Perchè l’evoluzione sta bene alla Chiesa?

Hans-Joachim Zillmer, L'errore di Darwin La teoria dell’evoluzione è la storia del mondo e dei viventi sottratta al Creatore. Darwin non ha bisogno di Dio. Perché allora la Chiesa romana, negli ultimi cinquant’anni, non ha preso posizione contro la teoria dell’evoluzione darwiniana? Giovanni Paolo II è arrivato anzi a dichiarare, era il 1966, che “…nuove conoscenze conducono a non considerare più la teoria dell’evoluzione una mera ipotesi.” Se non è un’ipotesi, è un fatto. Naturalmente, la Chiesa non accetta il corollario che l’anima sia un sottoprodotto del cervello, ma considera questa proposta come un’incongrua intromissione di teorie materialistiche in un contesto scientifico. Qualcuno ha suggerito che la Chiesa non ha voluto fare su Darwin un secondo caso Galileo. Ma le ragioni della sua adesione a Darwin, che riposa in pace accanto a Newton nella Westminster Abbey, sono molto più sottili e profonde.

L’argomento è stato trattato da Joseph Ratzinger nel 1968, nel corso della sua splendida Introduzione al Cristianesimo (Queriniana, 2003, 12 edizioni), in un capitolo intitolato A che punto siamo con la credenza in Dio. Affrontando il mistero dell’essere, Ratzinger rifiuta, insieme al materialismo, l’idealismo. La materia è, per il vescovo di Cracovia, un’entità senza coscienza, “un entità che non si auto-comprende”: la coscienza è degradata dal materialista a secrezione neuronale. Ma neppure la via idealista convince il teologo bavarese. Gli esseri, rappresentati come pure entità pensate da Dio, da una coscienza creatrice, sarebbero entità statiche, perfette e eterne. Sarebbero come le idee platoniche o la matematica pitagorica, forme già pensate prima di noi. Il nostro pensiero non sarebbe ideazione libera, ma solo ripensamento. Il matematico, argomenta, non può scoprire che matematica, e davanti a un melo in fiore gli sfugge “l’altamente superfluo miracolo della bellezza.” Il Dio cristiano non è obbligato dalla “geometria” del cosmo, non è anonimo e neutrale come un professore di matematica con i suoi teoremi, ma è autentica Persona, dotata di somma Libertà. Egli non solo crea e conosce le sue creature, ma le ama e su di esse riversa una dotazione di amore, di senso del bello, di rischio del male, insomma di libertà. In questa visione ratzingeriana, la persona particolare prevale sull’universale, e “il minimo diventa massimo” in quanto unico e irripetibile, libero e genuino. La vigna del Signore prevale sulla immensità del firmamento.

Giovanni Monastra, Le origini della vita Che cosa ha da dire il naturalista di questa asserita priorità del particolare, della preminenza del singolare sull’assoluto? Anche nella storia naturale è in atto una contrapposizione, tra chi fonda la sua scienza sulle tipologie e chi invece privilegia il particolare e considera i tipi pure astrazioni. Il singolo cavallo, è, per il tipologo, la manifestazione di una realtà astratta, il cavallo “ideale”. Per chi invece si rivolge solo agli individui e alle loro comunità (il popolazionista) esso non è niente più che la media di una popolazione di cavalli. “Ogni grande controversia nel campo dell’Evoluzione, scrisse Ernst Mayr nel 1970, è stata una controversia tra un tipologista e un popolazionista”. Per il tipologista, precisa François Jacob (1971), “solo il tipo ha realtà; gli oggetti si limitano a rifletterla”. Per il popolazionista il tipo medio è “un’astrazione; solo gli individui, con le loro particolarità e differenze, con le loro variazioni, hanno realtà concreta”.

Henry Gee, Tempo profondo. Antenati, fossili, pietre Tipologista e popolazionista di Mayr corrispondono a idealista e materialista nel linguaggio di Ratzinger. Distaccandosi dalla scienza tipologica e statica dell’ottocento, Darwin inaugura la visione popolazionista, e si concentra sui singoli individui che formano la collettività. Per il naturalista inglese la specie (il tipo) è una realtà vaga e transitoria, quel che conta è il singolo e sono le sue variazioni, i suoi errori, che costruiscono le specie future. Il trascendente ferma l’evoluzione, il contingente la consente. Scrive François Jacob: “L’introduzione del contingente nel mondo vivente, ad opera di Darwin e Wallace, rappresenta per la biologia il ‘tutto è permesso’ di Ivan Karamazov,”. Ratzinger opta anch’egli per la supremazia della libertà sulla geometria: del particolare sull’universale: “Non lasciarsi coartare dalla grandezza massima, ma lasciarsi afferrare dalla minima – scrive – è una prerogativa realmente divina.” In questo modo egli si avvicina alla visione darwiniana, che si focalizza sul quotidiano. Anche per il naturalista inglese le vicende del mondo sono fondate sulle traversie testimoniate nel tempo presente, nell’attualità. Nella sua Origine delle Specie l’“attualismo” del suo mentore Ch. Lyell è opposto al “catastrofismo” dei grandi sistematici e il mistero della Creazione è risolto nel romanzo dell’oggi”. Scrive un secolo e mezzo dopo Henry Gee (Tempo Profondo, Einaudi 2006): “Questa lettura lineare o progressiva della nostra epopea, così simile alla trama di un romanzo, riflette tutt’al più i nostri pregiudizi, ma si adatta davvero male ai dati empirici della paleontologia. Il problema è che i romanzi sono ambientati in tempi brevi, quotidiani, mentre l’evoluzione si svolge nel ‘tempo profondo’, in quel particolare ambiente scandito da milioni di anni nel quale i fossili sono solo piccole isole remote, collegate tra loro da null’altro che dalle nostre supposizioni”.

Darwin e Wallace non hanno risolto il mistero dell’esistenza, come pretende Richard Dawkins. Essi, con Mendel, hanno introdotto la contabilità nella natura, ma vi hanno escluso la immensità e l’eterno. Essi hanno preteso di apprendere dal recinto di allevamento o dall’orto del convento l’inaudito miracolo che ha luogo nella misteriosa dimensione del tempo profondo. Come si dice in termini tecnici, hanno spiegato la macroevoluzione con la microevoluzione. Ed oggi accade che, mentre la Chiesa rivolge la sua benevolenza alla evoluzione storica dei viventi, la biologia se ne sta allontanando delusa, preferendo dedicare il suo impegno alla manipolazione artificiale della vita e dello stesso uomo, non più al factum ma al faciendum. Anche questa visione del mondo (come officina da lavoro) non è del tutto estranea alla tradizione ebraico-cristiana. Non ci dobbiamo stupire pertanto se il magistero della Chiesa, pur con le debite riserve, non sia decisamente all’opposizione neppure nel campo dei progetti di intervento della genetica e della trapiantologia sull’uomo, alla futuristica evoluzione sotto vetro.

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Tratto da Il Foglio del 30 giugno 2006.

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Giuseppe Sermonti è Ordinario di Genetica all'Università di Perugia

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