Civiltà contadina e sovversione progressista

La frantumazione del ceto contadino causata dall’avvento dell’industrialismo ha provocato ovunque una serie di tragiche disfunzioni sociali. Ciò che è alle origini dell’attuale fenomeno globalista. La lacerazione di atavici legami sociali, sui quali in gran parte riposava l’identità popolare, non è stato un evento ineluttabile, ma un degrado voluto. Era nella logica della concezione progressista la necessità di eliminare quel centro di tenuta sociale che è sempre stato il mondo contadino. Osserviamo che, anche in questo, liberalismo e comunismo hanno sempre viaggiato di pari passo. Come i ceti padronali del capitalismo industriale non hanno esitato a scompaginare le classi rurali, trasformando velocemente il libero contadino nello schiavo legato alla catena di montaggio, adescandolo col miraggio del consumismo, così il marxismo colse sempre nella classe rurale il nemico principale del suo disegno sovversivo. Dalle elucubrazioni marxiane circa la mentalità reazionaria dei contadini, allo sterminio puro e semplice dei mujk ucraini operato da Stalin, l’obiettivo è lo stesso. Eliminare ciò che si avverte a giusto titolo come un ostacolo sulla via dello sradicamento, del cosmopolitismo e della società livellata.

Non nascondiamo che, effettivamente, anche in Italia, il nocciolo duro della resistenza contadina alla modernità ha avuto non di rado veri connotati reazionari. Tuttavia, sebbene a lungo cavalcato da oscurantisti di ogni specie – ecclesiastici come laici – l’innato conservatorismo agrario non ha di per sé le caratteristiche di un ottuso sottomondo di marginali fuori dalla storia, del tipo di certi insorgenti ottocenteschi. Essere analfabeti servi del padrone e avvolti da una sottocultura di paure e superstizioni non è il segno della storia contadina. Questa ci parla piuttosto di un sistema organico di protezione identitaria, qualcosa di immutabile che ha una sua logica di ferro e che da sempre ha affidato alla consanguineità e alla comunanza del suolo i cardini della propria concezione sociale. Una profonda cultura popolare, innervata dai saperi popolari, dalla conoscenza tramandata sulle coltivazioni e i cicli stagionali, l’innato rispetto per la natura e le sue leggi. Era un patrimonio ricchissimo e antico, che sin da Virgilio era stato celebrato come la più alta nobiltà. Questo retaggio, fatto a pezzi dal progressismo negli ultimi decenni, è tornato alla ribalta, ma col segno invertito di un recupero intellettualizzato, non più spontaneo, qualcosa tra la new age, le comuni fricchettone e un folcklore reinventato di sana pianta. Il contadinato storico era altra cosa. Era soprattutto civiltà, tradizione, legame con la terra natìa, solidità sociale.

Da noi, il sistema rurale era storicamente suddiviso, a grandi linee, tra piccola proprietà a Nord, mezzadria al Centro e latifondo a Sud. Ma in tutti e tre i casi, e al di là delle condizioni materiali, a volte di disperata miseria, la nota costante era il comunitarismo: la cascina, il podere e la masseria come luoghi della cultura tradizionale e del legame primordiale. Con, al centro, la signoria indiscussa del familismo. La famiglia rurale come fulcro aureo della comunità nazionale. Lo si direbbe un vero e proprio dominio del sangue e del suolo. E la storia della civiltà contadina in Italia ci indica una tendenza invariata: ovunque, in ogni epoca, il fine sociale è la creazione della piccola proprietà, il libero contadino padrone della terra su cui vive. Non esitiamo a ricordare che l’unico governo che fece del ceto contadino l’asse della propria concezione sociale fu quello fascista. Si trattò di un’ideologia pienamente ecologista ante litteram, che percepiva come essenziale la protezione di quel vitale comparto sociale e di quei valori di solidarietà comunitaria. Mentre i socialisti ragionavano – come gli industriali – in termini di reddito monetario e di profitto, il Fascismo capì che l’economia contadina ragionava invece in termini di beni ottenuti. Non il bracciante salariato, che era la punta di lancia delle rivendicazioni classiste dei socialcomunisti, ma la famiglia contadina rappresenta il perno sociale: questa la diversificazione tra i progressisti e il Fascismo. Che fece la seguente politica: difesa del ceppo rurale nell’azienda agricola padana, rilancio della mezzadria nel classico podere toscano, in quanto esemplificazione della concordia sociale, e, nel Meridione, assalto al latifondo e redistribuzione della terra.

