Tolkien e la tecnica

tolkienJ. R. R. Tolkien è uno di quei rari scrittori-mondo alla cui autorità morale e culturale molti si appellano, non sempre in buona fede, per trovare la propria via esistenziale, per supportare una propria visione del mondo già formata ma pericolante, oppure per fornire una patente di nobiltà ad un’ideologia rozza e triviale. È sempre con misura e cautela, dunque, che lo studioso si deve accostare alla vita e all’opera del Nostro, saccheggiata da più mani, nel timore che ogni interpretazione anticonformista possa essere bollata come una misinterpretazione, un fraintendimento strumentale a chissà quale oscuro disegno egemonico culturale o semplicemente ad una scarsa conoscenza diretta delle fonti biografiche, scientifiche e letterarie.

Queste note di premessa valgono anche per l’annosa questione del ruolo della “tecnica” nella Terra di Mezzo: è evidente che certificare carte alla mano il rifiuto totale della tecnica da parte di Tolkien può portare a rafforzare la nomea di ultraconservatore che il personaggio nel suo complesso si è guadagnato nel tempo da una parte tutt’altro che minoritaria della critica; viceversa, rinvenire nel “legendarium” tolkieniano le tracce di una prudente accettazione della tecnica può ridimensionare questa lettura monolitica del personaggio.

Nella vulgata popolare J. R. R. T. appare come una sorta di retrogrado vegliardo zavorrato ad una visione bucolica della vita. In realtà, come vedremo, questa posizione di radicale e insanabile intolleranza verso i mezzi della tecnologia trova alcuni temperamenti.

In una lettera del 1951 indirizzata a Milton Waldman, Tolkien parla della “Macchina” come del mezzo attraverso cui rendere più rapidamente efficace la Volontà e giungere al Potere. In questo senso, essa rappresenta lo strumento d’elezione attraverso cui il Male impone la sua volontà nel mondo: il mondo primario in cui l’Autore vive e il mondo secondario che esso fa vivere attraverso le sue opere.

In una lettera del 1944 alla figlia, tuttavia, l’oxoniense rimarca la differenza fra l’arte, che si accontenta di creare un nuovo mondo, e la tecnica, che cerca di realizzare i desideri e creare potere in questo mondo.

Se non erriamo, questo significa che l’artista (lo scrittore, ma anche il pittore, lo scultore, l’architetto…) agisce per puro diletto, senza perseguire scopi materiali, mentre il tecnico, spesso mascherato da artista, ha l’ambizione di agire sul mondo circostante senza scrupoli, piegandolo ai propri interessi egoistici.

Già dalla lettura preliminare di questi due semplici estratti dalla corrispondenza di Tolkien ci sembra di poter ricavare, in prima approssimazione, un atteggiamento, se non di chiusura, certo di diffidenza di fronte alla modernità delle macchine novecentesche. Ma proseguiamo nell’analisi, invocando anche il magistero dei colleghi della critica specializzata.

Il concetto fondamentale che sembra trapelare dalla generalità degli interventi sull’argomento è che esiste una tecnica “buona”, equiparabile alla magia bianca o, con altro termine, all’arte, e una tecnica “cattiva”. Come abbiamo scritto in altra sede, “la magia può essere un atto di imposizione alla natura come un atto di scoperta. Nel primo caso, abbiamo, la magia nera (Saruman che si fa creatore della stirpe mutata degli orchetti Uruk-hai) (…). La magia nera, in quanto paragonabile alla tecnologia, altera perversamente la materia, forza i suoi limiti e scimmiotta l’opera del Creatore” (1). Una sub-creazione volta al negativo, dunque, che inverte il segno della creazione e ne snatura il senso profondo.

