricercatori hanno fatto notare la prossimità tra tale data, tradizionalmente accettata come inizio del Kali Yuga, e la data di inizio, nel calendario maya, dell’ultimo “grande ciclo”, che si fa risalire al 3114 a.C.. È da notare che entrambe le date sono state calcolate molti secoli dopo, in date non precisate, sebbene nel caso indiano si pensi che tale datazione sia da farsi risalire alla revisione del calendario indiano da parte di Aryabhata, intorno al 500 d.C.. Facciamo inoltre notare che non vi è unanimità sulla precisa data di inizio del Kali Yuga. Secondo alcune fonti indù essa coinciderebbe con la mezzanotte tra il 17 ed il 18 febbraio 3102 a.C., ma tale datazione non pare essere basata né sul Sûrya-Siddhânta né su altri testi tradizionali. Vi è chi ritiene che Aryabhata inventò tale data egli stesso, tuttavia facciamo notare che, curiosamente, nella dottrina dei cicli proposta da Sri Yukteswar, qui trattata, il 3101 a.C. corrisponde all’inizio del Dwapara Yuga discendente (vedi nota 18).

5 Rudolf Steiner, similmente, sostiene che il Kali Yuga si sarebbe concluso nel 1899 d.C., data nella quale sarebbe iniziata una nuova Età dell’Oro. Questa data proposta da Steiner ha una certa similarità con quella proposta da Sri Yukteswar, dato che secondo quest’ultimo il vero e proprio Dwapara Yuga (e non il Satya Yuga, come invece sosteneva Steiner) sarebbe iniziato nel 1899 d.C., dopo i 200 anni di Dwapara Sandhi. Steiner, tuttavia, a differenza di Sri Yukteswar, si attiene alla data tradizionale del 3102 a.C. come data di inizio del Kali Yuga, il che rende il Kali Yuga, nella visione steineriana, di una durata di 5000 anni. Per Gaston Georgel, invece, il Kali Yuga sarebbe iniziato attorno al 4450 a.C. e terminerebbe nel 2030 d.C. circa. L.M.A. Viola propone una datazione di inizio e di fine del Kali Yuga simile a quella di Georgel, entrambi riprendendo la tradizionale durata di 6.480 anni del Kali Yuga (Età del Ferro) come proposta da Guénon.

6 Swami Sri Yukteswar, La scienza sacra, Astrolabio, Roma 1993.

7 Un autorevole studio di mitologia comparata di fine anni ’60 ha riscontrato oltre 200 miti e tradizioni, da oltre 30 culture antiche differenti, che trattano del Grande Anno o precessione degli equinozi (cfr. G. de Santillana, H. von Dechend, Hamlet’s Mill, Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1969).

8 Fabre d’Olivet sostiene, curiosamente, che il Kali Yuga sarebbe invece l’età più illuminata, ribaltando l’ordine delle quattro età come inteso dalla tradizione indù (cfr. A. Fabre d’Olivet, Histoire philosophique du genre humain, Brière, Paris 1824), per la quale invece il Kali Yuga costituisce il nadir del ciclo, ove si raggiunge la massima povertà intellettuale.

9 Secondo la dottrina dei cicli proposta da Sri Yukteswar, l’inizio del Kali Yuga discendente coinciderebbe con il 701 a.C.; è a quell’epoca, secondo quanto afferma lo Swami, che dovrebbe quindi risalire la fine del regno di Mahārāj Yudhiṣṭhira e l’inizio di quello del nipote Parikshit; d’altro canto, non esistono fonti storiche che ci possano indicare una datazione certa riguardo al periodo effettivo dei loro regni, dato che le stesse fonti antiche indù fanno riferimento a differenti datazioni che vanno all’incirca dal XIV al IX sec. a.C..

10 Swami Sri Yukteswar, cit., pp. 25-26.

11 Ibid., pp. 26-27.

12 È l’anno in cui Sri Yukteswar scrisse il testo qui preso in esame. [N.d.A.]

13 Vedasi Fig.1.

14 Ibid., pp. 27-28.

15 Esiodo, ne Le Opere e i Giorni, fa iniziare l’Età del Ferro dopo le guerre di Tebe e di Troia. La sua dottrina temporale prevede tuttavia, a differenza della dottrina indù, un solo ciclo di quattro Età (con una quinta, in realtà, l’Età degli Eroi, posta tra l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro). Ricordiamo, inoltre, le 4 Età della saga nordica, in cui l’Età del Ferro corrisponderebbe all’Età del Lupo.

16 «The idea that humanity is in an upward cycle is so contrary to all traditional ideas that we must look for its source elsewhere. Yukteswar and his friends may have resisted the British yoke, but they had assimilated the European myth of progress. In conformity with this, the sage believed that around 1700, the world had entered an “electrical” age. The discovery of electricity and its uses signified that humans were attaining a finer perception than in the purely materialistic age that had preceded it. Before that, in the dual Kali Yuga, “the intellectual part of man was so much diminished that it could no longer comprehend anything beyong the gross material of creation”. This I find an astonishing idea. The period from 701 BCE to 1699 CE saw the advent of the Orphic, Pythagorean, Taoist, Buddhist, Zoroastrian, Jain, and Vedantic movements; the birth of post-exilic Judaism, Druidry, Christianity, Manicheanism, Gnosticism, Catharism, and Islam; better yet, of Zen and Vajrayana Buddhism, Sankhya philosophy, Kabbalah, Sufism, Theosophy both Neoplatonic and Christian, and the arts of magic, alchemy and astrology. Reports of miracles were commonplace, and belief in nonmaterial realities such as oracles, curses, the will of God, the devil, transubstantiation, and witchcraft was so intense as to cause major wars and persecutions. The only ones to welcome the post-1700 age as an improvement should be the materialists and atheists who see the human race gradually coming to its senses after an age or religious mania!» (Joscelyn Godwin, Atlantis and the Cycles of Time: Prophecies, Traditions, and Occult Revelations, Inner Traditions, Rochester, Vt., 2011, p.332). Al contrario, occorre notare che la dottrina dei cicli di Sri Yukteswar ha invece riscontrato un certo successo nel mondo cosiddetto New Age.

