Mandylion: l’altro volto del Cristo?

Secondo il Calendario liturgico il 16 agosto è un giorno quantomeno particolare in cui si commemora non un Santo, non un membro della Sacra Famiglia e neppure un Attributo divino o un particolare momento della Rivelazione: il 16 agosto si “festeggia” una parte del corpo del Cristo, il “Volto Santo”. Da dove nasce questa stranezza, questo unicum nella liturgia cattolica?

La risposta è semplice. Si tratta di una celebrazione antichissima di origine bizantina: il 16 agosto 944, a Costantinopoli si celebrò per la prima volta la festa della traslazione del Santo Volto, allorché, secondo le cronache, venne portata in processione nella capitale imperiale una reliquia di inestimabile valore, il cosiddetto Mandylion.

Richard Valantasis, Il Vangelo di Tommaso. Versione copta integrale commentata Anche una definizione di tale reliquia non presenta grandi difficoltà: il Mandylion, sempre secondo le cronache, sarebbe una immagine acheropita (cioè non dipinta da mano d’uomo), di circa 1 metro per mezzo metro, ritraente l’effige di Gesù. Il suo nome deriva da una storpiatura greca dell’arabo mandil (che significa “telo”, “lenzuolo”) e, se venisse ritrovata, sarebbe, più ancora della Sindone (per questioni cronologiche e, forse, soprattutto per questioni di autenticità) a cui spesso impropriamente è stata associata, la più antica e santa reliquia della cristianità.

“Se…”, perché il Mandylion, nonostante alcune città (Genova, Oviedo, Roma) se ne disputino il possibile possesso attuale, è ufficialmente sparito dalla storia circa 800 anni fa, lasciando dietro di sé una scia di dubbi, perplessità, ipotesi, in un groviglio di verità e fantasia in cui diventa difficile se non impossibile orientarsi.

Nel tentativo di scoprire qualcosa di più su questo “oggetto misterioso”, tentiamo di procedere con ordine, a partire dai testi ufficiali da cui il culto del Volto Santo attinge la sua origine.

La leggenda

Un “sinassario” è, nella liturgia bizantina, una specie di notizia più o meno storica che informa sul contenuto e l’oggetto di una festa. Il sinassario del Mandylion, che data intorno all’anno 1000, è stato portato alla conoscenza dell’occidente dal Professor Georges Gharib, docente al Marianum di Roma, durante il secondo Convegno Internazionale di Sindonologia di Torino, nel 1978 (1). Vediamo cosa narra.

Abgar era toparco, cioè governante, re, di Edessa (l’odierna Urfa, in Turchia) e soffriva insieme di lebbra e di gotta. Aveva provato invano ogni medico e medicina. Viene a sapere dei miracoli che Gesù operava a Gerusalemme in mezzo alla ingratitudine dei giudei. Allora, nei giorni della passione, egli chiama a se un certo Anania (o Hanna), suo segretario e ottimo ritrattista, e gli affida un doppio incarico: consegnare una lettera a Gesù e farne un ritratto il più fedele possibile. Il testo della lettera era: “Abgar, toparco della città di Edessa, a Gesù Cristo eccellente medico apparso a Gerusalemme, salve! Ho sentito parlare di te e delle guarigioni che operi senza medicamenti. Raccontano infatti che fai vedere i cechi, camminare gli zoppi, che mondi i lebbrosi, scacci i demoni e gli spiriti impuri, risani gli oppressi da lunghe malattie e resusciti i morti. Avendo udito di te tutto questo mi è venuta la convinzione di due cose: o che sei figlio di quel Dio che opera queste cose, o che tu sei Dio stesso. Perciò ti ho scritto pregandoti di venire da me e di risanarmi dal morbo che mi affligge e di stabilirti presso di me. Perché ho udito che i giudei mormorano contro di te e ti vogliono fare del male. La mia città è molto piccola, è vero, ma onorabile e basterà a tutti e due per vivere in pace”.

