Corpo, anima, salute. Il concetto di uomo da Omero a Platone

Recensione a: Giovanni Reale, Corpo, anima, salute. Il concetto di uomo da Omero a Platone, R. Cortina, Milano, 1999.

Giovanni Reale, Corpo, anima e salute. Il concetto di uomo da Omero a Platone L’occasione di nascita del presente testo è stata, a detta del suo stesso autore, la modesta proposta lanciata nel ’97 dallo psicologo Galimberti ai suoi colleghi (Il corpo, Feltrinelli, Milano), ossia l’idea di gettare alle ortiche il concetto di anima (psiche) per approfondire, riesaminare e consolidare il tema del corpo come irriducibile e autentico oggetto di indagine per chiunque voglia sondare l’umano.

Questo, il temerario suggerimento di Galimberti, di cui Reale si limita ad evidenziare l’infondatezza logico-semantica, ricordando come la parola corpo non indichi nient’altro che ciò che non è anima, e viceversa.

Il libro che andiamo ad esaminare presenta facili conferme a questa tesi mentre analizza l’unica produzione culturale d’Occidente in cui non v’è traccia alcuna dell’anima, ossia l’epopea omerica. In essa, proprio per l’assenza di psiche, non si troverà alcuna traccia della corrispondente idea di corpo. Ripercorrendo infatti le tappe con cui l’Occidente, dall’orfismo fino a Platone, ha lentamente focalizzato il seme divino e immortale che chiamiamo anima, l’opera di Reale dimostra come questa ricerca incessante abbia finito per rendere possibile nell’indagine filosofica anche una visione unitaria delle membra e degli organi fisici corrispondente alla nostra abituale idea di “corpo”.

Diciamo subito che una delle parti più originali del testo in esame è proprio quella dedicata all’epos omerico. Reale qui non compie, come nel caso di Platone, prodigi filologici. L’idea di uomo offerta dai poemi omerici fu già delineata in passato da studiosi del calibro di Snell, Werner Jaeger, Walter Otto e soprattutto del Fränkel, il cui genio esegetico, noto finora ai soli specialisti, viene qui riproposto con ampie e preziosissime citazioni. Reale intende invece rendere quasi visivamente un’immagine di uomo oggi inconcepibile. Con l’accurata giustapposizione della terminologia omerica e dell’arte figurativa, egli compone un mosaico dal quale emerge la figura umana come era vista dai Greci arcaici: un composto irrimediabilmente frammentario dove le membra, i cuori e le teste appaiono dotati di un carattere e di un destino propri. Tali organi infatti, corrispondenti ad altrettante funzioni del fato, spesso si impadroniscono della scena omerica fin quasi a trascinare l’uomo, che ravvisa così il fondo di immortalità connaturato alle gesta che tali membra portano a compimento.

Da Socrate in poi, tutte le attività umane presiedute dalle membra del corpo saranno sottoposte all’unica opera ritenuta capace di liberare l’uomo dopo la morte, ossia, la ricerca filosofica svolta nell’anima, dunque nell’uomo che un destino di immortalità ha contribuito ad unificare anche nella vita terrena. Secondo Reale, l’idea dell’anima e della sua cura costituiscono la specificità del pensiero europeo, ed è su di esse che l’Europa spirituale, prima ancora di quella politica, andrebbe oggi rifondata.

Preparandosi al corpo a corpo con la psicoanalisi, che è l’obbiettivo primario del testo, Reale dialoga con Gadamer e i suoi approfondimenti del Politico di Platone, predisponendo con sapienza il terreno della battaglia riservata agli ultimi capitoli. Esso consiste nell’idea, tanto cara alla psicologia moderna, secondo cui la cura dell’anima possa essere considerata una indispensabile forma preventiva per la cura del corpo.

Reale mostra come Platone, pur debitore della retorica medica contemporanea per l’istituzione del suo metodo dialettico, intraprende una serrata critica alle capacità di osservazione dei fenomeni che già in quella scienza si andava affermando. Per Platone infatti, “la parte del corpo non si cura se non in funzione dell’intero del corpo, e il corpo non si cura senza l’anima, ossia l’intero dell’uomo”. L’anima platonica non è un composto analogo al corpo, anche se forse più “sottile” di esso, e non è nemmeno quel pallido fantasma imprigionato nella materia caro agli gnostici e più tardi ai cristiani della controriforma e ai protestanti. Piuttosto essa è l’esistenza stessa dell’uomo in sé, che può risultare sana o patologica a seconda se l’uomo, con la filosofia, riesca o meno ad armonizzarsi al mondo, alla vita civile, alla natura e alle correnti mutevoli degli umori corporei. Tale armonia, che è l’adeguatezza dell’anima alla vita, rappresenta il “carattere ontologico della cosa stessa”, la posizione immisurabile di ciò che è confacente o meno. L’adeguatezza dell’uomo sano trova dunque le sue radici nell’essere immortale dell’anima, come risulta dalla raffinata analisi del Fedro compiuta dall’autore. Reale infatti ravvisa che “senza un rapporto con la Verità immortale l’anima [per Platone] non può diventare uomo”. Il possesso di tale Verità costituisce la base e il punto di arrivo della pensabilità stessa dell’idea di “salute” (e dunque anche dell’idea unitaria di corpo). Solo il ricordo e il ripristino di questa Verità originaria può richiamare l’esigenza di una “cura”, ossia della riscoperta di quella unità che il Demiurgo, ricalcandola dall’essenza del tutto, ha riservato all’anima umana.

