Wir kapitulieren nie! Lipsia, aprile 1945

Combattimenti nel centro della città di Lipsia
Combattimenti nel centro della città

Verso la metà d’aprile del 1945, Lipsia resisteva agli invasori. La città, quinta per dimensioni nel Reich, 750.000 abitanti, era un importante centro d’industrie, commerci e cultura. Sua era una delle università più antiche, sua la sede del Reichsgericht, la Corte suprema tedesca. Il suo nome era legato anche al ricordo della Battaglia delle Nazioni in cui Prussia, Russia, Impero austro-ungarico e Svezia avevano battuto l’esercito di Napoleone nell’ottobre 1813. Gli ultimi bombardamenti terroristici anglo-americani sulla città di Lipsia erano stati effettuati il 6 ed il 10 aprile 1945. La popolazione era terrorizzata sia dalle incursioni aeree (dall’agosto 1942 all’aprile 1945 c’erano stati 24 attacchi aerei, con circa 5000 morti, migliaia di feriti e senza tetto) che dalle notizie di distruzione totale che provenivano dalla capitale e da gran parte delle città del Reich. Il 17 aprile i carri armati americani si avvicinavano alla città incontrando poche, ma determinate, sacche di resistenza formate essenzialmente da battaglioni del Volkssturm, la milizia popolare reclutata tra giovani ed anziani, e della Hitlerjugend, dotate solo d’armi leggere e Panzerfaust. La difesa della città organizzata attorno a pochi punti strategici, la stazione ferroviaria Hauptbahnhof, la birreria Felsenkeller, l’Elsterbecken, il parco Rosental, il nuovo municipio Neuen Rathaus e l’imponente monumento alla battaglia delle Nazioni Völkerschlachtdenkmal.

La 69° Divisione di fanteria dell’esercito americano si avvicina lentamente ma inesorabilmente alla città, preceduta dai primi carri armati della 9° Divisione corazzata guidata dal Generale John W. Leonard. Le forze americane provenienti da ovest riescono a conquistare Weissenfels dopo due giorni di furiosi combattimenti e formano un semicerchio attorno a Lipsia che si prepara alla battaglia. Il 17 aprile i colpi dell’artiglieria americana cominciano a piovere attorno alla città e la mattina del 18 le due divisioni sono pronte per l’attacco finale. Le forze disponibili per la difesa sono: un battaglione della riserva del 107° Reggimento di fanteria con 750 uomini tra cui 50 reclute mal addestrate; un battaglione di trasporto di riserva con 250 uomini entrambi sotto il comando della Werhmacht col Generale Hans von Poncet; otto battaglioni del Volkssturm comandati dal vecchio sindaco (in carica fino al 1938) e dirigente locale del partito nazionalsocialista Generale Walter Dönicke; 3.500 uomini della polizia cittadina sotto il comando del Generale Wilhelm von Grolman. Le armi a disposizione sono solamente quelle leggere, poche mitragliatrici, molti Panzerfaust ma nessuna arma pesante o carro armato. La situazione è evidentemente disperata, ma sono organizzate tre linee di difesa: la prima ad ovest della città è tenuta dai ragazzi della Hitlerjugend e armata di Panzerfaust per bloccare i carri, la seconda, tenuta dalla Werhmacht, si attesta intorno al periplo della città; la terza e principale linea di difesa segue il corso del fiume Elster che separa la parte occidentale, più piccola, da quella principale, ad est. Se i nemici arrivassero sin qui si farebbero saltare tutti i ponti della città.

