Centro Studi La Runa

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Vladimir Horowitz

20 gennaio 2010 (16:14) | Autore:

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Vladimir Horowitz
(Berdichev, Ucraina 1903 – New York, 1989)
pianista

Vladimir Horowitz, 1955

Vladimir Horowitz

Uno dei miei primi ricordi è Larissa, la nostra governante, che sorride e prende  la mia mano, avrò avuto cinque o sei anni.

Attraversiamo la strada polverosa davanti alla casa e raggiungiamo il piccolo giardino, ci sediamo sui gradini di marmo della fontana rotonda.

Gioco un poco lontano, nell’erba.

Un giovane, un contadino, si ferma a parlare con Larissa.

Ritorno, mi rifugio  sudato nell’ abbraccio del suo vestito candido e fresco e sento che discorrono della grande siccità degli ultimi mesi.

Il contadino le dice che prega ogni sera perché l’indomani piova.

Quando si allontana lei lancia un cenno di saluto e gli grida: “Bisogna volerle così tanto, le cose!”.

Pochi anni dopo, nel suo studio antico e scuro Blumenfeld, il mio primo Maestro, aprì per me il pianoforte e mostrò come il tasto percosso alzi il martello e come questo colpisca la corda.

Disse come tutta questa realtà meccanica, dura, debba essere annullata dal nostro volere, come il suono dello strumento possa essere trasformato non in canto e in voce, come è facile, ma in altro, in nube immateriale, in puro pneuma.

A volte, dopo la lezione, chiedeva di colpire una nota, il do centrale o il la di quella ottava, con lo stesso gesto,  la stessa intensità, lo stesso rilascio e di evocare una volta la lacrima nel suono, poi la rabbia o il dolore o la forza.

La stessa nota. Poteva durare un’ora.

Capii che quella strada conteneva un compito quasi sovrumano, in una dimensione diversa da quella in cui tutto il resto si svolgeva, ed iniziai a percorrerla.

Con il tempo, quel volere così tanto ottenne quasi tutto e mentre il mio rapporto con il pianoforte diventava unico, irriducibile, trovando i suoi limiti solo nelle possibilità della materia di cui lui era fatto e mai in me, il mio io cedeva e si ritirava.

Non era, comprendevo, fondamentale.

I nervi, attraversati da quel sentire così estremo, divennero sempre più deboli, amare qualcuno, persino mia figlia Sonia, mi riuscì impossibile.

Il corpo stesso accusava il mio potere, come volesse, similmente allo strumento, trasformarsi in un campo più sottile: l’impossibilità di mangiare, di assimilare il cibo più grossolano.

Tutti udivano, ma chi poteva comprendere quello che c’era in me? Avrei voluto, un giorno, suonare quel pezzo di Scriabin (*) e davvero entrare nella  fiamma, verso la trasformazione di tutto.

Lasciai invece la vita in una notte di sonno quieto.

Per un istante – era forse quella, la soglia tra i due mondi? – udii vibrare una nota, una sola nota, tono supremo d’oro sferico.

(*) Alexander Scriabin, Vers la flamme, Op. 72, 1914.


Commenti

Commento di Volodya
Ora: 23 gennaio 2010, 00:59

Ho sognato Horowitz stanotte.

Era molto vecchio, molto più di quanto non fosse alla fine.

Eravamo a casa mia, c'era tutta la famiglia e lui sembrava farne parte, a un certo punto gli chiesi se voleva suonare, ma rispose che era troppo vecchio.

Io insistetti e lui dovette cedere, ma sembrava contento.

Sembrò fare una fatica esagerata per alzarsi e "cadere" sullo sgabello del piano. Fece una smorfia, uno sbuffo da clown e cominciò a suonare.

Mozart! La 330 in do maggiore: meravigliosa.

Ricordo fin qui, il suono non era cambiato.

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