Zolla, il signore degli archetipi

Che ci aspetta dietro la soglia della morte, dopo la discesa agli inferi? Alla catabasi seguirà l’anastasi? Quali sono le vie per prepararci al periglioso passaggio? Si deve amputare il nostro io fin da questa vita per accedere a uno stato di luce perenne?

In tali domande si potrebbe riassumere il viaggio che Elémire Zolla ha compiuto negli ultimi vent’anni di vita e di cui Discesa all’Ade e resurrezione (Adelphi, Milano 2002, pagg. 200, € 9,00) è l’ultimo documento che ci ha offerto prima di lasciarci la primavera scorsa. Raccoglie una serie di saggi recenti, fra cui Catabasi e anastasi che fu pubblicato in poche copie nel 2001 presso l’editore Alberto Tallone di Torino: quasi un virtuale ritorno alla città dove lo scrittore, figlio di un pittore italo-francese, Venanzio, e di una pianista inglese, soffrì gli anni dell’adolescenza nella cupezza di un clima psichico e spirituale, ma anche, culturale e industriale, ai quali molti soccombevano, sprofondando o nella depressione o in atteggiamenti schizoidi.

Conobbi Zolla quando, nel 1966, diventato direttore editoriale di una casa editrice torinese di ispirazione cristiana, la Borla, decisi di affiancare alle collane esistenti testi che si ponessero di là della illusoria dialettica tra progressisti e conservatori, insegnando à seguire la difficile via dell’attenzione alla verità. Nacque così la collana «Documenti di cultura moderna», diretta da Augusto del Noce e da Elémire Zolla. Quella collaborazione continuò poi nella Rusconi Libri, dove i consigli del secondo, grazie alla mercuriale capacità di cogliere ogni novità nel più sperduto angolo del mondo, furono preziosi: a lui si devono ad esempio Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, la scoperta di alcuni studiosi stranieri come Pavel Florenskji, Ananda K. Coomaraswamy, Seyyed Hossein Nasr, Marius Schneider, e di italiani come Guido Ceronetti, Cristina Campo e Giuseppe Sermonti.

Elémire Zolla, approdato a Roma negli anni Cinquanta, era stato per qualche tempo redattore di «Tempo presente», la rivista-liberale che Nicola Chiaromonte dirigeva insieme con Ignazio Silone. Scriveva anche su «Lo spettatore italiano» saggi sulla letteratura anglo-americana che attirarono l’attenzione e la stima di Mario Praz aprendogli la strada per la carriera accademica.

Nel 1958 usciva un suo saggio, L’eclissi dell’intellettuale che, insieme col successivo, Volgarità e dolore, entrambi editi da Bompiani, suscitò sconcerto ma anche interesse per la critica radicale a quella che allora si definiva società di massa, e dove si coglievano echi della Scuola di Francoforte che egli era stato il primo a introdurre in Italia.

Ma non si sarebbe certo arrestato a quel livello. Ancora una volta lo scrittore stupì l’aia culturale nostrana imboccando la via della cultura che al primato della prassi contrapponeva quello della contemplazione, e allo storicismo l’attenzione alla dimensione sovrastorica della realtà, come già testimoniava nel 1965 l’antologia I mistici (Garzanti) alla quale aveva collaborato significativamente Cristina Campo con molte traduzioni. Pubblicava anche alcuni memorabili saggi che consiglierei di leggere ai giovani d’oggi perché sono perfettamente attuali: da Le potenze dell’anima (Bornpiani 1968), un’anatomia spirituale dell’uomo che, attraverso il viaggio fra le culture tradizionali mostra i limiti della psicoanalisi; a Storia del fantasticare (Bompiani 1964) sulla fantasticheria nella letteratura moderna privata dell’immaginazione metafisica; o ai I letterati e lo sciamano (Bompiani 1969) in cui sottolinea il duplice errore della cultura eurocentrica nei confronti dei pellirosse, giudicati ora dei primitivi prelogici, ora incarnazioni del buon selvaggio, fino a quando etnologi e antropologi di ispirazione tradizionale non ne restituirono l’identità che nulla aveva a che fare con le “favole” dell’Enciclopedia o con quelle dello stato di natura.

La successiva sua riflessione s’indirizzò verso un approfondimento delle tradizioni sapienziali con un dislocamento progressivo in Oriente. «Scrissi sull’India Le tre vie (Adelphi) – osserva a questo proposito in un breve scritto finale, Prospettive nuove – dove illustravo il metodo indù per attingere la liberazione: ci sono tre strade distinte, la normale, ragionante, che perviene all’advaita-vedanta, conoscenza non duale; l’amorevole o bhakta, per cui ci si innamora di quanto ci avvolge; infine, terza via, maledetta dal borghese indiano, il tantra o scatenamento scandaloso che nel massimo della rivolta contro ogni norma attinge alla liberazione».

È ancora presto per tracciare un bilancio della sua opera. Ma già sin da ora è possibile riconoscere in lui uno dei protagonisti del secondo Novecento italiano come esploratore delle tradizioni religiose, anche se talvolta incauto nel percorrere certe strade che potevano condurre a esiti inaspettati e inquietanti: si vedano ad esempio le pagine sulla realtà virtuale. Tuttavia, leggendolo con discernimento, si attingeranno in ogni sua pagina scoperte, intuizioni e suggerimenti in un immaginifico caleidoscopio di erudizione, forse il più stupefacente dell’ultimo secolo in Italia. Si pensi ad esempio, a libri come Aure, Archetipi, L’amante invisibile, Verità segrete esposte in evidenza, tutti pubblicati da Marsilio; all’Androgino presso la Red; al magistrale saggio Simbologia, pubblicato nella «Enciclopedia del Novecento» della Treccani; ma anche a Uscite dal mondo (Adelphi 1992) e a Lo stupore infantile (Adelphi 1993), una raccolta di saggi che spaziano dalla metafisica della luce ai simbolismi della montagna e della migrazione, dalle apocalissi al culto matriarcale delle selve, dalla rinascita ermetica fiorentina ad alcuni ritratti di protagonisti della cultura novecentesca di ispirazione sapienziale, come Karl Kérenyi e W.B. Yeats.

In Discesa all’Ade e resurrezione, dove emerge inaspettatamente la figura di Gesù in una cornice non certo ortodossa, poiché vi affiorano non casualmente molte suggestioni gnostiche insieme con altre cabbalistiche e alchemiche, sottolinea due convinzioni: in primo luogo che alla radice del nostro Occidente ci sia «una tradizione spirituale celata, concepita dai fondatori originari delle nostre scienze, ma poi travisata e cancellata con cura, sicché ben pochi ne conoscono oramai i nomi stessi, salvo i rarissimi che sappiano di avere in tasca la storia delle stelle e di poter andare in direzione del futuro guardando al passato». E ne adduce molti esempi che spaziano dall’Oriente fino a san Paolo. In secondo luogo, in una prospettiva che nega la sopravvivenza dell’anima in senso cristiano, invita a rinunciare alla centralità del nostro io come condizione indispensabile per accedere a quel bacile di carità e di luce del Buddha che secondo Coomaraswamy altro non era che il Graal.

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Tratto da Il sole 24 ore del 1 dicembre 2002.

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