Yehudi Menuhin
Tags: menhuin, musica, violino
Yehudi Menuhin
(New York, 1916 – Berlino, 1999)
violinista
Non suonava, la musica
fluiva da lui, come se Dio
usasse come tramite il
ragazzo messaggero.
Come se la fonte
stessa si trovasse in lui.
Claudio Arrau, 1929
Nessuno può sapere ciò che avviene nel cuore di un uomo.
Eppure ciò che davvero conta nel tempo avviene in quel segreto, oscuro in parte anche al padrone di quel cuore, a tutti ignoto.
Chi ero quando suonavo a undici anni?
Lo comprendevo solo quando ascoltavo gli altri: loro non erano in quella verità dove io stavo.
L’interpretazione, lo stile non sono che linee di profilo delle vette.
Il vero, unico problema è raggiungerle.
Quando suonavo una vibrazione, immisurabile, potente, toccava come un’onda gli uomini che ascoltavano, la materia stessa di cui era fatta la sala, le pareti, i rivestimenti di legno, l’intero mondo al di fuori.
Le Anime, colpite, reagivano.
Di più, si trattava di una azione diretta, un’azione di cui il fenomeno sonoro non era forse che una parte e che accresceva il quanto di Spirito nel mondo.
Il contatto con lo strumento e con la musica non era nella tecnica o in alcunchè di cosciente, si trovava ad un altro livello, vicino a quello della possessione.
Qualcosa discendeva ed io gli davo modo di essere, di abitare il mondo e dilatarsi in lui.
Un giorno questo miracolo finì.
Per i critici e gli storici fu facile argomentare: l’ingresso del bambino prodigio nell’adolescenza, l’esecuzione consapevole e riflessa che distruggeva quella istintualità assoluta ora non più capace di superare nel volo, irridendole, le difficoltà tecniche più estreme, di generare quel suono.
C’era tutto questo, ma ciò che essi non sapevano, non potevano vedere era l’essenziale.
Accadde nel 1933, avevo diciassette anni.
A casa di George Enescu avevamo provato per ore due sonate.
Lui, come spesso succedeva a metà del pomeriggio, era uscito a camminare per un poco e mi aveva lasciato solo.
In sua assenza io vagavo per l’appartamento, guardavo gli spartiti manoscritti pieni sino all’inverosimile di note e correzioni, le tante foto sui tavoli e sui mobili, pensavo.
A volte riprendevo da solo il violino.
Già usavo il Principe Khevenhuller, l’ultimo violino di Stradivari, dal suono imperioso, l’unico il cui colore era un rosso così intenso da parere il vetro di una cattedrale.
Quel giorno ero uscito sulla grande terrazza verso il giardino interno, avevo inalato i profumi delle erbe e dei fiori, guardato il cielo di tenue azzurro.
Avevo attaccato la Chaconne dalla seconda partita per violino solo.
Bach.
Nei miei sogni di bambino avevo immaginato tante volte di suonare quel pezzo in una chiesa, nella Cappella Sistina, di fronte a tutto il mondo e all’opera di Michelangelo, trasformando ogni cosa.
Compresi immediatamente che qualcosa era andato perduto per sempre.
Il braccio che andava guidato, l’arco che indugiava, il corpo non più attraversato da una corrente che lo sosteneva e lo rendeva capace di formare e offrire all’aria il suono in e da un punto solo, poco sotto il plesso solare, erano i segni che la discesa era impedita, che non sarebbe più stato possibile.
La musica non toccava più il mondo.
Certamente tutto ciò aveva a che fare con la crescita, con le modifiche che il mio corpo fisico, sottile e nervoso stava subendo, con la perdita di una chiarità senza ombre che solo nell’infanzia può essere la vera e compiuta immagine di un essere umano.
Tuttavia, poiché sapevo che nulla sarebbe stato impossibile per quella realtà superiore dalla quale il miracolo di prima procedeva, la verità era una sola, proibita allo storico: per me, il decreto era stato ritirato.
Dovevo viverne ogni conseguenza.
Quando Enescu tornò finimmo di provare: non notò nulla.
Ma io sapevo.
Due settimane dopo, uscendo dalla Salle Pleyel, vidi mio padre che mi attendeva dall’altro lato della piazza.
Attraversai la strada, raggiunsi l’isola centrale e iniziai a correre verso di lui.
Un tram stava avanzando nel suo percorso.
Non me ne avvidi.
Non so esattamente cosa accadde ma all’ultimo istante qualcosa mi fermò, mi spinse indietro e il tram – ricordo il volto atterrito del conducente – passò a una distanza di forse dieci centimetri dal mio corpo.
Quella sera pensai che se fossi morto allora, nessuno avrebbe conosciuto il mio segreto, la mia immagine nella storia e la mia eredità sarebbero state perfette, incorrotte.
Ma la mia vita doveva continuare ed essere diversa e fu forse il mio Angelo a premermi la mano sul petto, salvandomi da quel tram in Place d’Italie.
Negli anni la perdita fu progressiva, giunsi a riprendere lezioni come un violinista qualunque.
Nel mio intimo la perdita era insostenibile, tale da essere vissuta come la colpa più grande.
A chi parlarne?
Nola, mia moglie, aveva sposato l’altro, non ciò che stavo divenendo.
Riusci a sopravvivere perché la memoria dell’uomo lentamente svanisce e non può tenere in sé tutte le mutazioni dell’io nel tempo.
Fui violinista e direttore d’orchestra come tanti.
Restai uomo dall’animo magnifico, limpido, sincero, filantropo e soldato in tante cause di libertà, amico del cuore per uomini straordinari.
Sempre, ho pensato che quel mio valore, per quanto altissimo, non fosse che un detrito, ciò che il supremo potere dell’ infanzia aveva lasciato nella mia anima ritirandosi.
Siamo materia, forme che eternamente si ricombinano.
Lo Spirito le rende vive e progressive, conferendo ad ognuna la loro diversa energia, il loro destino nel tempo.
Qualche notte sogno di morire, di attraversare grandi saloni bianchi, di udire una musica, la musica di allora, di avvicinarla, infine di vedermi, i pantaloni corti, le piccole scarpe a stringhe, i capelli biondi di bambino e il profilo ebreo, l’arco contro il violino e verso il cielo, io, Yehudi Menuhin.
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