Viaggio al termine della modernità

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gdt«La nostra vita è un viaggio / nell’inverno e nella notte. / Cerchiamo la nostra via / in un cielo ove niente riluce.» Questo canto terribile venne composto il 28 novembre 1812 e cantato dalle Guardie Svizzere dell’esercito napoleonico, durante una delle più terribili ritirate che la storia abbia mai conosciuto. Riportato da Céline in esergo al suo Voyage au bout de la nuit, più che una testimonianza storica, è l’annuncio del compito che attende chi si trovi ad attraversare il nostro tempo, le cui mille maschere si coagulano attorno a un volto: la modernità. Spostiamoci avanti di un paio di secoli. È il 1961 quando, in Cavalcare la tigre, Julius Evola scrive che «la vita sulla Terra è un viaggio nelle ore di notte», durante il quale «solo saltuariamente brevi luci sparse rendono visibili alcuni tratti del paesaggio attraversato». Che fare quando i sistemi di riferimento abituali ci abbandonano, i vecchi valori crollano e gli dèi tacciono?

Prova a rispondere a queste domande Gianfranco de Turris, in un volumetto appena pubblicato da Idrovolante, casa editrice giovanissima ma assai promettente diretta da Roberto Alfatti Appetiti. Il sottotitolo di Come sopravvivere alla modernità (pp. 166, € 14,00) è Manualetto di autodifesa per il XXI secolo. Parole che contengono la quintessenza del libro, breviario indispensabile per chi voglia affrontare attivamente e lucidamente questo attraversamento.

I compagni di questo viaggio – notturno – sono Julius Evola ed Ernst Jünger, accanto a intellettualità ereticali come Yukio Mishima e Adriano Tilgher. Al di là delle differenze reciproche, tutti concordano su un aspetto: non si può eludere la profonda necessità che caratterizza il nostro tempo. La situazione in cui ci troviamo, per quanto disperata, è il prodotto di una lunga serie di fattori, ineludibili. La crisi che attanaglia la nostra civiltà va riconosciuta, chiamata per nome e affrontata: non fuggire da essa, ma esporsi alle domande che ci pone. Addirittura, può essere assunta come prova, come un mezzo per saggiare il proprio carattere, in mezzo alla catastrofe, al cedimento di tutti i valori. Certo, è necessario mutare il proprio sguardo sulle cose.

Da qui l’attualità delle preziose indicazioni di questo manualetto, versione aggiornata dello jüngeriano Trattato del ribelle e di Cavalcare la tigre. Libri che non hanno timore di prendere di petto la crisi del mondo moderno, in tutte le sue sfaccettature, in un modo, tuttavia, radicalmente alternativo. Sulla scorta della migliore filosofia della storia novecentesca, queste pagine non si lasciano ammaliare da movimenti e fenomeni di massa che vorrebbero farci uscire dalla crisi: sono tutti fratelli gemelli, che recano stendardi di una stessa ideologia, trasmettendo le stesse parole d’ordine. Global e no global, materialisti e spiritualisti, antagonisti dell’ultima ora pronti a lanciare i propri strali su Facebook e Twitter, foraggiati dal Sistema che vorrebbero combattere, in prima serata… Non sarà un Dio a salvarci, come ammoniva Heidegger negli anni Cinquanta, ma nemmeno le controfigure del potere o i gendarmi del Pensiero Unico. Non saranno loro a condurci al termine della notte. Non saranno strilloni e bombaroli, non saranno i laudatori del tempo che fu o i progressisti cantori di un’utopia scagliata in futuri sempre più lontani. Non saranno nemmeno le vestali della Rete come nuova via alla democrazia, né pontefici che definiscono Internet un dono di Dio (tutto vero, ahinoi).

come-sopravvivere-alla-modernitaSu cosa fare affidamento, insomma? Su una differenziazione interiore, che può consentirci di attraversare questo nostro tempo senza perderci in esso. Gianfranco de Turris riporta il dibattito nel nostro io, l’unico luogo nel quale il veleno può essere trasformato in farmaco. L’unica forma di antagonismo possibile è la decolonizzazione del proprio immaginario dalle malie della modernità: occorre vincerle interiormente ed essere esempi, testimonianze incarnate di un altro modo di rapportarsi alle cose. È l’apolitìa degli stoici, che non comporta una rinuncia o un’alienazione dal mondo, ma una visione differente della realtà. Al punto, scrive de Turris, di «rendersi permeabili al Mondo Moderno e farsi attraversare da esso come acqua che passa per le maglie di una rete», diventando così visibili, «perché si ha un atteggiamento del tutto differenziato rispetto a coloro che ci circondano», e invisibili, «perché il mondo moderno non ci tocca». Un atteggiamento che richiede una continua vigilanza interiore, ma che si fonda su una scommessa epocale: mantenere un’identità in un’epoca che si fonda sul suo annichilimento.

