Cosa rappresentava l’isola di Taprobana e perché Campanella vi pose la Città del Sole?

Fu il geografo greco Megastene a parlare per primo dell’isola di Taprobana, verso il 290 a. C., facendo entrare nella cultura e nell’immaginario occidentali questa terra favolosa, ammantata di foreste e popolata di elefanti.

Megastene fu ambasciatore di Seleuco I alla corte di Chandragupta Maurya nel 303 e compose una vasta opera in quattro libri, Indica, nella quale affrontava la geografia, l’antropologia, la storia, la religione e le leggende del subcontinente indiano. Essa è andata perduta, ma ne sono rimasti parecchi e significativi frammenti, senza contare che le informazioni in essa contenute sono state riprese e utilizzate da successivi studiosi, come lo storico Arriano nella sua opera dello stesso nome, e da Strabone nella sua Geografia.

Plinio il Vecchio racconta che il mercante Annio Plocamo, agli inizi del I secolo d. C., condusse una spedizione a Taprobana, dove ebbe notizia di un Paese posto al di là dei Monti Emodi (probabilmente l’Himalaia) abitato dai Seri, popolo misterioso che non può essere identificato con i Cinesi Han, perché i suoi membri sono descritti di alta statura, con gli occhi azzurri e i capelli biondi e va forse identificato con i Saki o i Tocari, entrambi di origine indoeuropea.

Ma è stato soprattutto Tolomeo a riprendere la nozione dell’isola di Taprobana, da cui è passata alla cultura medievale e poi a quella rinascimentale. L’umanista Tommaso Porcacchi (Castiglione Fiorentino, 1530 – Venezia, 1585), nella sua opera splendidamente illustrata dal padovano Girolamo Porro, L’isole più famose del mondo, stampata a Venezia postuma, nel 1590, così si esprime a proposito di Taprobana:

«La Taprobana è isola del gran mare Indico, posta (come dice Solino) fra ‘l Levante e ‘l Ponente: ma tanto grande et ampia che gli antichi riputarono ch’ella fosse un altro mondo, habitato da gli Antipodi. Strabone, così nel secondo, come nel decimo quinto libro dice ch’ella è la più australe di tutte, come quella, che non è lontana dalle parti meridionali, che son presso i Coniaci verso Mezogiorno, altro che la navigation di sette giorni; et secondo l’opinion d’Herathostene dice, chè lunga otto mila stadi, cioè mille miglia; ma soggiugne, che Onesicrito la fa grande cinque mila stadi, cioè DCXXV miglia, senza dar misura della lunghezza, ne della larghezza; et ch’è lontana da terraferma la navigazione di venti giornate: ma che le navi mal vi potevan navigare; si per le vele cattive, come perche non havevano il fondo fatto in taglio: Nondimeno posto che molti et molti auttori antichi et moderni di quest’isola habbiano trattato, io non trovo però alcuno, che le assegni i confini; onde anch’or io dovrò esser scusato, se in questa manco de mio ordine consueto».

Vi era, quindi, un certo margine di incertezza circa l’esatta connotazione di questa grande isola, di cui ancora parla Amerigo Vespucci in una lettera del 1501, che la dice collocata fra il Mare Indico e il Mare Gangetico e si propone, se Dio gli darà salute, di raggiungerla, portandone «grandissime notizie», anzi addirittura di «scoprirla»; il che significa che ancora al principio del XVI secolo non solo era vaga la sua posizione geografica, ma perfino la sua esistenza, e che nessuno, in Europa, ne aveva notizie veramente certe e di prima mano, ma solo per sentito dire.

Un secolo dopo, nel 1602, Fra Tommaso Campanella sceglie proprio Taprobana per collocarvi la sua utopistica Città del Sole; e non possiamo fare a meno di chiederci perché.

Fino a quel momento, le terre dell’utopia erano sempre state poste dall’immaginazione all’estremo Occidente: così, ad esempio, l’Atlantide di Platone, di cui il filosofo greco parla estesamente nei due dialoghi Timeo e Crizia; e così anche Tommaso Moro che colloca la sua Utopia nel Nuovo Mondo, immaginando che a descriverla sia un compagno di viaggi di Vespucci. Fa eccezione la Nuova Atlantide di Francesco Bacone, che si trova nei mari del Sud, dunque, genericamente, nel Pacifico e nell’emisfero australe.

