Viaggio all’isola Bouvet, la più solitaria dell’Antartico

Silvio Zavatti (10/11/1917 - 13/5/1985).
Silvio Zavatti (10/11/1917 – 13/5/1985).

Dopo l’avventura a sfondo “giallo” collocata da Geoffrey Jenkins sull’isola Bouvet, torniamo a questa stessa isola con una avventura a sfondo scientifico affidandoci, questa volta, alla penna di un uomo che i Poli li conosceva non solo con la fantasia dello scrittore, ma con la passione e la diretta esperienza del ricercatore, del geografo, dell’etnologo: Silvio Zavatti.

Non è questo il luogo per tracciare una biografia completa di Silvio Zavatti, tanto più che la rivista Il Polo gli ha recentemente dedicato un numero monografico, frutto di un Convegno di studi che ha richiamato un cospicuo numero di studiosi di cose polari, che hanno avuto occasione di conoscerlo e di apprezzarne le alte doti scientifiche ed umane (1). Ci limiteremo pertanto a ricordare solo per sommi capi la sua esaltante esperienza di studioso ed esploratore. Romagnolo, nato a Forlì il 10 novembre 1917, diplomato all’Istituto Nautico di Ancona nel 1937, è per due anni capitano di lungo corso su una nave inglese e in quell’occasione, giovane di venti anni, nelle acque dell’Oceano Indiano meridionale vede farglisi avanti il suo primo iceberg. È una rivelazione: da quel momento la passione per le cose polari lo afferra e non lo lascerà mai più. Richiamato alle armi nella seconda guerra mondiale, dopo il 1943 prende parte alla guerra partigiana sull’Appennino Tosco-Emiliano e, a guerra finita, è nominato vicesindaco della sua città natale. Per qualche anno svolge l’incarico di preside dell’Istituto Magistrale Stella Maris di Civitanova Marche (ha conseguito, studiando da privatista, la maturità classica nel 1940) e si dedica con la consueta generosità, oltre che all’insegnanento – da lui sentito come una vera missione – alla filologia classica, pubblicando, fra l’altro, un fresco e pregevole commento al quinto libro dell’Eneide di Virgilio. (2) Al tempo stesso, però, non trascura gli studi polari; fin dal 1944 ha fondato l’Istituto Geografico Polare e la rivista Il Polo, organizzando spedizioni di ricerca nelle regioni artiche e antartiche. Nel 1958, alla vigilia dell’Anno Geofisico Internazionale, mette a punto un progetto che, mediante la realizzazione di una stazione meteorologica sull’isola sub-antartica di Bouvet, dovrebbe permettere all’Italia di prendervi parte come membro a pieno titolo.

Ecco come egli stesso ricorda quell’episodio:

“L’Italia, ufficialmente, non è mai stata presente nell’Antartide [lo è, infatti, solo dal 1985, n. d. r.], ma nel 1880, anno in cui il tenente di vascello Giacomo Bove tentò di organizzare una spedizione nell’Antartide, gli italiani sono stati saltuariamente presenti, sotto vari titoli, nel sesto continente. Medici, operai, giornalisti hanno fatto parte di numerose spedizioni argentine e nel 1957-58 il tenente di vascello (ora capitano di corvetta Franco Faggioni) fu aggregato alla base neozelandese costruita a Mc Murdo Sound. Nel 1959 l’Istituto Geografico Polare, con un contributo del governo italiano, ha organizzato nel’isola Bouvet, una spedizione scientifica divisa in due fasi: la prima aveva lo scopo di indagare se l’impianto di una base scientifica permanente fosse possibile e la seconda – da realizzare in un secondo tempo – doveva procedere alla costruzione della base e al primo ciclo delle ricerche. Della prima fase, felicemente portata a termine, facevano parte Silvio Zavatti e Giorgio Costanzo. Malgrado difficoltà di ogni genere, fu possibile effettuare due sbarchi: uno nell’isola Lars, a poche centinaia di metri dall’isola Bouvet, e un altro immediatamente a sud di Capo Norvegia dove fu scoperta una piccola baia (cui venne dato un nome italiano) che può permettere, pur con qualche difficoltà, lo sbarco del materiale occorrente alla costruzione di una base scientifica. L’autore di questo volume fece varie osservazioni meteorologiche” (3).