I vangeli gnostici. Vangeli di Tomaso, Maria, Verità, Filippo Anania va a Gerusalemme, consegna la lettera e prova ad eseguire il ritratto richiestogli ma non vi riesce perché “il viso del Cristo emana uno splendore troppo intenso per essere dipinto”. Gesù, comprendendo le sue difficoltà, chiede dell’acqua per lavarsi ed un asciugamano: su di esso imprime l’immagine del suo volto che consegna ad Anania, insieme ad una missiva di risposta ad Abgar: “Hai creduto in me, sebbene tu non mi abbia visto. Di me, infatti, sta scritto che chi mi vedrà non crederà in me, affinché coloro che non mi vedranno credano in me e vivano. Quanto all’invito che mi hai fatto di venire da te, ti rispondo che bisogna che io adempia qui tutta intera la mia missione, e che dopo il suo compimento io torni da Colui che mi ha mandato. Quando sarò asceso presso di lui, ti manderò uno dei miei discepoli, di nome Taddeo, a guarirti dal male ed offrire la vita eterna e la pace a te ed ai tuoi, e fare per la città quanto necessario per difenderla dai nemici.” Prima di dare la lettera ad Anania, Cristo appone in calce alla lettera sette sigilli recanti lettere in lingua ebraica, il cui significato è, sempre secondo il sinassario, “meravigliosa vista di Dio”. Abgar accoglie con grandi onori e profonda venerazione lettera e ritratto e subito guarisce dai suoi mali, ad eccezione di qualche punto di lebbra sul volto.

Dopo l’Ascensione arriva a Edessa l’apostolo Taddeo, come promesso e immediatamente porta Abgar e la sua famiglia alla fonte battesimale. Abgar, dopo l’immersione, esce completamente guarito e pieno di fervore per la nuova religione: fa fissare l’immagine di Gesù sopra una tavola ornata d’oro che viene collocata al centro della città, in una nicchia da cui viene tolta una statua pagana in precedenza molto venerata, ed esposta al culto con la scritta “Cristo Dio, chi in te spera non si perderà”. Lì l’immagine rimane sotto il regno di Abgar e del suo figlio.

Ma il nipote, prosegue il sinassario, ritorna al paganesimo e decide di distruggere la preziosa reliquia. Avvertito in sogno da un angelo, il vescovo della città, per salvare il Mandylion, lo fa murare di nascosto nella nicchia occultandola con una ceramica e accendendo davanti ad essa una piccola lampada.

La sacra immagine viene così dimenticata per secoli, fino a quando Cosroe, re di Persia, dopo aver saccheggiato tutte le città dell’Asia, cinge d’assedio Edessa. La città sta per essere conquistata quando una rivelazione manifesta ad Eulavio, vescovo della città, l’esistenza della reliquia. Scavato il muro, appare l’immagine: la lampada è ancora accesa e ha contribuito ad imprimere l’immagine di Cristo anche sulla ceramica che la nasconde. Estratta la reliquia, viene organizzata una processione sulle mura della città e miracolosamente tutto l’apparato militare dei Persiani si incendia cosicchè essi devono togliere l’assedio e fuggire subendo una grave disfatta.

Corpus hermeticum. Con testo greco, latino e copto Poiché tutte le cose più belle affluivano verso la città imperiale, prosegue il sinassario, era anche volere divino che quella santa ed ineffabile icona venisse a far parte del suo tesoro: molti imperatori bizantini tentano di entrare in possesso della reliquia di Edessa, che, nel frattempo, è caduta in mano saracena. Finalmente l’imperatore Romano I Lecapeno, dopo lunghe trattative, riuscì ad ottenerla a caro prezzo: il pagamento di dodicimila denari d’argento, la liberazione di duecento prigionieri saraceni e la promessa dell’esercito imperiale di astenersi dal mettere piede in Edessa e nei suoi possedimenti. Saputo dell’accordo, la comunità cristiana di Edessa si ribella ma deve cedere alle ragioni di Stato e la reliquia, insieme alla lettera autografa di Gesù al re Abgar, viene portata, dopo alcune soste, a Costantinopoli, in un corteo in cui prendono posto, tra i molti dignitari, anche i vescovi di Samosata e di Edessa. Strada facendo si operano prodigi: arrivato il corteo al rione degli Optimati nella chiesa della Theotòkos detta “di Eusebio”, viene acclamato da grandi folle e molti ammalati, tra cui un indemoniato che appena vede la reliquia si mette a gridare “Ricevi, o Costantinopoli, gloria, onore e letizia; e tu, o Porfirogenito, il tuo impero” vengono guariti.

