Noi, Celti e Longobardi

Nel 1997 Gualtiero Ciola pubblicava un’opera, poi ristampata, che costituiva un originale punto di riferimento per un’adeguata considerazione delle origini etniche dei popoli italiani. Nel suo corposo studio Noi, Celti e Longobardi, Ciola analizza le testimonianze archeologiche e linguistiche che hanno segnato il territorio della penisola italica, fornendo utili indicazioni per seguire nuovi percorsi di ricerca.

Il libro di Ciola è un’opera dal carattere decisamente militante che vuole mostrare le tracce lasciate, soprattutto nei territori settentrionali della penisola, da popolazioni di origine celtica e germanica. Si tratta quindi di un testo particolarmente importante per favorire la ricostituzione di una coscienza identitaria dei popoli padani. Infatti la classe dirigente italiana, soprattutto nell’ultimo mezzo secolo, ha utilizzato massicci flussi migratori di meridionali e di extracomunitari con l’intento di sottoporre la Padania a un processo di denordizzazione che rischia di cancellarne per sempre l’identità etnica.

In una vera e propria controstoria dell’Italia etnica, Ciola col suo libro indica la via della liberazione dai tabù e dai pregiudizi che vengono inculcati dalla cultura di regime, particolarmente insistente nel contesto del mondialismo.

A partire dal secondo millennio a.C. si verifica l’irruzione nella penisola italica di genti ariane che segneranno in modo indelebile le culture del territorio, sebbene a macchia di leopardo, come Ciola mostra nel suo libro. La differenza più evidente fra i nuovi venuti e le popolazioni preesistenti è nel fatto che gli Indoeuropei si caratterizzavano per i culti solari e patriarcali, mentre gli autoctoni celebravano culti matriarcali riferiti alla Madre Terra. Gli Etruschi sono probabilmente gli eredi dei culti matriarcali, anche se la civiltà etrusca fu di gran lunga la più avanzata fra quelle italiche delle origini, e assorbì elementi culturali di civiltà indoeuropee, soprattutto di quella greca.

L’espansione etrusca nella pianura padana venne subito fermata dai Celti che si affermarono in tutta la zona lasciando un vasto patrimonio di toponimi nonché di parole che sono arrivate fino all’italiano moderno. Ciola elenca in tavole apposite una lunga serie di lemmi di origine celtica, di cui i dialetti padani sono letteralmente infarciti. Proprio per cancellare queste tracce di cultura nordica la classe dirigente italiana ha sempre cercato di oscurare le culture dialettali, soprattutto settentrionali, sia col regime liberale, sia con quello fascista, soprattutto con quello democristiano, e ancora di più con l’attuale sistema mondialista. Assai più ampia tolleranza, invece, è stata mostrata verso i dialetti meridionali…

La parte nord-orientale della penisola era abitata dai Veneti, popolazione di origine indoeuropea che l’autore ritiene ascrivibile anch’essa all’ethnos celtico. Si tratta di una questione storiografica ancora dibattuta, sulla quale Ciola propone numerosi spunti di approfondimento.

Molte feste popolari sono chiaramente ispirate alle feste solstiziali celebrate dai Celti, e talune sono state cristianizzate, come la festa della Candelora, che originariamente era la festa della dea celtica Brigit.

Purtroppo in Italia è sempre esistito un malanimo anticeltico che risale ai tempi dei Romani e che si è perpetuato nel Risorgimento e nel fascismo, che hanno cercato di inculcare l’idea di un’Italia “schiava di Roma”: un dogma che ancora oggi viene propagandato dai governi italiani, con l’aggravante del mondialismo, di cui la classe politica è totalmente succube.

Un altro momento importante per la formazione delle identità etniche italiane è l’arrivo dei Germani col crollo dell’Impero Romano. L’invasione dei “Barbari” rappresenta un significativo apporto di sangue nordico nella penisola: i Germani si caratterizzavano per un solido senso della stirpe e per una più accentuata divisione in caste della società. Tuttavia nessuna tribù germanica riuscì a dare un assetto stabile al territorio, aprendo la strada alla riconquista bizantina e alla formazione del territorio pontificio.

