Il Graal? Storicamente è un concetto spirituale

Da qualche anno il Graal è un argomento di moda: chiunque lo cita, più o meno a proposito, molti ne parlano, alcuni ne scrivono (compreso l’autore di queste pagine, nel suo Il Graal è dentro di noi, edito l’anno scorso dal Melograno). Eppure, intorno al Graal esistono quantità enormi di errori e fraintendimenti, a partire dalla domanda di da porsi quando si affronta un argomento tanto problematico, che non dovrebbe essere “dov’è il Graal?” ma, prima di tutto, “cosa è il Graal?”. Probabilmente questa affermazione necessita di qualche spiegazione. Ogni mese, su giornali e riviste specializzate e non, spuntano notizie che vogliono il calice che contenne il Sangue di Cristo ora in Spagna, ora in Puglia, ora a Roma. Il problema è che niente ci dice che il Graal sia un calice. O meglio, ce lo dice un autore provenzale del XIII – XIV secolo, tale Robert de Boron, che apporta questo elemento nuovo ad un filone della letteratura romanza che, però, esisteva già da quasi un secolo.

Lawrence M. Sudbury, Il Graal è dentro di noi Letterariamente, infatti, il Graal fa la sua comparsa con un trovatore provenzale attivo tra 1160 e 1190 di nome Chretién de Troyes, che, attorno al 1180, scrive un testo in ottonari in rima baciata dal titolo Conte del Graal. Ebbene, nel Conte, il Graal non è affatto un calice: Chretién lo definisce, in modo un po’ oscuro, semplicemente un contenitore (in provenzale “basin”), capace di contenere l’Ostia consacrata.

Fortunatamente, molto più chiaro è un autore francone, Wolfram Von Eschenbach, che, nel suo Parzival, databile tra 1200 e 1210, da molti visto come una sorta di grande esaltazione dell’Ordine Templare, definisce chiaramente il Graal come: “…una pietra del genere più puro […] chiamata lapis exillis. [Se un uomo continuasse a guardare] la pietra per duecento anni, [il suo aspetto] non cambierebbe: forse solo i suoi capelli diventerebbero grigi” (1).

Per inciso, pur se scritto in periodo posteriore, il Parzival, in effetti, quasi certamente deriva da fa fonti precedenti il Conte: Wofram ci dice di aver tratto la sua materia da uno scritto precedente trovato nella biblioteca del suo protettore Hermann di Turingia e di averla integrata con i testi di un altro trovatore, tale Kyot, che, a sua volta, si era ispirato al racconto di un arabo, Flegetanis, da lui trovato nella biblioteca di Toledo (2). Dal momento che non esiste nessuna ragione per dubitare di una tale derivazione (3), possiamo risalire il corso delle successive riprese fino ad una data incerta che, però, sicuramente si colloca prima del 1085, anno in cui gli spagnoli riconquistarono Toledo dagli arabi.

Julius Evola, Il mistero del Graal Questo ci permette di affermare che, in qualche modo, la prima attestazione scritta del Graal lo definisce semplicemente una pietra.

Lasciando da parte ogni argomentazione riguardante il significato di quel exillis (4) che specifica la qualità della pietra, ciò su cui dobbiamo concentrare la nostra attenzione è, dunque, il significato che il “simbolo pietra” assume nel medioevo. Sia Le Goff (5) che Mircea Eliade (6), infatti, ci insegnano che, nel medioevo, ogni cosa, ogni oggetto era simbolo, rimando al mondo superiore e, certamente, non possiamo pensare che la pietra di Wolfram facesse eccezione.

Certamente, nel periodo tra 1100 e 1300, la pietra era un simbolo denso, ricco di significati e sfaccettature. Sulla scorta di Eliade (7), riassumere tutti questi significati affermando che, nel medioevo, la pietra rappresenta:

– un segnale della presenza di Dio e della sua potenza;
– un elemento fondante del potere creativo primigenio;
– un simbolo di regalità;
– un ricettacolo di forza cosmica.

Sono tutte definizioni che si attagliano perfettamente al Graal: il Graal è certamente legato alla presenza e potenza divina (esiste come simbolo divino), è potente dal punto di vista creativo (conservando la vita diventa creatore di vita), su di esso si fonda la regalità (Parzival diventa Re del Graal nel momento in cui è degno del Graal) e sprigiona una forza tale da sostenere chiunque lo avvicini.

Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose. Vol. 3: Da Maometto all'Età delle riforme Eppure, qualcosa manca ancora per una definizione completa dell’oggetto Graal. Ancora non siamo in grado di comprendere cosa esso oggettivamente rappresenti.

Fortunatamente, ci viene in aiuto quel forziere di saperi tradizionali che è la Massoneria speculativa di stampo anglosassone, in cui quello di pietra è un concetto simbolico assolutamente centrale.

Leggiamo quanto scrive Silvestre sul concetto libero-muratorio di pietra: “[La pietra grezza e la pietra levigata] sono i due simboli dell’adepto: dapprima individuo da sgrossare, liberare, svincolare, sia dai legami caratteriali che da quelli acquisiti nella vita ‘profana’, i quali lo condizionano e ne impediscono la libertà interiore; successivamente individuo perfettamente ‘levigato’ dalla propria volontà, identificata dal pesante mazzuolo, arricchito dal lavoro di presa di coscienza del proprio ‘sè inferiore’ e in possesso dell’intuizione del ‘sé superiore’. Questo individuo sarà la ‘pietra cubica’ che costituisce un perfetto e preciso supporto alla costruzione del Tempio, innanzitutto di quello interiore, condizione che si raggiunge al primo livello, e successivamente, quale attivo partecipante alla elevazione del tempio comune, rappresentazione del microcosmo, cioè dell’intero universo umano” (9).

Marinus Gout, Il simbolismo nelle cattedrali medievali Insomma, da questo scritto (e da molti altri ancora) emerge un dato incontrovertibile sul reale significato massonico del ‘simbolo pietra’, un significato che propone un aspetto di grandissimo interesse su tutto l’oggetto della nostra analisi. Sulla base di quanto osservato, infatti, risulta assolutamente chiaro che il simbolo della pietra si riferisce, in ambito massonico, allo Spirito (in altri ambiti lo potremmo chiamare Anima, o Logos, o Sentire) dell’uomo, in costante ricerca della propria elevazione.

Su questa base, è facile ipotizzare, con un semplice sillogismo, che, fondamentalmente, il Graal, ben lungi dall’essere un “semplice” calice, sia una rappresentazione simbolica dell’animo umano, a cui, tra l’altro, non solo si attagliano tutte le definizioni viste del simbolo pietra medioevale, ma che calza perfettamente anche come “contenitore dell’Ostia”, cioè della Grazia di Dio.

Siamo, però, ancora in un ambito generico. Cosa significa che il Graal è, in effetti, il simbolo del Logos?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo riprendere il nome Graal dal punto di vista filologico. Le interpretazioni riguardanti l’origine sono numerose. Le tre più diffuse e, apparentemente, più motivate dal punto di vista storico sono:

– Graal dalla corruzione vetero-francese del latino ‘gradalis’ o ‘cratalis’ (piatto di portata largo e profondo in cui a Roma venivano serviti cibi in successione, cioè ‘gradatim’, ai ricchi) lascerebbe intendere che il Graal sia, in effetti, il piatto usato da Cristo nell’Ultima Cena. In realtà, però, questa interpretazione sembra basarsi su una confusione tra nucleo mitico-graaliano e un testo del cronachista cistercense Elinardo (circa 1230) che narra del sogno di un eremita del 717 riguardante il piatto dell’Ultima Cena e del conseguente libro, scritto dall’eremita stesso, intitolato ‘Gradale’ (10);
– Graal dall’unione corruttiva del latino ‘gratus’ (piacevole) con il francese ‘agréèr’ (dare piacere), da cui ‘Greal’ o ‘Greel’, portato col tempo alla forma che conosciamo. Numerosi filologi (11) diffidano di una tale interpretazione, ritenendola etimologicamente, se non impossibile, scientificamente troppo azzardata. Per altro, si tratta di un’ottica che nulla aggiunge al nostro campo di conoscenza sull’oggetto della ricerca, dicendoci unicamente che il Graal è una cosa bella, ma non spiegando minimamente di che cosa si tratti;
– infine, Graal dalla mozzatura erronea del termine, ancora una volta francese, ‘Sang Real’ (Sangue Reale), da cui San Greal (in vetero- francese appunto Santo Graal). Si tratta di una interpretazione più tarda rispetto alle precedenti (si comincia a diffondere solo intorno alla fine del Medioevo) ma gravida di implicazioni (al di là delle ormai note fantasiose deduzioni su legami dinastici tra Gesù Cristo e i Merovingi di Lincoln, Baigent e Leigh (12) utilizzate nel notissimo Codice da Vinci di Dan Brown), in particolare riguardo alle interpretazioni dei reali significati di quel termine ‘sangue’.