Secondo il sinassario, il 15 agosto dell’anno della creazione 6452, che corrisponde all’anno 944, il corteo arriva al santuario della Theotòkos di Blacherne, ove la reliquia viene esposta ai fedeli e venerata dalla famiglia imperiale, che si trovava già nel santuario per festeggiare l’Assunta, dalla nobiltà e da tutto il popolo. L’indomani, 16 agosto, la sacra immagine viene portata a spalle in una grande processione, guidata dal patriarca Teofilatto, dai giovani Imperatori, essendo il padre trattenuto a letto da grave malattia, e accompagnata da tutto il senato e dal clero e, al canto di inni e in mezzo a miriadi di lampade e di luci, il corteo, entrato attraverso la Porta d’oro, percorre tutta la città e arriva alla grande chiesa di Santa Sofia. Qui il Mandylion viene esposto alla venerazione pubblica, poi la processione riprende, passa attraverso il palazzo imperiale e arriva alla chiesa della Theotòkos detta “del Faro”, dove la reliquia viene collocata definitivamente.

Fin qui la “leggenda”. E’ ovvio che il sinassario riporta una sorta di “versione distorta” dei fatti, che mescola realtà e tratti parabolistici, fantasia ed inesattezze cronologiche. Nostro compito, allora, dal punto di vista storico è quello di provare a filtrare la leggenda, per trarne gli elementi effettuali.

Le fonti

Oltre al sinassario, alcuni altri documenti, ad esso precedenti, riportano versioni più o meno simili della storia del Mandylion.

Il primo a parlare dell’argomento è Eusebio di Cesarea (265-340) che, nella sua Storia Ecclesiastica (2), riferisce il racconto ad Abgar V, detto il Nero (cioè “Ukkama”), Re dell’Osroene e toparca di Edessa ma ricorda solamente lo scambio epistolare (senza menzionare alcuna immagine) tra lui e Gesù e la promessa di quest’ultimo di inviare un suo discepolo per guarire il re dalla lebbra.

Eusebio di Cesarea, tra l’altro, ci informa che gli originali in siriaco della corrispondenza tra Cristo e Abgar Re di Edessa, erano conservati negli archivi di Edessa, alle cui fonti aveva attinto anche Giulio Africano. Di documenti in siriaco, esiste ancora oggi il testo integrale in Siriaco, ritrovato in un manoscritto del sesto secolo d.C., oltre a due redazioni greche indipendenti, molto più brevi, che sostanzialmente risultano totalmente coerenti con il racconto dello storico greco.

Anche Egeria, pellegrina a Edessa nel 384, riferisce (3) che il vescovo della città, nel farle visitare i luoghi notevoli, la conduce alla Porta dei Bastioni dalla quale era entrato Hanna recando la lettera di Gesù. Ancora una volta, però, il resoconto di quanto ha visto non fa cenno all’immagine del Salvatore.

Michael Baigent, Misteri antichi La prima menzione esplicita del Mandylion, dunque, risale a circa un secolo dopo, quando Niceforo Callistas, nel suo Storia Ecclesiastica (4), racconta che la prima icona di Cristo fu inviata dallo stesso Gesù al re Abgar Ukkama, principe di Osroeme, senza, però, specificare alcun particolare riguardo ad essa. Molti più particolari, in una nuova Storia Ecclesiastica (5), ci vengono forniti da Evagrio Scolastico nel VI secolo: sostanzialmente il racconto è molto simile a quello del successivo sinassario e si concentra particolarmente sugli effetti dell’esposizione del Mandylion sull’esercito persiano di Corsoe. Da notare è anche che qui, per la prima volta il Mandylion viene definito “theoteuktos”, cioè “fatto per mano di Dio”, quindi acheropito.