L’invasione longobarda fu l’ultima occasione di instaurare un regno “nordico” in Italia. La questione, com’è noto, fu ampiamente dibattuta al tempo del Risorgimento, suscitando l’interesse anche di personalità importanti come Alessandro Manzoni. Sta di fatto che la strenua resistenza bizantina, la diplomazia papale e l’intromissione dei Franchi resero impossibile ai Longobardi la conquista dell’Italia.

Tuttavia l’apporto culturale longobardo ha lasciato tracce significative in numerosi vocaboli, nei toponimi, nonché nelle caratteristiche razziali soprattutto nel Nord Italia e in Toscana.

La diffusione dei Longobardi in Toscana ha dato origine anche a particolari teorie sul Rinascimento. Lo studioso tedesco Ludwig Woltmann sosteneva che il Rinascimento, che ebbe in Toscana la sua sede privilegiata, era un fenomeno essenzialmente nordico: un’aspirazione alla libertà e alla curiosità intellettuale che è molto meno sentita nelle culture mediterranee. In effetti l’arte toscana di quell’epoca presenta caratteri assai poco meridionali: simbolo del Rinascimento fiorentino sono le Grazie e la Venere del Botticelli, che hanno un aspetto decisamente ariano!

L’ultima parte del libro passa in rassegna tutte le regioni italiane delineandone la composizione etnica che è chiaramente celtico-germanica al Nord, con un consistente apporto celtico nelle Marche e con influenze umbre che, secondo Ciola, sono da far risalire a elementi proto-celtici. L’elemento etrusco è diffuso al Centro, ma in Toscana è frammisto a una consistente presenza longobarda. Nel Sud, invece, nonostante alcuni insediamenti longobardi e normanni, durarono a lungo le occupazioni musulmane, e ancor oggi prevalgono elementi di origine meridionale e levantina che determinano le tipiche caratteristiche psicorazziali della popolazione locale.

Il saggio di Ciola è opera di notevole erudizione, ricca di indicazioni che possono essere utili anche in ambito accademico, ma soprattutto è un invito a non dimenticare i valori delle culture nordiche che hanno segnato per tanti secoli la nostra civiltà: la sete di libertà, l’aspirazione alla giustizia, la fedeltà alla parola data, il coraggio, il senso dell’onore…

Si tratta di espressioni che rischiano di scomparire dal vocabolario, in un contesto come quello del mondialismo, dove dominano la menzogna, l’inganno, la truffa, il doppio gioco: gli ingredienti della società multicriminale.

Noi, Celti e Longobardi è un libro che ha il sapore di una boccata di aria fresca nell’ambiente asfittico della cultura ufficiale, e ha potenzialità dirompenti per la mentalità dominante, bigotta e conformista al di là di ogni ragionevole immaginazione.

* * *

Gualtiero Ciola, Noi, Celti e Longobardi, Edizioni Helvetia, Spinea (VE) 2008, pp.416, € 27,00.

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Michele Fabbri ha scritto il libro di poesie Apocalisse 23 (Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2003). Quella singolare raccolta di versi è stata ristampata più volte ed è stata tradotta in inglese, francese, spagnolo e portoghese. Dell’autore, tuttavia, si sono perse le tracce… www.michelefabbri.wordpress.com
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15 Responses

  1. W. Montecuccoli-Kuch
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    Interessante il fatto che un autore che si trova agli antipodi di tutti gli altri qui presenti, in merito all'idea di italianità, sia presente qui. Per chiarirci, Ciola chiama eroi tirolesi Klotz e tutti gli altri, vive con i tedeschi di Bolzano, e non ha niente a che fare con gli altri personaggi che lottavano per una "italianità di Trieste". E questo non solo per le regioni a matrice tedesca. Nell'opra citata, l'idea delle componenti razziali, ecc. diverse a quelle di facciata, non è intesa veramente in senso trasversale allo stato italiano. Non a caso il recensore scrive di "boccata di aria fresca nell’ambiente asfittico della cultura ufficiale, e ha potenzialità dirompenti per la mentalità dominante, bigotta e conformista al di là di ogni ragionevole immaginazione", ma potrebbe dire tanto altro.