Il concetto viene espresso in forma diversa da Agnoloni, che annota come “quella forma di magia fondata sul concetto di Macchina, e dunque sull’aspirazione al dominio sugli altri e al possesso, che caratterizza Sauron e i suoi schiavi, (…) [è] contrapposta alla virtù artistica degli Elfi (incantesimo)” (2). Da una parte, dunque, l’utilizzo di un’appendice meccanica dell’essere vivente, in grado di ripetere in modo sistematico azioni elementari, aumentare la produttività e porre in essere realizzazioni in grado di avvantaggiare su tutti gli altri chi ne dispone; dall’altra, il ricorso a sapienze antiche, tramandate di generazione in generazione, fondate su una condivisione armonica con il Tutto, e non sulla sopraffazione e sullo sfruttamento.

la-filosofia-del-signore-degli-anelliIdem Vaccari, con esplicito riferimento alla quintessenza dello “scienziato pazzo”, dominato dalla hybris che anche in altri generi collaterali alla fantasia eroica e ad essa uniti dalla comune radice mitica (la fantascienza, l’horror) ha avuto la sua dubbia fortuna. “Lo stregone Saruman esprime forse ancor meglio di Sauron il risultato della capacità distruttiva della tecnologia disumana così aborrita da Tolkien, perché in grado di corrompere persino colui che un tempo era chiamato il saggio” (3). Ma, lungi dall’appiattirsi su un visione di J. R. R. T. tendente alla tecnofobia e al luddismo, lo specialista ricorda come, accanto alle tecniche cattive, trovino posto ne Il signore degli anelli anche tecniche buone, come quelle semplici degli Hobbit della Contea (il soffietto del fabbro, il mulino ad acqua, il telaio a mano) e quelle più raffinate degli Elfi e, soprattutto, dei Nani, maestri nell’estrazione e nella forgia del metallo e nella costruzione di canali e pozzi. In questo senso, tutte le razze che concorrono alla composizione della Compagnia dell’Anello appaiono coltivare la tecnologia, sia pure con approcci diversi in funzione delle loro specificità: gli Hobbit, d’indole bonaria, si accontentano di modeste opere, quelle strettamente necessarie alla loro economia domestica e rurale; gli Elfi assecondano la loro naturale attitudine alla comunione panica con la natura, conformandola senza traumi alle proprie necessità di lungo periodo; i Nani trovano riscatto dalla loro sfavorita condizione fisica nell’eccellere in opere di vertiginoso respiro, che mai si crederebbero ascrivibili all’ingegno di creature così piccole.

È sempre Saruman al centro dell’elaborazione teorica dei tolkieniani di ferro, fra cui Fontana, che, parafrasando il testo originale, racconta di come Saruman “prosciugò il lago e tagliò gli alberi per sfruttarne la legna, e nel bacino apparvero delle cupole rocciose tramite le quali si accedeva agli ambienti sotterranei che ospitavano magazzini, fucine, armerie e lavoratori, e da cui fuoriusciva di continuo un nauseabondo fumo acre e nero” (4). Scenario quasi dickensiano che ricorda l’archeologia industriale dell’Ottocento piuttosto che le fabbriche contemporeanee.

In altra parte della dottrina tolkieniana si legge che “Saruman, fine metafora dell’orgoglio tecnocrate (…), dispiega la sua forza razionale e tecnologica e aspira a trovare l’anello per tenerlo per sé (…), crea un proprio esercito di orchi scientificamente implementati (…) e dotati di un equipaggiamento tecnicamente più efficace (…), performante secondo una mentalità industriale. Saruman è presentato come metafora del potere che sfrutta ciecamente la tecnologia, il logos che impazza e devasta, avendo perso di vista i binari dell’etica (…). La caduta di Saruman e la sua mente fatta d’ingranaggi e rotelle sono prodotti tipici dell’era contemporanea (…). Tolkien critica fortemente l’idea di attribuire al modernismo industriale una maggiore appartenenza al mondo reale e si rifiuta di vedere il ritorno alla natura come un’ingenua evasione” (5). Condividiamo in pieno il riferimento che Marotta fa all’etica: l’autodisciplina morale è l’unico serio freno alla superbia della scienza che si vuol fare bieco strumento di affermazione dell’uomo sull’uomo e di blasfema parodia della divinità. Del pari, ci allineiamo al rigetto di un Tolkien escapista che evade nella natura incontaminata come un cittadino che fa la sua brava scampagnata fuori porta nel fine settimana… Lettura quanto mai riduttiva, quando invece con la natura i personaggi della Terra di Mezzo intessono un dialogo quotidiano, ininterrotto e non sporadico, e nella quale essi trovano le risorse per una retta pratica scientifica e tecnologica. L’ossessione tecnologica di Saruman “inizia dalla curiosità intellettuale, si evolve in abilità ingegneristica, si trasforma in avidità e desiderio di dominio, si corrompe poi in odio e in disprezzo per il mondo naturale che va oltre il desiderio razionale di farne uso (…). Ingegnosità incessante, abilità tecnica senza scopo, livellare e distruggere solo per il gusto di farlo” (6): a sostenerlo con buone ragioni, Shippey, uno dei massimi esegeti a livello internazionale dell’opera tolkieniana, al quale ci associamo nella parte in cui enfatizza il degrado logico e psicologico di Saruman, la sua tossicodipendenza da scienza applicata, lo stesso processo di corruzione che in Gollum prende espressione fisica e nell’antico sodale di Gandalf assume invece le parvenze di una deriva patologica verso il delirio di onnipotenza.

