Alla ricerca della speranza perduta

Si era verso il 1920, quando Mussolini diceva superate le categorie borghesi di Destra e Sinistra, affermando che il Fascismo “poteva permettersi” di andare oltre i dogmi, così da essere volta a volta rivoluzionario e conservatore. Già allora, venivano archiviate la geografia e la psicologia del parlamentarismo. Un frammento di quel lontano organicismo ideologico venne raccolto negli anni Ottanta del secolo scorso dalla Nuova Destra. Il dialogo tra eretici della Destra e della Sinistra fu impostato, ma non ebbe fecondi sviluppi. Oggi, soltanto pochi solitari – emarginati, ma non marginali – hanno la cocciutaggine di tener duro su quei salienti della trasgressione. Organizzano un pensiero irregolare. Alcuni di loro cercano di stabilire nessi tra chi, provenendo dal fascismo e dal comunismo, prova a formulare una filosofia critica, diciamolo: un’ideologia, convergente su un punto forte: la necessità di opporre qualcosa di solido alla mortale pialla economicista. Almeno in termini di etica pre-politica o di formulazione delle idee. Lungo quella “diagonale” tra Destra e Sinistra che de Benoist e Tarchi ancora oggi dicono madre delle “nuove sintesi”.

Costanzo Preve - Luigi Tedeschi, Alla ricerca della speranza perduta
Costanzo Preve - Luigi Tedeschi, Alla ricerca della speranza perduta

Abbiamo davanti un libro che è un ricco incunabolo di questa irriducibile eresia: Alla ricerca della speranza perduta (Edizioni Settimo Sigillo). Il sottotitolo recita: Un intellettuale di sinistra e un intellettuale di destra “non omologati” dialogano su ideologie e resistenza alla globalizzazione. I due autori, Costanzo Preve e Luigi Tedeschi, elaborano una densa confutazione dei mali progressisti: rivelano la menzogna del capitalismo assoluto e del pacifismo ipocrita, smascherano gli inganni della democrazia economica, mettono in guardia contro la sciagura dell’imperialismo finanziario gestito dai tecnocrati al servizio degli Stati Uniti, denunciano il pericolo del “progressismo messianico”…Raramente si leggono oggi prese di posizione di così sano radicalismo, e di così vasta cultura, contro le storture mondialiste.

Ad esempio, è Tedeschi a mettere il dito nella piaga più infetta del globalismo, quella che rende ogni uomo un povero sradicato, facile preda delle seduzioni economiciste: «ci si chiede come un uomo alienato in una perenne instabilità precaria limitata all’esistente possa concepire una dimensione evolutiva del suo divenire senza una coscienza di se stesso…». La precarietà del lavoro, del futuro, della psiche, è per l’appunto lo strumento principe di cui si serve la macchina globale per svellere dall’uomo ogni volontà di resistenza, facendo venir meno ciò che Preve ricorda esser state le tre dimensioni di cui ha vissuto per millenni l’uomo della tradizione, Passato, Presente e Futuro: «queste tre dimensioni informavano sia lo spazio storico delle civiltà che lo spazio autobiografico delle singole persone, e facevano anche da tessuto interconnettivo alle solidarietà intergenerazionali…». Tuttavia, questo tipo di antagonismo nasconde il rischio che si tratti solo di un’opposizione di sistema.

Preve propone infatti una già sentita combinazione di Platone e Marx, laddove, postulando le fondamenta di un possibile “comunitarismo” del futuro, lo inserisce in un’etica dialettica che si dice in grado di oltrepassare le alienazioni capitaliste, per giungere per gradi, attraverso fasi di liberazione, alla finale liquidazione del metodo liberale. Il fine di questa provocazione “comunitarista” sarà un eschaton di temperati rapporti umani, di eguaglianza e universale reciprocità, così da soppiantare le contraddizioni legate al dominio della tecnoscienza e dell’economicismo.

Non possiamo certo battere l’enorme terreno arato da Preve. Ci limitiamo a far notare che l’apparentamento di platonismo e marxismo, pur stimolante, si rivela per ciò che è, vale a dire incongruo. Per una quantità di motivi. Ma ne bastano alcuni: secondo Platone, ad esempio nel Fedro e nel Politico, la dialettica conduce all’ordine necessario e immutabile in forza del quale le idee vigono nell’Iperuranio. Sommo bene è quello che rende la comunanza umana – non quella generica, ma quella particolare della polis – un ordinamento gerarchico. La politica secondo giustizia è per Platone soprattutto scienza del comando (epistatikòs). E la comunità è soprattutto una comunione di simili retta dal re-legislatore, secondo un vero e proprio “stato d’eccezione” permanente: ciò che Voegelin descrisse come il platonico «governo extracostituzionale di uomini e non di leggi». Platone non conobbe l’umanità, ma la polis. Né ebbe mai sentore di un concetto progressivo e finalistico di tempo storico: è nota la sua teoria dei cicli cosmici, che riverbera quella mitica della gerarchie divine regolatrici dei ritmi temporali. Come ognuno sa, Platone non fu mai neppure egualitario, ma assertore della nobile gerarchia delle appartenenze di rango, secondo leggi di naturale differenziazione. Basterà rammentare come, nel Crizia, all’Atlantide bramosa di ricchezze e mescolata negli elementi mortali, Platone opponga l’Atene saggia, ordinatrice, depurata della lega vile che causa il declino. E tra i due opposti ciò che si presuppone non è la forzata conciliazione, bensì la lotta, così come di lotta, diversamente da quelli inseniliti, si nutrono gli organismi vitali. Onestamente, non si riesce a comprendere bene per quali vie un “comunitarismo” venturo potrebbe attingere tanto da Platone quanto da Marx. In un mondo futuribile liberato dalla cappa cosmopolita e pervenuto a ordinamenti “platonici”, all’individuo liberale terrebbe dietro il protagonismo comunitario regolato gerarchicamente. Crediamo che Tedeschi sottintenda proprio questo quando, ad esempio, sottolinea che «l’individuo non preesiste alla comunità». Senza contare che Platone stesso è già un sintomo: qualcuno lo vide come l’inizio di un decadere nei vizi raziocinanti, al cui fondo c’è il nostro dibatterci nella dimenticanza dell’istinto, della forma, dell’origine.