Ma qualche anno dopo, in un altro libro, tristemente aggiungeva:

“Purtroppo non fu possibile realizzare la seconda fase del progetto perché non si poterono raccogliere i mezzi finanziari necessari (poco più di venti milioni!). La costruzione della base avrebbe permesso all’Italia di installarsi in un’isola antartica e di far parte delo SCAR [ossia lo Special Committee for Antarctic Research]. La Repubblica sud-africana ha progettato ora la costruzione di una base scientifica sull’isola Bouvet” (4).

Zavatti deve pertanto limitarsi alla fase preliminare del progetto, con lo sbarco nell’isola e la verifica della possibilità di erigervi una stazione scientifica permanente; poi la cosa finisce lì e la fase operativa del progetto rimane inattuata.

Dopo aver pubblicato, nel 1958, quel gioiello di precisione cartografica che è l’Atlante Geografico Polare, nel 1961 conduce la sua prima spedizione etnologica fra gli Eschimesi o Inuit di Rankin Inlet, nell’Artide canadese, dando inizio a quella lunga amicizia con essi che si concretizzerà, fra l’altro, in una serie di pubblicazioni sui loro usi e costumi, sulla loro poesia, sulla loro cultura materiale e spirituale (5). Nel 1962 si reca in Lapponia, con Walter Minestrini e Vladimiro Riccobelli, per studiare uno dei popoli europei meno conosciuti: i Sami (o Lapponi); nel 1963 è in Groenlandia, nella regione di Angmagssalik, sempre per lo studio del folclore e delle tradizioni eschimesi. Nel 1970 organizza il Congresso Internazionale Polare e nel 1983 è invitato come relatore al Congresso Polare di Parigi; sospende le spedizioni ma prosegue, anzi intensifica, il lavoro scientifico, contribuendo notevolmente alla diffusione delle tematiche polari nel nostro Paese.

Ma ecco come egli stesso tracciava, nel 1967, una sua breve biografia:

“Zavatti, Silvio. Esporatore italiano, nato a Forlì il 10 novembre 1917. Vivente. Nel 1959 guidò una missione in Antartide e sbarcò due volte, con Giorgio Costanzo, nell’isola Bouvet dove scoprì una nuova baia. Nel 1961 condusse una spedizione etnografica nell’Artide Canadese e nel 1962 guidò una missione etnografica in Lapponia: lo accompagnavano Waltrer Minestrini e Vladimiro Riccobelli. Nel 1963 guidò una spedizione scientifica nella regione di Angmagssalik (Groenlandia orientale) durante la quale scoprì il più antico graffito eschimese conosciuto nel mondo. Il dr. Massimo Cirone, membro della spedizione, eseguì le prime indagini psicologiche mai fatte sugli Eschimesi” (6).

Un cenno a parte merita la sua ricca produzione letteraria per la gioventù, nel cui ambito si colloca una monografia sull’esploratore James Cook che, per la verità, fa un’ottima figura anche sugli scaffali di una biblioteca per adulti. Il suo stile è scarno, vigoroso, efficacissimo; senza tanti giri di parole riesce a rendere i colori, le sensazioni, l’atmosfera dei grandi viaggi oceanici, immergendo in pieno il lettore nella vicenda narrata. A titolo di esempio, riportiamo la drammatica descrizione delle ultime ore di vita di Cook, vittima di una scaramuccia con gli indigeni delle Isole Hawaii il 14 febbraio del 1779.