Tutto questo ebbe fine non appena, col decollo economico del secondo dopoguerra, i piani fascisti di un equilibrio fra tradizione e modernità vennero rovesciati dalla selvaggia industrializzazione, che in pochi anni ha annientato il mondo legato al rispetto ecosistemico, creando in suo luogo il paradiso del consumo insostenibile e della degradazione ambientale. Qua e là si odono oggi crescenti lamenti per gli effetti distruttivi di queste scelte moderniste, effettuate per decenni a guida democristiana dietro impulso comunista, ma sempre con piglio pienamente liberal-progressista. Ripensamenti tardivi, ma eloquenti. Si restaurano sagre paesane in chiave turistica, si celebrano gli “antichi sapori” della campagna, si fa una bolsa retorica sulla realtà agreste, quando questa non c’è più e il disastro progressista è ormai irreversibile. Nascono come funghi musei locali sulle tradizioni popolari e sui lavori preindustriali, si scrivono saggi sulla vita dei campi, solerti amministratori locali – di destra come di sinistra – mon mancano di lamentare il perduto esempio di quando si faceva un uso ponderato delle risorse: è quando il progressista, terminato il suo criminale lavoro di desertificazione sociale, si volta a contemplare il suo demolitorio modello di sviluppo “democratico”. E viene colto da dubbi, vaghi sensi di colpa.

Dando un’occhiata alla mostra Cultura della terra in Toscana. Mezzadri e coltivatori diretti nell’arte dell’Ottocento e Novecento, in corso presso il Palazzo Mediceo di Seravezza, in provincia di Lucca, si ha un esempio di questa tendenza. L’importante esposizione offre uno spaccato del potente universo di miti e valori andato perduto in cambio della globalizzazione. E suona scherno che, soltanto adesso, la marcia indietro – purtroppo solo teorica – degli schieramenti politici progressisti e “democratici” si renda conto del male fatto. Ad esempio, nel catalogo della mostra in parola, si può leggere la paginetta di maniera stesa dall’immancabile burocrate istituzionale, che recita la formula alla moda: «…oggi, in un’epoca di sviluppo sostenibile e di bioarchitettura, molti elementi propri della nostra cultura rurale si vanno riscoprendo: dalla sapienza delle tecniche costruttive, all’uso responsabile delle risorse ambientali, dalle colture tradizionali al consumo dei beni locali»… e si cita Pasolini, notoriamente critico di «un modello di sviluppo che cancellava la cultura popolare e contadina». Pasolini? Si tratta infatti dello stesso Pasolini – già collaboratore di “Architrave”, la rivista del GUF di Bologna – che fu messo da parte senza tanti complimenti proprio dal PCI operaista che aveva per alleati i regimi del Patto di Varsavia, protagonisti di una politica di industrializzazione pesante che ha massacrato il territorio di intere regioni, disboscando e alterando l’ambiente in tale misura che ancora oggi – e non solo a Cernobyl – se ne risentono le conseguenze. Pasolini è stato per l’appunto quell’intellettuale “comunista per caso” (o forse per interesse) che, rimpiangendo la sparizione del mondo contadino, riconobbe al Fascismo la volontà pratica di aver fatto del ruralismo il vertice della sua politica sociale. Volere o no, il Fascismo fu in grado di attuare programmi non di mera conservazione, ma di rilancio dell’economia agricola, modernizzando le tecniche senza intaccare, ma anzi rinsaldando, i tessuti sociali consolidati. È un fatto che il Fascismo, lungi dall’essere il braccio armato dell’Agraria, finì col dare la terra ai contadini, come insegnano i casi delle paludi Pontine e dello smantellamento del latifondo siciliano. I patti colonici fatti sottoscrivere con la forza ai possidenti da Farinacci sin dal 1921 furono definiti da Gobetti «i migliori in tutta Italia». E le “battaglie del grano” raggiunsero picchi produttivi poi non più eguagliati. Quelli erano proprio i “prodotti locali” oggi rimpianti con lacrime di coccodrillo: beni che scaturivano dalla terra italiana, e non da qualche imbroglio ordito a Bruxelles. Dietro la poesia dell’aratro che traccia il solco è indubbio che c’erano sonanti risultati: meccanizzazione, razionalizzazione delle colture, acquedotti, edilizia rurale, dignità e sicurezza sociale per masse che venivano dalla fame e dal tugurio. Non a caso, come ha scritto tra i tanti lo storico “di sinistra” Angelo d’Orsi, il Fascismo è «il primo movimento politico che esprime e valorizza il mondo rurale, dando voce alle esigenze delle plebi contadine».