Il Neuen Rathaus di Lipsia
Il Neues Rathaus di Lipsia

Il 14 aprile si tiene un incontro organizzativo tra il Generale Hans von Poncet, i comandanti militari e civili, il sindaco Alfred Freyberg, il Generale del Volksstrum Walter Dönicke e il Generale Wilhelm von Grolman. Tra le titubanze di quest’ultimo, che non voleva far saltare i ponti ed impegnare la polizia nella difesa della città, von Poncet spiegò a tutti che era necessario difendere Lipsia fino all’ultimo colpo. Si prepararono le barricate con autobus che sbarravano le strade riempiti di pietre. Gli ultimi ridotti da difendere erano il municipio, la stazione ed il Völkerschlachtdenkmal. Il 17 aprile su ordine di von Poncet il Generale del Volksstrum Walter Dönicke con 500 membri della milizia popolare si barricano nel Neuen Rathaus. Lo stesso von Poncet con 300 dei suoi uomini migliori si asserraglia nel monumento della Battaglia delle Nazioni colmo d’armi, viveri e munizioni: era la rappresentazione ideale dell’indomito spirito di resistenza tedesco, come nel 1813 si doveva tener testa al nemico anche quando tutto sembrava perduto.

David E. Scherman, Lee Miller's War La notte del 17 aprile 1945 manipoli di SS attraversavano i sobborghi della città obbligando la popolazione a togliere le poche bandiere bianche esposte e ad organizzare la resistenza. La mattina del 18 aprile il 23° battaglione di fanteria, appoggiato da due battaglioni di carri armati, il 741° e il 612°, iniziano ad occupare la città. La popolazione osserva attonita, qualcuno applaude e offre fiori e viveri, la maggioranza osserva silenziosa. Alla fine delle due arterie principali verso i ponti, rimasti intatti per decisione del borgomastro, che voleva evitare altre sofferenze alla popolazione, comincia il fuoco dei Panzerfaust. Diversi carri sono centrati e prendono fuoco. Incomincia la lotta casa per casa, i cecchini fanno fuoco sugli americani. Gli scontri si susseguono in tutto l’abitato. L’assalto finale nel centro inizia alle 12,45: la lotta impari prosegue. Con le armi leggere ed i Panzerfaust, i ragazzi della Hitlerjugend attaccano senza sosta le avanguardie nemiche, i tiratori scelti colpiscono gli americani che reagiscono furiosi con colpi d’artiglieria contro le case. Un soldato americano che spara con una mitragliatrice da un balcone sul ponte Zeppelin viene centrato da un tiratore tedesco: la scena è immortalata dal fotografo americano Robert Capa di Life. L’artiglieria si accanisce sui centri di resistenza martellandoli senza sosta. Il monumento delle Nazioni, in cui la resistenza diretta da von Poncet è fortissima, la stazione, il municipio sono ripetutamente colpiti dai colpi dei carri e degli obici. La battaglia continua disperata ed inesorabile. Intermediari americani cercano di trattare la resa della città: il Generale von Grolman ha deciso di arrendersi con la polizia ma gli altri non cedono. Alle 21,30 uno strano silenzio cala sulla città e la notte passa tranquilla. La mattina del 19, dopo un pesante bombardamento del Rathaus e altri due assalti falliti, alle 9.30 attraverso la proposta di un prigioniero tedesco mandato a trattare con i difensori del municipio, e sotto la minaccia della totale distruzione della struttura con artiglieria pesante e lanciafiamme, parte dei difensori accetta la resa. Vengono catturati un generale e 175 uomini e 13 agenti di polizia.

Lee Miller, Regina Lisso, Lipsia 19 aprile 1945
Lee Miller “Regina Lisso” Lipsia 19 aprile 1945