  2. W. Montecuccoli-Kuch
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    La franchezza in merito all'antropologia di Ciola (che viene dal campo medico) lo renderà di difficile digestione oggi ancor più di ieri, a causa del terrorismo culturale anti-etnico (di varie matrici…). Per il pensiero di Ciola: si legga perchè ha messo la divisa della Luftwaffe e non quella italiana e come vede i fascisti in Sudtirolo, ma anche in Friuli o in altri territori. Stranamente, ma complici le sue date anagrafiche, rimane legato alle "regioni non regioni" mazziniane, vero e proprio "colpo di stato terminologico" (del duo Maestri-correnti)

  3. Mountcòcch&eg
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    Ci pensano quelli come Cìola a “consegnarci l’album di famiglia che ci era stato sottratto”, con un forte argomento storico-scientifico: abbiamo antenati diversi che ci distinguono sotto ogni aspetto da quelli che vivono a sud dell’Appennino tosco-emiliano. Cito Oneto: “Nei libri di scuola italiani ci si dilunga su egizi, assiri, greci e romani e sul bacino del Mediterraneo, ma poco o nulla viene detto dei popoli europei che vivevano nell'area padano-alpina, e quel poco è in genere riservato a disprezzo, al contrario degli studiosi stranieri…(…) e Venceslas Kruta che riconosce alla cultura autoctona di Golasecca un ruolo fondamentale tra le più antiche culture celtiche della prima Europa". La stessa archeologia celtica, o dei Goti, è vittima di incuria se non di vera e propria distruzione, spesso salvata soltanto dall’interesse di archeologi locali o stranieri.”

  4. Mountcòcch&eg
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    Rispondo per l'ultima volta al sacerdote-demiurgo-vipera incredibile della scuola italiana proprio, il livore è quello (per un territorio che non è neanche il suo! come se noi dedicassimo metà della vita alla lotta per Roma o Vienna! incredibile) Musashi. Si parla di voi nelle università in Austria e Germania, del vostro modo di lavorare. Del resto questo fanno gli insegnanti in erba italiani…ideologia di provincia, chiusa al mondo e all'Europa.

    Non per niente l'università italiana..sappiamo tutti come è (risparmiatevi il patriottismo), e infatti Musashi dedica più tempo qui che a preparare il suo lavoro.. e intanto all'estero ci sono i corsi di lingua veneta..

    Io non sono in ogni caso "emiliano" e non ho mai detto che nel Frignano parlassero tedesco, ma vedo proprio che da due culture così diverse non se ne esce. Anche i ladini, i friulani, i trentini e i franco-provenzali-occitani non parlano tedesco.

    Non ho neanche imparato il tedesco in Tirolo, ovviamente. Io avrei offeso! molto ilare, con quali parole sono stato chiamato? Aveva proprio ragione Miglio..("l'asino dsi Buridano") siamo davanti a una teocrazia coi suoi sacri confini inventati, i suoi sacerdoti-guardiani..(Miglio non era leghista, non so se nella vostra cultura agli antipodi potete capire certe sfumature).

    Cos'è l'italiano? Forse alla sapienza dite così, ma l'italiano si chiama -toscano normalizzato-.

    Voi siete i primi che dopo avere parlato con bresciani, comacchiesi, magari vostri "camerati", dite "ma hai sentito come parlano…non sembrano neanche italiani…". Tra i vostri "camerati", i pochi -ausiliari- della nostra gente hanno comunque un alto grado di "interculturalità" verso di voi nonostante tutta la buona volontà littoria.

