Terzo sesso e democrazia

gayvariFra le indicazioni che l’intellighentzia sinistrorsa o comunista nostrana non manca di fornirci, con generosità, circa il livello morale che le è proprio, dopo le mal celate simpatie per Cavallero, teorico e militante (non originale: già Stalin in gioventù l’aveva preceduto) del banditismo «rivoluzionario» e di «protesta» e del «Che» Guevara in veste gangster si può raccogliere quella relativa a suoi indignati commenti al «processo aberrante» e alla condanna di Aldo Braibanti.

Con l’Unità in testa, quasi tutta la cricca moraviana e pasoliniana si è mobilitata, compresa la Elsa Morante (che per l’occasione ha cambiato sesso: ha dichiarato di essere un «poeta» e non una poetessa, vedi Paese Sera, 17 luglio). «Quel che di marcio vi è nel processo Braibanti», è stato detto, «non è l’esistenza della omosessualità», a cui il Braibanti ha convertito i suoi succubi, «ma la ferocia razzista(?) contro il terzo sesso… l’odore linciaggio che il suo sospetto scatena in ambienti nei quali la morale si identifica con il moralismo più oscurantista e repressivo» (l’Unità, 14 luglio).

La Morante , che annovera se stessa fra «gli italiani di buna volontà…fra quelli, ad esempio, che tante volte sono accorsi a manifestare contro la guerra del Vietnam» si rifiuta di vedere un reato nell’indurre giovani a seguire le proprie idee, «deviandoli dalla morale tuttora vigente presso alcune classi della società italiana» (per cui il nostro codice penale è stato chiamato «vecchio e classista»): sapendosi bene quali siano queste idee, nel caso specifico. Essa difende le «scelte» fatte contro una società «che oggi ormai mi si conferma un aggregato di cellule morte» e dice che «se nel passato non aver lavorato abbastanza per aiutare i miei simili, e in specie i più giovani, a liberarsi da queste cellule morte, è mia intenzione presente e futura di rimediarvi meglio che posso, finché avrò vita». Poco prima era stato citato «il premio Nobel André Gide, uno dei numerosissimi omosessuali che si sono altamente distinti nella storia della civiltà e della cultura».

In fatto di imprudenza e di aberrazione intellettuale, crediamo che ve ne sia abbastanza. La situazione viene addirittura rovesciata: invece di considerare putrescenti le parti della società dove prosperano il terzo sesso e le «scelte» omosessuali, quella qualifica la si vorrebbe attribuire a coloro che questo marasma deprecano e combattono. «Non si invochi il sacro diritto di ognuno a convertire altri alla proprie idee». Certe idee sono come batteri, come microbi; il paralizzarle è una esigenza non meno legittima quanto il prendere misure profilattiche nel campo delle malattie del corpo. Che l’omosessualità del nostro codice penale («classista») non venga considerata come un reato e che quindi reato non sia nemmeno il farne la propaganda, è giusto. Ma anche di là dell’ambito strettamente penale e giuridico l’esigenza profilattica ora indicata mantiene tutta la sua validità.

Lo può riconoscere facilmente chi, a differenza dell’accennata squallida intelligentzia, esamini a fondo il significato della omosessualità e terzo sesso. Un brevissimo cenno potrà servire da orientamento.

In sessuologia vengono distinte due forme di omosessualità, l’una a carattere congenito-costituzionale, l’altra a carattere acquisito e condizionata da fatti psico-sociologici e ambientali. La prima omosessualità si spiega con le «forme sessuali intermedie» (per usare questa espressione di M.Hirschfeld). Sia sa che inizialmente nel feto e nell’embrione sono presenti entrambi i sessi. Soltanto successivamente interviene un processo di «sessuazione» grazie al quale i caratteri dell’un sesso divengono predominanti mentre quelli dell’altro sesso si atrofizzano o divengono latenti, senza però scomparire del tutto. Vi sono casi in cui questo processo di sessuazione è incompleto, nei suoi aspetti fisici ovvero psichici. Allora è possibile che quell’attrazione erotica che in via normale si basa sulla polarità dei sessi (sull’eterosessualità) e che è tanto più intensa per quanto più decisa è questa polarità, ossia per quanto più l’uomo è uomo e la donna è donna, nasca anche fra individui che anagraficamente, ma non costituzionalmente, sono dello stesso sesso, appunto perché in realtà sono «forme intermedie».