La collocazione occidentale delle terre utopiche è dovuta, quasi certamente, alla suggestione esercitata dall’Atlantide di Platone. Questi, a sua volta, dovette fare una tale scelta – sempre che non si voglia prendere in considerazione la possibilità che egli abbia parlato di una terra secondo lui realmente esistita e poi sprofondata, di cui avevano serbato memoria i sacerdoti egiziani – per una associazione con le Isole Beate dei Beati, con le Isole Fortunate e con il Giardino delle Esperidi, tutte località favolose poste nell’Oceano, all’estremo occidente, di cui parlano, fra gli altri, Esiodo e Omero e, più tardi, Plinio il Vecchio e Plutarco. Campanella, invece, sceglie l’Oriente; forse perché è la direzione del sorgere del Sole, il cui culto è alla base della religione e di tutta l’organizzazione economica, politica e sociale degli abitanti della società ideale da lui descritta?

Così Franco Mollia nella Introduzione a La città del Sole (in: T. Campanella, La Città del Sole e altri scritti, Milano, Mondadori, 1991, p. 45):

«Nell’isola di Taprobana (Sumatra o, forse, Ceylon) il Campanella colloca la sua città ideale, riproducendo l’antico mito di Atlantide descritto da Platone nel Timeo e nel Crizia, e quello delle divites insulae vagheggiato da Orazio (Odi, IV, 8, 25-27; Epodi, XVI, 41 sg.), sulla traccia di Esiodo (Le opere e i giorni, 126-173 dove si parla delle makàron nésoi, isole dei beati). Lo stesso Campanella, discutendo sulla ubicazione fantastica del Paradiso terrestre (Cosmol., 3,3), smentita dalle scoperte geografiche, scrive: “… Paradisum terrestrem esse in Insulis fortunatis, aut in Tabrobrana”. Immagina quindi un dialogo tra un cavaliere dell’ordine degli Ospitalieri di San Giovanni in Gerusalemme e un “genovese nocchiero di Colombo” il quale racconta di aver girato il mondo e di essere approdato a Taprobana scoprendovi la Città del Sole, che egli descriverà come luogo felice e ordinato, per leggi e costumi, di una società perfetta.

Questa idea di una “repubblica filosofica” matura, nel 1602, nel carcere napoletano; il testo verrà pubblicato a Francoforte nel 1623 a cura dell’amico Tobia Adami, e riprodotto in latino a Parigi, nel 1627, con dedica a Richelieu (Lett. CXII); di nuovo profetizzata e promessa in un memoriale del 1609 inviato a Paolo V, a Rodolfo II ed a Filippo III per i quali il Campanella si impegna di “far fabricare una città salubre ed inespugnabile, con tal artificio che solo mirandola s’imparano tutte le scienze istoricamente”».

Per Mollia, dunque, Taprobana è o l’isola di Ceylon, o, più probabilmente, l’isola di Sumatra, la seconda in ordine di grandezza dell’Arcipelago indo-malese. Una terza possibile identificazione, di tipo soprattutto etimologico, sarebbe quella con Tacloban, isola delle Filippine che è diventata, oggi, una meta turistica assai richiesta.

D’altra parte, una breve riflessione metodologica ci sembra necessaria a questo proposito. La mentalità moderna e quella pre-moderna differiscono profondamente per ciò che attiene al fatto della oggettività della conoscenza, compresa quella scientifica. Per uno studioso moderno, si tratta di sapere con qualche isola gli antichi e i medievali identificavano la misteriosa Taprobana; ma per uno studioso antico o medievale, Taprobana era un’isola della cui esistenza nessuno dubitava e la cui posizione geografica era sufficientemente chiarita, al margine sud-orientale del mondo allora conosciuto, nell’Oceano Indiano.

Lo studioso moderno che cerca di identificare Taprobana a tutti i costi con una terra ben precisa, dimentica che la visione del mondo pre-moderna era più sfumata, per il semplice fatto che molte aree del nostro pianeta era ancora ignote ed altre erano solo parzialmente note, senza riscontri oggettivi, ma per sentito dire; non esisteva la fotografia aerea e non si era certi che la Terra fosse una sfera – dopotutto, solo nella seconda metà XX secolo l’uomo ha potuto vedere il proprio pianeta fotografato dallo spazio e identificare, senza ombra di dubbio, ogni singola porzione della sua superficie. Quel che vogliamo dire è che Taprobana, forse, era una nozione geografica di per sé sussistente, ma formata da un mosaico di svariate conoscenze, alcune delle quali potevano riferirsi a Ceylon, altre a Sumatra ed altre ancora a isole o luoghi ancor più lontani, sui quali le notizie giunte in Europa erano ancora più frammentarie e di seconda o terza mano. Era, quindi, un luogo della mente oltre che un spazio geografico; e volerla far coincidere con uno spazio geografico ben preciso, perfettamente noto a noi moderni, significa lasciare inespressa una componente importante di quella nozione, la componente mentale.

