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Viaggi oceanici

Circa due mesi fa ho scritto qualche nota sui viaggi polari; o meglio, sui libri che stavo leggendo sul tema. Ho trovato diversi altri testi interessanti sulle esplorazioni artiche e antartiche (saggi, memorie, diari, resoconti) e credo che l’argomento possa appassionare, e molto, non solo quei pochi che condividono la passione per Thule e il “mistero iperboreo”, ma anche quelli (assai più numerosi) che amano le storie di grandi avventure.

Ad ogni modo, come spesso capita seguendo l’itinerario delle letture, lungo la strada mi sono imbattuto in altre vicende (che hanno a che vedere con il mare non ghiacciato). Non mi riferisco al deludente Naufragi di Coloane, di cui ho riferito in Elogi smisurati, ma a due naufragi narrati magistralmente.

Il primo in cui mi sono imbattuto è quello del Batavia, una nave della V.O.C., la Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Ne ho appreso, sorprendendomi per la qualità dello scrittore, leggendo I naufraghi del Batavia del sinologo belga Simon Leys. E’ una vicenda di sorprendente aberrazione: un vortice di morte e follia sanguinaria degno del Terrore Giacobino e di altre democrazie a briglia sciolta. Per inciso, anche il racconto marinaro pubblicato in appendice del libro, Prosper, è un piccolo capolavoro letterario. Il debito verso il connazionale Simenon è evidente sia nel tema sia nello stile; ma a mio avviso Leys è superiore. Tornando al Batavia, nell’introduzione Leys scriveva: “Da diciotto anni accarezzavo l’idea di scrivere la storia del naufragio del Batavia. Mi sono procurato quasi tutto ciò che si pubblicava sul soggetto; poi, ho effettuato un soggiorno alle isole Houtman Abrolhos, sito del naufragio […]. Alla fine, è arrivato Mike Dash. Con il suo Batvia’s Graveyard, quest’ultimo autore ha veramente colpito nel segno – e non mi resta più nulla da dire”.

Non ho potuto evitare di leggermi anche il libro di Mike Dash, che era stato tradotto in italiano da Rizzoli nel 2002 (e che è già fuori catalogo), e pubblicato col titolo Il cimitero del Batavia. Leys aveva perfettamente ragione: Dash ha scritto il libro definitivo, con un lavoro di ricerca e di documentazione pressocché insuperabile, e oltretutto raccontando la storia in modo godibilissimo, nonostante le oltre cento pagine di note.

Un’altra bella storia, anch’essa piuttosto famosa, è quella della baleniera nantuckettese Essex. Nel 1820 la nave fu affondata a centinaia di miglia dalle Galapagos da un capodoglio; i naufraghi si misero in salvo su tre lance. Dopo varie peripezie, la maggior parte dell’equipaggio morì di fame e di sete; i primi a cedere furono i negri, forse per il minor grasso corporeo o il diverso metabolismo; i superstiti si cibarono dei cadaveri. La storia, che ispirò il Moby Dick (Melville conobbe il comandante dell’Essex),  è stata ben ricostruita da Nathaniel Philbrick in Nel cuore dell’oceano, che si basa sui resoconti di due dei superstiti e su diverse ricerche documentali. Purtroppo anche questo libro, che era stato pubblicato da Garzanti, è fuori catalogo; ma lo si trova abbastanza facilmente nelle librerie Remainders.

Nei prossimi giorni vorrei leggere di un’altro famoso naufragio, quello della Meduse, che ispirò il celebre quadro di Théodore Géricault.

Credo che l’unico libro in italiano sul tema sia quello piuttosto datato di Bordonove, che recentemente è stato ripubblicato da Mursia.

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