La mostra di Seravezza ci introduce in una realtà ormai remota, che è l’esatto opposto della trionfante mentalità etnopluralista, consumista e cosmopolita. Qui tutto è popolo, lavoro, tenacia, sacrificio, tradizione, radicamento, stirpe e madre-terra. Qui tutto è mito naturalistico e rispetto sacrale per le leggi della vita. È l’antimodernità, è l’eternità dei legami antichi, rappresentati in tele ad alta evocazione. Dai primi esegeti della “pittura dei campi”, un Silvestro Lega, un Fattori, fino agli emuli novecenteschi di gran nome, come Lorenzo Viani, Soffici, Rosai, oppure un Raffaele De Grada (scoperto da Sironi), un Colacicchi (lanciato dalla Sarfatti), un Achille Lega (collaboratore de “Il Selvaggio” di Maccari), un Guido Spadolini (il padre di tanto figlio: segretario del Sindacato Fascista di Belle Arti di Firenze), fino a pittori minori, ma oggi rivalutati, come Giuseppe Rivaroli (autore di affreschi noti come Roma trionfante al Ministero della Marina), Alfredo Catarsini (vincitore del farinacciano “Premio Cremona” del 1939), Folco Jacobi (partecipante ai Littoriali della Gioventù di Firenze nel ’37)… Tutti fascisti. Tutti allevati, incoraggiati, anche economicamente sostenuti dal Fascismo. Attendiamo che l’attuale, tardivo innamoramento della “democrazia” per la civiltà contadina, esprima un uguale profluvio di talenti artistici capaci di rappresentarla esteticamente. E di cui, magari, resti qualche memoria dopo sette o otto decenni.

* * *

Tratto da Linea del 7 agosto 2009.

Condividi:

12 Responses

  1. Mario Lusi
    | Rispondi

    Veramente, a me sembra una ricostruzione arbitraria: il "contadino storico", non è stato alla base della concezione del fascismo, semmai la quella "piccolo borghese", vedasi composizione sociale delle "squadracce"…che sovente, guarda caso, hanno preso d'assalto non solo le società di "mutuo soccorso", ma anche le leghe contadine "bianche". E con i latifondisti a sud, così come con alcuni settori importanti del capitalismo industraile al nord, il fascismo si è alleato. Ha tratto la sua linfa vitale. Un esempio valga per tutti: la repressione dei braccianti al Fucino, alleato con i fattori di Torlonia. Ma gli esempi potrebbero continuare, documentati storicamente.

  2. fulvio
    | Rispondi

    Bell'articolo. Al di là del colore politico con cui si voglia leggere l'articolo, credo che il totale abbandono di una cultura della terra e del mondo agricolo sia un ulteriore segno di questa nostra barca che sempre più affonda, sempre tutti però con l'incoscienza in fronte.

  3. TMSO
    | Rispondi

    Ottimo articolo. Sicuramente il fascismo ha tentato di ridare slancio alla figura contadina, ma non solo al contadino preso in sè, ma il contadino come simbolo di un individuo legato alle tradizioni e alla terra e di conseguenza con un'identità ben precisa e definita con cui era ed è in grado di rapportarsi al mondo esterno. Questa la fondamentale cosa odiata dal multirazzismo globalista.

    @mariolusi leghe bianche o rosse non c'entrano sei tu che ti devi documentare. Le squadre di azione combattevano contro migliaia di agitatori che giravano per le campagne e le fabbriche con l'intento dell'abolizione della proprietà privata sull'esempio del bolscevismo. I bianchi che ci finirono in mezzo spesso finirono così perchè con il loro comportamente aiutavano le zecche (cosa che avviene tuttora nn credi?) documentati tu e già che ci sei leggi i giornali.