Di poco precedente al sinassario, o addirittura ad esso contemporanea, è l’omelia che Gregorio, referendario della chiesa di Santa Sofia in Costantinopoli, tiene davanti all’immagine Acheropita, riportata nel Codice Vat. gr. 511, scoperto qualche anno fa dal prof. Zaninotto (6). Ciò che ci si sottolinea è la sua differenza da una immagine dipinta: “Lo splendore… è stato impresso dalle sole gocce di sudore dell’agonia, sgorgate dal volto che è origine di vita, stillate giù come gocce di sangue, e dal dito di Dio. Queste sono veramente le bellezze che hanno prodotto la colorazione dell’impronta di Cristo, la quale è stata ulteriormente abbellita dalle gocce di sangue sgorgate dal suo stesso fianco. Ambedue sono piene di insegnamenti: sangue ed acqua là, sudore ed immagine qui”.

Anche il sinassario stesso non presenta assolutamente un testo univoco. A parte una versione più breve, databile intorno al 1150, già nell’XI secolo circolano numerose varianti della storia in esso riportata. Le due versioni alternative più importanti narrano che: Cristo impresse il suo ritratto sulla tela quando si asciugò il volto dopo il battesimo o che Cristo impresse il suo ritratto sul Mandylion quando si asciugò il volto dopo la sudorazione di sangue, osservata da S. Luca, durante l’agonia del Getsemani.

Antonio Orbe, La teologia dei secoli II e III. Il confronto della grande chiesa con lo gnosticismo. 1.Temi veterotestamentari Infine, l’ultimo testo rilevante riguardo al Mandylion è uno dei più fondamentali resoconti crociati, quel La conquëte de Constantinople (7) del cavaliere piccardo Robert de Clary che, nel 1204, partecipò alla conquista ed al relativo saccheggio della capitale imperiale da parte dei partecipanti alla quarta crociata (cioè al momento a partire dal quale il Mandylion sparì dalla storia) e la descrisse con ricchezza di particolari.

Il de Clary così tratta della della santa reliquia: “Il palazzo Bocca di Leone era tanto ricco e così ben costruito come vi descriverò. Dentro quel palazzo ci saranno state almeno trenta cappelle, grandi e piccole, e ce n’era una che chiamavano la Santa Cappella. Dentro quella cappella si trovavano molte ricche reliquie: vi si trovarono due pezzi della Vera Croce, grossi quanto la gamba di un uomo e lunghi tre piedi e vi si trovò il ferro della Lancia da cui Nostro Signore ebbe il costato trapassato ed i due chiodi che gli furono conficcati nelle mani e nei piedi. E si trovò anche una fiala di cristallo con una gran parte del Suo Sangue. E vi si trovò la tunica (tunike) che aveva indosso quando lo spogliarono e lo portarono al Monte Calvario. C’erano anche altre reliquie in quella cappella, che noi abbiamo dimenticato di descrivervi. C’erano infatti due ricchi recipienti d’oro che pendevano in mezzo alla cappella da due grosse catene d’argento. In uno di questi recipienti c’era una tegola e nell’altro un pezzo di tela: ora vi racconteremo da dove era giunte quelle reliquie. Un buon uomo aveva indosso un pezzo di tela e Nostro Signore gli disse: ‘Su, dammi quel pezzo di tela’. E l’uomo glielo diede e Nostro Signore se lo avvolse intorno al viso in modo che la sua fisionomia vi restasse impressa, poi glielo ridiede e gli disse che lo prendesse e lo facesse toccare ai malati e a chiunque avesse avuto fede sarebbe guarito da qualsiasi infermità. E il buon uomo lo prese e lo portò via, ma prima di portarlo via, non appena Gesù gli ebbe reso il pezzo di tela, l’uomo buono lo prese e lo nascose sotto una tegola fino al tramonto. Al tramonto, quando stava per andarsene, prese il suo pezzo di tela ma, come sollevò la tegola, si accorse che il volto divino era impresso sulla tegola così come sulla tela; allora prese il pezzo di tela ed insieme la tegola e da allora guarirono molti ammalati”.

Un buon numero di fonti, dunque, attestano l’esistenza del Mandylion tra il II secolo e il 1204. Il problema risiede nel fatto che tali resoconti risultano a tratti contraddittori e, spesso, poco accurati dal punto di vista storico. Proviamo ad analizzarli singolarmente per mettere un po’ di ordine nella rete delle loro reciproche derivazioni.