17 Swami Sri Yukteswar, cit., pp. 20-21.

18 La datazione completa del presente ciclo, secondo la dottrina dei cicli proposta da Sri Yukteswar, risulta così essere la seguente (I=discendente,II=ascendente): Satya I (da 11501 a 6701 a.C.: 4800 anni); Treta I (da 6701 a 3101 a.C.: 3600 anni); Dwapara I (da 3101 a 701 a.C.: 2400 anni); Kali I (da 701 a.C. a 499 d.C.: 1200 anni); Kali II (da 499 a 1699 d.C.: 1200 anni); Dwapara II (da 1699 a 4099 d.C.: 2400 anni); Treta II (da 4099 a 7699 d.C.: 3600 anni); Satya II (da 7699 a 12499 d.C.: 4800 anni).

19 Pensiamo, per citare alcuni esempi, a: i dodici Aditya, le dodici costellazioni, i dodici segni zodiacali, i dodici mesi dell’anno, i dodici discepoli di Gesù, i dodici Dei dell’Olimpo, il Sole a dodici raggi, la numerazione a base dodici dei sumeri e degli assiro-babilonesi, le dodici Tribù d’Israele, i dodici a’imma discendenti di ‘Alī, le dodici fatiche di Ercole, i dodici Titani, i dodici Cavalieri della Tavola Rotonda, i dodici semitoni che formano un’ottava musicale, i dodici Nidana buddisti, i dodici sedili attorno al trono di Odino.

20 È lo stesso Guénon, d’altra parte, a citare la cifra di 12.000 anni come durata ciclica già presente in tradizioni antiche: «Il periodo che nelle diverse tradizioni appare con maggior frequenza non è tanto quello della precessione degli equinozi quanto la sua metà: è questo in effetti il periodo che corrisponde al grande anno dei Persiani e dei Greci, spesso calcolato approssimativamente in 12.000 o 13.000 anni, e la cui esatta durata è di 12.960 anni» (R.Guénon, Forme tradizionali e cicli cosmici, Mediterranee, Roma 2001, p.19).

21 In modo analogo, la dottrina dei cicli buddhista e quella jainista si riferiscono ad archi temporali molto lunghi. Si pensi, ad esempio, al grande kalpa buddhista che dura 1,28 trilioni di anni.

22 Tradizionalmente, dopo il Kali Yuga, si ritiene che il ciclo delle età ricominci dal Satya Yuga; secondo la dottrina dei cicli proposta da Sri Yukteswar, invece, dal Kali Yuga si passa al Dwapara Yuga (vedasi Fig.1). Anche il sistema ciclico jainista ritorna al Dwapara Yuga, dopo il Kali Yuga, come quello di Sri Yukteswar (cfr. Joscelyn Godwin, cit.). Il che appare razionalmente più convincente, a nostro avviso: la medesima gradualità discendente nel passaggio dall’età dell’oro a quella del ferro, se vi è effettivamente un ciclo intero, dovrebbe allora esservi anche nell’ascensione dall’età più materiale a quelle successive. Natura non facit saltus.

23 R.Guénon, cit., p. 20.

24 Ibid., p.17.

25 La dottrina dei cicli di Sri Yukteswar prevede un’entrata nell’Età dell’Acquario nel 2499 d.C.. Non ci addentreremo nella ridda di interpretazioni al riguardo che, possibilmente, è ancora più complessa di quella riguardante il Kali Yuga, qui considerato; né nelle connesse diatribe sulla datazione delle età zodiacali, sulla differenza tra zodiaco astrologico e zodiaco astronomico, e tra costellazioni e segni. Ci limitiamo a far notare che se vi è una fonte tradizionale che può forse venire in soccorso al pensiero acquariano et similia, al di là della popolare data del 2012 del calendario maya, è quella kabbalistica. Secondo quanto riporta sovente Michael Laitman (studente di Rabash, figlio a sua volta di Baal HaSulam) nei suoi interventi e scritti, la saggezza della Kabbalah avrebbe predetto, migliaia di anni fa, che alla fine del XX° secolo, a partire dal 1995, l’umanità avrebbe raggiunto un limite estremo nel proprio sviluppo egoistico, ed iniziato di conseguenza un periodo ascendente nella comprensione della Realtà.

26 E. Jünger, Das Sanduhrbuch, in Sämtliche Werke, Bd. 12, Klett, Stuttgart 1979; tr. it. di A. La Rocca e G. Russo, Il libro dell’orologio a polvere, Adelphi, Milano 1994, p. 16.

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  1. Ajit Kumbhar
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    Can anybody tel me the birth date of Mahavtar babaji. Some body has told me its nov 30, 203 CE…

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