il-signore-degli-anelliNon c’è solo Saruman ad incarnare la tensione faustiana al superamento dei propri limiti. Ci dice Gulisano che “Melkor si ritira a Angband (…), la prigione di ferro, possente fortezza sotterranea, composta anche da miniere e fabbriche, popolata da schiavi, dominante un’area cupa e triste, segnata fisicamente dalla presenza del male e intossicata dalla esalazione degli opifici” (7). Si può dedurre da questa citazione che, già prima degli eventi narrati ne Il signore degli anelli, il mondo secondario di Tolkien conosceva questa straziante dialettica tra una natura pura, percorsa da uomini liberi, ed una natura inquinata e depredata, al cui servizio sono posti esseri in stato di cattività. Visione manichea, nient’affatto chiaroscurata, ove il Bene e il Male si oppongono l’un l’altro senza “se” e senza “ma”, senza quel relativismo morale che è la cifra della modernità e che, insieme al dibattito di idee, ha portato anche il frutto avvelenato del “tutti peccatori, nessun peccatore”. Spostando l’asse del discorso dalle persone – Saruman, Melkor – ai luoghi da questi traviati, il discorso non cambia. Dalla penna di de Turris apprendiamo che “Mordor, Barad-dur, Isengard sono gli emblemi della Modernità: in essi vige il potere temporale più spietato basato sul terrore e sulla costrizione, tutto è pianificato e massificato, la Scienza si oppone alla natura e la devasta, le sue fucine fiammeggianti sfornano non solo armi ma addirittura esseri nuovi, malvagi, mostruosi e crudeli, il suo fine è la distruzione e l’asservimento con mezzi violenti e meccanici” (8). Parole diverse per esprimere un concetto ormai familiare ai lettori che hanno voluto fin qui seguirci. In più, il critico di lungo corso sottolinea l’aspetto della pianificazione e della massificazione insito nell’applicazione di metodi tayloristici (o fordiani, se si preferisce) alla produzione di manufatti: l’uomo che produce una cosa diventa esso stessa cosa. Lo schiavo di Saruman si “reifica” nella magia nera là dove l’elfo, il nano, l’hobbit libero, a similitudine dell’“operaio” di Ernst Jünger, si “deificano” nella magia bianca.

albero-di-tolkienIl compianto Paggi parla di Mordor in termini di “allusione trasparente alla civiltà industriale vista nel suo rovescio nero e mortale”, immagine di “una nuova retorica antindustriale ed ecologica (…) che unisce per opposizione il tema bucolico e georgico non più tanto con l’innaturalità dell’artificioso intervento umano (…) quanto con la violenza spaventosamente disseccatrice di vita dei lager e di Hiroshima, di cui la fabbrica e gli inquinamenti sono gli eufemismi per così dire in borghese” (9). Nello stessa sede, il critico ribadisce che in Tolkien tecnica “significa degradazione della natura e dell’anima, e ad essa si addicono le tinte negre e i toni dissonanti – neppure è degna delle note funeree” (10). È singolare come esperti di differente estrazione e impostazione culturale trovino nel segno antitecnologico di Tolkien un punto d’incontro, quando su ogni altro aspetto della sub-creazione tolkieniana (la religione e la guerra, per esempio) si accapigliano con “vis” polemica non di rado volgare ed alimentata da insanabili conflitti ideologici. Qui Paggi, che non lesina interpretazione di scuola marxista nella sua opera critica, si mette a braccetto con de Turris, destrorso e fiero di esserlo, nell’enfatizzare la “degradazione della natura e dell’anima” a cui conduce una scienza non filtrata dal rispetto per le creature viventi e per l’ambiente in cui esse vivono.