“Appena giunto alla costa, Cook fu informato che era accaduto un altro grave incidente. L’ufficiale che comandava la scialuppa della Discovery lanciata all’inseguimento della piroga, giunse a terra quando gli indigeni erano già fuggiti e allora sequestrò la piroga che, sfortunatamente, apparteneva a Parrea, uno dei capi più autorevoli dell’isola. Ne nacque un acceso alterco e uno dei marinai buttò a terra Parrea con un colpo di remo alla testa. Quando i nativi videro a terra il loro capo, fecero piovere sugli Inglesi una fitta pioggia di pietre che li obbligò a ritirarsi precipitosamente e a salvarsi a nuoto su uno scoglio lontano. Gli indigeni presero la scialuppa, la saccheggiarono e l’avrebbero distrutta se Parrea stesso non li avesse dispersi e non avesse fatto cenno agli Inglesi di ritornare tranquillamente a terra. Essi lo fecero e Parrea chiese perdono per l’accaduto, riconsegnò la scialuppa e tutti gli oggetti che potè recuperare e domandò, con molta ansia, se Cook lo avrebbe ucciso per quanto era accaduto. L’ufficiale lo rassicurò ed allora Parrea gli strisciò contro il naso il suo, come segno massimo di amicizia.

Cook fu molto addolorato per quei fatti e disse a King che sperava di non essere obbligato a ricorrere ai modi violenti, ma aggiunse anche che non si doveva far credere agli indigeni di aver avuto un qualsiasi vantaggio sugli equipaggi. La guardia a terra, comandata da King, venne raddoppiata e Cook risalì a bordo della Resolution. Nella notte la scialuppa della Discovery venne rubata e la mattina dopo King, recatosi a bordo, vide Cook che stava caricando il suo fucile a due canne e gli disse che si doveva recuperare assolutamente tutto quanto era stato rubato. Decise pertanto di far arrestare tutte le piroghe che tentavano di uscire dalla baia e di prendere come ostaggi il re e tutta la sua corte. Scese in una scialuppa insieme a un ufficiale di nome Philips e a nove marinai e King salì su un’altra scialuppa, dopo che Cook gli ebbe raccomandato di calmare gli animi degli indigeni, di non dividere mai il suo distaccamento e di fare buona guardia.

Fu l’ultima volta che il tenente King vide il suo capitano!

Cook scese a terra e s’incamminò verso Kowrowa, luogo di residenza del re. Gli fu facile convincere il re e i suoi due figli a seguirlo a bordo della Resolution, tanto più che nel frattempo King aveva parlamentato col gran sacerdote e lo aveva assolutamente tranquillizzato sulle intenzioni di Cook. Già i due principi erano saliti nella scialuppa, quando la sposa favorita del re, di nome Karee-Kabareea, scongiurò piangendo il re di non partire e altri due capi forzarono il re a sedersi sulla spiaggia e a non partire.

A quella vista una moltitudine enorme di indigeni si strinse intorno al re e agli Inglesi, in un modo tale che i soldati non avrebbero potuto far uso delle loro armi se ce ne fosse stato bisogno. Il comandante del distaccamento chiese allora a Cook il permesso di schierare gli uomini a una trentina di metri da quel luogo e poté farlo senza alcuna noia da parte degli indigeni.

Il re intanto era profondamente spaventato e la moltitudine espresse chiaramente la sua intenzione di difendere con le armi in pugno il suo vecchio re. Cook allora comprese che senza spargimento di sangue non avrebbe potuto portare a termine il suo progetto, ma vi rinunciò per quella sua innata avversione al sangue che lo distinse ovunque. Gli indigeni, così, ebbero un altro vantaggio, ma le cose sarebbero finite con soddisfazione di tutti se non fosse intervenuto un altro sanguinoso episodio a farle precipitare. Sparando contro alcune piroghe che tentavano di abbandonare la baia, i marinai uccisero uno dei capi più influenti dell’isola. La notizia di quella morte si sparse fulminea nel villaggio dove Cook aveva ricondotto il re e allora in un baleno gli uomini vestirono gli abiti guerrieri. Uno di essi brandì un grosso sasso e si buttò su Cook, il quale tentò di calmarlo. Visti inutili i suoi sforzi, gli sparò contro un colpo a pallini che non lo ferì perché era ricoperto di una spessa maglia e quel fatto, straordinario per gli indigeni, aumentò il coraggio dei nativi. Allora Cook sparò a palla ed uccise il guerriero. La battaglia si scatenò e gli Inglesi dovettero retrocedere. Quattro marinai vennero raggiunti e fatti a pezzi e altri tre feriti. Contro Cook nessuno osava combattere fino a quando mantenne il volto verso di loro, ma quando si voltò per un attimo verso i canotti ordinando che cessassero il fuoco e si accostassero per imbarcare i superstiti, un guerriero lo colpì alle spalle con un pugnale e lo fece cadere con la faccia al mare. Allora il corpo già inanimato di Cook venne trascinato fra le grida di giubilo dei guerrieri e il pugnale passò di mano in mano perché venisse affondato in quel corpo ormai senza più vita!” (7)