La storia

Abbiamo visto che il primo a riportare, per quanto parzialmente, la storia della relazione tra Abgar e Gesù è Eusebio, che si rifà a testi siriaci. E’ nel suo racconto che troviamo la prima contraddizione storica. Che Edessa sia stata la prima città in cui il cristianesimo divenne religione di stato è riportato da numerosi scritti, ma il fatto è che il primo re cristiano di Edessa fu Abgar IX, poi deposto da Caracalla nel 216 e non Abgar V detto il Nero, figlio di Uchamas, contemporaneo di Cristo. Possiamo forse pensare che Abgar V, nonostante i benefici ottenuti da Gesù, non si fosse convertito? E’ un’ipotesi più che inverosimile. Tra l’altro, la variazione della data di conversione ci porta facilmente all’identificazione di quell’apostolo Taddeo che, secondo la leggenda, avrebbe battezzato Abgar. Ovviamente, non può essere il sodale del Cristo. Con ogni probabilità, allora, si tratta di Addai, forse evangelizzatore in Mesopotamia e autore di un apocrifo di stampo manicheo pieno di fantasiose leggende dal titolo La dottrina di Addai, databile alla fine del IV secolo.

Significativamente, è proprio dal IV secolo che si diffonde l’idea dell’invio del Manylion e della successiva visita di Taddeo ad Abgar. Questo ci dice di una possibile discendenza del racconto di Niceforo Callistas dalla Dottrina (o viceversa: le difficoltà di datazione precisa dei due scritti non ci permettono una maggiore precisione a riguardo) e, soprattutto, di una quasi certa conoscenza di Addai da parte di Evagrio.

Per altro, il racconto di Evagrio risulta redatto sulla base di fonti che trovano rispondenza storica: nel 544 la città fu effettivamente assediata dai Persiani guidati dal re Cosroe I Anushirvan, che non riuscì a conquistarla e il ritrovamento “miracoloso” del Mandylion potrebbe essere avvenuto durante i lavori di ricostruzione seguiti alla catastrofica inondazione del Daisan, il corso d’acqua che attraversa Edessa, avvenuta nel 525. La notizia di questa inondazione è riportata da un autore dell’epoca, Procopio di Cesarea: numerosi monumenti biblici furono danneggiati o distrutti e Giustiniano (futuro imperatore) intraprese una monumentale ricostruzione, della quale beneficiò anche la chiesa principale, Santa Sofia (8).

Molto probabilmente, dunque Evagrio si è fidato delle fonti che aveva a disposizione e che, in ultima analisi, dovevano essere date da Addai o, con meno possibilità, da Niceforo e le ha ritenute storicamente attendibili, perpetuando la leggenda della guarigione finale di Abgar a opera del battesimo di Taddeo, fino a farla giungere al sinassario studiato da Gharib. Gregorio Referendario, con le sue menzioni al sangue di Cristo, si rifà alla variante che vuole il telo utilizzato come asciugamano nel Getsemani, ma, dal punto di vista della linea di filiazioni che si viene delineando, risulta poco significativo. Le corrispondenze di elementi peculiari (in particolare per quanto riguarda il passaggio della figura del Cristo sulla tegola che la ricopriva), infine, indicano chiaramente che anche il racconto di Robert de Clary dipende direttamente, pur con varianti e tagli di notevole portata, da Evagrio, chiudendo la serie delle derivazioni.

Lawrence M. Sudbury, Il Graal è dentro di noi A questo punto il quadro risulta più chiaro: esiste dal II secolo una storia riguardante una presunta corrispondenza tra Gesù ed il re di Edessa: Eusebio, cogliendola da scritti siriaci, la riporta, fraintendendo i termini cronologici e, molto probabilmente, “abbellendola” in forma parabolistica.