arco-e-la-clavaIn questi casi l’omosessualità è spiegabile e per essa si può avere una comprensione: voler rendere «normali», cioè attratti dall’altro sesso, un omosessuale di tale tipo equivarrebbe a fargli violenza, a voler che non sia se stesso: tentativi terapeutici in tal senso sono sempre falliti. Il problema sociale sarebbe risolto, ove questi omosessuali formassero ambienti chiusi, rimanessero fra loro, non contagiassero nessuno non avente la loro condizione. Non vi sarebbe ragione di condannarli in nome di una qualsiasi morale.

Ma l’omosessualità non si riduce di fatto a questi casi. In primo luogo sono esistiti maschi omosessuali che non erano effeminati e «forme intermedie», anche uomini d’arme e individui decisamente virili nell’aspetto e nel comportamento. La storia, soprattutto quella antica, lo attesta. In secondo luogo vi sono i casi della omosessualità acquisita e quelli che la psicoanalisi spiega come «forme regressive». Non è agevole capire la prima categoria. Qui si ha tutto il diritto di parlare di deviazione e di perversione, di «vizio». Non si comprende , infatti, che cosa possa spingere eroticamente un uomo veramente uomo verso un individuo dello stesso sesso. Nell’antichità classica, però, è attestata non tanto la omosessualità esclusiva bensì la bisessualità (uso sia di donne che di giovanetti) e sembra che la motivazione fosse quella di «voler sperimentare tutto». Nemmeno questo è ben chiaro, perché a parte il fatto che negli efebi, nei giovanetti, soprattutto preferiti, ci fosse del femminile, si potrebbe riprendere il crudo detto di Goethe, che «se se ne ha abbastanza di una ragazza come ragazza, essa può sempre servire come ragazzo» («habe ich als Mädchen sie satt, dient es als Knabe misnoch») Anche la motivazione (talvolta raccolta in Paesi come la Turchia e il Giappone), che il possesso omosessuale dia un senso di potenza, non è troppo convincente. La voglia di dominio la si può soddisfare anche con donne, o con altri esseri, senza commistioni erotiche.

Fino ad ieri l’omosessualità apparteneva soprattutto al mondo di un decadentismo a sfumature estetistiche (Wilde, Verlaine, Gide, ecc.) ed era sporadica; il «piacere di sperimentare tutto» qui poteva avere una parte rilevante. Ma oggi le cose stanno diversamente; si assiste ad una avanzata piuttosto massiccia dell’omosessualità e del terzo sesso anche in ambienti popolari e in altri che in precedenza erano stati abbastanza risparmiati da questa deviazione. Qui bisogna far intervenire un altro ordine di considerazioni, ossia l’influenza possibile di un dato clima, di un dato ambiente.

Abbiamo ricordato che l’individuo maschile o femminile va considerato come il risultato di una forza sessuatrice predominante la quale imprime il proprio suggello mentre essa neutralizza o esclude la possibilità, in lui originariamente coesistenti, dell’altro sesso specie nel campo corporeo fisiologico (nel campo psichico il margine di oscillazione può essere assai maggiore).

Orbene, si può pensare che per regressione questo potere dominante da cui dipende la sessuazione, l’essere veramente uomo o donna, si indebolisca. Allora allo stesso modo che politicamente nella società dell’indebolirsi di ogni autorità centrale tutte le forze d’in basso dapprima frenate possono liberarsi e riaffiorare, del pari nell’individuo si può verificare una emergenza dei caratteri latenti dell’altro sesso e, quindi, una tendenziale bisessualità.

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Tratto da Il Borghese del 1° agosto 1968.

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