Ma è tempo di passare al libro di Silvio Zavatti che qui vogliamo prendere particolarmente in considerazione, ossia quel Viaggio all’isola Bouvet che nel titolo sembra ricalcare le antiche relazioni dei navigatori ed esploratori europei del 1700, a cominciare da quel capitano Cook che lui ammirava tanto e al quale aveva dedicato uno dei suoi libri più appassionanti (8).

viaggio-intorno-al-mondoDiciamo subito che gli aspetti tecnici della spedizione sono stati esposti dall’autore in articoli su riviste specializzate (9), pertanto il volume pubblicato dalla Casa editrice Giuseppe Malipiero di Bologna, nel 1960, non ha finalità propriamente scientifiche. Si tratta piuttosto di una pubblicazione per ragazzi, e infatti compare per i tipi di un editore specializzato nel settore giovanile, con il quale aveva già pubblicato, appena due anni prima, una concisa ma molto ben scritta storia dell’esplorazione dell’Antartide. (10) Inoltre il volume non si propone un resoconto completo dello sbarco e della ricognizione effettuata sull’isola Bouvet, ma il racconto di tutti il viaggio lungo le coste dell’Africa, dal Mediterraneo, al Mar Rosso, all’Oceano Indiano e poi giù, fino alle gelide acque antartiche. Vi è un corredo di disegni in bianco e nero di A. La Rocca e di alcune belle tavole a colori (di Lavosier), ma delle fotografie che arricchiscono il volume, una sola si riferisce all’isola Bouvet (e mostra la spiaggia rocciosa , donde si gettano in mare decine di foche).

Il viaggio si divide in quattro parti. La prima, da Genova a Mogadiscio (allora capitale del governo fiduciario italiano sulla Somalia per conto delle Nazioni Unite), via Canale di Suez, si svolge a bordo della modernissima nave bananiera Marzia Tommellini Fassio della flotta Fassio. La seconda, da Mogadiscio a Durban, nella provincia del Natal, si svolge sul lentissimo piroscafo da carico Sistiana del Lloyd Triestino, che col mare grosso fa appena tre miglia all’ora; e tocca i porti di Mombasa nel Kenya, Dar-es-Salaam nella Tanzania, Beira e Lorenzo Marques nel Mozambico (allora colonia portoghese e non ancora sconvolta dalla guerriglia indipendentista) e infine – dopo una tempesta “forza sette” – entra nel porto di Durban, nell’Unione Sud-africana (che poco dopo, il 15 marzo 1961, si staccherà dal Commonwealth con il nome di Repubblica Sud-africana). La terza parte del viaggio, la più breve, ha luogo in due tappe che si svolgono entrambe in aereo: da Durban a Port Elizabeth e di qui a Città del Capo. Questa fase africana del viaggio si svolge in un continente che sta rapidamente cambiando, sotto la spinta dei movimenti indipendentisti che affretta il processo di decolonizzazione; Zavatti, comunque, ha modo di rendersi conto di quanto sia contraddittoria la posizione dei residenti europei, dagli Italiani della Somalia fino ai Sudafricani bianchi, specialmente quelli di origine boera, che ondeggiano fra una sincera amicizia per gli indigeni e atteggiamenti di superiorità che vanno fino all’aperto razzismo. L’Africa sta cambiando, e sta cambiando molto in fretta, a volte in maniera incomprensibile; la racconterà, a suo modo, il regista Gualtiero Jacopetti con il suo celebre – e discusso – Africa addio, del 1966 (11). La quarta e ultima parte del viaggio, quella propriamente antartica, avviene a bordo di una baleniera sud-africana che deve raggiungere la propria flottiglia e il cui capitano s’impegna a riprendere Zavatti e Costanzo nel viaggio di ritorno. Il viaggio di andata dura cinque giorni ed è caratterizzato da un mare infuriato dalla tempesta, che causa parecchie difficoltà all’equipaggio e ai due Italiani. La partenza avviene da Città del Capo, la sera del 16 marzo 1959; e le nude scogliere dell’isola sono in vista all’alba del 22 marzo.

