Zosimo. Gli aruspici venuti da Narnia

Narni: il cippo che segna l'ubicazione del centro geografico d'Italia, posto vicino ai resti dell'antico acquedotto romano chiamato "Formina"
Narni: il cippo che segna l’ubicazione del centro geografico d’Italia, posto vicino ai resti dell’antico acquedotto romano chiamato “Formina”

La fama di Zosimo, alto funzionario dell’Impero Romano d’Oriente, è legata alla sua opera Ἱστορία νέα (Storia Nuova). Vissuto tra il V e il VI secolo, le notizie su di lui sono scarse; quel poco che sappiamo, oltre a quanto ricavabile dalla sua opera, è quanto di lui scrisse Fozio, patriarca di Costantinopoli del IX secolo, nella sua Biblioteca, cod. 98, importante raccolta di notizie ed epitomi di autori di lingua greca da Erodoto ai bizantini.

Ignoriamo luogo e data di nascita e morte; faceva parte dell’amministrazione imperiale con il titolo di advocatus fisci, si occupava di cause riguardanti i beni statali e rappresentava gli interessi dello Stato. Divenne poi comes, ma non sappiamo a quale dei tre ordini appartenesse e quali specifici compiti avesse. I comites erano, da Costantino in poi, i funzionari che accompagnavano l’imperatore nei suoi spostamenti, una sorta di burocrazia viaggiante che permetteva di governare, in qualunque località l’imperatore si trovasse a seconda delle esigenze derivanti dalla vastità dei domini. Quantunque bollato da Fozio come “empio in materia religiosa” (cioè pagano e ostile alla nuova religione ormai dominante), la validità della sua opera era tale che è potuta giungerci quasi integralmente ed è stata fonte di altri storici bizantini quali Eustazio di Epifania (l’odierna Hamah, in Siria), giusta la testimonianza di Evagrio Scolastico, Storia ecclesiastica, V 24.

Specchio di Tarchie da Tuscania IV/III sec. a.C. (Museo Archeologico, Firenze)
Specchio di Tarchie da Tuscania IV/III sec. a.C. (Museo Archeologico, Firenze)

I brani scelti (Libro V, 40, 3 e 41, 1-7) sono dedicati a due particolari episodi della nefasta invasione visigota: l’utilizzo della Disciplina Etrusca da parte degli Aruspici[1] per salvare una città (Narnia), andato a buon fine, e il tentativo di salvare l’Urbe con gli stessi mezzi, fallito per la mancata reale volontà di voler far eseguire i riti come occorrevano, così che si giunse a piegarsi al ricatto di Alarico e perfino all’ignominiosa fusione della statua della Virtus.

Il salvataggio di Narnia[2] grazie ai riti etruschi ha valenze altamente significative se pensiamo che il centro geografico d’Italia si trovi proprio nel suo territorio. Secondo le coordinate stabilite dall’Istituto Geografico Militare di Firenze (Latitudine 42° 30’ 11″ Longitudine 12’34’24″), il centro della Penisola cade esattamente nel territorio dell’odierna Narni, e per la precisione su Ponte Cardona, parte integrante dell’antica Formina, acquedotto d’età augustea che portava l’acqua potabile alla città ancora nei primi decenni del secolo scorso. Degna da ricordare l’esistenza di una fonte dedicata alla Dea Feronia[3] già molto apprezzata dai nequinati (Nequinum era l’antico nome di Narni) per le sue caratteristiche di purezza e leggerezza. La statua della Dea e il tempio originale con il sacro bosco di elci ombrosi furono distrutti dai cristiani. La nemesi storica che aveva salvato dalle orde barbariche, grazie al rispetto dei riti pagani, l’antica Narnia vedrà soccombere la papalina Narni per opera dei Lanzichenecchi dopo il sacco di Roma.