Sicuramente, nel IV secolo la leggenda è ben conosciuta, come dimostra il racconto di Egeria. Su questo, che potremmo definire un “ramo primario” del racconto, Addai (o, per utilizzare termini più scientifici, l’autore della Dottrina di Addai) innesta la trama del Mandylion vero e proprio, creando quella che, pur con infinite varianti ed abbellimenti, diventa la versione ufficiale da cui discendono tutte le altre. La domanda, a questo punto, sorge spontanea: se il Mandylion sostanzialmente nasce con la Dottrina di Addai nel IV secolo e sparisce nel 1204 con il sacco di Costantinopoli, possiamo bollare il tutto come un’invenzione? Insomma, è mai esistito un Mandylion, inteso come reale immagine acheropita di Cristo?

Il dubbio è legittimo e la risposta più razionale sembrerebbe essere un “probabilmente no”, ma almeno due ordini di ragioni spingono a non dare nulla per scontato. In primo luogo, in troppi hanno testimoniato di aver visto la sacra reliquia: non è pensabile che le folle di Costantinopoli abbiano adorato una fantasia di un autore di sei secoli prima o che un cronista attento come il de Clary si sia inventato di aver visto il telo senza che questo sia mai esistito. In secondo luogo, il passaggio del Mandylion nella storia ha lasciato tracce più che evidenti nella storia dell’arte bizantina.

Non sembra un caso, infatti, che proprio nel periodo bizantino si affermino canoni di raffigurazione di Gesù che cambiano radicalmente rispetto a quelli dei periodi precedenti: dopo i primi secoli del cristianesimo nei quali il Cristo era spesso dipinto come giovane imberbe, simile alle divinità pagane, si afferma la raffigurazione ancora oggi tradizionale di un uomo coi capelli lunghi e la barba. Se si considera che il Mandylion, in virtù della sua origine ritenuta miracolosa, doveva certamente rappresentare un “modello autorevole” al quale gli artisti bizantini si ispiravano direttamente, siamo chiaramente in possesso di un ulteriore dato a riprova della sua esistenza reale. Come spiegare, allora, almeno quattro secoli di silenzio su una reliquia tanto sacra?

Allo stato dei fatti, una risposta univoca risulta impossibile e possiamo affidarci unicamente a supposizioni. Teorie

Riassumiamo le conoscenze in nostro possesso. Teoricamente il Mandylion dovrebbe essere arrivato ad Edessa, tenendo conto degli errori di datazione su nascita e morte di Gesù (9), attorno al 40 d.C. Ma

1) il primo re di Edessa a convertirsi è Abgar IX, tra la fine del II e l’nizio del III secolo;
2) Eusebio e Egeria, rispettivamente nel II e III secolo non ci dicono nulla del telo;
3) il Mandylion viene menzionato per la prima volta solo nel IV secolo.

D’altra parte, da quel momento in poi abbiamo una notevole proliferazione di racconti, anche a tratti piuttosto storicamente attendibili (come quello di Evagrio), sulla sua esistenza, che appare più che evidente, sia per prove testimoniali di prima (Gregorio Referendario, Robert de Clary) e di seconda mano (il sinassario, la cui composizione, comunque, segue di pochissimo il trasporto del Sacro Telo a costantinopoli e che, dunque, potrebbe essere ritenuto anch’esso testimonianza diretta), sia per i suoi “strascichi” nell’iconografia bizantina. Escludendo la possibilità che un oggetto di così grande importanza potesse essere semplicemente “dimenticato” o considerato di scarso valore dai monarchi e dagli abitanti di Edessa per un periodo così lungo, le ipotesi possibili sono sostanzialmente tre.

A) Le cose potrebbero effettivamente essere andate come raccontato nella leggenda. Abgar V potrebbe essersi effettivamente convertito e, negli anni successivi, il Mandylion avrebbe potuto effettivamente diventare oggetto di culto a Edessa. Sappiamo, però, che suo nipote ritornò al paganesimo e ciò avrebbe potuto far cancellare il ricordo della reliquia fino al IV secolo, quando, convertitasi definitivamente la città sotto Abgar XI, a seguito dell’inondazione del Daisan, l’immagine venne ritrovata e riprese il suo culto, “abbellito” da aggiunte posteriori quali la presenza dell’Apostolo Taddeo in città. Per certi versi potrebbe essere la soluzione più facile, ma anche la meno probabile: più fonti storiche sono concordi nel passaggio di Edessa al cristianesimo solo nel II secolo e non appare logico che né Eusebio (che utilizzando fonti indirette sarebbe anche scusabile) né Egeria (che, invece, soggiornò di persona ad Edessa) non menzionino un reperto così fondamentale per la loro religione.