Quello che Zavatti, nel suo libro, non dice, è che prima di indirizzarsi verso Bouvet, egi aveva accarezzato due altri progetti più ambiziosi, entrambi falliti per mancanza di mezzi economici e di adeguati appoggi politici: uno nella sezione della Penisola Antartica rivendicata dal Cile, e precisamente nell’isola Vieugué; l’altro (cui l’autore fa un rapido cenno a pag. 27) nella Terra Regina Maud, nel settore norvegese del continente.

Scrive Gianluca Frinchillucci:

“Sul piano scientifico Zavatti, avendo l’appoggio del Governo cileno, aveva preparato i piani per una spedizione in Antartide sin dal 1949, con l’idea di portare l’Italia tra i ghiacci del “Continente Bianco”. Come si legge nella relazone della preparazione della spedizione stessa, l’isola di Vieugué (64°40′, 65°10′ S) era stata suggerita dal governo latino-americano anche se, come scriveva Zavatti, ‘l’isola di Vieugué è geograficamente e scientificamente sconosciuta e i suoi limiti sono incerti […] L’isola, posta entro il settore antartico inglese, è rivendicata dal Cile’.

L’appoggio all’iniziativa giunse dal vice-ammiraglio De La Fuente, Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Cilene, mentre il sottosegretario agli Affari Esteri cileno, Manuel Ricco, concesse il permesso per realizzare la base. Purtroppo però, non fu possibile raccogliere i tre milioni (dell’epoca) necessari per porre in essere la spedizione. Zavatti, tuttavia, non si arrese e continuò a sperare e cercare. Una nuova opportunità fu rappresentata dalla proposta del maggiore Costanzo, già veterano dell’Antartico, per organizzare una spedizione nella Terra Regina Maud (settore antartico norvegese). Nemmeno in questo caso, però, c’erano i finanziamenti e il maggiore Costanzo e l’ing. Orengo (altro promotore della spedizione antartica) coinvolsero Zavatti per l’organizzazione e la ricerca dei fondi.

Numerosi giornali si occuparono dell’iniziativa, che prevedeva una durata di circa quattro mesi con la partecipazione di 10-11 unità; benché il trasporto fosse assicurato da una baleniera norvegese, i costi furono comunque stimati intorno ai 100 milioni.

Anche il tentativo di esplorare la Terra della Regina Maud fallì per motivi economici e Zavatti decise di organizzare, con l’Istituto Geografico Polare, un viaggio nell’isola di Bouvet, allo scopo di verificare la possibilità di costruirvi una stazione meteorologica” (12).

Ed ecco finalmente l’isola in vista, l’isola tanto agognata, quel roccioso e temibile avamposto dell’Antartide che Zavatti e Costanzo hanno tanto anelato di raggiungere, benché il comandante della baleniera avesse cercato di dissuaderli, sostenendo che sarebbero morti prima che la nave fosse tornata a riprenderli. Lo sbarco, comunque, avviene sull’isolotto Lars, dopo una serie di tentativi infruttuosi che, per un momento, fanno balenare lo spettro del fallimento prima ancora di aver incominciato la missione. Ma cediamo la parola a Zavatti.

Ghiacciaio sulla costa occidentale dell'isola Bouvet.
Ghiacciaio sulla costa occidentale dell’isola Bouvet.