  4. Mario Lusi
    | Rispondi

    Tralasciando ovviamente un linguaggio colorito e d'antan (zecche) usato dal "documentato" lettore TMSO, vorrei solo precisare brevemente al medesimo alcune questioni:

    – immagino che il nostro "documentato" lettore, sia a conoscenza del movimento che va sotto il nome di "Fasci di combattimento", fondato da Mussolini nel 1919, le cui origini però, si fanno risalire al 1915, anno nel quale, nel corso del dibattito tra interventisti e contrari all'entrata dell'Italia in guerra, erano stati costituiti i "Fasci di azione rivoluzionaria", un movimento fortemente influenzato dal sindacalismo rivoluzionario, il cui obiettivo era la mobilitazione a favore della guerra nell'immediato con la prospettiva del successivo rovesciamento dell'ordine costituito;

    – questo è l'humus, il background, da ciò che, dando sempre per scontata la conoscenza del nostro "documentato" lettore, poi scaturì nel raduno delle circa cento persone che il 23 marzo 1919 in piazza San Sepolcro a Milano dettero vita al movimento fascista: a loro si unirono, studenti spiantati, giornalisti, artisti (alcuni "futuristi" che volevano un radicale rinnovamente della società e dello stato), ufficiali e sottoufficiali scontenti del trattamento economico post bellico, piccolo borghesi disorientati…tutti disposti ad ogni avventura pur di riscattarsi socialmente. Questa, notoriamente e credo indiscutibilmente, la composizione sociale del primo movimento del '19;

    – immagino, che sempre il nostro lettore ben "documentato", sia a conoscenza del programma poltico messo a punto a San Sepolcro, riassumibile nei seguenti punti principali: giornata lavorativa di otto ore, partecipazione dei lavoratori agli utili, salario minimo, assicurazioni sociali (vecchiaia, invalidità)…e terre ai contadini. Questo il primo programma con sicuri ed evidenti connotati "di sinistra", anche se, va detto, di un sinistrismo molto parolaio, legato più a Sorel o a Stirner, che alla tradizione dell'internazionale socialista, per quanto divisa al suo interno;

    – San Sepolcro però, non ebbe nei primi anni di vita una vasta eco sociale e il movimento fascista aveva anche qualche problema finanziario per il suo sostentamento, a cominciare dal suo organo di stampa "Il Popolo d'Italia". E allora, molto rapidamente, nell'arco di due anni circa, il fascismo inizia ad estendere sempre maggiormente i suoi consensi nel ceto medio fino a trovare largo sostegno nei vecchi agrari che vedevano a rischio i loro interessi di proprietari terrieri: i fascisti si sbarazzarono dell'originario programma, abbandonando ogni impronta anticlericale e antimonarchica (nel programma del '19 erano per la Repubblica) e lanciano la loro sfida violenta ai socialisti…ancora forti ma già in crisi per le continue lacerazioni;

    – e i fascisti, sempre pensando che il nostro "documentato" sia edotto, dimostrarono di valere tutto il denaro che gli agrari investirono nel loro movimento, perchè ben ben presto passarono alla distruzione sistematica delle organizzazioni del movimento operaio e contadino per il ristabilimento del preciso interesse di classe degli agrari. In barba, ovviamente, ad ogni orinario intento di rivalorizzazione – se non a chiacchiere e in modo retorico – della cultura contadina e, men che meno, di ogni istanza "redistributiva" delle terre. Che poi, nello specifico del mondo rurale, le organizzazioni di rappresentanza contadina – le leghe – fossero a larga base socialista, questo era fin troppo naturale da l punto di vista storico, così come che comunque ci fossero quelle di ispirazioni cattolica, prese non meno di mira perchè ugualmente antifasciste;