Il sistema occhiuto e totalizzante che regge le nostre sorti, in modo sempre più ingerente e onnipervasivo, ha un’identità terribile, che risponde al nome di tecnica. È una tecnica sempre più immateriale e impersonale: generata dall’uomo, gli si rivolta contro, lo supera, lo rende antiquato, condannandolo a un’irrealtà senza pari. È reale solo ciò che appare in Rete, quello strumento che ci ha privato del nostro io, individuale come relazionale, trasformandoci in sonnambuli sempre attaccati a computer e smartphone, sincopati in attesa dell’ultimo tweet, fanatici dell’always connected e della comunicazione in tempo reale (come se il tempo reale fosse quello internettiano…), capaci ormai di condividere il nostro vissuto solo su Facebook… Per sottrarsi a questa espropriazione occorre, ancora una volta, lavorare sulla propria individualità, utilizzando i mezzi offerti dalla tecnica senza che siano essi ad utilizzare noi. Edificare una cittadella interiore, insomma, nella quale poter costituire una reale alternativa al Mondo Moderno.

Quella cui ci chiama Gianfranco de Turris è una filosofia della responsabilità, quanto di più rivoluzionario possa esserci, in un tempo “post”, “liquido” e “debole” come il nostro. È un appello, è il manifesto di un nuovo modo di essere, moderno e tradizionale a un tempo, antichissimo e nuovissimo. Chi si dota di questo esoscheletro ideale, chi adotta questo stile, potrà affrontare le ore più buie senza diventare un’ombra. Nella consapevolezza che questo viaggio nel cuore della notte e della Storia finirà. Questa la chiusura del canto originale delle Guardie Svizzere riportato in apertura. Impariamo a cantarlo, tenendo sempre in borsa libri come questo: «Coraggio, coraggio, fratelli cari / s’estinguano le orrifiche angosce / il sole domani sorgerà di nuovo / così amico in cielo. / Dunque, andiamo avanti / nessuno arretri scoraggiato / al di là di ogni remoto crinale / ci attende ancora la fortuna».

Una Risposta

  1. Andrea Di Cesare
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    Uccidere la Cultura ha avuto il significato di rimuovere i problemi dalla testa delle persone, allontanarle dal contatto con l’Angoscia esistenziale e con la Morte, salvo poi indurre un senso del Divertimento e della Superficialità che, ormai – alimentando il narcisismo patologico di molti – culmina spesso in atti di violenza. La Morte e l’Angoscia, scacciate dalla porta, rientrano però più violentemente dalla finestra. E se in tempi di maggiore cultura c’era un contatto più profondo con la radice angosciata del proprio essere, oggi si è più Angosciati, perché – pur vivendo nell’Impero della Distrazione – non c’è più divertimento, né sincera distrazione, ma solo un’Angoscia senza nome, e senza volto, un’Angoscia che nessuno riconosce più dentro di sé, perché non la sa neppure nominare, in quanto hanno ucciso la cultura, e tolto dal dizionario la parola “Angoscia”. Così va che la gente è sempre più angosciata, e cerca nel dominio della Distrazione e del Divertimento una fuga lontano da sé, perché avverte che quello che ha dentro di sé non ha nome, e dalle cose senza nome, dai nemici senza un volto, si vuole scappare, cose senza nome, perché il nome è stato loro tolto. Qualcuno si è impossessato dello Spirito dei Tempi, imponendogli lo Spirito Borghese. Siamo di fronte a una Società totalmente imborghesita, ingentilita, rammollita, infantilizzata. L’hanno rammollita e infantilizzata inculcando lo Spirito della Distrazione. Una incessante rincorsa a distrarsi, a divertirsi, sta ossessionando le Masse borghesi. Tra queste sono entrare a far parte anche le vecchie Masse Proletarie cui, essendo stato tolto l’Orgoglio di Classe, non rimangono che il Divertimento e la Distrazione per uniformarsi alle Masse Borghesi. La differenza fra Proletariato e Borghesia non si gioca più sul piano della Classe d’appartenenza, la professione, o il livello sociale. Bensì sul piano di appartenenza, o meno, allo Spirito della Distrazione.

    Elaborare lo Spirito della Distrazione è stata la mossa più scaltra dei poteri forti, in quanto essi hanno capito che, su di essa, si sarebbero giocate tutte le possibili sedazioni di malcontenti, rivolte, rivendicazioni di classe.

    Date ai popoli la Distrazione, avrete dato loro una droga più potente della vecchia religione, tacciata dai vetusti marxisti di essere l’oppio dei popoli. Sotto l’influsso e il marchio della Distrazione, ricadono anche i movimenti politici, la Cultura, l’Arte, il Dissenso, gli estremismi. Tutto, può essere Distrazione e tutto, da essa, può essere macinato, e reso innocuo. Trasformato in un Brand. Una linea di Moda, un Pensiero alla Moda, un Trend. L’Impero della Distrazione, infatti, tende ad assegnare un nome, un marchio, una definizione (spesso in linguaggio anglosassone) a tutto, in modo da rendere tutto un Prodotto consumabile, digeribile, acquistabile, e infine, innocuo. L’anima mercantile dell’Impero della Distrazione è la ragione della sua enorme capacità di neutralizzare ogni Dissenso.

    Andrea Di Cesare

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