B) Semplicemente, il Mandylion potrebbe essere sì un’immagine del Cristo, ma non acheropita. Se, ad esempio, Anania avesse portato ad Abgar una lettera di Cristo, accompagnata da una semplice immagine dipinta, ciò spiegherebbe la ragione sia di una possibile non-conversione del re (che potrebbe, in realtà, non essere affatto guarito), sia la scarsa importanza data da Eusebio ed Egeria al dipinto, tanto da non citarlo, sia, una volta creato dalla Dottrina di Addai il mito della acheropita, il culto posteriore riservato alla reliquia e il suo diventare modello per l’iconografia posteriore. Sicuramente siamo ad un livello di possibilità maggiore rispetto all’ipotesi precedente, ma, comunque, non certo elevato: l’acheropita è caratteristica davvero troppo sottolineata da tutti i testi successivi al IV secolo per essere considerabile “posticcia” e anche la teoria riguardo alla mancata conversione di Abgar risulta comunque un po’ tirata per i capelli.

C) L’ipotesi più sostenibile è, parzialmente, quella proposta da Jack Markwardt (10): secondo questo autore il Mandylion sarebbe giunto ad Edessa soltanto nel 540, il che spiegherebbe l’assenza di notizie precedenti. Markwardt ritiene che prima di tale data il telo sarebbe stato custodito ad Antiochia e il trasporto sarebbe avvenuto quando la città, quattro anni prima di Edessa, venne attaccata da Cosroe e molti nell’imminenza dell’assedio fuggirono. In realtà, questa teoria presenta due problemi: il primo è identificare, come già prima di lui Ian Wilson (11), il Mandylion con la Sindone, il che è assolutamente discutibile, quantomeno, senza voler entrare in questo spinoso argomento, per il gran numero di fonti antiche che citano i due manufatti come elementi separati; il secondo è ritardare la data d’arrivo del Mandylion a Edessa addirittura alla metà del VI secolo, quando, come abbiamo visto, già documenti del IV secolo lo menzionano chiaramente come presente nella città dell’odierna Turchia. Ciò che, comunque, è apprezzabile nel pensiero di Markwardt è la possibilità di un arrivo del Mandylion a Edessa posteriore a quello tradizionalmente conosciuto. Proviamo a disegnare un quadro verosimile. La comunità cristiana di Edessa ricorda un possibile evento miracoloso legato ad una missiva del Salvatore al re della città. Siamo nel IV secolo, un periodo in cui la compravendita di reliquie è all’ordine del giorno (solo a Costantinopoli ne vengono conservate circa 10.000 (12)). Nel momento in cui una presunta reliquia acheropita arriva in città, essa viene sincreticamente “inglobata” nel racconto pre-esistente, dando luogo a quella che diventerà la versione ufficiale per i secoli a venire.

Da dove veniva la reliquia? Quasi sicuramente non lo sapremo mai. Poteva essere il velo funebre del Cristo, quello stesso velo che dovrà diventare ben presente alla tradizione occidentale se, nel XV secolo, i francescani arriveranno a tentare razionalizzare la presenza di un telo con l’effige del Santo Volto nella religiosità popolare inventandosi il racconto del velo della Veronica? Si, poteva: se fosse rimasto in Palestina per almeno tre secoli, certamente avrebbe dovuto rimanere nascosto, sulla base del divieto religioso ebraico di venire in contatto con oggetti venuti in contatto con un morto e solo le enormi cifre pagate per ogni tipo di reliquia dalle comunità mediorientali avrebbero potuto farlo riapparire.