Così come non esiste una parola italiana che possa perfettamente rendere e tradurre una parola dialettale, perché, nella traduzione, va sempre perso qualcosa di importante, qualcosa che non trova il suo corrispondente nella lingua nazionale; allo stesso modo voler identificare senz’altro, con un’isola ben precisa, la Taprobana degli antichi, significa compiere una operazione culturale forzosa, che sovrappone schemi mentali moderni a quelli dei nostri predecessori.

Per chiarire questo concetto, prendiamo il caso dell’Unicorno, descritto nei bestiari medievali accanto ad altri animali perfettamente noti alla zoologia moderna. Non ha senso tentare di identificarlo con il rinoceronte, e nemmeno liquidarne la credenza come la proiezione di un bisogno di purezza; e ciò per il fatto che l’uomo medievale non tagliava col coltello il mondo dei “fatti” da quello delle “credenze”; berkeleiano ante litteram, egli pensava che una cosa è reale allorché viene percepita, anche solo per sentito dire. Non è che confondesse la realtà con l’immaginazione – questo è un modo di pensare moderno; più semplicemente, non vedeva una divisione netta e irrevocabile fra ciò che è stato sperimentato e ciò che è stato riferito da altri. Quella dell’Unicorno non era una leggenda nel senso che noi diamo alla parola, ma una autentica credenza.

Per i luoghi della geografia esotica si può fare un discorso del tutto analogo. Naturalmente, a un certo punto cominciò a diffondersi uno spirito diverso, critico e perfino ipercritico; uno spirito positivo, basato sui fatti e non sulle opinioni, quello del mercante che tiene la sua partita doppia delle entrate e delle uscite, precorritore della modernità. A causa di questa trasformazione, molte pagine del Milione di Marco Polo non vennero prese sul serio e bollate come invenzioni fraudolente o, quanto meno, sospettate di forte esagerazione. Eppure i “razionali” romani avevano pur creduto alle voci più strane circa i popoli delle steppe, visto che un signor storico come Ammiano Marcellino li descrive più simili a bestie che ad esseri umani («Humnorum gens…omnem modum feritatis excedit» (Rerum Gestarum Libri, XXXI, 2).

Per l’uomo medievale, in paesi remoti esistevano popoli strani e animali ancora più strani: mostri, draghi alati, serpenti di mare dalle dimensioni smisurate; egli credeva a tutto, l’uomo moderno non crede più a niente. Non bisogna trarre la conclusione che questo sia nel giusto e che quello fosse in errore: il metro di giudizio non può essere stabilito da un paradigma a danno di un altro paradigma, perché le due metodologie e le due mentalità sono incommensurabili. Forse, dopotutto, esistevano ed esistono ancor oggi alcuni degli animali “fantastici” descritti, più o meno ingenuamente, nei bestiari medievali; infatti se ne occupa un ramo serissimo della scienza moderna, la criptozoologia.

E che dire delle credenze nel preternaturale e nel soprannaturale? L’uomo medievale (e anche l’uomo antico), ricco di fede, di stupore, di umiltà, riteneva possibili fenomeni fisici e mentali che la scienza materialista nega a priori, anche se essi continuano a verificarsi con imbarazzante frequenza, a dispetto dello scetticismo e dei pregiudizi moderni.

Perciò, lo studioso moderno non dovrebbe avere fretta di voler identificare Taprobana con questa o quella isola del Sud-est asiatico, quanto piuttosto dovrebbe domandarsi che cosa era e che cosa significava Taprobana nella mappa concettuale dell’uomo medievale. Si potrebbe affermare che essa era, sì, un luogo geografico, peraltro così remoto da risultare quasi evanescente, ma era anche, nello stesso tempo, un luogo ideale, un simbolo di tutto ciò che è affascinante, grandioso e al tempo stesso elusivo.

L’uomo medievale sentiva così: con tutto il suo essere, immaginazione compresa, e non solo con il logos strumentale e calcolante; nel suo sguardo c’erano uno stupore, una meraviglia, un incanto davanti al mondo, quali invano cercheremmo negli occhi della maggior parte dei moderni.

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Tratto, col gentile consenso dell’Autore, dal sito Arianna Editrice.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

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