Vasile Dositeu
Tags: Bucarest, cimitero, Romania
Vasile Dositeu
(Bucarest, 1891 – 1969 )
guardiano dal 1922 al 1969
del cimitero cattolico di Belu, Bucarest
Mio padre morì che ero un bambino.
Ero il minore di tre fratelli e, negli anni dell’adolescenza, fui la disperazione di mia madre, non fossero bastate le preoccupazioni materiali: balbettavo, mi era impossibile concentrarmi, piangevo per ogni cosa e per nulla, passavo intere giornate gettato sul letto in uno sconforto che non aveva né nome né destino.
Non scorderò mai la mamma, quel giorno così lontano nel tempo, in piedi sulla porta della stanza, nella penombra, immobile, dirmi: “Avessi saputo, non ti avrei fatto nascere”.
Non potei frequentare alcuna scuola.
Restai a casa, mentre i miei due fratelli trovarono un lavoro, Nicolae alle miniere di Petrila, Mihai presso la Municipalità di Bucarest, rendendo così più facile la situazione della nostra famiglia.
Mamma, i cui avi erano italiani, ci aveva cresciuti come cattolici.
Da sempre devota tentò dapprima di farmi entrare in un Seminario.
Partecipando ad una cerimonia al cimitero di Belu, dove vidi per la prima ed unica volta anche Re Michele, lei conobbe il signor Blaga, il guardiano del settore cattolico.
Fu deciso che avrei provato ad essere il suo aiutante. Mi trasferii nelle due stanze al piano terra dell’edificio a sinistra dell’ingresso.
Avevo poco più di vent’anni.
All’inizio mi occupai della pulizia dei viali e delle tombe, poi incominciai ad aiutare nella tenuta dei registri.
Per tanti anni verranno a chiedere una data, a sapere se ancora esiste una lastra da contemplare, da meditare e vedranno la mia grafia incerta sulle pagine dei volumi.
Nel 1943 Emil Blaga morì e io gli succedetti come guardiano.
Mi trasferii al piano superiore della piccola palazzina.
Per la verità, – i miei fratelli mi avevano dimenticato, la mamma era morta poco tempo dopo Blaga, niente e nessuno mi cercava, nella città – lasciavo raramente il recinto del cimitero.
Mi bastava, quel mondo.
Dal 1945, all’avvento dei comunisti sostenuti dal potere russo, le strutture cattoliche e greco-cattoliche cominciarono ad essere smantellate o integrate nella chiesa ortodossa.
Restò una nunziatura, la cui sede divenne poi puramente nominale.
Alle necessità materiali del Cimitero, che rimase sempre proprietà della chiesa di Roma, al mio stesso sostentamento, provvedeva una somma mensile che aumentava a scadenze fisse e che mi veniva trasmessa senza alcuna comunicazione dalla nunziatura.
Anche le cose sanno essere misteriose, presenti pur in una grande lontananza: persino negli anni più desolati del regime comunista questo canale non si interruppe mai, né subì cambiamenti sostanziali.
Qualcuno provvedeva, come chi ponga del cibo per animali in una gabbia, in una radura, al nostro esistere.
Potevamo tenere vivi noi stessi, e così il cimitero.
Nel dicembre del 1947 – ricordo le luci del Natale, le voci delle colinde manifestarsi scintillando negli occhi degli uomini come se fosse la loro ultima volta – fu dichiarata la Repubblica Popolare Romena.
Iniziò una notte che sarebbe durata decenni.
Notte di esilio. Dell’umano, dello spirito.
Cosa potevo conoscere io, nel mio niente, di quella notte?
Avendola già vissuta con altra declinazione in me, osservandola da un mondo diverso, che pure nel mondo della notte era contenuto – il mondo aldiqua dei muri del recinto di Belu – io, come nessuno, sapevo riconoscere la sua densità, la sua ampiezza, i suoi tratti.
Il suo peso.
Durante il regime il cimitero era deserto.
Nessuno poteva, se non con grandi sforzi, raggiungere la Romania dall’estero.
A volte avveniva la visita di qualche diplomatico, qualche funzionario d’Ambasciata.
Tombe di italiani, francesi, austriaci restavano senza cure.
Qualche parente rimasto in Romania, qualcuno sposato a una donna o a un uomo romeno e così trattenuto qui negli anni, nella notte, si dedicava a poche sepolture.
Io ponevo fiori, cercavo di raggiungere ognuno, di non dimenticare neanche le lapidi rovesciate, forse senza corrispondenza nella terra e dall’iscrizione oramai illeggibile.
Morti, ne arrivavano regolarmente, cattolici, perlopiù italiani in età: venivano da un altro mondo, da un altro tempo, prima della notte.
Accadde verso la fine degli anni cinquanta.
Era primavera, aprile credo.
Quella notte avevo fatto un sogno.
Ero con mio padre, giovane come lo ricordavo, i capelli ravviati, gli occhi chiari, su un prato verde e luminoso.
Sopra di noi, appesa nel cielo, stava una stele di pietra.
La guardavamo rapiti, stupiti di come potesse apparire così enorme, immisurabile, sospesa.
Avevo visto immagini di steli preistoriche che la ricordavano, le grandi steli di pietra istoriata di rune a Izvor.
La stele ci appariva di trequarti così che di un lato ci era preclusa la vista.