D’altra parte, proprio questa stessa compravendita aveva portato ad una enorme circolazione di falsi e, quanto all’acheropita, non dobbiamo dimenticare le relativamente recente scoperta delle “Pile di Bagdad”: queste piccole giare usate anticamente come pile elettriche e tuttora funzionanti nonostante risalgano alla dinastia dei Sassanidi, dimostrano inconfutabilmente che il mondo antico conosceva i segreti dell’elettricità e i procedimenti elettrolitici di galvanizzazione per l’argentatura e doratura mediante placcatura dei metalli meno nobili. Anche se in base alle ricerche condotte in seguito, tali conoscenze erano patrimonio esclusivo di sette e di piccoli gruppi di persone che difendevano gelosamente tali segreti, è unanime tra gli archeologi la certezza che verso il III secolo d.C. sicuramente era conosciuta la proprietà fotosensibile del nitrato d’argento e la relativa applicazione fotografica…

Teorie, comunque, semplici teorie. Purtroppo, dal 1204 il Mandylion, con buona pace delle indimostrabili pretese di Oviedo (con il suo sudario) e di Genova (con la sua tavola lignea) e delle voci (senza prove) che avrebbero voluto il “Santo Volto” presente in Vaticano verso il 1870, è irrimediabilmente perduto e con esso, a meno di improbabili nuove scoperte archeologiche, ogni possibilità di dare risposte certe riguardo “all’altro volto di Cristo”.

Note

1) Cfr. G. Gharib, Le icone di Cristo. Storia e culto, Città Nuova, Roma 1993, passim.
2) Cfr. Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiae, I.XIII.
3) Cfr. Egeria, Diario di viaggio, a cura di E. Giannarelli, Edizioni Paoline, Milano 2002.
4) Cfr. Niceforo Callistas, Ecclesiae Historia. XIV, 300 ss.
5) Cfr. Evagrio Scolastico, Historia Ecclesiae, PG 867 2745-2748.
6) Cfr. G. Zaninotto, Orazione di Gregorio, Il Codice Vat. gr. 511, FF 143-150V: Una conferma dell’identità tra l’immagine edessena e la Sindone di Torino, in “Collegamento pro sindone (Suppl. Coll. Pro Fidelitate No. 2)”, Marzo-Aprile 1988, p. 349.
7) Cfr. Robert de Clari, La Conquete de Constantinople, a cura di Philippe Lauer, Paris Edouard Champion 1924, LXXXII-LXXXIII.
8) Cfr. Procopio di Cesarea, Storia inedita, XVI, Milano, Rusconi Libri, 1977.
9) Cfr., ad esempio, D. Donnini, Gesù. Una vicenda storica da riscoprire, Firenze, Erre-Emme, 1994, passim.
10) Cfr. J. Markwardt, Antioch and the Shroud, www.shroud.com, 1998.
11) Cfr. I.Wilson, The shroud of Turin, Toronto , Orion, 1978.
12) Cfr. Codice Ottoboniano latino, 169.

Segui Lawrence Sudbury:
Nato a Londra nel 1968 ma italiano di adozione, si laurea a 22 anni con il massimo dei voti in Lettere Moderne presso l'UCSC di Milano con una tesi sui rapporti tra cultura cabbalistica ebraica e cinematografia espressionista tedesca premiata in Senato dal Presidente Spadolini. Successivamente si occupa di cinema presso l'Istituto di Scienze dello Spettacolo dell'UCSC, pubblicando alcuni saggi ed articoli, si dedica all'insegnamento storico, ottiene un Master in Marketing a pieni voti e si specializza in pubblicità. Dal 2003 si interessa di storia e simbologia religiosa: nel 2006 pubblica Il Graal è dentro di noi, nel 2007 Non per mano d'uomo? e nel 2009 L’anima e la svastica. Nel 2008 ottiene, negli USA, "magna cum laude", un dottorato in Studi Religiosi a cui seguono un master in Studi Biblici e un Ph.D in Storia della Chiesa, con pubblicazione universitaria della tesi dottorale dal titolo Nicea: what it was, what it was not (2009). Collabora con riviste cartacee e telematiche (Hera, InStoria, Archeomedia) e portali tematici, è curatore della rubrica "BarBar" su www.storiamedievale.org e della rubrica "Viaggiatori del Sacro” su www.edicolaweb.net. Sito internet: http://www.lawrence.altervista.org.

  1. […] Per il racconto di re Abgar vedi G. Gharib, Le icone di Cristo. Storia e culto, e Lawrence Sudbury […]

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