Voltaire o della disavventura di essere più citato che letto

inv. 1983.7.33Molti ritengono Voltaire uno dei “padri nobili” della Rivoluzione francese; è così sia per i progressisti, che vedono nel philosophe un precursore del giacobinismo e dei successivi movimenti rivoluzionari che dal 1789 giungono sino al 1968; che per i conservatori, i quali valutano il filosofo francese facendo fede sulla vulgata clericale che lo vorrebbe un libertino senza Dio ed un fanatico egualitarista.

Certo Voltaire ebbe a criticare aspramente la società del suo tempo, denunciando spesso i soprusi e le connivenze dei potenti, e mettendo alla berlina con la sua raison souriante preti fanatici e superstizioni da beghine; ma con Voltaire i Lumi non si colorarono mai di quelle tinte fanatiche e scientiste, che alcuni un po’ forzatamente vogliono trovare fra i rivoli del suo pensiero.

L’opinione dominante, in effetti, con troppa faciloneria ed in maniera quasi caricaturale, vede in Voltaire un sagace demolitore di miti: “La superstizione mette il mondo intero in fiamme; la filosofia le spegne” era uno dei suoi motti, certo, ma pochi sono a conoscenza del suo interesse per spiritualità, scienze curiose e arcani misteri. Voltaire, del resto, fu personalità alquanto eclettica e contraddittoria.

Nel 1747 Voltaire pubblica Zadig ou la Destinée, histoire oriental, una novella satirica. Zadig è il nome del protagonista del racconto. Questi è un giovane uomo pieno di qualità, che crede di avere tutto ciò di cui ha bisogno per essere felice. Diventa invece vittima di una serie di disavventure, che lo portano a credere che sia impossibile per l’uomo sfuggire alla sfortuna e alla malasorte, finché incontra un eremita che gli rivela il segreto della felicità. Ebbene, Zadig o Zaddiq, in lingua ebraica “il giusto”, è un titolo religioso comunemente attribuito ad un maestro spirituale molto elevato.

In Zadig Voltaire – come accennato poc’anzi – presenta inoltre la figura di un eremita, che si rivela essere l’angelo Jesrad. Con molta probabilità Voltaire, nel tratteggiare questo personaggio, si è ispirato alla figura di Al-Khiḍr, che appare nella Sura del Corano “Al-Kahf“, versetti 60-82, infatti anche i due racconti sono piuttosto simili, con Al-Khiḍr e l’eremita che pongono in atto azioni incomprensibili: come uccidere gente innocente e dar fuoco alla casa di un benefattore, salvo poi giustificare il tutto asserendo che il destino voleva dovesse andare così.

khidrSecondo la tradizione Al-Khidr è l’iniziatore del Profeta Mosé, sempre errante, visitatore misterioso, fonte diretta di rivelazioni, che in parte possiede i caratteri della figura ebraica del profeta Elia. In Corpo spirituale e Terra celeste Henri Corbin riporta un racconto iniziatico del mistico sufi ‘Abdol Karim Gili, in cui si narra del viaggio di uno straniero detto Spirito verso la terra dei veglianti o Terra del Sesamo, o anche “mondo dell’immaginazione”. Qui gli uomini non riconoscono altro Re se non Al-Khidr, ed è proprio a questo sovrano misterioso che l’iniziando chiederà lumi sulla propria natura, proprio come farà Zadig. Altresì, in Iniziazione e realizzazione spirituale, René Guénon accenna ad un caso particolare di iniziazione, che avviene in casi assolutamente eccezionali senza ricollegamento ad un’organizzazione tradizionale, spiegando come dal punto di vista del Tasawwuf, l’esoterismo islamico, queste cose appartengono alla via degli Afrâd, il cui maestro è Seydna El Khidr, il Verdeggiante, perché usualmente raffigurato vestito di verde (il verde è il colore sacro dell’Islam, n.d.a.).

Ecco, dunque, come in un conte philosophique fatto passare da Voltaire per una normale novella orientaleggiante emergono dati che dimostrano la conoscenza da parte dell’autore francese di alcuni simboli e tòpoi propri della tradizione mistica islamica, cui il filosofo fa ampiamente ricorso e che parte assai rilevante hanno nell’economia del racconto.

candidoIn un altro conte di Voltaire, Micromega, invece, viene narrata la storia di un ‘astronauta’ ante-litteram, Micromega appunto, il quale partito dalla stella Sirio in cui vive, giunge sul pianeta Saturno dove stringe amicizia con un suo abitante. Insieme a questi si dirige quindi su Giove e infine sulla Terra, dove scopre degli esseri minuscoli chiamati Uomini ai quali, prima di partire, dona un libro contenente il “senso della vita”. Ecco che la storia sembra lontana dall’essere una vicenda che propone del razionalismo materialista, ma piuttosto un viaggio iniziatico.