Pietrangelo Buttafuoco, Le uova del drago. Una storia vera al teatro dei pupi A mezzogiorno il comandante della 69° Divisione di fanteria Generale Reinhardt issa la bandiera americana sull’edificio. Nella Turmzimmern (camera della torre) e nelle stanze adiacenti sono rinvenuti i cadaveri di nove persone. La scena viene immortalata da diversi fotografi: J.M. Heslop del USA Signal Corps photographer Tech/5, e due famose fotografe americane, Lee Miller e Margaret Bourke-White. Lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco ha scelto per la copertina del suo bel romanzo (Le uova del drago, edito da Mondadori nel 2005) proprio uno degli scatti della Miller. Negli anni tra il 1941 ed il 1945 la Miller lavorò come reporter fotografica di guerra per la rivista Vogue. Tutto il lavoro della fotografa, circa 60.000 negativi, fotografie originali e manoscritti, è conservato nel Lee Miller Archives (Lee Miller Archives: Farley Farm House, Muddles Green, Chiddingly, East Sussex, BN8 6HW, England E-mail: archives@leemiller.co.uk web: www.leemiller.co.uk). Essendo Le uova del drago uno dei successi editoriali dell’anno, la già famosa fotografia è diventata assai popolare anche in Italia, paese in cui il lavoro di documentazione della Miller è noto solo a pochi specialisti. Nel libro Lee Miller’s war (edito da Thames & Hudson, New York, 2005) la fotografa scrive a pagina 176: “In uno degli uffici un uomo dai capelli grigi (Alfred Freyberg) sedeva con la testa appoggiata sulle mani incrociate sul tavolo. Di fronte a lui riversa su una poltrona una donna pallida con gli occhi aperti ed un rivolo di sangue seccato sul mento. Sdraiata sul sofà una ragazza con dei denti straordinariamente belli, dal colorito cereo e impolverata. La sua uniforme da crocerossina è cosparsa di calce segno della battaglia che è continuata fuori dal municipio dopo la loro morte. Nella stanza successiva un mostruoso manichino di un uomo in uniforme da generale del Volksstrum giace sulla schiena. C’è un altro gruppo familiare nella terza anticamera. Nel seminterrato due ufficiali delle SS hanno bevuto del brandy seduti ad un tavolo e si sono suicidati”. La descrizione della Miller è parziale e poco accurata. In realtà il suicidio della famiglia di Alfred Freyberg non è mai stato fotografato. La rivista inglese After the battle (www.afterthebattle.com) n. 130, dedicata alla battaglia per conquistare Lipsia, ci fornisce con maggior precisione i dettagli della fotografia. Il 18 aprile 1945, mentre la città sassone è sotto assedio e resiste agli invasori americani, il Dottor Kurt Lisso (nato il 7 marzo 1892) vicesindaco e Stadtkämmerer (tesoriere comunale), la moglie Renate Lübbert (nata il 12 aprile 1895) e la figlia di 21 anni Regina Lisso (nata il 24 maggio 1924) con la fascia al braccio della croce rossa tedesca si danno la morte avvelenandosi con il cianuro nell’ufficio della Neuen Rathaus.

Margaret Bourke-White, Suicidio della famiglia Lisso, Lipsia 19 aprile 1945
Margaret Bourke-White “Suicidio della famiglia Lisso”. Lipsia, 19 aprile 1945
J.M. Heslop, Suicidio della famiglia Lisso, Lipsia 19 aprile 1945
J.M. Heslop “Suicidio della famiglia Lisso”. Lipsia, 19 aprile 1945

Nel romanzo di Buttafuoco a pagina 30, Regina, diventata Annelise Boldt, viene descritta così: “Tutto qua: Eughenia offre i propri servigi al Führer. Si farà un punto d’onore di continuare ad obbedirgli oltre la sua morte, malgrado la sconfitta militare e l’annientamento della nazione germanica; se ne farà un punto di stile, perciò continuerà la missione trascinandosi dietro, quali cemento, malta e ferro per la cuccia delle sue “Uova”, tre bauli carichi d’oro e di segreti. Perseverante, procederà nel tessere la trama anche quando da Lipsia, nell’aprile del 1945, i servizi segreti inglesi le faranno arrivare sotto gli occhi, a scopo pedagogico, la foto di Annelise Boldt, sua compagna ai tempi dei corsi di preparazione organizzati dallo Stato Maggiore. Una foto niente male, quanto a rapina estatica. E’ uno scatto di Lee Miller, fotografa americana che collezionò le istantanee dei cadaveri di suicidi disseminati ovunque in Germania. Annelise Boldt ha le braccia composte nell’abbandono, sembra colta in un istante di sovrappiù d’assenza. La pelle delle mani è bianchissima. Il volto, bianchissimo. La corona dei denti, intravista tra le labbra socchiuse nell’atto definitivo del mancato respiro, bianchissima. Anche le labbra sono bianchissime, e c’è bianco tutto intorno: un bianco, però, di sporco. Bianco di polvere è il divano di duro cuoio dove Annelise resta distesa, col collo piegato all’indietro come a voler dare spinta ai capelli, biondi ma sporchi di bianco, cosparsi di polvere. Sporco di bianco il corpo, sporco il cappotto militare, sporca la fascia della croce rossa, sporcata di bianco”.