Ali di là di queste sconnessioni, il libro in questione pone un’autentica valanga di spunti e racchiude gran parte dei patrimoni ideali atti a formulare l’ultima ideologia ancora possibile, quella di intransigente opposizione all’egemone sub-cultura globalista. Eppure, vorremmo che tutti coloro che generosamente lottano coi loro piccoli mezzi contro il gigantesco moloch globalizzatore, si soffermassero un attimo più a lungo di fronte al problema dei problemi, che tutti gli altri racchiude.

La lotta decisiva, quella in cui sono in gioco davvero l’essere e il non-essere, si svolge tra il relativismo e l’universalismo. Ecco il nodo da sciogliere. Dispiace, ma il “comunitarismo” proposto da Preve ha un illogico difetto d’origine, che ne disinnesca il potenziale sin dall’inizio: lo si dice infatti, con letale ossimoro, universalista. Risiamo dunque alla comunità mondiale? Lo stesso scenario per cui lavora la Trilateral, magari visto dal basso? È uno scenario che dà per scontata la reductio ad unum di tutti gli uomini e i popoli. Addirittura, Preve scrive in proposito che tale “comunitarismo” forgiato con materiali marxiani e libertari condurrà ineluttabilmente «ad una comunità umana suscettibile di unificazione universale». Viene riproposta l’infausta tesi modernista e anti-classica, di derivazione ebraico-cristiana e poi illuminista, di un tempo progressivo, la freccia che corre all’immancabile paradiso, scientifico o provvidenziale che sia? Insomma…la società senza classi, il governo mondiale, il cittadino del mondo…magari la common law dei padri pellegrini…e altri articoli tra il massonico, il kantiano, il liberal…Questo “comunitarismo” monoteista e assoluto ci ricorda troppo da vicino il confratello americano, ad esempio quello mezzo positivista e mezzo “aristotelico” alla MacIntyre, in cui sinedri presbiteriani, biblismi redentorî, civic virtues, patriottismi multiculturalisti, vengono fusi “comunitariamente” nell’ennesimo calderone liberale. In America, persino i Clinton possono dire di essere “comunitaristi”…

Ma poi: defunto il marxismo storico (e noi non conosciamo altro marxismo), cos’è nato nel suo spazio geopolitico? Forse repubbliche egualitarie ed ecumeniche? Non sono invece risorti – e subito trattati a suon di bombe dai mestatori mondialisti – il comunitarismo etnico e la rivendicazione dell’identità di popolo, sempre ignara degli universalismi? Gli odî e le guerre civili sono altra cosa. Essi sono il male. L’idea di protezione della propria appartenenza etnico-culturale non presuppone per nulla l’odio per gli altri, bensì l’amore per il proprio prossimo. Preve dice poi che «l’universalismo è un’aspirazione legittima radicata nella natura umana»? Noi diciamo che è vero il contrario. L’aspirazione naturale, di cui danno prova continua i popoli, nonostante i martellamenti della globalizzazione, è quella anti-universalista di custodire i propri retaggi, il proprio spazio biopolitico, la propria tradizione intrisa di legami antropologici e di appartenenza culturale. E i legami comunitari per l’appunto legano: sono cioè opposti all’assoluto che, come dice la parola, è ab-solutus: ciò che è slegato. Per sapere quanto è naturale nei popoli l’universalismo, bisognerebbe chiederlo all’irlandese, al serbo, forse al tibetano…Uomini in asse con se stessi e col loro mondo non pensano l’Assoluto, se non come proiezione del loro relativo: noi rivendichiamo con Max Weber e Spengler la protezione del particolarismo e della complessità che rende unico il Sé. Per un ateniese l’universo era semplicemente l’Ellade. La doppia razionalizzazione – del profitto e delle tecniche dialettiche per contrastarlo a parole – sta invece conducendo a morte due volte l’uomo atavico e la sua comunità patria consolidata dai secoli.

È difficile pensare di tagliare l’erba sotto i piedi del capitalismo internazionale, se allo stesso tempo se ne coltiva con cura il terreno sul quale da sempre vigoreggia, cioè l’universalismo, necessario presupposto della governance mondiale. Come si fa ad essere in un colpo solo comunitaristi e universalisti? Ci teniamo a ricordare che, da Omero a Heidegger, la terra degli avi – e non il generico mondo – è lo spazio destinale della nascita alla vita, è la dimensione del racchiuso esser-ci, è la matrice sacrale dell’identità, fonte imparagonabile di ciò che si è e di ciò che non si è. Esiste qualcosa di più naturale e di più intimo? Esiste un’antitesi più radicale di quella tra il focolare di Hestia e Cosmopoli? La storia insegna che queste e non altre sono le aspirazioni naturali di uomini e popoli, e che tutto il resto è massacro culturale e speculazione. Nel doppio significato etimologico di vana cogitazione e di calcolato interesse.

Il libro, può essere richiesto presso: Edizioni Settimo Sigillo – Tel. 06/39722155, Fax 06/391722166 – e-mail: ordini@libreriaeuropa.it

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Tratto da Linea del 6 aprile 2008.

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