Damien Carraz, L'architettura Medievale in Occidente Abbiamo detto che il Graal può essere interpretato (ovviamente, in questo argomento, siamo sempre nel puro campo delle interpretazioni) come simbolo dell’animo umano. Cosa significherebbe in questo nuovo contesto il termine ‘Sang Real’?

Una risposta immediata è rinvenibile già nella Genesi, Capitolo 1 (13):

“[26]E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
[27]Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò”.

Dio, dunque, creò l’uomo a Sua immagine. Di conseguenza, l’uomo conserva in sé il seme di Dio, l’immagine del suo Creatore: ne diviene ‘creatura’ in senso proprio e, come ogni creatura, egli è sangue del Creatore. Un Creatore che è anche e soprattutto Re.

Il temine Re (Re del cielo, Re del creato, Re dell’universo) è, infatti, un’attribuzione divina usata molto spesso in ambito ecclesiastico. Già in area veterotestamentaria l’uso dell’attributo è piuttosto diffuso. Si vedano per esempio:

– Tobia 13:9 “Io esalto il mio Dio e celebro il re del cielo ed esulto per la sua grandezza”;
– Tobia 13:17 “Gerusalemme sarà ricostruita come città della sua residenza per sempre. Beato sarò io, se rimarrà un resto della mia discendenza per vedere la tua gloria e dar lode al re del cielo”;
– Giuditta 9:12 “Sì, sì, Dio del padre mio e di Israele tua eredità, Signore del cielo e della terra, creatore delle acque, re di tutte le tue creature, ascolta la mia preghiera”;
– Daniele 4:34 “Ora io, Nabucodònosor, lodo, esalto e glorifico il Re del cielo: tutte le sue opere sono verità e le sue vie giustizia; egli può umiliare coloro che camminano nella superbia” (14).

Se si analizza poi il discorso più propriamente legato all’ambito teologico medioevale, si può notare che:

Michel Pastoureau, Medioevo simbolico “La Figura divina che si sviluppa in ambito tardo-alto medioevale e proto-basso medioevale e si diffonde ad opera della Chiesa è una figura di stampo fortemente teo-legalistico […] La visione preponderante è quella di un Deus Iudex, Deus Vindex e Deus Rex che, se da un lato appare probabilmente non completamente confacente alle aspettative ecclesiologiche di un’alta borghesia in fase di nascita e sviluppo, dall’altra è perfettamente in linea con le richieste spirituali di una plebe che necessita di riscatto (se non immediato, almeno teleologico) dai soprusi cui è sottoposta e, soprattutto, è completamente funzionale alle gerarchie nobiliari, Imperatori e Re in testa, che, nell’essere depositari terreni di caratteristiche divine trovano legittimazione formale alle loro istanze di potere. Appare dunque naturale che con il progressivo smantellamento del mondo cavalleresco-nobiliare a favore dello sviluppo del mondo mercantile duecentesco, correnti ugualitarie e di proclamazione di Deus Amoris, quali quelle proto-riformistiche e, come frangia di riassorbimento di queste ultime, francescane, trovino maggior spazio di manovra, mettendo in ombra proprio quell’immagine di Dio Padrone che fino a quel momento (e ancora per almeno un secolo) aveva caratterizzato la predicazione ufficiale del cattolicesimo” (15).

Se, dunque, Re (o Re dei Re) è, in primo luogo, attribuzione divina, allora appare chiaro che l’attributo ‘Sangue reale’ può realmente avere senso come metafora per l’uomo, creatura (sangue) di Dio (Re), e in particolare in riferimento alla sua parte spirituale, quella parte che deve “sgrossarsi” per ritornare allo stato primigenio di ‘immagine e somiglianza di Dio’.