Statuetta di aruspice del IV sec. a.C. (Museo Gregoriano Etrusco, Città del Vaticano)
Statuetta di aruspice del IV sec. a.C. (Museo Gregoriano Etrusco, Città del Vaticano)

Per quanto riguarda il tentativo di salvare Roma dall’assedio di Alarico, è stato giustamente osservato che “gli uomini venuti dall’Etruria del racconto di Zosimo sono chiaramente haruspices fulguratores, una branca dell’Etrusca disciplina attestata dalle epigrafi (TLE 697) e fondata sulla conoscenza dei libri fulgurales e sulla interpretazione e l’espiazione (procuratio) dei prodigi manifestati attraverso i fulmini, uno degli aspetti più caratteristici dell’aruspicina: Etruria de caelo tacta dice Cicerone (De div. I,41,92), che ricorda per bocca del fratello Quinto la convinzione diffusa che l’Etruria non può in fulgoribus errare (ibid., 18,35). La consultazione pubblica dei fulguratores in caso di edifici colpiti dal fulmine è ancora attestata in una costituzione di Costantino dell’8 marzo 321 (CT XVI,10,1: …Si quid de palatio nostro aut ceteribus operibus degustatum fulgore esse constiterit, retento more veteris observantiae quid protenda, ab haruspicibus requiratur…); l’azione degli aruspici doveva essere, però, pubblica, come risulta da due altre costituzioni del 319 (CT IX,16,1-2)”[4]. Il vescovo di Roma non poteva non sapere che gli aruspici dovevano agire solo pubblicamente e non privatamente e di nascosto, pertanto il suo permettere la celebrazione occultata delle loro cerimonie era una contraddizione in termini sostanziali e giuridici.

Il palesarsi nella Roma tardo-antica e già cristiana di questi ultimi aruspici e poi il loro allontanarsi e scomparire (in una invisibile Narnia?) dalla “storia nuova” potrà infine leggersi come un simbolo della presenza e latenza nella Saturnia Tellus della sua Tradizione antichissima, sollecita verso la salvezza di Roma e d’Italia, purché l’Italia e Roma vogliano davvero esser salvate…

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La traduzione usata è quella di Zosimo, Storia nuova, a cura di Fabrizio Conca, Rusconi, Milano 1977.

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Gli ambasciatori […] riferirono le decisioni del senato. Alarico stette ad ascoltare le loro parole e quando sentì che il popolo maneggiava le armi ed era pronto alla guerra disse: “L’erba folta si taglia più facilmente di quella rada” e, pronunciando questa frase, scoppiò in una grande risata all’indirizzo degli ambasciatori.

Quando si misero a parlare della pace, usò parole che andavano al di là di ogni arroganza tipica dei barbari; diceva infatti che non avrebbe rinunciato all’assedio se non avesse preso tutto l’oro e l’argento della città ed inoltre tutte le suppellettili che trovasse e gli schiavi barbari. Ad uno degli ambasciatori che gli faceva osservare: “Se tu riuscissi a prendere tutto questo, cosa rimarrebbe alla città?”, egli rispose: “Le vite umane”.

Gli ambasciatori, ricevuta questa risposta, chiesero di poter consultare i cittadini per decidere cosa si dovesse fare. Allora ebbero la certezza che era Alarico a muover guerra; disperando di tutte le risorse che danno forza agli uomini, si ricordarono degli aiuti che un tempo la città aveva ricevuto in situazioni critiche e dei quali erano stati privati dopo aver trascurato i riti tradizionali.