“In un’alba grigia e tempestosa avvistammo Capo Circoncisione, la punta che, fra i veli e gli scrosci di una burrasca, apparve a Bouvet il 1° gennaio 1739. Il capitano diminuì la velocità della nave: il mare era pieno di insidie visibili e no e l’occhio magico del radar non bastava a far sparire le apprensioni.

Pensai a Bouvet, pensai alla sua gioia e al suo orgoglio per quella scoperta che nella fantasia dei contemporanei si allargò fino a diventare un continente [ossia la Terra Australe Incognita], pensai all’ora di trepida commozione di tutti gli scopritori e mi dispiacque di essere nato in un mondo dove la scoperta sensazionale era finita per sempre.

L’atmosfera era abbastanza chiara e pensai con gioia alla possibilità di sbarco, ma tutto non poteva filare come l’olio e la nebbia, la maledetta, indivisibile compagna della Bouvet, scese improvvisa, fredda, fitta intorno a noi a nascondere tutte le cose.

Quando, leggendo i resoconti dei viaggi di Giacomo Cook, mi ero incontrato nella descrizione delle fitte nebbie che avevano travagliato, a quelle latitudini, la navigazione dei suoi scafi, avevo avuto a volte l’impressione che il racconto fosse stato a bella posta esagerato.

Ora, però, ricevevo la più clamorosa smentita ai miei dubbi fugaci ed avevo un’altra prova della serietà scientifica del grande navigatore inglese.

La navigazione si fece più attenta e pareva che gli occhi volessero forare quel muro impalpabile per prevenire i pericoli. Nessuno parlava più: l’attenzione occupava tutte le facoltà e diventava passione. Sembrava che il silenzio stesso si animasse e si mutasse in preghiera al mare, ai ghiacci, agli scogli perché non spezzassero il nostro sogno e ci lasciassero entrare nel loro regno. La preghiera fu ascoltata o la volontà umana fu più forte delle insidie? Forse tutte e due le cose sono vere. Continuammo a navigare, altalenanti sulle onde lunghe, ma meno rabbiose. Sotto la carezza della nebbia il mare andava calmandosi. A mezzogiorno la nebbia si alzò e davanti a noi stava l’isola Lars, biancastra per la spuma delle onde che si rompevano sui suoi scogli. Accostammo fino al limite massimo e decisi di tentare uno sbarco. I nostri zaini erano pronti, pronta era la nostra tenda e prontissima la prodigiosa macchina da presa del maggiore Costanzo: ma soprattutto erano pronti i nostri spiriti!

Il capitano fece calare in mare un canotto ed ordinò a quattro marinai di accompagnarci: ci avvisò che egli si sarebbe portato al largo per non correre pericoli e che sarebbe ritornato la mattina dopo a prenderci. Non volle venire con noi, non volle abbandonare la sua nave, proprio come un padre farebbe col figlio!

Uomo meraviglioso che non dimenticherò mai più!

Ballando una danza di tipo piuttosto sostenuto, ci accostammo all’isola con la segreta paura di non potervi mettere piede. Invece fummo fortunati perché girandovi intorno trovammo un branco di foche che il maggiore Costanzo filmò e una spiaggetta dove ci fu relativamente facile sbarcare.

Il canotto si allontanò veloce e noi rimanemmo soli!

Soli in una immensità di oceano, su uno scoglio che risuonava degli urli e dei belati delle foche, soli coi nostri pensieri e le nostre speranze che in quegli istanti ingigantirono in noi e ci risvegliarono dal torpore in cui eravamo caduti. […]

Lo sbarco non era stato facile e gli scogli affioranti erano stati una continua minaccia per la nostra fragile imbarcazione.

Non fu impresa di poco conto trovare una strada relativamente sicura per giungere sulle coste dell’isola Lars e molti tentativi fallirono.

Una prima volta un’ondata ci ghermì e ci innalzò sulla sua cresta con un rollìo pauroso che ci fece temere per le nostre vite e una seconda volta sfiorammo la punta aguzza di uno scoglio e rimanemmo col fiato sospeso nella certezza che avremmo udito lo scroscio dell’imbarcazione.