Eccoci, così, alla risposta che cercavamo. Probabilmente, il Graal non è in Spagna, in Puglia o a Roma: il Graal, il vero Graal della millenaria tradizione che, forse a partire addirittura dalla Gnosi del V secolo, attraverso la cultura araba prima e provenzale poi, passa a diventare misterioso patrimonio dell’occidente, è solo un concetto di purificazione spirituale che va cercato in ognuno di noi.

Note

1) Parafrasi tratta da: Arcangelo Morigi, Parsifal – Storia di un mito, Aretè, Roma, 1991, pag. 37.
2) Cfr. Edmond Bergheaud, Analisi storico-letteraria del Santo Graal, in AA.VV., A la Recherce du Graal, Editions de cremille, Geneve, 1970, pgg. 40-42 , trad. di M. Tomatis.
3) Cfr. L. Sudbury, Il Graal è dentro di noi, Milano, Il Melograno, 2006, pgg. 33-37.
4) Per le quali si rimanda, ad esempio, a Julius Evola, Il Mistero del Graal, Roma, Mediterranee, 1994, pag. 76 e a René Guenon, Simboli della Scienza Sacra, Torino, Adelphi, 1990, pag. 67 ss.
5) Cfr. Jaques Le Goff, Alla Ricerca del Medioevo, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 1986, pgg. 121-122.
6) Cfr. Mircea Eliade, Storia delle Credenze e delle Idee Religiose, Vol. III, Milano, Sansoni, 1980, pag. 111 ss.
7) In particolare cfr. Mircea Eliade, Religioni del Mediterraneo e del Vicino Oriente antico, Milano, Jaca Book, 2001, passim.
8) “Tutte le leggende massoniche risalgono a tempi remoti e un esame accurato ci induce a riferirle agli ambienti della Corporazioni Elleniche e dei Misteri d’Oriente”. Cfr. Sir. G. Wilkinson, Manners and Costums of the Ancient Egyptians, 1878, vol.III, pag. 38, riportato da Elvio Sciubba in H. Claudy, Introduzione alla Massoneria, Foggia, Bastogi, 2001, pag.11.
9) Cfr. Antonio Silvestre, L’Istituzione Massonica, Foggia, Bastogi, 1998, pag. 45.
10) Cfr. Etimologia del Graal in Wikipedia.
11) Ad esempio Jacques Belmont, Demistification et etimologie, Paris, Revue, 1999, pag. 86.
12) Cfr. Lincoln, Baigent, Leigh, Il Santo Graal, Milano, Mondadori, 1982, passim.
13) Genesi, I, vv. 26-27. Cfr. La Sacra Bibbia, CEI, 1974.
14) Tutte le citazioni bibliche sono tratte dall’edizione C.E.I., citata.
15) Cfr. Stephen Milton-Dewey, Social Notes to the Theology of Middle Ages in Europe, Oxford, O.U.P., 1998, pgg. 27-28.

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Nato a Londra nel 1968 ma italiano di adozione, si laurea a 22 anni con il massimo dei voti in Lettere Moderne presso l'UCSC di Milano con una tesi sui rapporti tra cultura cabbalistica ebraica e cinematografia espressionista tedesca premiata in Senato dal Presidente Spadolini. Successivamente si occupa di cinema presso l'Istituto di Scienze dello Spettacolo dell'UCSC, pubblicando alcuni saggi ed articoli, si dedica all'insegnamento storico, ottiene un Master in Marketing a pieni voti e si specializza in pubblicità. Dal 2003 si interessa di storia e simbologia religiosa: nel 2006 pubblica Il Graal è dentro di noi, nel 2007 Non per mano d'uomo? e nel 2009 L’anima e la svastica. Nel 2008 ottiene, negli USA, "magna cum laude", un dottorato in Studi Religiosi a cui seguono un master in Studi Biblici e un Ph.D in Storia della Chiesa, con pubblicazione universitaria della tesi dottorale dal titolo Nicea: what it was, what it was not (2009). Collabora con riviste cartacee e telematiche (Hera, InStoria, Archeomedia) e portali tematici, è curatore della rubrica "BarBar" su www.storiamedievale.org e della rubrica "Viaggiatori del Sacro” su www.edicolaweb.net. Sito internet: http://www.lawrence.altervista.org.

  1. biondetta
    | Rispondi

    molte imprecisioni : Chretién de Troyes non è un trovatore provenzale ma un poeta della Champagne, Robert de Boron é piccardo mentre Kyot è un troviero

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