    Ci sono poi indipendentisti anche come latinisti classicisti, tanto la questione appartiene alla sfera della pura retorica e i festival celtici (da una vita, per es. sulla terra delle 3 stirpi locali nel ferrarese, ecc.) non hanno mai avuto niente a che fare con la questione settentrionale. In questi libri potete poi leggere le frasi di Mussolini su Roma all'epoca della marcia CONTRO Roma*, o i tanti pensieri della gente di Salò er dei tedeschi dopo il 25 luglio 1943.

    Visto che avete una morboso rapporto di amore-odio per il nazismo, provate a vedere cosa dicono in proposito H.S. Chamberlain, Rosenberg, Günther! (è una battuta, non li ho neanche comprati, però è incredibile come anche nel mondo chi si occupi di noi veda la realtà).

    Offese per la mafia? Io cito decine e decine di conoscenti delle terre di mafia che dicono che la mafia è una cultura, ecc. Impari l'educazione piuttosto e a non farsi sempre riconoscere, magari come quelli che vengono di conseguenza snobbati dagli albergatori austriaci, ecc.

  5. M.K.
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    La domanda era ovviamente retorica e negativa: non varrebbe la pena sfoderare il passaporto tra veneto e padania! in merito al venetismo del collega Pento, come alludevo sarebbe doveroso fare altrimenti!

    STOP. non ci siamo proprio.

    Musash. continua a perseguitare e a dannarsi in casa altrui…

  6. Chris
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    C'è solo un errore: a differenza delle lingue "romanze orientali", quelle "romanze occidentali" non sono soltanto "scaturite dal latino", ma sono celto-romanzo-germaniche, altrimenti non sarebbero tali. E sono vive e vegete.

    per i non addetti ai lavori: germanico significa germanico antico, non tedesco. gotico, franco…

    IL CERCHIO

    sERGIO SALVI

    LA LINGUA DEL MI.

    Il Padano e i suoi dialetti

    "Sulle pagine di questo libro si sbriciola il mito forse più pervicace alla base del Risorgimento: che l'Italia fosse (e sia) "una di lingua".

    Accanto a questo mito traballano molti altri luoghi comuni: che il suo nome abbia coperto l'intero Paese quale risulta oggi e non, alternativamente, gli attuali Sud e Nord; che le regioni allestite nel 1970 rispettino le identità etniche e culturali sottostanti; che il rapporto tra lingua di Stato e dialetti di popolo sia quello insegnato nei gradi e negli ordini bassi della scuola di Stato e professato di conseguenza dalla classi alte dei professionisti della politica e della pubblica opinione.

    Da mezzo secolo ormai, la ricerca linguistica internazionale ha stabilito, con dovizia di particolari, che sul territorio dell'attuale repubblica italiana si parlano, a partire dall' alto medioevo, almeno cinque lingue autoctone, una sola della quali, il Toscano, ha prodotto la cosidetta "lingua nazionale" condannando gli altri idiomi al ruolo secondario di "dialetti", strettamente correlati, strutturalmente diversi dal Toscano e assai più facilmente apparentabili al Francese, all'Occitano, al Catalano.

    Sono dialetti parlati in Italia ma non sono, glottologicamente, dialetti italiani.

    La caratteristica più appariscente di questo Padano è che in esso, unica tra le dodici lingue scaturite dal latino, il pronome personale non deriva dal nominativo ego ma dall'accusativo me : un fenomeno così eccezionale, testimoniato da Ivrea a Pesaro, da Ventimiglia a Oderzo, che ha fornito l'occasione del titolo di questo libro, rivolto ad ogni lettore che tenti così di sfuggire alla dittatura così perniciosa del luogo comune.

