Tutta la vita di Tristram Shandy non è che una fuga dal tempo e dalla morte

Sarà un caso se proprio nel XVIII secolo, quando i Lumi della ragione scacciano Dio dall’orizzonte delle cose umane e vi sostituiscono la nuova fede del Progresso illimitato, l’angoscia e la disperazione strisciano silenziose e infine dilagano nella letteratura europea, sintomo e spia di un malessere profondo che l’intera società sta covando?

E sarà un caso se nella nazione che ha preceduto tutte le altre sulla via della Rivoluzione industriale, edificando quegli «oscuri mulini satanici» (per dirla con William Blake) che avrebbero segnato la distruzione della civiltà contadina, lo scardinamento della famiglia patriarcale, l’urbanizzazione selvaggia e l’alienazione radicale dell’uomo, ridotto a semplice appendice di una macchina, quell’angoscia e quella disperazione compaiano prima che nel resto d’Europa e del mondo, sia pure dissimulate dietro gli estri di una fantasia che sembra giocare pigramente, e quasi innocentemente, con le proprie stravaganti invenzioni?

tristram-shandyI primi due volumi di The Life and Opinions of Tristram Shandy, Gentleman, il capolavoro di Laurence Sterne (1713-68), appaiono a Londra nel 1760, quando, sotto l’energica guida di William Pitt il Vecchio, la Gran Bretagna sta creando il proprio smisurato impero a spese della Francia e dei popoli d’oltreoceano, dal Canada all’India: la critica è alquanto fredda verso quest’opera anomala e bizzarra, ma il successo di pubblico è talmente buono che l’Autore, ecclesiastico senza vocazione e marito alquanto distratto, riceve, a titolo di riconoscimento (singolare espressione di quella dittatura della notorietà letteraria che caratterizza l’Illuminismo), la nomina a curato perpetuo di Coxwod: con quanto beneficio spirituale dei suoi parrocchiani, è difficile dire.

Gli altri sette volumi del fluviale romanzo appaiono fra il 1761 e il 1767 e consegnano alla storia della letteratura il primo romanzo veramente moderno, se per “moderno” si intende privo di una trama, di un vero protagonista, di un filo conduttore riconoscibile, di un significato palese; se si intende che si diverte a portare a spasso il lettore nei meandri del gioco letterario, confondendolo e sospingendolo in cento direzioni contrastanti, sino a fargli smarrire del tutto l’orientamento e la stessa distinzione tra realtà e fantasia; se si intende che ostenta la più completa indifferenza, il più sovrano disprezzo per la tradizione, il buon senso, la linearità, la chiarezza.

In breve, e già dal titolo, Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo, si rivela non soltanto uno schiaffo deliberato a tutto ciò che finora si soleva considerare caratteristico del romanzo (a cominciare dai fatti concreti, dalle “avventure” e non certo dalle “opinioni” dei personaggi), ma proprio un altro modo di intendere lo scrivere, il significato del romanzo, il ruolo dello scrittore rispetto al suo pubblico: le pagine bianche o nere, gli svolazzi grafici, le elucubrazioni gratuite, le volute sproporzioni nella distribuzione dei capitoli, sono altrettanti sberleffi alla tradizione e, nello stesso tempo, altrettante forme sperimentali per cercare nuove strade, nuovi orizzonti, nuovi sensi nel fatto letterario, nella sua creazione così come nella sua fruizione.

Sono, anche, la manifestazione di una inquietudine, di un’ansia, di una nevrosi: la nevrosi del tempo che fugge, e che bisogna esorcizzare e contrastare, affinché esso non ci divori; di una assurda, impossibile e perduta in partenza, partita a scacchi con la morte, come ne Il settimo sigillo di Bergman; sono la maniera tortuosa, delirante e a suo modo consapevole di reagire all’horror vacui, allo sbriciolamento delle certezze, alla dissoluzione dei valori, all’eclissi del sacro, cui succede la corsa all’edificazione di un mondo puramente laico e secolarizzato, teofobico (per dirla con De Maistre), totalmente assurdo, pur nella esasperata razionalità degli strumenti elaborati dalla civiltà moderna: un mondo non più realmente a misura d’uomo, ma a misura del capitale (si pensi alle recinzioni delle terre operate nelle campagne inglesi), del quale l’uomo vorrebbe essere l’esclusivo padrone, ma nel quale si sente, nondimeno, straniero e più che mai stranito.

la-linea-spezzataIl tempo, il tempo della fabbrica e delle sirene, che ha sostituito il tempo della chiesa e delle campane, è il grande avversario, il grande spauracchio, il grande, minaccioso interlocutore con cui gioca la sua partita il povero Tristram Shandy, riluttante perfino a nascere per non esporsi alla sua implacabile azione dissolvente: tanto è vero che potremmo vedere in lui un antenato di quel Peter Pan che non vuol crescere, che non vuol diventare adulto e che si aggira, esaltato e inesausto, nei Giardini di Kensington, perché crescere e diventare adulti vuole dire consegnarsi all’azione del tempo e, quindi, alla morte.