J.M. Heslop, Dr.Kurt Lisso, Lipsia 19 aprile 1945
J.M. Heslop”Dr.Kurt Lisso”. Lipsia, 19 aprile 1945.

Nella stanza accanto si tolgono la vita, con la stessa tecnica, l’Oberbürgermeister Alfred Freyberg, sua moglie e la figlia diciannovenne. Stranamente nessuna fotografia viene scattata nonostante la stanza sia adiacente a quella del Dottor Lisso. Bruno Erich Alfred Freyberg era nato a Harsleben bei Halberstadt il 12 luglio 1893, fu avvocato e uomo politico del NSDAP. Studiò giurisprudenza nelle università di Genf, Königsberg, München e Halle. Dal 1923 al 1926 fu impiegato presso il Reichsfinanzverwaltung. Dal 1926 comincio la carriera di avvocato a Quedlinburg. Dal 21 maggio 1932 Alfred Freyberg fu presidente del consiglio del Land Sassonia-Anhalt. Fu il primo nazionalsocialista a raggiungere quella carica. Dal 21 agosto 1939 fu Oberbürgermeister della città di Leipzig (Lipsia).

Le foto di Margaret Bourke-White correttamente fanno riferimento al nome Lisso. La didascalia recita “Dr. Kurt Lisso, Leipzig’s city treasurer, and his wife and daughter after taking poison to avoid surrender to U.S. troops, Leipzig” (dal sito http://masters-of-photography.com). La versione della fotografa trova conferma anche nel resoconto di Edward Ward della BBC Broadcast del 19 aprile 1945, che descrive correttamente la scena (After the Battle, n. 130 pag. 26). La serie delle famose immagini mostra da diverse angolature i corpi della famiglia Lisso all’interno dell’ufficio comunale. Una sottile coltre di polvere li ricopre e testimonia dei bombardamenti americani di qualche ora prima. La figlia di Kurt Lisso, Regina, bellissima con la cuffietta delle crocerossine ed il volto angelico, è riversa su un divano con le braccia conserte. Tutti e sei hanno scelto la libera morte – suicidio in tedesco di dice anche Freitod (libera morte) – nella tarda mattinata del 18 aprile. Nell’anticamera dello studio del Dr. Lisso giace un uomo: è il dirigente locale del partito nazionalsocialista, precedente Oberbürgermeister e generale della milizia popolare di difesa Volkssturm, Walter Dönicke, strenuo sostenitore della difesa ad oltranza della città. Nella stanza del consiglio comunale ci sono i corpi di due suoi ufficiali: il SA-Oberführer Paul Strobel ed il dirigente del NSDAP Willy Wiederroth. Si sono suicidati la mattina del 19 poco prima della presa dell’edificio. Nove tedeschi hanno mantenuto fede alla promessa dello slogan ripetuto ossessivamente da giornali e radio: Wir kapitulieren nie! (Non capitoleremo mai). Al disonore, alla resa ed all’occupazione della patria hanno preferito la morte.