    Note sull'Autore:

    SERGIO SALVI, (Firenze 1932), scrittore, poeta e storico delle lingue minoritarie, nella sua lunga esperienza ha affrontato molti argomenti, dalla letteratura all'arte, dalla politica allo sport, sempre al servizio di un principio che ha molte declinazioni pur essendo inequivocabile: l'autodeterminazione.

    Ha pubblicato numerosi libri, tra cui L'Italia non esiste (1996), Nascita della Toscana. Storia e storie della Marca di Tuscia (2004), L'identità toscana. Popolo, territorio, istituzioni dal primo marchese all'ultimo granduca (2006); con Il Cerchio ha collaborato nel 2011 alla pubblicazione di Il senno di poi. L'unità d'Italia vista 150 anni dopo.

  7. giuliogerdol
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    Saluti Prof. Fabbri, almeno mi dicono che anche lei sia un collega, nella città dove ho studiato. Ho cercato senza successo di contattarLa sul sito della casa editrice "Il Ponte Vecchio", sarebbe possibile visitarvi sul posto in merito all'acquisto di libri?
    Proprio insegnando nelle scuole di oggi non è difficile toccare con mano quello che Lei recensisce sulla sua ultima opera, anche in merito a un certo tipo di armi biologiche, ecc.

  8. michelefabbri
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    Per quanto riguarda l'acquisto dei libri non credo ci siano problemi richiedendoli direttamente al Ponte Vecchio, e comunque i libri del Ponte Vecchio si possono ordinare su tutte le librerie online. Se volete scrivermi alla mail personale potete trovarla sul mio blog.
    Grazie per l'interesse dimostrato verso i miei scritti.
    Un cordiale saluto

  9. Mountcòcchküchelberg
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    Cìola, davanti alla montatura risorgimentale, o di un Gentile, ecc., sta parlando di tutti e 20 i dipartimenti di questo stato in merito ai Celti e Germani d’Italia e di Lombardia, non solo in merito alla Lombardia storica (non dubito che certi non ne abbiano mai sentito parlare, ma non è un problema nostro). Io non sono né “Georg”, né altri utenti del sito. “Goethe" e "Roma", “univ.americana” suonano proprio importanti…..Dire agli altri di imparare il tedesco? Sarei curioso di sentirne anche solo l’accento; Cìola si scrive con la –ì-. Ma 15 milioni di persone non sanno neanche cos’è un –marò-, figurarsi la ciola, né dicono –bombolone-,-cornetto-,.Non segue nemmeno Bonolis, Coliandro. Gastronomia e Storia? Sopprimiamo 10 corsi di laurea e libri come “Le vie del latte – dalla Padania (scritto nel 1990) alla Steppa” del prof. Camporesi. Sfottere Miglio il Preside di facoltà della Cattolica? Schmitt lo definì, parlando con Jünger “uno degli uomini più colti d’Europa”. I “miei Campani” danno per scontato che chiunque abbia una media cultura (!) sappia chi era Miglio

  10. Mountcòcchküchelberg
    | Rispondi

    Cìola non scrive un’opera nordista. Non affronterei l’argomento chiamando turisticamente l’organo maschile "schwanzstück" (= il taglio della picanha?, o voleva dire schwanz? il film "Frankenstein jr."?) o inventando “pan” accostato a cibi tedeschi tirolesi mettendosi in competizione coi professionisti del settore (interpreti a Bruxelles) perché si è studiato un po’ di tedesco nella scuola privata della propria provincia (il Goethe di Roma come se fosse sinonimo di Berlino, Monaco) e non “dall’oste tirolese”. Veramente sono passato per la Humboldt e la Freie a Berlino poi ho passato il concorso per il bilinguismo a Bolzano (dove i veri italiani, i peninsulari, chiedono cos’è il vin brulè alla guida che lo traduce in “italiano”! dal tedesco Glühwein!). adesso mi occupo di linguistica collegata alla demografia storica, dove -toscano normalizzato- è una parola ovvia.

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