Ci si potrebbe chiedere perché la civiltà moderna, figlia della Rivoluzione industriale (e della Rivoluzione scientifica che la precede e la prepara) abbia una tale fobia del tempo, una tale ossessione della morte; e la risposta, probabilmente, risiede nel fatto che la nuova religione del Progresso si è affermata proprio allo scopo di colmare il vuoto lasciato dalla vecchia fede in un Dio trascendente e, dunque, con il compito specifico di tranquillizzare gli animi davanti alla paura dell’ignoto: ma, avendo fallito nel mantenere le sue promesse, ha provocato una più esasperata consapevolezza della morte, senza nemmeno saper offrire quel conforto spirituale che apparteneva al vecchio credo.

A partire da quel momento, la morte è diventata tabù nella cultura occidentale: non se ne deve parlare, non se ne deve mostrare l‘immagine, se ne devono nascondere i sintomi e la presenza: ospedali e agenzie di pompe funebri si incaricano di sottrarla alla vista, di cancellarne gli indizi, di rimuoverne l’ombra inquietante; ciò non toglie che, come tutte le cose rimosse, essa continui a rodere l’anima degli uomini nel profondo, a popolare i loro sogni di incubi, ad accompagnare come uno spettro silenzioso e malevolo ogni loro passo.

Ha scritto Carlo Levi a proposito di questo romanzo di Laurence Sterne (in: La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo, traduzione di Antonio Meo, Einaudi, Torino, 1958, e Mondadori, Milano, 1974, XLIII-XLIV):

«Se dovessi, in una sola immagine, chiudere gli infiniti pensieri che nascono dalla sua lettura, forse farei la cosa più ovvia: quella stessa che ha fatto Sterne. Prenderei alla lettera i suoi simboli, i geroglifici e le curve simboliche della forma dei suoi capitoli; o la pagina marmorizzata (un caotico, disperato quadro di Pollock), “motley emblem of my work”. Come si può “penetrate the moral” di quella pagina informe e pullulante, che richiede , per essere compresa “much knowledge”, come la verità, o le verità “wich still lie mystically hid under the dark veil of the black one”? Per scoprirlo, scriviamo anche noi, come Sterne inseguito dalla morte, in mezzo alla pagina, in grandi caratteri, la sua parola: spleen.

Questo “spleen”, questa malinconia, o melancolia, è insieme un sentimento, un temperamento, e, letteralmente, un umore (e solo in questo senso Sterne può dirsi un umorista). È la sua natura, il suo impulso, la sua molla, la sua spinta vitale, e mortale. Il reverendo Lorenzo Sterne fugge, senza guardarsi attorno, inseguito dalla morte. Fugge al di là del mare, , fino alle sponde della Garonna, e se occorrerà fino al Vesuvio, e fino a Giaffa, e fino alla fine del mondo. Fugge la morte vera, quella che doveva coglierlo di lì a poco: la morte del tisico, con le emottisi, la febbre, la nervosa eccitazione, e la psicologia febbrile, e l’ansia di vita, e la sensualità amorosa, e quel movimento insaziabile che la stessa andatura delle sue pagine. Ma non è solo la sua malattia e la sua morte fisica che egli fugge: non è solo la fuga in Francia, il più tragico, desolato e coraggioso dei suoi capitoli. La fuga dalla morte (“fly for my life”) è la ragione di ogni sua frase, di ogni sua parola, fin dalla dedica a Pitt, nella quale afferma di scrivere, e di sorridere, per aggiungere qualcosa “to this Fragment of Life”; fin dalla primissima pagina del libro, che si apre con l’orologio.