    – infine, ultima questione attinente proprio il mondo cattolico, che anche qui si vuole dare per acquisita al bagaglio culturale del nostro "documentato" lettore", occorre ricordare che l'opposizione al fascismo, a quello concreto storico e non mitizzato, ebbe si nelle organizzazioni di sinistra (ma ricordo che spesso furono più duri nelle loro analisi gli azionisti come Rosselli che i cosacchi "bolscevichi") i suoi maggiori esponenti, ma trovò convinti attivisti, non accodati e succubi, anche nelle fila cattoliche, seppur con un profilo organizzativo certamente meno strutturato. In propostio, un esempio non isolato, ma estremamente significativo valga per tutti: il caso del sacerdote don Giovanni Minzoni, antifascista non bolscevico e nemmeno di sinistra, che venne ucciso ad Argenta nell'agosto del 1923 con una bastonata alla nuca, da un gruppo di squadristi facenti capo al futuro "Console della milizia" Italo Balbo. Il motivo di una simile barbara uccisione – come molte altre del resto – fu dovuta al rifiuto di Don Minzoni di istituire l'Opera Nazionale Balilla, preferendo nel suo impegno ecclesiale, la costituzione di un gruppo scout cattolici dell'A.S.C.I. nella sua parrocchia. Associazione cattolica quest'ultima non certo collaterale ai bolscevichi, che insieme ad altre venne sciolta dal fascismo al potere.

    Chiedo scusa per questa pur breve ricostruzione, ma ho ritenuto fosse necessaria verso chi ritiene di essere debitamente "documentato", ma sorvola evidentemente sia la inopinabile, nonchè repentina, trasformazione ideologica del fascismo, dal suo programma orignario fino al suo volto dittatoriale, che la concreta storicità dei fatti, preferendo l'esaltazione acritica di una "mistica" del fascismo e dei suoi aspetti puramente immaginari…nel senso delle dichiarazioni di intenti fine a se stesse, che non fanno appunto la storia nel suo concreto svolgimento.

  5. paolo
    | Rispondi

    Si potrebbe scrivere un’enciclopedia su questa materia, e ognuno continuerebbe a tirare l’acqua al proprio mulino. Si ridurrebbe tutto al solito, stucchevole scontro frontale tra opposti schieramenti, tra “comunisti” e “fascisti”, fondato peraltro su presupposti del tutto sbagliati. Si sa, comunque, qual è stato e quale continuerà ad essere l’esito di queste polemiche: è sempre l’uomo della Tradizione a soccombere di fronte all’arguzia dell’intellettuale di sinistra, che nulla concederà mai all’acerrimo “nemico”.

    D’altronde interventi sopra le righe come quello di TMSO non facilitano il compito, ma cosa dire di ciò che è stato fatto a sinistra per decenni? Decine, centinaia di scrittori, filosofi, economisti, artisti e così via sono stati condannati ad una damnatio memoriae vergognosa, sempre e solo perché bollati come “fascisti” e cacciati via dal gotha occupato dagli intellettuali di sinistra che, realizzando il sogno di Gramsci, hanno egemonizzato la cultura (e non solo) moderna. Se TMSO ha sbagliato toni e contenuti dell’intervento, usando anche il pessimo termine “zecche” che dà oggettivamente fastidio, non dimentichiamo anche i toni e le crudeltà gratuite che hanno condannato e continuano a condannare all’emarginazione chi seriamente e con impegno, studio ed abnegazione si rifà ad una visione tradizionale che mai potrà essere compresa da chi milita dall’altra parte. Se “zecche” è un termine orribile, “topi di fogna” è l’elegante espressione che usano a sinistra per designare chi, per dirla con Juenger, combatte la propria battaglia “sull’estremo limite del nulla”. E queste persone non sono le teste rasate, gli skin-heads, i picchiatori, i presunti fascistelli fai-da-te e altri personaggi più o meno mediocri e folcloristici che pullulano negli ambienti delle destre e che vengono presi artatamente come “modello” dell’ignobile nemico “fascista”; sono invece tante persone normali, che mantengono in sé stessi ancora l’impronta di un pensiero tradizionale metastorico, che attraversa le epoche ma si concretizza sempre con le stesse modalità nelle anime di chi riesce ancora ad usarne gli schemi e gli archetipi assoluti e atemporali.