Il lato in luce era completamente tracciato di segni, forse geroglifici, segni minuti che apparivano incisi con nettezza, immodificabili e intraducibili.
Ad un tratto sentivo il braccio di mio padre sulla spalla, come era avvenuto un tempo, nella realtà, ed ero felice.
Mi parlava, calmo: “Anche l’altro lato. Anche l’altro lato è inciso”.
Mi svegliai in una pienezza che non so richiamare completamente alla memoria.
Quel sogno mi pareva contenere un significato inesauribile, nel quale sarei entrato.
I due lati della stele. La notte e la luce. La notte e il recinto di Belu. La terra di Belu e i corpi dei morti, là sotto. Oggi e domani. Passato e presente. Verità e menzogna. Vita e morte.
Anche il lato in ombra inciso, la stessa verità. Nel cielo.
Sapere vedere, sapere ascoltare.
Iniziai a sentire le voci.
Avevo assistito tante volte alle conversazioni tra mia madre e il Vescovo Popa, che veniva a casa nostra.
Ritenuto poco più che un deficiente non intervenivo mai, ma consideravo.
Della religione cattolica, in cui non mi riconoscevo, avevo la mia idea, eppure alcune verità nei loro discorsi mi apparivano inconfutabili.
Quando l’uomo muore l’Anima lascia il corpo e rifluisce, come una marea di luce che lasci impregnato di sé ciò che abbandona.
Torna alla sua sorgente divina, dove riposa sino a che – il Vescovo Popa parlava a mia madre anche di altre religioni, i buddisti, gli induisti – non ricade nel mondo delle forme.
Senza di Lei, che tutto sosteneva e per la quale tutto accadeva, nulla può continuare, il corpo è lasciato al suo destino fisico, al suo dissolvimento.
Tutto ciò che legava il corpo all’Anima, la sostanza profondamente umana ma altra, ciò che abitava nell’intermedio, nella mente, nel nervoso, nel vitale, durava ancora un poco, unita al corpo che, come un suo alone, non poteva abbandonare.
L’impossibilità per quelle parti dell’uomo di lasciare il luogo del corpo fisico per destini più alti, la consapevolezza di una agonia era, lo sentivo, qualcosa di estremamente doloroso.
Era, tuttavia, legge, poiché solo l’Anima regna ed è chiamata.
Nei viali di Belu, forse perché quella notte dell’umano là fuori dal recinto aveva creato un gelo ed un silenzio assoluti rendendo questo possibile, io udivo voci.
Ogni voce sminuiva non appena iniziavo ad udirla, come se questo poter farsi sentire accellerasse il suo svanire.
Ma le udivo.
Con sè le voci portavano anche una tonalità, una grana della voce, un volto sonoro, ciò che rende ogni essere umano unico, sacro e che riconoscevo a volte nelle immagini sulle lastre.
Mi chinavo a terra, e comprendevo come queste voci battessero e battessero la terra per essere ascoltate, mentre la loro energia veniva meno.
Voci di bimba, di vecchi, di chi ricorda il villaggio di un tempo, la madre, il padre, una musica, l’amore. Voci.
A volte un canto, una nenia, un richiamo, un saluto, un pensiero.
Un grido, una maledizione.
Una benedizione.
La voce di chi si è smarrito, l’ultimo rantolo di chi muore.
Una conversazione d’ogni giorno. Una storia.
Avrei voluto dire, come a chi è in agonia, Davide, Gabriele, Eva, Umberto, Sofia, Hannah, Jeanne, Martino, tutti voi!: l’Anima è libera, è già in alto, voi Quella eravate, solo Quella, una nuova nascita è già decretata, viene la pace.
Viene la pace.
E la pace veniva, anche per me, quando una voce cessava.
Tutto tornava libero, si attendevano i nuovi nati, l’alba, presto anche la notte là fuori avrebbe avuto fine.
Questa è tutta la mia vita.
Quante volte ho pensato alla voce che parti di me lasceranno, per poco e per chi, in quell’angolo calmo del terzo campo dove il mio corpo verrà interrato.
Emilio Michele Fairendelli
Commenti
Commento di emilio michele faire
Ora: 29 gennaio 2010, 23:11
vite vissute. esattamente. ringrazio il curatore del sito e la signora nosenzo per la segnalazione e per avere pubblicato altrove il pezzo. E.M.F.
Commento di Fernanda Nosenzo
Ora: 2 febbraio 2010, 18:35
Gent. Dott. Fairendelli, Le sono anch'io grata per la sua segnalazione e resto sempre a sua disposizione per gli eventuali inserimenti nei mei siti di altri suoi articoli o note.
Ringrazio anche il Dott. Lombardo per la sua disponibilità alla pubblicazione.
Mi auguro di poter ancora avere il piacere di leggerla e se ne avrà piacere, trasmettere i suoi scritti.
Cordialmente
Fernanda Nosenzo Spagnolo
Facebook
Twitter
Commento di Fernanda Nosenzo
Ora: 28 gennaio 2010, 20:56
Gent. Prof. Lombardo l'invito ad osservare un Vostro articolo in
http://www.astercenter.net/vite_vissute/Vasile_Do…
e ringrazio per ogni altro Vostro invio o segnalazione.
Cordialmente
Fernanda Nosenzo