Molte culture storiche hanno dato a Sirio dei forti significati simbolici. In ambito islamico, nel Corano, Allah viene definito il “Signore di Sirio”. Nella cultura egizia invece Sirio venne identificata con la dea Iside, vergine-madre del bambino divino Horus. Ma anche Saturno e Giove hanno dei significati cari al mondo dell’esoterismo. Al tempo dei Greci si pensava che il pianeta Saturno esercitasse il suo influsso sulla milza, che raccoglieva gli umori della “bile nera”: la melanconia, appunto. Per cui si riteneva Saturno essere il dio che regnava sui melanconici, ed in Alchimia il piombo-Saturno è considerato il punto di partenza della Grande Opera, l’oggetto cioè della trasmutazione alchemica. Giove è, invece, il pianeta più grande del sistema solare, dieci volte la grandezza della terra. Questo pianeta, conosciuto sin dall’antichità, ha rivestito un ruolo preponderante nel credo religioso di numerose culture, tra cui i Babilonesi, i Greci, i Romani, che lo hanno identificato con il sovrano degli dei. Non ci soffermeremo qui poi sul noto Quadrato magico di Giove.

Il breve racconto di Voltaire sembrerebbe, dunque, l’indicazione del cammino iniziatico da compiere per giungere al “senso della vita”. Del resto molti romanzi di Voltaire sono accomunati da un filo conduttore: quello di un processo di formazione del protagonista che si compie attraverso molteplici esperienze, soprattutto quella del viaggio.

dizionario-filosoficoTra i suoi molti scritti, Voltaire fu, inoltre, autore di una misteriosa lettera all’enigmatico Conte di Saint Germain, avventuriero ed alchimista, il cui nome è legato a molte leggende circa i suoi mirabili poteri. Nell’epistola Voltaire scrive: “6 giugno 1761. Vi rispondo alla lettera del mese di aprile. […] La vostra lunga strada nel tempo sarà rischiarata dalla mia amicizia per voi anche nel momento in cui mi confidate i più terribili dei vostri segreti, rivelazioni sulla metà del XX secolo. Le immagini parlanti non avranno potuto conservarsi nel ricordo a causa del tempo. Possano le vostre meravigliose macchine volanti ricondurvi a me. Addio, amico mio. Voltaire, gentiluomo del re”. Inoltre, Voltaire fece un valido ritratto del Conte di Saint German in una lettera a Federico II di Prussia dove lo definì un “un uomo che mai muore, e che sa tutto”.

Ciò attesta come Voltaire fosse un uomo di larghe vedute, non di certo confinato in quel ruolo di saccente perpetua della dea ragione disegnatogli indosso, sotto prospettive diverse, ma accomunate da una grande ignoranza di fondo, da giacobini e baciapile. Così veniamo a conoscenza nel suo Dizionario Filosofico, che il Nostro s’era fatto predire la data di morte da due astrologi, i quali tuttavia – come solitamente accade – non ci avevano minimamente azzeccato!
Non è un mistero che Voltaire fu iniziato alla massoneria. Come annota, infatti, Ernesto Nys, uno dei più accreditati storici della massoneria e massone egli stesso, dal quale scopriamo infatti che il grande scrittore francese fu iniziato nella loggia delle “Nove Sorelle” diretta all’epoca da Antoine Court de Gebelin autore de Le mond primitif analysé et comparé avec le mond moderne, saggio che costituisce il primo studio organico sull’origine dei Tarocchi.

Conditio sine qua non per essere ammessi in Massoneria era (e credo tutt’ora sia) la fede in un Dio, o Essere Supremo, Principio di tutta la Creazione. Così Voltaire avrà a scrivere: “Nella natura non vi è che un principio universale eterno e agente. Quindi, il principio universale è il dio di tutte le religioni”. Mentre nel suo Trattato sulla tolleranza, parlando della religione degli antichi romani, sosterrà che: “Non si cantava nient’altro che l’unità di Dio nei Misteri a cui quasi tutti i romani erano iniziati”. Così, invece, il filosofo dei Lumi si esprimeva sulla dottrina della reincarnazione: “non è né assurda, né inutile” e “Non è cosa più sorprendente essere nati due volte anziché una soltanto.”

Come contraltare della sua avversione per le religioni costituite: soprattutto cristianesimo ed islamismo, nelle opere di Voltaire ritroviamo dervisci, dunque, mistici islamici ai confini dell’ortodossia, e saggi bramini, tipi di religiosi lontani anni luce da quelli che, cinti nelle loro purpuree tonache, affollavano curie e palazzi del potere dell’Europa del XVIII secolo. Colpisce di Voltaire, inoltre, – considerato spesso il padre dell’Occidente e dell’occidentalismo moderni – la sua ammirazione per i costumi della Cina imperiale e per la figura di Confucio; indigesta gli fu, invece, – amante della mondanità com’era – l’estrema arrendevolezza al Tao di Lao-Tze.

Si è spesso detto che il pensiero filosofico di Voltaire abbia molto demolito e che sia imbevuto dei pregiudizi tipici dell’Età dei Lumi, questo è indubbio, ma tra Voltaire e Marx (o i suoi epigoni ) d’acqua sotto i ponti ne scorre a iosa. E, se sicuramente il filosofo transalpino non sarà mai annoverato in un pantheon di pensatori reazionari, senz’altro è un autore da rileggere senza pregiudizi e da sottrarre alle congreghe e conventicole atee e laiciste che hanno fatto di lui un santo laico, appropriandosi indebitamente della memoria di un uomo che d’ogni sorta di santocchieria fu strenuo e mordace nemico.

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