    In Italia il fascismo storico ha saputo raggiungere diversi importanti risultati su vari piani, da quello economico a quello sociale, da quello culturale a quello, anche, intellettuale, riuscendo a far sopravvivere il paese durante la crisi degli anni trenta e dando vita a tante importanti riforme sociali(ste): tutti aspetti che ovviamente da sinistra non sono stati né saranno mai riconosciuti (se non di nascosto, magari, come quando Pertini ai tempi della bonifica dell’agro pontino commentò: “se questo continua così, per noi è la fine”). E’ altresì vero, ma questo lo sanno benissimo gli stessi studiosi della destra tradizionale, che in tanti altri campi il fascismo non è riuscito a realizzare ciò che si prefissava di fare, principalmente a causa dell’opera di sabotaggio portata avanti dai capitalisti, dai borghesi e dai soliti profittatori, adulatori o traditori di professione che hanno saputo instillare il germe dell’opportunismo e dell’immobilismo nei gangli del partito o di determinate istituzioni, al fine di ridurre la portata di tutta una serie di riforme e di eliminare il rischio di trasformazioni più radicali (si pensi al boicottaggio subito dal sistema corporativo ed in particolare dal concetto di corporazione proprietaria di Ugo Spirito, oppure al rigetto del concetto di proprietà sociale –comunque affermato nella Carta del Lavoro- che doveva essere introdotto nel codice civile del 1942 abbandonando il concetto di proprietà privata di impronta individualistica propria del liberalismo).

    La storia degli stati, dei governi, dei regimi è sempre attraversata da una miriade di situazioni di difficile lettura ed interpretazione, frutto dell’operare di tante componenti. Nella storia si fanno caterve di errori, tanti progetti si realizzano in modo imperfetto, le degenerazioni o le perversioni sono sempre dietro la porta, perché la storia la fanno gli uomini, e solo pochi uomini, nell’epoca moderna, sono guidati dall’ispirazione divina: la maggior parte si muove in base all’interesse, al tornaconto personale, e tanti altri finiscono per eccedere fino a storpiare e far degenerare certi ideali e certe concezioni, di cui si fanno cattivi, se non perversi interpreti.

    Perciò quando si vuole criticare il fascismo in Italia è sempre facile citare tutta una serie di fatti storici che fanno comodo, dimenticandone tanti altri. Il fascismo per come si è realizzato è stato solo un tentativo di realizzare un progetto di ben più ampio respiro di cui si è concretizzata solo una minima parte, in modo imperfetto; erano troppo pochi gli uomini in grado di supportare la rivoluzione con idealità pura e reali capacità, e invece tanti, come detto, i pervertitori pronti a far degenerare l’idea di partenza o i sabotatori pronti a lavorare come sempre al soldo dell’odiato nemico borghese e capitalista, con la collaborazione peraltro delle sinistre.

    D’altronde se ci mettessimo a fare discorsi su omicidi, massacri, violenze, sabotaggi, degenerazioni e così via nella storia non si finirebbe più di parlare: e le sinistre non ne sono state di certo immuni.

    Il socialismo di matrice materialistica-marxista fondato sulla lotta di classe non poteva combattere efficacemente il capitalismo perché ne condivideva la medesima matrice (il materialismo e l’industrialismo) ed ha finito per causare tanti altri danni di irrimediabile portata. Che dire poi del fatto che, mentre Mussolini si augurava che i socialisti dopo la guerra avrebbero portato avanti il progetto fondato sulla socializzazione delle imprese (che era un progetto serio, non una mistificazione come si vorrebbe, ovviamente, far credere: basterebbe leggere i documenti ufficiali ed i risultati ottenuti), quando furono indette le votazioni per eleggere i rappresentanti degli operai alla Fiat secondo, appunto, il modello della socializzazione, il PCI minacciò di morte i lavoratori che avessero aderito all’iniziativa, facendo così disertare le urne e guadagnandosi i ringraziamenti della famiglia Agnelli? E che dire del fatto che, non appena la guerra finì, il CLNAI, pur essendo egemonizzato da elementi di formazione socialista e comunista, decretò immediatamente l’abolizione della legge sulla socializzazione delle imprese? Insomma, gli esempi da portare sarebbero tanti.

    Il socialismo fondato sulla spiritualità, sulla diversificazione gerarchica e sull’organicismo è quello cui facevano riferimento i fascismi dal punto di vista teorico, pur con diverse connotazioni ed a prescindere dai risultati concretamente ottenuti (quelli buoni, comunque, non li riconoscerà nessuno al di fuori dell’area di provenienza). Altro che “dittatura della borghesia”: si tratterebbe di ritornare a concezioni anteriori all’industrialismo, che affondano le radici fin nello Stato ideale disegnato da Platone. Ma si andrebbe troppo lontano.

    Meglio dunque chiudere qui lo “scontro” verbale, ognuno continui a combattere la sua battaglia come crede e come può.