Persino un osservatore cinico e disincantato come lo scrittore-scienziato Asimov, nell’approcciare una materia a lui non propriamente familiare come la fantasia eroica, riesce a inquadrare correttamente il problema. Mordor, scrive, stupendo i suoi stessi appassionati lettori, “è il mondo industriale che si evolve sempre di più ed estende il suo potere su tutto il pianeta, distruggendolo e avvelenandolo (…). Il Primo Anello è la seduzione esercitata dalla tecnologia, la voglia di prodotti ottenuti più facilmente e in maggiori quantità (…), è tutte le cose che la gente cerca quando non le ha e a cui non può rinunciare quando le ha” (11). Ora, è vero che ciascuno trova nel testo letterario – tanto più in un testo complesso come Il signore degli anelli – quello che vuol sentirsi dire; ma colpisce che pure un idolatra della scienza come l’autore di Fondazione, un fautore della ragion scientifica a tutti i costi, un narratore capace di applicare la matematica finanche alle discipline umanistiche con l’invenzione della “psicostoria”, sia portato a demonizzare certa scienza applicata al soddisfacimento di falsi bisogni, quei bisogni indotti dall’opera subliminale dei tanti “persuasori occulti” a piede libero.

Siamo giunti al termine della nostra breve, ma speriamo esaustiva, ricognizione. Chi scrive avrebbe voluto introdurre posizioni originali in merito al tema assegnato, ma non ne ha avuto bisogno, né, per spirito di protagonismo, ha ritenuto di dover forzare la mano alla lettera tolkieniana così come alla sua esegesi. È bastato alla bisogna individuare, mettere insieme e chiosare una serie di interventi ripresi dalla sterminata bibliografia italiana su J. R. T. T. e tutti concordanti con l’assunto iniziale che De Feudis, con le parole a cui affidiamo la nostra conclusione, così ben riassume: “Tolkien ha scelto attraverso la narrazione di creare un mondo alternativo nel quale fossero evidenti i bersagli della sua critica contro una certa modernità: la descrizione di un universo ordinato in netta contrapposizione ai tecnologi, i modernizzatori e i consumisti inveterati. Difendeva così il suo credo spirituale, le sue convinzioni culturali più profonde e le critiche più sincere alla deriva inarrestabile della società tecnologica e capitalista” (12).

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(1) E. Passaro, M. Respinti, Paganesimo e cristianesimo in Tolkien, Il Minotauro, Roma 2004, p. 49.

(2) G. Agnoloni, Tolkien e Bach, Galaad, Roma 2011, p. 143.

(3) E. Vaccari, Tecnologie, tecniche e mondo sotterraneo in Tolkien, in C. Bonvecchio (a cura di), La filosofia del Signore degli anelli, Mimesis, Milano-Udine 2008, p. 259.

(4) R. Fontana, Guida per viaggiatori nella Terra di Mezzo, L’Età dell’Acquario, Torino 2010, p. 310.

(5) D. Marotta, Conan e Frodo, Simonelli, Milano 2010, pp. 117-119.

(6) T. Shippey, J. R. R. Tolkien – Autore del secolo, Simonelli, Milano 2000, pp. 194-195.

(7) P. Gulisano, Tolkien – Il mito e la grazia, Ancora, Milano 2001, p. 137.

(8) G. de Turris, Tolkien fra Tradizione e Modernità, in G. de Turris (a cura di), “Albero” di Tolkien, Larcher, Brescia 2004, p. 135.

(9) M. Paggi, La spada e il labirinto, ECIG, Genova 1987, p. 43.

(10) Ivi, p. 72.

(11) I. Asimov, Guida alla fantascienza, Mondadori, Milano 1984, pp. 216-217.

(12) M. De Feudis, Tolkien fra immaginario giovanile ed ecologia, in M. De Feudis (a cura di), Tolkien, la Terra di Mezzo e i miti del III millennio, L’Arco e la Clava, Bari 2002, pp. 51-52.

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(Tratto, con il gentile consenso della Redazione, da Antarès, n. 03/2012, J.R.R. Tolkien. Un’epica per il nuovo millennio, http://www.antaresrivista.it/Antares_03_web.pdf)

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