L’orologio è il primo simbolo di Shandy: sotto il suo influsso egli viene generato, e iniziano le sue disgrazie, che sono tutt’uno con questo segno del tempo. La morte sta nascosta negli orologi, come diceva il Belli; e l’infelicità della vita individuale, di questo Frammento, di questa cosa scissa e disgregata, e priva di totalità: la morte, che è il tempo, e il tempo della individuazione, della separazione, l’astratto tempo che rotola verso la sua fine. Shandy non vuol nascere, perché non vuol morire. Tutti i mezzi, tutte le armi sono buone per salvarsi dalla morte e dal tempo. Se la linea retta è la più breve fra due punti fatali e inevitabili, le digressioni la allungheranno; e se queste digressioni diventeranno così complesse, aggrovigliate, tortuose, così rapide da far perdere le proprie tracce, chissà che la morte non ci trovi più, che il tempo ci smarrisca, e che possiamo restare celati nei mutevoli nascondigli. Se il tempo di un uomo, di una vicenda, è destinato a esaurirsi, lo si po’ raddoppiare, moltiplicare all’infinito, sovrapporre e confondere con altri tempi, portarlo, per quanto è possibile a una pagina scritta, a quella contemporaneità senza fine che sola è vera ed eterna. Uscire di se stessi in prima persona è ancora un modo di rifiutare la morte. La nascita di Tristram è un capolavoro di rifiuto. Ci vogliono più di duecento pagine perché il bambino venga alla luce, con tutti i possibili rinvii, cortine, bastioni e difese e mascheramenti, e nasce travestito da un nobile camuffato, e rifiutando ancora il naso, e ciò che gli sarà tolto, ebraicamente, dalla distrazione della prima donna che lo ha preso in braccio, con la complicità di una finestra a ghigliottina. Se il parricidio è il modo più ovvio di rifiuto del tempo, il Tristram Shandy non è che un costante parricidio. Tutto ciò che il padre desidera e vuole, è contraddetto, e non si avvera. Il padre è il tempo: la sua legge è rifiutata. Ad essa se ne contrappone un’altra: un altro tempo, che è quello della fantasia: un tempo lunghissimo, quasi eterno. L’arte dello scrivere diventa un’arma di difesa. Se ci vuole un anno per descrivere un giorno, ci si trova, scrivendo, rigettati continuamente indietro nel tempo: e, “se non fosse che le mie Opinioni saranno la mia morte”, dice Sterne, l’altra vita, che è lo scrivere, lo salverebbe dalla morte.»

viaggio-sentimentale-di-yorickDietro l’apparenza giocosa, dunque, Tristram Shandy è un uomo angosciato, nevrotico, perfino allucinato: lo incalza il fantasma della morte, lo accompagna la sfinge della solitudine, della difficoltà di comunicare con gli altri – tema, quest’ultimo, che verrà ripreso da Sterne e sarà al centro della sua ultima opera, pubblicata poco prima di morire: il Viaggio sentimentale di Yorick attraverso la Francia e l’Italia, dove il classico tema del Grand Tour europeo, indispensabile corredo intellettuale dei giovani inglesi di buona famiglia, si colora di inedite tinte e di ironici umori, che ne stravolgono l’originario significato.

Ciascun essere umano, per Sterne, è contraddistinto da un proprio “cavallino a dondolo”, da un “hobby horse” che lo porta a continui fraintendimenti nella comunicazione con gli altri; la lingua stessa, che dovrebbe permetterci di gettare dei ponti verso l’esterno, è traditrice; e ciò in un mondo mutevole, ove le cose non sono quello che appaiono, ove non esistono autentiche certezze, ma ogni verità finisce per mostrarsi relativa, provvisoria, frammentaria.

Ecco, allora, che i frequenti salti temporali, i capovolgimento cronologici, le involuzioni del racconto, le digressioni, le torrenziali divagazioni su questo e su quello, acquistano il senso di un tentativo di riacciuffare la vita concreta, quella vita che si perde nelle certezze illusorie, nelle astratte teorie, nei riti del conformismo intellettuale.

Non si può dire, tuttavia, che la battaglia di Tristram Shandy contro il tempo e contro la morte sia coronata, non diciamo dal successo, cosa di per sé impossibile, ma neppure da una ragionevole dilazione dell’inevitabile; né che la sua malinconica solitudine, il senso di precarietà e d’inconcludenza della sua intera vita, trovino una risposta anche solo provvisoria, un temporaneo acquietamento. Il caso, l’imprevedibile, l’assurdo, come nel teatro di Pirandello, dominano incontrastati; e così la perpetua dialettica del figlio col padre, come in Svevo e in Joyce, non giunge ad alcun esito positivo, non scioglie il nodo gordiano dell’ansia di cancellare l’ombra paterna per conquistare una speranza di sopravvivenza e di affermazione di sé o, almeno, per sfuggire all’eterno complesso di castrazione.

Solo la compassione, alla fine, può superare la tragica incomunicabilità umana: come afferma anche Foscolo (talmente affascinato dall’ultima opera di Sterne, da volerla tradurre in ben tre, successive versioni: la prima fra il 1805 e il 1807, le altre due nel 1812-13), per bocca di Jacopo Ortis…

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Tratto, col gentile consenso dell’Autore, dal sito Arianna Editrice.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

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