  6. Crono
    | Rispondi

    ho diverse critiche da fare…

    una che il marxismo teorizzato e quello applicato dalle dittature sono cose diverse…tanto è vero che Marx non parlava di dittatura di uno, ma semmai di dittatura del proletariato…sopratutto non parlava di sterminio…dunque il comunismo non ha natura oppressiva come fascismo e nazismo, ma questo pochi lo sanno perchè pochi hanno letto Marx.. tra l'altro è molto più vicino al comunitarismo di cui si parla nell'articolo..

    Inoltre non vedo così positivamente le politiche agricole di Mussolini tanto lodate nell'articolo..ma vabbè, qui sarebbe troppo fuorviante parlarne…mi basta dire che il ruralismo fascista aveva come fini quelli economici/bellici, l'autosufficienza e la propaganda.. non fini nobili (recupero tradizioni etc etc…che damagogia!), dunque non siamo molto lontano dai fini dell'economia capitalista..!

    il primo commento lo condivido appieno:

    "Veramente, a me sembra una ricostruzione arbitraria: il “contadino storico”, non è stato alla base della concezione del fascismo, semmai la quella “piccolo borghese”, vedasi composizione sociale delle “squadracce”…che sovente, guarda caso, hanno preso d’assalto non solo le società di “mutuo soccorso”, ma anche le leghe contadine “bianche”. E con i latifondisti a sud, così come con alcuni settori importanti del capitalismo industraile al nord, il fascismo si è alleato. Ha tratto la sua linfa vitale. Un esempio valga per tutti: la repressione dei braccianti al Fucino, alleato con i fattori di Torlonia. Ma gli esempi potrebbero continuare, documentati storicamente."

    lo stesso discorso si può applicare al rapporto tra fascismo e cultura

    insomma, l'articolo sa tanto di nostalgia fascista, e a me i neo-fascisti stanno sinceramente sul cazzo!!!

    tirando le somme,infine, mi pongo una domanda: a cosa serve questo articolo?a dire che i fascisti sono buoni?….mah

  7. TMSO
    | Rispondi

    @mariolusi ok mario scusami se mi sono lasciato trasportare. Zecche cmq non è un offesa è oggettivamente un dato di fatto. Vuoi che chiami quelli di sinistra "persone dalla scarsa igiene"? Per me fa lo stesso. Cmq per la cronaca non mi sembra nemmeno corretto che tu inviti a documentarsi quelli che non la pensano come te tra cui l'autore di questo articolo. Oppure probabilmente la tua cultura è talmente vasta e priva di limiti che lo puoi fare. Ma parlando sinteticamente e andando ai fatti il biennio rosso c'è stato e le squadre d'azione ne hanno impedito la degenerazione in bolscevismo. La documentazione? Leggi un qualsiasi libro di storia.

    @paolo scusa paolo ma sei un moderatore del sito? giusto per sapere perchè dall'autorià con cui ti poni mi sembra di si. Se questo è il caso mi permetto di fare un osservazione. La tua posizione non mi sembra nè carne nè pesce e non si capisce esattamente in che sponda stai. Cioè da un lato definisci il mio intervento sbagliato nei contenuti e nella forma, dall'altro dici a mario lusi che è colpa degli intellettuali di sinistra che hanno esacerbato la situazione. Poi cerchi di giustificarti dicendo che il fascismo è stato cmq socialista e sociale. Scusa ma nn ti sembra una posizione un pò ambigua? Cioè da quando in qua si fa a gara con la sinistra su chi è più socialista? Mi farebbe piacere saperlo.

    @crono caro lettore, stellina del bambin Gesù, capiamo tutti quanti che sei attratto dalle idee marxiste e che ne apprezzi i contenuti ma non ti sembra forse di aver sbagliato blog? Cioè questo sito si chiama La Runa non so se hai realizzato.. è improbabile troverai sostegno per idee anti tradizionali e materialiste, cmq sarò contento di leggere tuoi post anche in futuro perchè l'importante è crederci.

  8. Crono
    | Rispondi

    il link mi è stato fatto vedere, non ci sono arrivato per caso e non avevo fatto caso alla deriva neofascista del sito ma comunque poco cambia.

    non ho alcuna simpatia per le idee di Marx, ho solo riportato i fatti come stanno, ovvero che le vere teorie marxiste non sono mai state applicate dunque perchè citarlo mischiandolo con delle insulse dittature?

