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I 150 anni di Knut Hamsun

Oggi ricorre il centocinquantesimo anniversario della nascita di Knut Hamsun, premio Nobel per la letteratura nel 1920; ma non mi pare che in molti, in Italia, se ne siano ricordati.

Se si eccettua infatti la segnalazione di Archiportale dell’inaugurazione ad Hamarøy del Knut Hamsun Center progettato da Steven Holl, infatti, non si trova alcuna altra notizia pubblicata oggi su siti e blog relativa allo scrittore norvegese. Non ho ancora letto giornali, oggi. Ma non conto di trovare articoli in cultura su Hamsun; tutt’al più, complici l’estate e la sciatteria dei quotidiani nazionali, mi posso aspettare cose sugli ultimi romanzetti, su Gianni Minà o sugli enti pseudoculturali finanziati dallo stato.

Quello di Hamsun è uno degli innumerevoli casi di grandissimi autori che, non potendo essere del tutto ignorati dalla cricca accademico-culturale, vengono però passati in sordina per via della loro scandalosa visione del mondo. Non è infatti solo una questione di biografia politica a condannare tanti Hamsun; è l’insieme del loro modo di pensare, agire e scrivere a essere inaccettabile per la regnante vigliaccheria politicamente corretta.

Il principale leitmotiv letterario di Hamsun è probabilmente l’incanto della natura. I paesaggi boschivi e i villaggi di pescatori della provincia norvegese del Nordland sono, in particolare, la cornice della maggior parte dei suoi romanzi (per esempio dei seguenti: Vagabondi, Il cerchio si chiude, Quelli di Sirilund, Il potere del denaro, Figli dei loro tempi, Augusto, Pan, Victoria, Il risveglio della terra, Sotto la stella d’autunno, L’estrema gioia, La nuova terra, Le donne alla fonte, Un vagabondo suona in sordina, Per i sentieri dove cresce l’erba) e racconti (per esempio La regina di Saba, Sognatori).

I personaggi hanno spesso comportamenti stravaganti, quasi il riflesso di una psicologia complicata attecchita su uomini semplici. Sotto alcuni aspetti le loro esistenze, grandezze e piccolezze ricordano quelle del Mondo piccolo di Giovannino Guareschi, proiettato però in un ambiente più vasto e senza i due protagonisti rivali.

In Hamsun ricorrono poi alcune figure, incarnate da vari personaggi; il vagabondo nostalgico, il mattacchione intraprendente, il ricco mercante che assurge quasi a “podestà” del paesello, lo sperperatore, il contadino attaccato alla visione atavica; l’islandese Laxness riprenderà dopo alcuni decenni tutte queste figure archetipali di Hamsun, caricandole però di connotati e giudizio morali, del tutto assenti nello scrittore norvegese.

Il sentimento quasi religioso della natura, il ritmo e l’ampiezza temporale tipici delle saghe, la profondità dell’analisi psicologica, certi richiami alla semplicità e alle origini uniti a una straordinaria capacità espressiva fanno tuttora di Hamsun un gigante della letteratura, da consigliare vivamente a chi voglia fare a meno della odierna volgarità politicamente corretta.

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