J.M. Heslop, Generale, dirigente del partito e precedente sindaco di Lipsia Walter Dönicke, Lipsia 19 aprile 1945
J.M. Heslop “Generale, dirigente del partito e precedente sindaco di Lipsia Walter Dönicke”. Lipsia, 19 aprile 1945.

Tra pochi giorni altri cadranno e seguiranno l’esempio. La sera del 19 aprile, il giorno antecedente al compleanno del Führer, il Reichsminister Dottor Joseph Goebbels concluderà il suo messaggio alla radio con queste parole: “La Germania è la terra della fedeltà. Festeggerà nel pericolo il suo più bel trionfo. Parlando di questi giorni, la storia non potrà mai dire che il popolo abbia abbandonato il suo capo o il capo abbia abbandonato il suo popolo. E questa è la vittoria!”. Appena dopo queste parole echeggiarono alte, in coro, le strofe di Deutschland hoch in Ehren, canto di Ludwig Bauer del 1859: “Haltet aus, haltet aus, laßet hoch das Banner wehn! Zeigen ihm, zeigt dem Feind, daß wir treu zusammenstehn! Daß es unser alte Kraft erprobt, wenn der Sturmwind uns entgegentobt, haltet aus im Sturmgebraus!” (testo al sito http://www.liedertafel.business.t-online.de/O_Deutschland.htm, ascoltabile al sito http://www.liedertafel.business.t-online.de/odeutschlandmono.mp3). “Resistete, resistete, tenete alta la bandiera! Dategli prova, dimostrate al nemico che fedeli restiamo uniti! Mettete alla prova l’antica forza quando il vento furioso ci è avverso, resistete nell’urlo della tempesta!”. (vedi A. Romualdi, La Battaglia di Berlino, Ed. Ar, 1977, pag. 29). Dei corpi dei caduti sembra sia stato fatto scempio dai “liberatori”: nonostante le ricerche non è dato sapere la locazione delle tombe dei nove martiri ma forse, tra coloro che leggeranno il mio articolo, ci sarà qualcuno che le troverà nel cimitero di Lipsia…

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6 Responses

  1. Italo
    | Rispondi

    Tutto questo rimanda al bellissimo libro "I Leoni Morti di Berlino" scritto da Saint-Paulien, e commentato nientemeno che da Otto Skorzeny, sulle vicende dei battaglioni franco-tedeschi combattenti fino alla resa (il giorno dopo il 1 maggio 1945, come dispetto ai Russi già vincitori) ufficialmente dichiarata…

    Essi combatterono una battaglia esternamente già persa, ma la guerra vera era interna all'umanità, e lo dimostrarono grazie al loro estremo coraggio e fedeltà in questa lotta epica: le giuste idee non muoiono… mai!

  2. Joseph
    | Rispondi

    Onore ai caduti di Lipsia!

  3. Marco
    | Rispondi

    bellissimo articolo! Onore e gloria ai combattenti d'Europa…wir kapitulieren nie..nie!!

  4. Erich
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    EJA! ONORE alla GRANDE RESISTENZA del POPOLO ARIO!

  5. Nebel
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    A riconferma che i “vincitori”, ben lungi dal voler portare libertà e democrazia, furono mossi da desiderio di conquista e dominio, come sempre e come tutti hanno fatto da quando l’essere umano calca questa terra. E soprattutto, lo scempio dei corpi dei caduti ne è l’indicatore indiscutibile della mancanza di civiltà e della barbarie che li accomuna a tanti altri. I Romani, che hanno costituito sulla conquista prima e sul consenso poi il più grande impero del mondo (lo è stato, e se non per durata e vastità, per civiltà e grandezza umana), portavano assoluto rispetto per il nemico caduto tributando alle sue spoglie gli stessi onori che riservavano per i propri morti. I dileggiatori venivano severamente puniti. E questo, tanto per capire dove sta la differenza.

    • Lupaccio
      | Rispondi

      ma se neanche il cadavere di Vercingetorige é stato rispettato!

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