  9. Mario Lusi
    | Rispondi

    La mia era una risposta rivolta principalmente a te, che continui ad offendere…"persone dalla scarsa igiene"…e siccome io non ho offeso nessuno, risponderò in modo più in là e in modo articolato, ma alla riflessione di Paolo.

  10. TMSO
    | Rispondi

    @crono grazie crono per tentare di coinvolgermi in un appassionante dibattito sul marxismo ma passo la palla. Per farti capire esattamente la situazione fai conto che è come se simbolicamente tu mi stessi offrendo di mangiare un piatto di escrementi. E' diciamo la stessa cosa. Ovviamente immagino tu capisca che gli escrementi rappresentano nella simbologia che ho appena usato il marxismo 🙂

    Invece se sei interessato a capire il perchè della mia avversione al progressismo ti invito a leggere gli articoli di questo sito, sono esaurienti, pieni di referenze che rinviano a libri per approfondire l'argomento e scritti in più lingue europee.

    Certo non potrai ottenere una risposta alla tua domanda da me, un umile commentatore che si limita a lasciare scritte le sue impressioni ed emozioni. Il lavoro di approfondimento delle tematiche è fatto in primis da chi ha le conoscenze tecniche per farlo come gli autori di questo sito e a loro poi farai domande. Così inizierai a familiarizzare anche con un concetto a noi caro che si chiama GERARCHIA.

  11. Crono
    | Rispondi

    si vabbè…..saluti

  12. paolo
    | Rispondi

    a TMSO – non sono un moderatore del sito, ma solo un lettore. Ho cercato di fare un quadro generale della situazione, nei limiti delle mie possibilità, visto che la questione mi interessava, senza comunque pretese di insegnare niente a nessuno. Chiedo scusa a tutti se sono sembrato troppo “autorevole”, ma è il mio modo di esprimermi, non mi metto su alcun piedistallo, e se per sbaglio ci sono salito, scendo subito …

    Circa il “socialismo” dei fascismi, non si tratta di stare a sinistra, ma di concepire un tipo di socialismo diverso (si può anche non chiamare socialismo, ma la sostanza resterebbe quella). Da una parte c’è un socialismo anti-tradizionale, fondato sul materialismo storico, sulla teoria delle sovrastrutture e sulla lotta di classe, dall’altra un socialismo (o comunitarismo, diciamo) organico, corporativo, gerarchico, fondato sulla spiritualità, sulla ripartizione delle competenze e delle indoli, sulla collaborazione reciproca di tutte le categorie produttive, sociali, spirituali, ecc. (i corpi intermedi della comunità), sull’eliminazione del concetto di interesse individuale in funzione del perseguimento del bene comune dell’intera comunità di popolo. All’ “io” liberale, insomma, si sostituisce il “noi”, non in senso collettivistico ma, per l’appunto comunitaristico, inteso come comunanza di storia, tradizioni, legami e vincoli spirituali, archetipi, e così via.

    Mussolini stesso disse, ad esempio: “la socializzazione altro non è che la realizzazione italiana, umana, nostra, effettuabile, del socialismo. Dico nostra in quanto fa del lavoro il soggetto dell’economia, ma respinge le meccaniche livellazioni di tutto e di tutti, livellazioni inesistenti nella natura e impossibili nella storia”. Certo, Evola è stato sempre particolarmente infastidito da espressioni come “Repubblica sociale”, “Movimento sociale”, “socialismo fascista” … ma per l’appunto qui il termine va inteso in un senso diverso da quello proprio al collettivismo materialistico e spersonalizzante.

    Comunque sono questioni lunghe e complesse. Un libro ormai introvabile, “Mussolini e la rivoluzione sociale”, di Anthony Galatoli Landi, pur con alcune imperfezioni ed inesattezze, era un buon testo. Ma c’è tanto in materia: puoi leggere l’ottimo testo di Sonia Michelacci, “il comunismo gerarchico”, il cui titolo è già un bel programma … o altri testi editi dall’editrice Thule-Italia come “il socialismo tedesco al lavoro” o “per cosa combattiamo?” che trattano ampiamente il tema con riferimento al nazionalsocialismo (appunto) tedesco. Su Internet si trova molto al riguardo, tra cui importanti articoli di Maurizio Rossi e Luca Lionello Rimbotti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.