Venendo al confronto con la psicoanalisi, diciamo subito che gli interlocutori virtuali di Reale fanno parte di ciò che potremmo chiamare “vetero-psicoanalisi”, per distinguerla dalle moderne psicoterapie. Nell’esiguo ambito di queste note, è sufficiente dire infatti che queste ultime, a differenza della loro antenata, sembrano evitare, scientemente o meno, una dogmatica dell’interiorità. Ed è forse questa la ragione della loro maggiore efficacia nella cura concreta delle anime. Questa caratteristica sarà forse più chiara una volta che avremo riassunto il dibattito che l’autore instaura con la vetero-psicoanalisi.

In breve, attraverso la critica alla interpretazione psicoanalitica di Platone, in particolare all’identità del tutto arbitraria da essa stabilita tra l’Eros platonico e la libido freudiana, nonché alle fuorvianti interpretazioni dei passi del Fedro riguardanti l’omosessualità, Reale giunge a definire la “alienazione ermeneutica” connaturata all’indagine condotta da questa scienza. Essa consiste nel misconoscere la realtà dell’oggetto di osservazione preferendo una fuga dell’intelletto (una alienazione, appunto) verso una interpretazione condotta entro coordinate molto lontane dalla effettiva cornice entro cui l’oggetto si presenta. In sostanza, questa scienza non fa che stabilire una serie di assunti che finiscono per avere vita propria (diciamo pure, per diventare dogmi) occultando la vera realtà dell’oggetto osservato. Di qui, aggiungiamo noi, la conseguente inefficienza pratica della psicoanalisi rispetto alle psicoterapie moderne, più aderenti all’uomo concreto e alla sua esigenza di cure immediate. Il testo di Reale suggerisce inoltre la visione platonica di uomo “ingiusto” come colui che stenta a cogliere la reale natura delle cose. “Giustizia” infatti non è per Platone questione di processi e procedure, ma eminentemente la capacità di una visione equanime che permetta di distinguere, senza confusioni, né sovrapposizioni, la concreta e variegata realtà del mondo. “Giustizia” è anche la condizione ottima dello Stato che riconosce i diversi elementi dell’ethnos da esso governato, dando a ciascuno la possibilità di essere ciò che è. Si tratta dunque di una sensibilità, di una capacità discriminatoria e onnicomprensiva che si trasmette dall’interiorità dell’uomo allo Stato e viceversa. Non a caso l’autore riporta la descrizione platonica della degenerazione dello Stato e le sue analogie con la caduta dell’individuo dalla sua condizione di salute. Lo stesso metodo filosofico era ritenuto dal pensatore greco soltanto il sostituto di qualcosa che il buon governo e una conseguente armonia sociale saprebbero da sole assicurare ad ogni cittadino della polis, ossia quella condizione di adeguatezza e di realizzazione piena del proprio destino che abbiamo visto essere, per Platone, sinonimo di anima pacificata e di “salute”.

Si profila così una prospettiva storica inattesa, per la verità già suggerita da Karl Kraus agli albori della psicoanalisi freudiana, che considera questa scienza “il male stesso da cui vorrebbe guarire”. Vale a dire, un metodo di indagine e di cura che va ad annoverarsi come uno fra i tanti effetti delle patologie della nostra epoca, l’esito inevitabile del vuoto pedagogico in cui l’uomo odierno è stato spinto dallo Stato moderno e dal contesto familiare attuale. In più, l’inquisizione vetero-psicoanalitica, non avendo all’orizzonte che una visione limitata del concetto di anima, ha amplificato questa solitudine creando una vulgata che identifica l’uomo con le proprie tendenze psichiche; mentre a ragione Reale sottolinea come per Platone sia essenziale la libera scelta dell’individuo di dare o meno esistenza a tali tendenze attraverso la conquista dell’unità del proprio essere.

Durante la sua vita mortale, ogni uomo ha una parte divina che gli permette, se lo vuole, di rendere attuali l’autenticità e l’armonia dell’anima mediante l’educazione e il governo di sé nelle esperienze della vita. L’uomo dunque può dare una impronta irripetibile all’esito immortale della sua vita, oppure può restare chiuso nelle angustie della legge, delle abitudini e delle paure. Così, aggiungiamo noi, lo stesso psicoanalista che ha inteso considerare il termine platonico pteros (le “ali” dell’Eros platonico) come una escrescenza oscena (pp. 296-297), ha finito per comporre la figura di uomo più adeguata ad un ben determinato limite scelto come proprio destino.

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Giovanni Reale, Corpo, anima e salute. Il concetto di uomo da Omero a Platone (IBS) (BOL)

  1. Maurizio Zanchi
    | Rispondi

    Leggete il libro il diario di un pazzo di Xu Lun scrittore cinese e' importante abbinarlo al libro scritto daL professor Andreoli

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