Non avvenne nulla e i nostri occhi dicevano chiaramente la felicità che ci dominava!

Un terzo tentativo fallì quando già eravamo convinti di averla spuntata: una corrente impetuosa, forse di marea, faceva ribollire le acque, tanto che era impossibile compiere qualsiasi sbarco.

Ma la quarta volta, quando ormai si era fatta strada la convinzione che sarebbe stato un bene desistere dai tentativi e quando ormai i nostri indumenti avevano provato senza tregua la rude e gelida carezza delle acque, riuscimmo a sbarcare” (13).

Di fatto, la permanenza sull’isola Lars non dura un giorno, ma due giorni e due notti, a causa del mare cattivo; e poi vi sarà anche un breve sbarco sull’isola Bouvet; ma, nel complesso, sia l’una che l’altra appaiono desolatamente tetre e inospitali, quantunque non sembri impossibile – disponendo di mezzi adeguati – installarvi, in un secondo momento, una stazione meteorologica permanente. Cediamo ancora la parola – anzi, la penna – a Silvio Zavatti:

“L’isola Lars era disperatamente solitaria: avevamo timore di parlare per non rompere qul silenzio che aveva qualcosa di sacro. Imbacuccati nella nostra tenuta polare, sembravamo esseri venuti da un altro mondo e automi mossi da una forza misteriosa.

Anche le rocce sotto i nostri piedi erano quasi invisibili [a causa della fitta nebbia] e dovevo quasi inginocchiarmi per osservarle: basalti, nudi e scivolosi, a volte taglienti, che stavano a testimoniare l’origine vulcanica dell’isola. Nei millenni passati, dove allora c’era il deserto di ghiaccio, c’era stato, forse, un inferno di fuoco e un continuo brontolare di fuochi sotterranei. […]

Prima dell’alba uscii dalla tenda. Ero indolenzito e quasi rattrappito dal freddo… Camminai per riscaldarmi e ci riuscii, malgrado la nebbia fosse diventata ancora più fitta e ancora più fredda! Il mare era diventato invisibile, ma si sentiva che doveva essere tempestoso perché mandava il suo muggito continuo, pauroso, ossessionante.

Per quel giorno, mi dissi, la nave non sarebbe venuta a prenderci e chissà quante altre ore avremmo dovuto trascorrere nella solitudine completa dell’isola. […]

A giorno fatto riprendemmo le nostre esplorazioni, ma il panorama era sempre quello, sotto il denominatore comune della nebbia! Arrivato all’estrema punta orientale dell’isola, salii su una collinetta di basalti, alta forse una trentina di metri, e dalla cima ebbi la dolce sorpresa di scorgere un piccolo tratto della Bouvet, senza nebbia. Era la Punta Cato la cui sommità era fuori dal mare di nebbia. Il maggiore Costanzo, col teleobiettivo, diede qualche giro di manovella, ma dovette smettere subito perché la nebbia si alzò come comandata da esseri fantastici e ricoprì tutte le cose.

Quella rapida visione, però, era stata sufficiente ad elettrizzarci e a sciogliere la nostra loquacità. Pensammo di spingerci coi nostri mezzi alla Bouvet e ci mettemmo ad esplorare la costa orientale dell’isola Lars nella speranza di trovare lo stretto braccio di mare, che la separava dalla Bouvet, coperto di solido ghiaccio. Invece i ghiacci erano pochi e spezzati e senza un’imbarcazione non saremmo mai giunti sull’altra sponda! […]

La nave, bella come non mai, ci apparve all’improvviso di tra la nebbia e il capitano fu felice di rivederci. Riprendemmo la navigazione verso il Nord e accostammo, fino all’estremo possibile, alle coste della Bouvet.