Mentre pensavano a queste cose, Pompeiano, prefetto della città, si incontrò con alcuni uomini giunti a Roma dall’Etruria. Costoro dissero di aver liberato una città di nome Narnia dai pericoli incombenti pregando la divinità e celebrando i riti tradizionali: allora si erano avuti straordinari tuoni e lampi, che avevano allontanato la minaccia dei barbari. Dopo aver parlato con costoro, Pompeiano fu convinto dell’utilità delle sacre cerimonie. Ma poiché credeva alla religione dominante e voleva fare con maggiore sicurezza quello che desiderava, riferì ogni cosa ad Innocenzo, vescovo della città. Costui, anteponendo alla propria fede la salvezza di Roma, lasciò che celebrassero di nascosto le cerimonie che conoscevano. Ma gli Etruschi dissero che la città non ne avrebbe tratto giovamento se i riti non si fossero svolti pubblicamente: pertanto i senatori salirono sul Campidoglio e lì e nelle piazze fecero quanto era prescritto. Nessuno ebbe il coraggio di partecipare alle cerimonie tradizionali; lasciarono andare gli uomini venuti dall’Etruria e, per quanto era possibile, cercarono di conciliarsi barbari.

Mandarono di nuovo ambasciatori e, dopo molti colloqui, si decise che la città desse cinquemila libbre d’oro, trentamila d’argento, quattromila tuniche di seta, tremila pelli scarlatte e tremila libbre di pepe. Ma poiché Roma non aveva denaro, i senatori in possesso di beni dovettero per forza essere registrati e sottoposti a questa forma di tassazione. A Palladio venne affidato il compito di calcolare ciò che ciascuno doveva dare in rapporto alle proprie disponibilità. Ma egli non fu in grado di raccogliere ciò che era stato richiesto, sia perché una parte dei beni venne occultata, sia, soprattutto, perché l’avidità degli imperatori che si erano succeduti aveva impoverito la città. Allora il demone maligno che regge le sorti umane fece precipitare nei mali più gravi quelli che allora avevano questo incarico in Roma.

Infatti per procurarsi quello che mancava decisero di ricorrere agli ornamenti che rivestivano le statue: questo significava che le statue di culto, riccamente ornate per aver sempre mantenuto prospera la città, erano senza vita ed inefficaci, poiché le cerimonie sacre erano andate scomparendo.

Ma dal momento che tutto doveva contribuire alla distruzione della città, non si limitarono a spogliare le statue, ma ne fusero alcune d’oro e d’argento: tra queste c’era pure la statua del Valore, che i Romani chiamavano Virtus. Dopo averla distrutta, i Romani persero il coraggio ed il valore: così allora avevano profetizzato coloro che si occupavano di cose divine e di riti tradizionali.

[Tratto da “Civitas Romae”, 21 aprile 2012, pp. 11-15]

Note

[1] Cfr. Mario Enzo Migliori, Haruspices e mos maiorum, in “Vie della Tradizione”, n° 145, gen.-apr. 2007, pp. 22-29.

[2] L’antico nome di Narni è ritornato in auge con il successo letterario e cinematografico de Le cronache di Narnia (The Chronicles of Narnia),  una serie di sette romanzi per ragazzi di genere fantasy scritti da C. S. Lewis, il quale aveva mutuato il nome da una carta dell’Italia antica. Particolare non trascurabile dell’opera di Lewis è che sia una divinità italica, un Fauno dal nome etrusco: Tumnus, ad aprire ai fanciulli protagonisti le porte del magico regno.

[3] Col titolo Feronia: la divinità i luoghi di culto e le sue liturgie si è svolto il 22/10/2011, nel Lucus Feroniae (Capena) e a Fiano Romano, un convegno al quale hanno partecipato Emanuela Chiavarelli, Renato del Ponte, Giovanni Feo, Gianfranco Gazzetti, Leonardo Magini e  Luigi Pellini.

[4] Marta Sordi, Prospettive di storia etrusca, Edizioni New Press, Como 1995, p. 203.

Segui Mario Enzo Migliori:

Nato a Prato nel 1953. Collabora alle seguenti riviste di studi storici e tradizionali: Arthos; La Cittadella; Vie della Tradizione; ha collaborato a Convivium ed a Mos Maiorum. Socio della Società Pratese di Storia Patria; dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri e del Centro Camuno di Studi Preistorici. E' stato tra i Fondatori del Gruppo Archeologico Carmignanese.

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