Verso mezzogiorno, uno squarcio improvviso di sole, rapido come un baleno, ci fece scorgere Capo Norvegia. Poi la nebbia scese di nuovo, come un fumo che il vento sospingesse dalla ciminiera di una grande fabbrica. Dissi al capitano che desideravo sbarcare a Capo Norvegia ed egli, dopo qualche titubanza, acconsentì ad accostare ancora e a mandare un canotto, su cui imbarcammo prontamente, in una piccola baia immediatamente a Sud di Capo Norvegia (che noi chiamammo Baia Tupini, in omaggio al ministro che col suo interessamento aveva reso possibile la missione). Mettemmo i piedi sulla Bouvet e vi restammo alcune ore: poche per la nostra ansia, ma sufficienti a confermarci nell’idea che la costruzione di una base meteorologica era possibile anche se irta di ostacoli.

La baia aveva alle sue spalle una piccola spiaggia di sabbia e ciottoli, lunga un centinaio di metri e profonda da venti a venticinque.

Sembrava un angolo di Paradiso in quell’inferno di rocce ripide e lisce come muraglie” (14).

NOTE

1) Atti del Convegno “Silvio Zavatti. L’uomo e l’esploratore”, su Il Polo, vol. 3 del 2006.

2) LAMENDOLA, Francesco, Silvio Zavatti filologo classico, in Il Polo, vol. 3 del 2006, pp. 72-76; ZAVATTI, Silvio (a cura di), Eneide, libro V, Messina-Firenze, G. D’Anna Ed., 1949.

3) ZAVATTI, Silvio, I Poli, Milano, Feltrinelli, 1963, pp. 202-203.

4) ZAVATTI, Silvio, L’esplorazione dell’Antartide, Milano, Mursia, 1974, pp.212-213.

5) ZAVATTI, Silvio, Poesia eschimese, Roma, Ed. Missioni O. M. I., 1966; Id., Il misterioso popolo dei ghiacci, Milano, Longanesi & C., 1977:, Id., Gli Eschimesi, su L’Universo, n. 3 e 4 del 1965; e, per l’etnografia degli Amerindi, Canti degli Indiani d’America (a cura di S. Zavatti), Roma, Newton Compton ed., 1977.

6) ZAVATTI, Silvio, Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche, Milano, Feltrinelli, 1967, p. 298.

7) ZAVATTI, Silvio, I viaggi del capitano Cook, Milano, Schwarz, 1960, pp. 201-203.

8) Cfr. COOK, James, Account of a Voyage Round the World in the Years 1768-71, in Voyages di J. Hawkesworth, vol. 2 e 3, 1773; COOK, J., A Voyage Towards the South Pole and Round the World, ed. J. Douglas (2 voll.), 1784; COOK, J.-KING, J., A Voyage to the Pacific Ocean… for making Discoveries in the Northern Emisphere, ed. J. Douglas (3 voll.), 1784. Vedi anche: COOK, J., Voyages dans l’émisphère austral, ecc., Paris, 1778-85, vol. 8; LEBRUN, H., Voyages et Aventures du cap. Cook, Paris, 1852.

9) ZAVATTI, Silvio, Verso l’isola Bouvet avamposto del Polo, in Paese Sera, Roma, 7 maggio 1959; La missione antartica italiana, in Le vie del mare, Milano, sett. 1959; L’Italia si è affacciata per la prima volta all’Antartide, in L’Universo, Firenze, sett.-ott. 1959; La missione italiana all’isola Bouvet, in Collectors’ Post, Milano, sett.-dic. 1959; Ritorno della missione antartica italiana, in Le vie del mare, Milano, febbraio 1960; La Missione Antartica Italiana all’isola Bouvet, in Rivista aeronautica, Roma, nr. 2, 3, 4 del 1960

10) ZAVATTI, Silvio, Dove soffia il blizzard, Bologna, Malipiero, 1958.

11) Cfrf. TURRONI, Giuseppe, Come realizzare un film documentario, Milano, Il Castello, 1966, pp. 67-69.

12) FRINCHILLUCCI, Gianluca, Silvio Zavatti e l’esplorazione dell’isola Bouvet, in Il Polo, vol. 1-2 del 2002, pp. 69-70.

13) ZAVATTI, Silvio, Viaggio all’isola Bouvet, Bologna, Malipiero, 1960, pp. 44-47.

14) Ibidem, pp. 49-53.

Segui Francesco Lamendola:

Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

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